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giovedì 08 maggio 2008 |
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Una chiesa può essere invisibile perché costretta alla clandestinità, oppure perché non la si vuol vedere e la si emargina nelle periferie. Le chiese nere americane hanno vissuto entrambe le esperienze, prima per effetto dei "Black Codes" che proibivano 'the gathering of more than two black people without a white person being present to monitor the conversation,' poi per il rifiuto della 'dominant culture' di comprenderne la 'rich history,' la 'incredible legacy,' e i 'multiple meanings.' Nelle parole di Jeremiah Wright, il pastore protestante passato agli onori della cronaca come il guastafeste di Barack Obama, è possibile leggere sia il dolore per le ingiustizie subite, sia l'orgoglio per una tradizione più viva che mai. Barbara Spinelli guarda a questa storia con profondo interesse, ma anche con preoccupazione; preoccupazione perché 'L'invisibilità offre scudi e lance, offre covi più che luoghi d'incontro.' Di fronte a lei c'è in realtà Parigi: 'L'Islam integralista in Francia è cresciuto in scantinati adibiti al culto, non nelle moschee visibili dove aleggiano forse pensieri ostili ma almeno c'è luce.' Conseguente è il suo giudizio: 'In Europa e Italia pensiamo di tenere a bada i risentimenti dell'Islam, vietandogli le moschee come a Bologna. Più le vietiamo, più l'Islam europeo si trasformerà, anch'esso, in Chiesa Invisibile.' Per quanto inutile e scontato, è bene riconoscere che le preoccupazioni della Spinelli sono fondate: se in Europa l'Islam non procederà con sollecitudine sulla via della modernità attraverso la rilettura critica dei testi, c'è il rischio che la miscela composta dai timori generati dalla globalizzazione, e da passioni ataviche diventi esplosiva. Tuttavia lo stato di invisibilità di una chiesa non è necessariamente negativo. In altre parole, non è detto che un confronto aperto e ufficiale fra chiesa e stato, o fra chiese, giovi alla laicità della società più del riunirsi in non segrete catacombe. Con il suo discorso, Wright dimostra infatti che l'invisibilità non gli ha impedito di raggiungere un'idea della separazione fra stato e chiesa assai più alta e convincente di quella di tanti rappresentanti delle chiese visibili, inclusa la cattolica. Ecco, ad esempio, che cosa egli dice dei rapporti con Obama: 'Politicians say what they say and do what they do based on electability, based on sound bites, based on polls, Huffington, whoever's doing the polls. Preachers say what they say because they're pastors. They have a different person to whom they're accountable. [...] I do what pastors do. He does what politicians do.' Né l'invisibilità ha fatto di lui un settario: il suo ideale è al contrario la 'theology of reconciliation.' Obama, il candidato nero che parla come un bianco (la definizione, forse ironica nelle intenzioni, è di John Judis - Contropagina del 28/2/08), è un non casuale prodotto di questa scuola. Il motivo per cui l'immagine pubblica del reverendo non corrisponde alle sue parole va ricercato nella vocazione alla censura dei grandi mezzi di informazione. Per questi, l'opposizione al regime è sinonimo di provocazione e di antipatriottismo; in realtà, le affermazioni che hanno portato Wright sul banco degli imputati sono solo verità scomode, come spiega Paul Woodward. Il suo puntuale commento riporta anche la dichiarazione con la quale Obama ha preso le distanze dal maestro. E' stata quella del candidato alla "nomination" una decisione opportuna? 'Obama did what politicians do,' si potrebbe rispondere con Wright. L'impressione è però che egli si stia "veltronizzando". Pur non essendo un ammiratore di Wright, Frank Rich suggerisce alcuni temi che Obama avrebbe potuto svolgere per ribaltare le accuse e per denunciare il 'double standard' dei mezzi di informazione nel giudicare i rapporti dei candidati con il mondo religioso: sono dichiarazioni ed episodi che dimostrano il razzismo e l'inciviltà degli esponenti di alcune chiese visibilissime -di "megachurches"- vicine al Partito Repubblicano. Al fenomeno della destra religiosa Damon Linker dedica un commento già eloquente nel titolo. Si tratta della recensione di un libro di Charles Marsh, un aderente alla Chiesa Evangelica, che ritiene la 'politicization of Christianity [...] spiritually disastrous for evangelicalism in the United States.' Il disastro prodotto da questa politicizzazione -'evangelicalism in America has transformed itself into Republican Party propaganda'- Linker lo riassume così: 'It has polarized the nation. It has injected theological certainties into public life. It has led political leaders to invest their aims and their deeds with metaphysical significance. It has made America a laughingstock [zimbello] in the eyes of the educated of the world. And it has encouraged devout believers to think of themselves as agents of the divine, and their political opponents as enemies of God.' In una parola, è il manicheismo, ossia l'essenza del paganesimo, che si è impadronito della Chiesa Evangelica, e da essa si è esteso alla vita politica americana. Bush è l'interprete più fedele di questa tendenza, il sommo sacerdote di un culto idolatrico che identifica 'the United States with Christian revelation.' Per Chris Hedges il fenomeno è aggravato da una parallela tendenza del mondo cosiddetto non credente verso un fondamentalismo laico. Con ciò egli intende 'The belief that human nature can be improved and perfected, that we are moving throughout history toward a glorious culmination,' ossia la fede in un'utopia. La pericolosità di utopisti come Christopher Hitchens, ai cui commenti il Corriere riserva uno spazio generoso, consiste nel fatto che essi, come i fondamentalisti religiosi, 'peddle [spacciano] absolutes,' e credono che 'Those who do not see as they see, speak as they speak and act as they act are worthy only of conversion or eradication.' Il disastro dell'Irak è l'esempio più recente di dove porta questo modo di pensare - ovvero, esportare la democrazia con la violenza è solo una copertura ideologica ad uso degli allocchi. Anche James Carroll vede l''American fundamentalism' estendersi oltre la sfera religiosa. Egli ne dà però una definizione diversa: 'A mark of a fundamentalist mindset is that one's own personal virtue is the ultimate value, [...] that what matters is not outcome, but purity of intent.' Esempio: 'Better the world destroyed than taken over by communism. It's profoundly nihilistic, which is also one of the marks of the fundamentalist mindset.' In questo senso, il fondamentalismo è lo strumento ideologico perfetto per una guerra permanente, come la "long war" contro il terrorismo. Dopo aver collocato l'origine del termine nella storia recente del protestantesimo americano, e dopo aver osservato che l'intreccio tra valori civili e religiosi risale, insieme all'idea di separazione, ai primi insediamenti dei riformatori anglicani nel Massachusetts, Carroll ritorna con lo sguardo ai giorni nostri, quando è nata una nuova religione: 'Human rights, beginning in Jimmy Carter's day, became a new form of American religion. If conservatives go abroad speaking the language of freedom; liberals go abroad speaking the language of human rights. And if we have to destroy a nation so that it can exercise human rights, so be it.' Da Carter a Bush il passo non è poi così lungo; la differenza è che oggi 'The religious tradition of Christian fundamentalism [and] the tradition of American exceptionalism [...] have been brought together.' La situazione è insomma molto più compromessa. Come se ne esce? La soluzione non può venire dall'esterno: 'Religion and politics, religion and military power, are a deadly mix in an age of weapons of mass destruction; and, if the United States of America gets this wrong, there's no reason to think anybody else is going to get it right.' Ci vorrebbe un Gorbaciov, dice Carroll; un presidente, aggiungiamo, del quale si potesse dire che oltre ad aver smantellato il "military-industrial complex", si è rifiutato di ricevere alla Casa Bianca un 'fundamentalist Pope' (parola di Carroll). continua |
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giovedì 01 maggio 2008 |
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Martin Wolf lo crede. Per un analista colto, le crisi economiche sono sempre occasioni di purificazione, mestruazioni epocali che permettono di tornare alla condizione originaria. La crisi alimentare di oggi non fa eccezione, e cogliere l'occasione significa liberare il 'farm sector' da una 'plethora of damaging interventions.' Dunque, la ricetta è più mercato e meno 'protection, subsidies and other such follies.' Sulla stessa linea è l'economista Tyler Cowen che però, a differenza di Wolf, prova a spiegare perché gli interventi protezionisti siano all'origine degli anomali rialzi dei prezzi. L'esempio è quello del riso. Innanzitutto i termini del problema: 'In commodity markets, it’s not uncommon for high demand to cause sharp increases in prices; [...] The question is whether supply, and trade, can grow to offset market tightness.' In questo senso, la prima anomalia è data dal fatto che 'Only about 5 to 7 percent of the world’s rice production is traded across borders;' ciò significa che 'the trade in rice doesn’t flow to the places of highest demand.' La seconda è contenuta in una previsione della FAO: 'The more telling figure is that over the next year, international trade in rice is expected to decline more than 3 percent, when it should be expanding.' I prezzi internazionali resteranno pertanto alti. Entrambe le anomalie sono determinate dalle restrizioni all'esportazione, di recente rafforzate in alcuni paesi. Meno chiara è invece la motivazione dell'aggettivo "pernicious", con il quale Cowen qualifica in generale gli effetti a lungo termine dei sussidi alla produzione agricola nei paesi sviluppati. Egli scrive infatti: 'the protected rice from wealthy countries is simply too expensive to alleviate hunger in very poor countries.' Prezzi sovvenzionati troppo alti? Ma non è l'opposto di ciò che sostengono i liberoscambisti come lui? Bisogna perciò immaginare che per Cowen la politica dei sussidi abbia tutti i difetti possibili: i prezzi che ne risultano sono al tempo stesso troppo alti per i poveri, e sufficientemente bassi da scoraggiare la produzione locale, quindi la concorrenza che sola può garantire nel lungo termine il miracolo di riso a buon mercato per tutti. Parole altrettanto confuse provengono purtroppo dalle Nazioni Unite dove, al termine di una riunione straordinaria dei capi di 27 agenzie con il segretario generale, è stato emesso un comunicato che tra le cause della 'dramatic escalation in food prices worldwide' indica a pari titolo le 'export restrictions' e i 'trade distorting subsidies.' Il fatto che nel breve termine, ossia entro l'orizzonte temporale che interessa alla maggioranza dei mortali, quelle riducano l'offerta e questi l'aumentino, è evidentemente giudicato irrilevante. Un'altra affermazione sorprendente che si legge nel comunicato è la seguente: 'Escalating energy, fertilizer and input prices are leading farmers to plant less in the coming season and will lead to even more severe food shortages in the coming year.' Anche ai prezzi maggiorati di oggi è davvero poco conveniente coltivare cereali? Assai più credibile è la previsione dell'International Grains Council (IGC), di cui riferisce Annie Launois: 'The IGC forecasts world wheat production to reach 645m tons in the 2008/09 season, up from 604m tons in 2007/08.' Da un organo di governo ci si dovrebbe aspettare fiducia; dalle Nazioni Unite proviene invece un senso di smarrimento, come se esse fossero espressione del mondo contadino, e dei i suoi timori. Anche i ricchi agricoltori americani hanno qualcosa di cui lamentarsi; le loro preoccupazioni derivano dal fatto che coprirsi dalle fluttuazioni di prezzo con vendite a termine è diventato molto più rischioso e costoso. La causa è la speculazione finanziaria che ha invaso il campo: 'Crops and raw materials have become an asset class that institutions use to an increasing extent,' scrive Jeff Wilson citando Soros. Se la speculazione si limitasse a creare bolle che si gonfiano e sgonfiano, ossia ad accrescere i rischi per l'agricoltore americano, si potrebbe capire perché il comunicato delle Nazioni Unite non ne parli. Ma così non è; in realtà, essa produce gli effetti più gravi nei paesi in via di sviluppo. Considerando questo aspetto, David Roche sottolinea la responsabilità delle autorità americane che alla speculazione forniscono la materia prima, la liquidità: 'Ironically, one consequence of the Bernanke-Greenspan liquidity cornucopia is to make a recession, if not actual social instability, more likely in the developing world.' In altre parole, gli Stati Uniti scaricano i propri problemi sui paesi poveri. E l'ONU non ha niente da dire. Una risposta adeguata alle pulsioni liberiste degli economisti viene dal ministro dell'Agricoltura francese, Michel Barnier. In un'intervista al Financial Times, ripresa da EUobserver, egli afferma che la crisi attuale dimostra la preveggenza della politica agricola europea (CAP), e che essa è quindi un modello da esportazione. Il suo affondo non risparmia l'organizzazione del commercio: 'He expressed doubts on whether the current key international trade forum managed by the World Trade Organisation (WTO) is the "right place to discuss the relationship between food and agriculture".' Una posizione condivisa dal Center for Global Development (CGD): 'The initiative for a New Deal on Hunger must come from elsewhere.' Diversa da quella di Barnier è tuttavia l'opinione degli esperti del CGD sulla CAP; nonostante ciò, essi ritengono che la sua rimozione non sia tra le priorità del momento. In cima alla lista delle pratiche da eliminare ci sono 'all forms of subsidies to biofuels that compete with food production;' e il dito è puntato verso gli Stati Uniti. Anche per la Banca Mondiale il dirottamento dei cereali alla produzione di carburanti è al primo posto tra le cause del rialzo dei prezzi degli alimentari: 'most scenarios of increased use of bio-fuels imply substantial trade-offs with food prices.' Una difesa prudente della politica europea in materia è oggetto del commento del commissario Peter Mandelson: 'European biofuel production is having only a minimal effect on global prices [...] A sustainable policy means thinking carefully before we encourage farmers to use limited land resources to grow fuel instead of food.' La visione più completa ed equilibrata dei pro e contro, e delle prospettive della produzione di agrocarburanti, emerge dalle risposte al questionario che Le Monde ha sottoposto all'esperto Jean-Christophe Bureau. Tra i potenziali pro c'è anche il contributo alla stabilizzazione dei prezzi agricoli: 'les agrocarburants peuvent sans doute aider le secteur agricole si ses prix mondiaux baissent.' Dopo la risposta politica e polemica di Barnier, Dani Rodrik riporta il discorso sul terreno dell'analisi economica. Oggetto della sua critica è l'idea che il "free trade" porti comunque in dote prezzi più bassi: 'When a country opens up to trade (or liberalizes its trade), it is the relative price of imports that comes down; by necessity, the relative prices of its exports must go up! Consumers are better off to the extent that their consumption basket is weighted towards importables, but we cannot always rely on this to be the case.' Poi fa l'esempio dell'Argentina, che Monte Reel racconta nei particolari: 'Consider your typical Argentinian, who consumes a lot of wheat and beef. Since these are export products for Argentina, free trade implies a rise in the relative price of the Argentine consumption basket.' Diverso è il caso degli Stati Uniti che importano molto più di quello che esportano: 'Of course, if you are running a huge trade deficit like the U.S., you can have cheaper prices all around—for all to go on a consumption binge as long as the party lasts.' La distinzione di Rodrik fa capire che i modelli scolastici non funzionano, e che alla fine è sempre necessaria una decisione politica, a favore di una classe o dell'altra, dell'integrazione o dell'isolamento. I modelli non funzionano soprattutto quando non hanno alcuna base sperimentale, come quello dell'economia neoclassica oggi in voga. Scrive in proposito Robert Nadeau: 'The strategy used by the creators of neoclassical economics was as simple as it was absurd — the economists copied the physics equations and changed the names of the variables. [...] Several well-known mid–19th century scientists told the economists that there was no basis for substituting economic variables for physical variables in the equations of the theory in physics. But the economists did not appreciate how devastating this criticism was and proceeded to claim that they had transformed the study of economics into a scientific discipline comparable to physics.' Neppure contò il fatto che dopo pochi anni la teoria fisica da cui erano state tratte le equazioni si dimostrò completamente sbagliata. Morale : 'In what is surely one of the strangest chapters in the history of Western thought, the origins of neoclassical economics were forgotten, the claim that neoclassical economic theory is scientific was almost universally accepted, and subsequent generations of economists disguised the existence of the unscientific axiomatic assumptions in this theory under an increasingly complex maze of mathematical formalism.' Errare humanum... perseverare ideologicum. - M. Wolf, Food crisis is a chance to reform global agriculture [FT]
- T. Cowen, Freer trade could fill the world's rice bowl [The New York Times]
- UN Press Statement [World Food Programme]
- A. Launois, Record world wheat production forecast in 2008/09 [Food]
- J. Wilson, Wall Street grain hoarding brings farmers, consumers near ruin [Bloomberg]
- D. Roche, A sucker's rally [The Wall Street Journal]
- L. Kubusova, EU should export not change its farm policy [EUobserver]
- N. Birdsall e A. Subramanian, Trade policy for a New Deal on Hunger [Center for Global Development]
- Rising food prices: policy options and World Bank response [World Bank]
- P. Mandelson, Keeping the crop in hand [Guardian]
- Débat avec Jean-Christophe Bureau [Le Monde]
- D. Rodrik, Does free trade bring lower prices? [Dani Rodrik's weblog]
- M. Reel, Argentina tries to reconcile exporting food with prices at home [Washington Post]
- R. Nadeau, Mainstream economics and the environmental crisis [Scientific American]
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giovedì 24 aprile 2008 |
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...ossia, si possono gettare altri soldi nel pozzo senza fondo dell'Alitalia, purché lo si faccia in nome del nord, della bandiera, della libertà e dell'antipolitica. Il Corriere vedrà nel suo azionista Ligresti il nesso con i principi dell'economia di mercato, e spiegherà come la bontà di questa decisione sia comunque garantita dalla fedeltà di Berlusconi all'America e a Israele ; e i voti arriveranno. Anche questa è democrazia; così sembra pensarla fra gli altri Robert Kagan, per il quale democrazia e autocrazia sono le forze che si contendono il futuro dell'umanità. Nella sua visione, esse non sono soggette al divenire, pertanto è sbagliato aspettarsi che l'una converga nell'altra, o che tra le due possano esservi zone grigie, passaggi e contaminazioni: 'the grand expectation that the world had entered an era of convergence has proved wrong.' Ci sarà dunque scontro: 'the new era, rather than being a time of "universal values," will be one of growing tensions and sometimes confrontation between the forces of democracy and the forces of autocracy. [...] The great fallacy of our era has been the belief that a liberal international order rests on the triumph of ideas alone, or on the natural unfolding of human progress.' E la prima vittima è l'idea stessa di legalità internazionale: 'To those who share this liberal faith, foreign policies and even wars that defend these principles, as in Kosovo, can be right even if established international law says they are wrong.' Il bersaglio strumentale di Kagan è la teoria della fine della storia di Fukuyama, secondo la quale 'At the end of history, there are no serious ideological competitors left to liberal democracy.' Egli definisce deterministica questa teoria; al contrario, la lotta fra i titani d'Oriente e d'Occidente rientrerebbe in una visione aperta della storia, per la quale l'esito non è scontato. L'apertura però è solo apparente, perché nella rappresentazione di Kagan democrazia e autocrazia sono appunto figure mitologiche, e alla fine uno dei due contendenti è destinato a prevalere. Come nella mitologia classica, sono le passioni e gli impulsi, più che le idee chiare e distinte, ad animare la storia; la differenza è che oggi i timori e le paure sono ingredienti di una propaganda il cui obiettivo è isolare e indebolire la Cina e la Russia, i due ostacoli che impediscono all'America il pieno esercizio dell'impero. Trattandosi di propaganda non è necessario andare tanto per il sottile, così da un lato tutto è democrazia, da Zapatero a Berlusconi, dalla Scandinavia all'Irak occupato; dall'altro, c'è un fronte altrettanto omogeneo che si consolida. Infatti, 'in today's world, a nation's form of government, not its "civilization" or its geographical location, may be the best predictor of its geopolitical alignment.' Cos'abbiano in comune il governo della Cina e quello della Russia non è facile da capire: l'uno è espressione del partito unico, l'altro del carisma di una persona; l'uno è promotore del più straordinario processo di modernizzazione della storia, l'altro deve le sue fortune in gran parte al boom delle materie prime di cui il paese è esportatore; l'uno cavalca spregiudicatamente il cambiamento sociale, l'altro ha un orientamento conservatore, e cerca l'appoggio della Chiesa Ortodossa (per Clifford Levy si tratta di un'alleanza per combattere la penetrazione delle chiese protestanti di origine americana - se così fosse, si dovrebbe parlare di santa alleanza!). Sostenere poi che gli interessi, la storia e la cultura non contino, è francamente un'offesa all'intelligenza del lettore. Se Kagan fosse Berlusconi potrebbe almeno dire di essere stato frainteso. Più saldamente fondato, sebbene non privo di audacia, è lo scenario presentato da Parag Khanna. Innanzitutto, egli invita gli Stati Uniti a non ascoltare i militaristi alla Kagan, quindi ad abbandonare i propositi bellicosi, e a prendere atto che 'the only direction to go from the apogee of power is down.' Sono parole non particolarmente originali, ma il loro valore aumenta se a pronunciarle è uno storico illustre come Arnold Toynbee, il quale qualche decennio fa osservò che il 'Western imperialism united the globe, but it did not assure that the West would dominate forever -- materially or morally.' L'indebolimento finanziario è il segno più evidente che l'apogeo è stato superato: 'America was never all powerful only because of its military dominance; strategic leverage must have an economic basis.' Khanna prospetta poi un mondo tripolare. La sorpresa è l'Europa che non solo occupa uno dei vertici, ma ha la forza di attrarre a sè la Russia: 'Europe, while appearing to be bullied by Russia's oil-dependent diplomacy, is staging a long-term buyout of Russia.' Che la Russia si senta più vicina all'Europa che all'autocrazia cinese non sono solo i legami culturali e la politica estera di Putin a farlo pensare; Khanna ritiene giustamente significativo anche il fatto che i russi lascino la Siberia, e al loro posto arrivino 'hundreds of thousands of Chinese, literally gobbling up, plundering, outright buying and more or less annexing Russia's Far East for its timber and other natural resources.' Nello stesso tempo, non si vede chi in Europa abbia oggi una strategia di lungo termine per annettere la Russia; essa purtroppo resta per ora confinata nel regno della fantasia di qualche "E.U. official". Gli articoli di Kagan e di Khanna sono sintesi di libri appena usciti; entrambi ispirano a Ian Buruma una recensione severa. Il primo, perché gli ricorda il pensiero dei conservatori tedeschi tra le due guerre mondiali, i quali vedevano un mondo 'animated by what the ancient Greeks called thumos, “a spiritedness and ferocity in defense of clan, tribe, city, or state.” Here such phrases as “national destiny,” shaped by history and blood, have a congenial home.' Il secondo, perché esprime l'adesione dell'autore alla via asiatica, ossia a un sistema alternativo alla democrazia liberale, che ha il suo modello in Singapore. La conclusione di Buruma è che la democrazia 'would be a far more persuasive model than Chinese or Russian autocracy if some of its main proponents were less eager to believe that the open society comes out of the barrel of a gun [dalla canna di un fucile].' Uno scenario al tempo stesso meno astratto dell'"international liberal order" fondato sulle democrazie, ma più ambiguo del multipolarismo, è quello proposto da Richard Haass, la "nonpolarity". In sostanza, gli Stati Uniti riconoscono da un lato il loro "relative decline", e dall'altro il fatto che 'great-power rivals have not emerged.' Ma poiché 'systems consisting of a large number of actors tend toward greater randomness and disorder in the absence of external intervention,' sarà comunque necessario 'building and mantaining a larger military, one with greater capacity to deal with the sort of threats faced in Afghanistan and Iraq.' Le spinte alla guerra che in misura diversa emergono dagli scritti di Kagan e di Haass non dovrebbero sorprendere Ronald Findlay e Kevin O'Rourke, due economisti che sui rischi di guerra associati allo sviluppo del commercio internazionale e alla globalizzazione hanno scritto un libro. Che cosa insegna la storia? Purtroppo, niente di confortante: 'In the light of history, it would be foolish to assume that present day trends will automatically persist into the future.' I problemi sono infatti gli stessi del passato: 'The international system has historically done a pretty poor job of accommodating newcomers to the Great Power club. [...] Interdependence implies vulnerability, and vulnerability can lead to fear, with unpredictable consequences, as Anglo-German rivalry in the run-up to the Great War and Japanese reactions to the Great Depression and Smoot-Hawley both indicate.' Il rimedio dovrebbe essere lo sviluppo del multilateralismo; sarà però utile anche ricordare ciò che disse Norman Angell, poi Premio Nobel per la Pace, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: 'A major conflict is now unthinkable.' |
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giovedì 17 aprile 2008 |
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...ma poi bisogna vedere gli effetti. E questi non sono belli. Per un verso, il metodo Veltroni, chiarendo i rapporti di forza all'interno del centro-sinistra, ha posto le basi per alleanze più solide. Per un altro, con 12 milioni di voti, più o meno gli stessi dell'Ulivo nel 2006, il PD solo in apparenza ha ottenuto un buon risultato; in realtà, ha mascherato la perdita di consensi con i voti sottratti agli ex alleati, e ha contribuito all'indebolimento del centro-sinistra che nel suo insieme ha perso 3,5 milioni di voti. Alla luce di questi dati, non si può dire che la presa di distanza dal governo Prodi -di Veltroni come degli altri partitini- abbia pagato; essa si è dimostrata nient'altro che una mossa vile, o un tentativo goffo di rifarsi la verginità. Né ha pagato, nel caso del PD, una propaganda di genere berlusconiano, capace soltanto di rendere evidente il vuoto ideale e programmatico nel quale il partito è nato. Adesso non resta che incrociare le dita; sul futuro del Paese peseranno, oltre che l'incapacità di concepire l'interesse pubblico del nuovo presidente del Consiglio, la discordia che lui stesso ha seminato, e l'avversa fortuna che sembra contraddistinguerlo come uomo di governo. Questa fa pensare che i problemi dell'economia mondiale non siano risolti e che vadano quindi prese sul serio le parole del comunicato del G-7: 'near-term global economic prospects have weakened.' Il dubbio irriverente nei confronti del consesso dei ministri delle finanze è dovuto all'impressione che queste riunioni, come quelle annuali del Fondo Monetario Internazionale (IMF), abbiano ormai solo la funzione di amplificare le paure o le euforie del mercato. L'impressione diventa sospetto motivato quando si legge il commento di Hector Torres. Esso chiarisce infatti la ragione dell'apparente inconsistenza delle istituzioni internazionali: sul banco degli imputati dovrebbero esserci gli Stati Uniti, ma nessuno osa chiamarli. Torres considera il caso dei mutui "subprime", che ha fatto esplodere la crisi finanziaria in corso: 'The IMF began to take notice only in April 2007, when the problem was already erupting, but there was still no sense of urgency. [...] So its failure to press the United States to redress the mortgage-market vulnerabilities that precipitated the current financial crisis indicates that much remains to be done.' Neppure il mercato dei cambi sembra dare peso alle dichiarazioni dei ministri: in altri tempi un'affermazione come questa -'Since our last meeting, there have been at times sharp fluctuations in major currencies, and we are concerned about their possible implications for economic and financial stability. We continue to monitor exchange markets closely, and cooperate as appropriate.'- avrebbe determinato almeno un sussulto del dollaro. Questa volta niente, e solo il Wall Street Journal vi ha visto il segnale di una possibile inversione di tendenza; l'editorialista è tuttavia consapevole che la prima mossa -cambiare 'its weak-dollar policy'- tocca alla Federal Reserve. Succederà come nel 1979, quando la svolta di Volcker sanzionò la fine di un decennio di debolezza del dollaro, e di inflazione? E' improbabile. Lo stesso giornale ospita un commento che trent'anni fa avrebbe respinto; in esso si chiede infatti la monetizzazione del debito, ossia l'inflazione - 'to print money to help stabilize housing prices and financial markets.' Il motivo per pubblicarlo è stato forse l'appartenenza dell'autore all'American Enterprise Institute, uno dei pensatoi più influenti del militarismo USA; in ogni caso, si tratta di un segno dei cambiamenti avvenuti dall'era Volcker. Di questi, due in particolare vanno messi in evidenza: la posizione finanziaria degli Stati Uniti è molto peggiorata, mentre il primato militare si è rafforzato, e con esso il potere del "military-industrial complex". Sono sviluppi legati l'uno all'altro: da un lato, una spesa militare ai livelli più alti del dopoguerra svuota le casse dello stato e spinge il paese a indebitarsi, dall'altro la forza delle armi appare sempre più necessaria per mantenere lo status imperiale, compreso il privilegio di abbassare i tassi di interesse anche quando, come nelle settimane scorse, il dollaro scende. "Pentagon capitalism" è il nome che Michael Hudson, uno dei rari economisti che prestano attenzione al debito estero e alla spesa militare, dà a questo circolo vizioso. E' il tipico processo che porta alla caduta degli imperi e dei banchieri che li finanziano. Ciò che distingue gli Stati Uniti è che la crisi nasce non dal debito pubblico, ma da quello delle famiglie, che è a livelli assai più rischiosi. Il debito privato ha infatti surrogato quello pubblico nel sostegno dei consumi. Gli investitori -in primo luogo le banche centrali dei paesi creditori, che ne hanno acquistati per 2.500 miliardi di dollari- sono così indotti a credere, osserva Hudson, che i buoni del Tesoro americano siano carta della migliore qualità - da tre A, come stabiliscono le agenzie di "rating". In realtà, 'The U.S. Government itself turns out to be the world's largest subprime debtor.' L'affermazione di Hudson può sembrare paradossale, ma il meccanismo di scambio di buoni del Tesoro contro titoli ipotecari messo in atto dalla Federal Reserve è una dimostrazione di ciò che potrà accadere. Il sostegno dei consumi per mezzo della riduzione delle imposte, e dei tassi di interesse è funzionale all'accettazione da parte dei cittadini delle ambizioni imperiali e delle guerre che ne conseguono. Frank Rich esamina il risvolto psicologico di questa complicità nel caso attuale della guerra all'Irak. Innanzitutto il fatto: 'Most Americans don’t want to hear, see or feel anything about Iraq, whether they support the war or oppose it. They want to look away, period, and have been doing so for some time.' Rich vede in questo atteggiamento la manifestazione di un senso di 'collective shame [vergogna],' da non confondere, precisa, con la 'collective guilt [colpa].' E la motivazione della vergogna è nelle parole di un senatore repubblicano: 'The truth of the matter is that we haven’t sacrificed one darn bit in this war, not one. Never been asked to pay for a dime, except for the people that we lost.' A pagare il conto, direbbe Hudson, ci pensano i cinesi. Come il ragazzino sorpreso con le dita nella cioccolata, gli americani insomma arrossiscono e guardano altrove. L'inflazione è il fattore che può interrompere definitivamente questo circolo vizioso. Essa stessa ne è almeno in parte una conseguenza, perché il dollaro debole è tra le cause del rialzo delle materie prime, del riso e dei cereali. Se la Federal Reserve ha altre priorità -contenere la crisi finanziaria e evitare il crollo dell'economia- l'onere di contrastare il rialzo generalizzato dei prezzi cade sulle spalle di banche centrali come la BCE e la PBC, la banca cinese. E il loro successo sarebbe un passo importante verso nuovi equilibri mondiali. Il problema è che lo strumento monetario questa volta non è sufficiente: come si sa, le spinte sui prezzi provengono in buona parte, oltre che da una domanda in crescita, da un'offerta -in particolare quella di petrolio e di prodotti agricoli- condizionata da limiti naturali e dai cambiamenti climatici. Un'ulteriore complicazione è data dal fatto che 'Previous energy transitions (wood to coal and coal to oil) were gradual and evolutionary; oil peaking will be abrupt and revolutionary.' A fare questa affermazione è niente meno che il governo americano in un rapporto del ministero dell'Energia citato da Joseph Romm, il quale aggiunge: 'The same central point is true about global warming. If we want global carbon dioxide emissions to peak and start declining, the planet will need to start aggressive mitigation policies two decades in advance.' Ci aspetta dunque una nuova fase di ristrutturazione produttiva e di riorganizzazione distributiva. Chi ne uscirà vincitore? e sarà una vittoria pacifica? Alla prima domanda si può rispondere che Stati Uniti, Europa e Giappone sono probabilmente più avanti nelle tecnologie, ma la Cina cavalca con più fiducia e determinazione i cambiamenti produttivi e sociali. Ne è prova un tasso di crescita della produttività superiore al 7% annuo - un traguardo irraggiungibile senza un continuo processo di ristrutturazione. La Cina sembra dunque in "pole position"; Tremonti e Berlusconi dovranno prenderne atto e possibilmente trarne i dovuti insegnamenti. Per l'economista Dean Baker, occorre poi riconoscere che la 'one-child policy has probably been the most successful environmental policy in the history of the world.' Per la risposta alla seconda domanda, alla prossima puntata. |
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giovedì 10 aprile 2008 |
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'Politically, the NATO summit was a fiasco.' Non è un giudizio sorprendente quello dello Spiegel; quando il motto è 'postpone, adjourne and just don't argue,' ossia quando non si sa cosa dire, c'è poco da sperare. Né è sorprendente che il settimanale tedesco affermi che 'it was Russia that dominated the meeting in Bucharest.' Putin, di argomenti ha dimostrato infatti di averne; basta leggere il resoconto della conferenza stampa. Il presidente russo ha subito affondato il dito nella piaga: 'The lack of clarity concerning the prospects for NATO’s transformation makes it hard to build trust.' Poi ha affrontato le questioni più scottanti. Il primo colpo è per il sistema di difesa antimissile: se è vero che esso non è rivolto contro la Russia, perché, si chiede Putin, non farne un progetto comune, quindi 'first examine the missile threat; secondly, together build a strategic missile defence structure for the future; and, thirdly, provide equal, democratic access to everyone in charge of it, namely the United States, Russia and Europe?' La corsa al riarmo offre al presidente russo lo spunto per il secondo affondo: la Russia è accusata di essere poco conciliante, ma 'It wasn't us who withdrew from the Anti-Ballistic Missile Treaty.' E se essa ha deciso di sospendere l'applicazione del CFE (Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa), dopo aver proceduto secondo gli accordi a ridurre 'the number of its own troops on its own territory,' è perché i membri della NATO 'didn't even ratify it!' Il botto finale è per l'allargamento: 'We have withdrawn our troops deployed in eastern Europe, and withdrawn almost all large and heavy weapons from the European part of Russia. And what happened? A base in Romania, where we are now, one in Bulgaria, an American missile defence area in Poland and the Czech Republic. That all means moving military infrastructure to our borders. Let's talk about it directly, honestly, frankly, cards on the table. [...] The claim that this process is not directed against Russia will not suffice. National security is not based on promises - Bismarck said that in such matters what is important is not the intention, but the capability. And the statements made prior to the bloc's previous waves of expansion simply confirm this.' Il tono polemico di queste citazioni non deve però trarre in inganno. Putin non accetta il ruolo di antagonista; sebbene i sospetti suscitati da un'organizzazione militare della quale non si capisce la ragion d'essere siano più che legittimi, egli non chiede lo scioglimento preventivo della NATO. Il suo è stato un discorso aperto alla ricerca di "common denominators", per usare l'espressione della conferenza stampa di Soci, dopo l'incontro con Bush. Qui la volontà di sviluppare a tutti i livelli i rapporti con l'Occidente è apparsa ancor più chiara; anzi il tono è stato fin troppo conciliante. Sul piano formale, a Soci c'è stato, complice Bush, un vero e proprio sbracamento: i due presidenti si sono infatti chiamati per nome come vecchi amici, si sono scambiati pacche sulle spalle, e hanno ballato. Ci si può chiedere cos'abbia determinato un così forte aumento di calore umano a Soci rispetto a Bucarest, e se allo scambio di effusioni sia corrisposto un progresso significativo nelle relazioni fra i due paesi, e verso un sistema internazionale fondato sulle regole concordate nell'ambito delle Nazioni Unite. La risposta alla prima domanda è almeno in parte nella chimica dei sentimenti, quindi indeterminata: come si fa a spiegare la simpatia per un Bush o per un Berlusconi? In parte è nei calcoli della diplomazia; da questo punto di vista, i giochi di Putin appaiono più trasparenti di quelli di Bush. Sia a Bucarest, dove gli interlocutori erano in prevalenza leader europei incapaci di decidere autonomamente, e dove i toni sono stati più duri, sia a Soci, gli obiettivi del presidente russo erano gli stessi: convincere della bontà delle proprie intenzioni, e sviluppare la cooperazione internazionale. Bush invece, a Bucarest, a Kiev, a Zagabria ha fatto discorsi che mal si conciliano con la cordialità di Soci. La combinazione di dichiarazioni di amicizia e di impegni solenni con una politica nei fatti ostile ricorda i rapporti fra Bush -più in generale, i presidenti americani- e i leader palestinesi. Anche in quel caso, ogni incontro è prodigo di promesse, strette di mano e abbracci, poi tutto resta come prima, anzi peggio. Contribuisce al ricordo il nome, "roadmap", con cui nel gergo degli addetti ai lavori è stato chiamato il documento firmato a Soci, la Strategic Framework Declaration. Il valore di questo documento, che esprime l'ambizione di 'moving the U.S.-Russia relationship from one of strategic competition to strategic partnership,' è dunque dubbio. L'impressione che a Soci sia avvenuto qualcosa di "déjà vu" è rafforzata dal precedente del vertice NATO-Russia di Pratica di Mare. Scrive in proposito Sergio Romano: 'Se «Nato-Russia» avesse risposto alle aspettative di Pratica di Mare non vi sarebbero stati i malumori e le divergenze che hanno incrinato in questi ultimi tempi i rapporti russo-americani. Ma la presidenza Bush, negli anni seguenti, preferì puntare sulla vecchia Nato e ne fece uno strumento per l'allargamento dell'influenza americana all'Europa centro-orientale.' La conclusione di Romano è ineccepibile: 'la Nato com'è oggi (e a maggior ragione se includerà altri Paesi dell'Europa orientale) nuoce ai rapporti dell'Unione Europea con la Russia ed è un inutile fattore d'instabilità per gli equilibri del Continente.' Giudizi lapidari sulla NATO provengono anche da Oltreatlantico. James Carroll ricorda che George kennan definì l'allargamento 'the most fateful error of American policy in the entire post-Cold War era.' Per Anatol Lieven, l'Alleanza sopravvive grazie a tre forme di infantilismo: 'In the United States, the infantile illusion of omnipotence, [...] in much of Western Europe, the infantile syndrome of dependence on the United States, [...] and in Eastern Europe, an infantile obsession with historical grudges against Russia.' Daniel Larison, uno studioso di Bisanzio, si chiede: 'How much longer before a NATO with nothing to do becomes Europe’s military police force?' Forse ci siamo già; la Yugoslavia è stata il banco di prova. L'editoriale del Boston Globe si concentra sul sistema di difesa antimissile, definendolo 'a foolish venture.' Pertanto, 'Bush's failure to win Russia's acceptance of the missile defense system may turn out to be the healthiest result of the summit.' Noi europei dovremmo essere i primi a ringraziare. Oltremanica, nell'editoriale dell'Independent, si respira invece l'aria pesante dell'ex impero colonizzato: 'Britain was right to confront Russian skullduggery [malafede] over the poisoning of Alexander Litvinenko, just as it has taken a commendable lead in confronting Russia's bullying of the Baltic states. But different times call for different tactics and, as the US-Russian relationship become more realistic, it is right that Britain takes stock.' La difesa che il quotidiano fa della giustizia inglese è doppiamente fuori luogo: primo, perché si suppone che i magistrati non agiscano su direttiva del governo; secondo, perché l'indagine sulla morte di Litvinenko presenta aspetti forse più scandalosi di quella che portò al verdetto di suicidio nel caso di Roberto Calvi. Paul Craig Roberts riferisce in proposito le conclusioni cui è arrivata l'inchiesta del giornalista Edward Jay Epstein. L'ultima domanda sarebbe per Bush: che cosa impedisce al "commander in chief" della superpotenza di evitare di dare così evidenti segnali di impotenza, come quando alle dichiarazioni di fiducia e di amicizia per Putin fa seguire una politica ostile nei suoi confronti, o quando, peggio ancora, non è in grado di mantenere nessuna delle pur minime e ripetute promesse fatte ai palestinesi? Visto che la sua risposta è improbabile, ognuno è libero di dare la propria. La nostra è: sono le lobby, quella degli armamenti -il "military industrial complex"- in particolare. In altre parole, non sono le minacce a tirare la spesa militare, ma questa quelle. Gli economisti direbbero: l'offerta crea la domanda. La cosiddetta guerra al terrorismo ne è la perfetta applicazione; la caccia alla banda Bin Laden si è via via allargata fino a diventare ' the second priciest conflict in U.S. history in inflation-adjusted terms.' Ad affermarlo è Veronique de Rugy, la cui analisi dimostra che la spesa del Pentagono non solo è il doppio del bilancio ufficiale, ma ha prodotto danni estesi, complice il parlamento, alle maglie dei controlli della finanza pubblica. E al parlamento è rivolta la sua conclusione: 'The Democratic Congress could use the immense cost of the Iraq and Afghanistan wars as leverage for some long-overdue waste cutting at the Pentagon. Alternatively, Congress could decide that $1 trillion for defense is worth every penny and instead make some long-overdue compensatory reductions on the domestic side of the budget.' Una raccomandazione rigorosa che la crisi finanziaria rende ancor più stringente; per un parlamento responsabile "tertium non datur". |
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giovedì 03 aprile 2008 |
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Non è escluso che il famoso pronunciamento del direttore del Corriere a favore dell'Ulivo, oltre a causargli una perdita di lettori, abbia prodotto l'effetto contrario, ossia abbia contribuito ad assottigliare il margine del successo di Prodi. Anche per questo dubbio, nessuno sentirà la mancanza dell'"endorsement" di Mieli a Veltroni. Esso sarebbe tanto più incomprensibile ora che il Corriere, dopo aver condotto la fronda al governo in nome di non si sa quale alternativa, non fa che esaltare le gesta di Berlusconi, riproponendone acriticamente la propaganda irresponsabile e grottesca. Di particolare gravità è stato il titolo di prima pagina di sabato scorso - Berlusconi: fermerò Air France. Che cosa collega il poco convinto "endorsement" di due anni fa alla linea anti-Prodi, e a una campagna a favore del candidato di destra? Solo gli amici intimi di Mieli possono forse rispondere a questa domanda; e solo i frequentatori dei salotti possono eventualmente spiegare il suo travaglio politico e intellettuale con i complicati equilibri di RCS. Chi è fuori dai giri non può che fare ipotesi: la nostra è che il personaggio sia stato risucchiato, per così dire, dal vortice dell'atlantismo, e sia quindi arrivato alla conclusione che la sinistra, anche quella di Veltroni e D'Alema, non è sufficientemente fidata. Come il movimento internazionale che sostiene Israele subisce la crescente influenza di un circolo ristretto e reazionario -la lobby che rappresenta lo stato ebraico in America- così l'ortodossia atlantica si sposta sempre più a destra, verso le posizioni del militarismo USA. Sono fenomeni di estremizzazione che segnalano un indebolimento di entrambi gli schieramenti; esso è coperto a malapena dal velo della forza militare e della disinformazione. La pagina dei commenti del Corriere è il principale indizio sul quale si basa la nostra ipotesi; in essa trovano infatti ospitalità pressoché esclusiva gli ideologi di un atlantismo che persegue il disegno di un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti. C'è chi, come Robert Kagan, lo professa con argomenti espliciti, e chi con una propaganda patetica. A questo secondo genere appartengono gli articoli di André Glucksmann e Bernard-Henry Lévy. L'ultimo, a firma congiunta, accessibile solo agli abbonati, ma che i volenterosi possono leggere in lingua originale sul sito di Le Monde, è in questo senso tipico. Patetica è innanzitutto la presentazione dell'espansione della NATO come 'sostegno alle giovani democrazie;' patetico è inoltre il quadro a rose e fiori delle forze politiche al governo in Ucraina e Georgia, i paesi che chiedono di entrare nell'organizzazione. Ma quando gli autori arrivano a parlare di Putin si passa dal genere patetico alla letteratura dell'orrore. Russia, Cina e islamismo sono infatti i tre mostri che Glucksmann e Lévy vedono opporsi al trionfo della democrazia, ossia all'impero americano. Questa visione mitologica, che non si sa quanto derivata dalla "nouvelle philosophie", viene tradotta da Donald Rumsfeld, l'ex titolare del Pentagono, in un linguaggio più rude, ma non meno fantasioso: 'Expanding NATO to Albania, Croatia and Macedonia and building closer partnerships with Georgia and Ukraine would help to assuage any concerns that the alliance no longer has the collective grit for the tough work necessary to overcome the challenges in Afghanistan. All five non-NATO nations currently under consideration -- in contrast with several full NATO members -- have demonstrated willingness to accept NATO responsibilities.' Rumsfeld qui conferma la sua preferenza per la "New Europe", più disposta della vecchia a seguire gli Stati Uniti nelle loro avventure in giro per il mondo: 'All five nations would also bring to NATO an appreciation for the vigilance required to defend liberty. With their peoples' first hand experience of Communist occupation, they see in Islamic extremism the dangers of an all too familiar totalitarian ideology.' A differenza dei due intellettuali francesi, Rumsfeld non maschera la NATO da organizzazione benefica, e vede nell'allargamento, quindi nel reclutamento di forze fresche e disposte a combattere, la via per far uscire l'alleanza dallo stato di coma in cui si trova dalla fine della Guerra Fredda. Per restare sul terreno della filosofia francese, si potrebbe dire che egli è un sostenitore della teoria dell'"élan vital", adattata per l'occasione così: le idee non contano, l'importante è battersi. Le idee di Rumsfeld non escono infatti dal mondo della fantasia per essere sottoposte al vaglio della ragione: la rappresentazione dell'estremismo islamico come ideologia totalitaria ne è un esempio. Un altro è la deduzione implicita che esso possa e debba essere sradicato con le bombe. Oltre che più rude, l'ex segretario alla Difesa è meno impolitico di Glucksmann e Lévy: alla Russia dedica solo una riga -la rinuncia ad aggregare Ucraina e Georgia 'would serve as a green light to Russia to continue the tired rhetoric of the Cold War'- e insiste invece sulla vera priorità, o emergenza che dir si voglia, l'Afghanistan. Sulla stessa linea è l'editoriale del New York Times, che però è più scettico sui benefici dell'allargamento: 'expansion will not cure what ails NATO.' L'interpretazione più "politica" del militarismo atlantico è di Robert Kaplan. Quando le idee e la ragione latitano, è proprio di molti intellettuali ricorrere al termine imperativo. L'esordio di Kaplan sembra essere sotto questo segno: 'an American-European alliance is imperative.' In realtà, dalla lettura dell'articolo emerge un senso assai più "soft" di questa affermazione, che in italiano si potrebbe rendere con: 'l'alleanza è una necessità.' E in stato di necessità non si può guardare tanto per il sottile: 'NATO, two-tiers or not, potentially holds as much value to the United States in the multipolar future as it did in the cold war past. [...] Rather than bully the Germans into doing what they’re not very good at — counterinsurgency — in the violent south of Afghanistan, we should be grateful that they’re doing something they are good at — nation-building — in the relatively peaceful north.' L'allargamento è un'altra dimostrazione dell'utilità di una NATO segmentata, ma viva: 'Eastward expansion acts as a bulwark against a neo-czarist Russia.' Insomma, tutto fa brodo nella visione imperialistica di Kaplan. Come reagisce l'Europa a questa offensiva propagandistica, della quale il Corriere è uno dei veicoli? Dal vertice NATO di Bucarest provengono segnali contraddittori: da un lato, viene detto no a Bush sulla richiesta di avviare la procedura di ammissione per Ucraina e Georgia - ed è confortante che la posizione tedesca sia motivata, come riferisce lo Spiegel, dall'opportunità di non aggravare le tensioni con la Russia; dall'altro, viene approvato il progetto americano di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, che di queste tensioni è causa non secondaria. Più in generale, la risposta europea è deludente, per usare un termine gentile. Dall'ambizioso, almeno nel titolo, documento redatto dai consulenti del nostro Ministero degli Esteri non viene nessun contributo critico sulle ragioni e sugli obiettivi della NATO, né sulla politica internazionale dell'Unione Europea; in entrambi i casi l'approfondimento strategico è rimandato a sedi e tempi imprecisati. Gli esperti si limitano a indicare come l'Italia, con un occhio al Mediterraneo, possa approfittare della segmentazione della NATO e delle geometrie variabili dell'UE. Non meno superficiale è il voluminoso rapporto della Commissione Difesa della Camera dei Comuni. La differenza è che qui viene detto esplicitamente che la NATO ha la priorità sull'UE: 'We believe it is essential that nothing in the Lisbon Treaty undermines the primacy of NATO for its members.' Naturalmente, se l'enfatizzazione del ruolo dell'Alleanza e l'aspirazione a farne un attore globale non sono accompagnate da un contributo analitico adeguato -l'affermazione più profonda è in questo senso la seguente: 'In the post-Cold War world, NATO faces a far more diverse range of security challenges. As a result, NATO's role and purpose is far harder to define.'- l'impressione di velleitarismo e di servilismo che si ricava è ancora più forte. Il programma di Sarkozy per il semestre francese dell'UE prevede come piatto forte la difesa europea. L'intenzione è lodevole, ma il funambolismo del personaggio consiglia la prudenza. Quello che non si capisce è se al presidente francese interessi più un'Europa autonoma, o un maggiore peso della Francia nella NATO. Non si può inoltre trascurare l'obiezione di Open Europe, un sito euroscettico. La proponiamo sotto forma di domanda: 'is the force [la forza europea] likely to be used for missions like the controversial Chad expedition?' Per evitare questo rischio è necessario che siano rafforzati i poteri di controllo delle istituzioni dell'Unione, in particolare del parlamento europeo. Infine, alcuni suggerimenti per i consulenti di D'Alema e di Sarkozy, e per gli sfaccendati membri della Commissione Difesa dei Comuni; li dà Ian Davis, un NATO-entusiasta. Ne scegliamo due: 1) fare attenzione 'to the costs and the technical merit of the missile defense program;' 2) dare priorità a un programma di disarmo nucleare, 'with a view to moving progressively towards the adoption of a non-nuclear weapon security doctrine.' |
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giovedì 27 marzo 2008 |
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Le testimonianze dei reduci dal Tibet, raccolte dal Washington Post, confermano che a Lhasa le violenze sono state opera dei dimostranti, e che esse si sono sviluppate, per così dire, spontaneamente: 'Hundreds of mostly young Tibetans broke up into roaming gangs and attacked Chinese passersby and vandalized shops, killing 19 people and injuring more than 600 over two days.' In altre parole, non è stata la polizia a uccidere, nè a provocare i rivoltosi con le cariche, anzi, 'There was a complete absence of security or any uniformed presence on the street.' Chiarito definitivamente che i fatti del 14 marzo a Lhasa non appartengono al genere della manifestazione pacifica repressa nel sangue, ma della sommossa, e che questa ha mostrato i caratteri della guerra civile -vittima delle violenze è stata infatti la popolazione di etnia Han- si può tentare di analizzarne le cause, e di indicare le risposte più opportune. Un esperto australiano intervistato dal Times vede un 'mix of economic and ethnic factors behind the unrest.' L'economia tibetana negli ultimi sette anni è cresciuta a tassi superiori alla media nazionale -'Beijing has poured billions of dollars into the region over the past three decades to try to develop one of its most backward - and strategically important - corners.'- ma un passo così rapido ha lasciato indietro proprio i tibetani e favorito l'immigrazione: 'Other groups, such as the Han, have moved in and taken opportunities, and that's caused a great deal of tension - particularly among young Tibetans.' Il principale fattore di discriminazione è la lingua: da un lato, 'Young Tibetans speak poor Mandarin,' dall'altro, 'scarcely a single Chinese official in the regional government can speak Tibetan.' L'errore dei cinesi è stato dunque di non aver investito adeguatamente 'in people, in education, in software.' Ma basterà valorizzare la lingua e promuovere l'educazione per conquistare il cuore dei tibetani? L'opinione prevalente è no. Di questo avviso è anche Bingmao, uno studente cinese che sul suo blog scrive: 'The Tibetan problem is complex because Tibetans have strong religious beliefs [...] What kind of measures should the Chinese government take to allow religion and socialism to coexist in this unique land?' Per Bingmao la risposta non può essere la "complete autonomy", perché questa 'would lead the road back to the old system of unity between church and government.' La soluzione non è neppure quella in cui sembra sperare il governo cinese, ossia che la scomparsa prima o poi dell'ultrasettantenne Dalai Lama spiani la strada a un nuovo leader 'who is obedient to the Party.' E' come sperare nell'ignoto. 'Fortunately, the two sides don’t have contradictory goals,' osserva con ottimismo lo studente: 'One side (the Dalai Lama) wants to preserve its religion and culture; the other side (the Chinese government) wants Tibet to remain part of China.' La via è dunque quella del negoziato con il leader tibetano. Se le affermazioni del giovane Bingmao sono fondate, e hanno tutta l'aria di esserlo, l'ostacolo principale all'unica soluzione possibile è la diffidenza. Il servizio del Christian Science Monitor giustifica almeno in parte le riserve di Pechino; esso mette infatti in evidenza le contraddizioni di un personaggio, il Dalai Lama, che interpreta contemporaneamente i ruoli di guida spirituale e di capo di un governo in esilio che nessuno stato riconosce - 'Many of his difficulties are due to the underlying tensions he feels between the two hats that he wears.' C'è poi il precedente di contatti falliti per una mancanza di "political savvy and diplomacy"; il riferimento è al fatto che la delegazione del governo tibetano 'to six rounds of intermittent talks with Beijing since 2002 included no fluent speaker of Mandarin Chinese.' Un profilo critico del Dalai Lama, con un'attenzione particolare al suo successo in Occidente -frutto del quale è una "romantic misconception" del popolo tibetano- è delineato da Pankaj Mishra. Esso è interessante anche per le citazioni di Hannah Arendt a commento di quella che oggi viene chiamata globalizzazione: 'Arendt feared that this new “unity of the world” would be a largely negative phenomenon if it wasn’t accompanied by the “renunciation, not of one’s own tradition and national past, but of the binding authority and universal validity which tradition and past have always claimed.” [...] There are few things that Tibetans lashing out at [che criticano violentemente] the Chinese presence in Lhasa today fear more than absorption into the ruthless new economy and culture of China.' Quando le parti non si fidano l'una dell'altra si rende necessario il mediatore. Chi meglio dell'Europa potrebbe interpretare questo ruolo? Non ha ambizioni imperiali, è nata dal superamento dei nazionalismi, ha nel proprio DNA la laicità. Ma l'Europa è affetta da immaturità cronica, come dimostrano ancora una volta le dichiarazioni dei suoi rappresentanti, riportate dal New York Times. Purtroppo è difficile trovare un aggettivo più gentile di stolto per qualificare l'atto di accompagnare la proposta di inviare una missione in Cina con dichiarazioni che invitano al boicottaggio delle Olimpiadi. O la mediazione, o la pressione; o si agisce responsabilmente, o si resta a rimorchio di un carro la cui direzione non è indicata dal Bush che per ragioni di diplomazia finanziaria annuncia che andrà comunque a Pechino, ma da Robert Kagan che rappresenta il punto di vista degli apparati e delle lobby che sostengono il presidente americano. La Cina, scrive Kagan, 'is also a 19th-century power, filled with nationalist pride, ambitions and resentments; consumed with questions of territorial sovereignty; hanging on repressively to old conquered lands in its interior; and threatening war against a small island country off its coast. It is also an authoritarian dictatorship, albeit of a modern variety.' Pertanto la domanda è: 'can a determinedly autocratic government really join a liberal international order? Can a nation with a 19th-century soul enter a 21st-century system?' La risposta di Kagan è immaginabile: la Cina non è integrabile nel "liberal international order", ergo va tenuta sotto costante pressione diplomatica e militare. Per lui non conta il fatto che la finanza americana si regga ormai grazie al sostegno delle banche centrali dei paesi creditori, in primo luogo la Cina; né ha senso la vergogna per un "liberal international order" che ha prodotto in Irak centinaia di migliaia di morti, cinque milioni di sfollati, la metà dei quali profughi in altri paesi, l'estinzione di una delle comunità cristiane più antiche, il saccheggio e la distruzione di un patrimonio archeologico ineguagliabile per importanza. Fino a quando l'Europa terrà la testa nel sacco? |
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giovedì 20 marzo 2008 |
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Può darsi che si tratti di un capolavoro della censura cinese, resta il fatto che i filmati della rivolta di Lhasa giunti in Occidente ricordano Genova piuttosto che Rangoon, i no-global invece dei monaci birmani. Se il Dalai Lama ha deciso di prendere le distanze dai rivoltosi è forse perché le immagini non sono contraddette dalle informazioni di cui è in possesso. Nelle sue parole -'If things become out of control then my only option is to completely resign'- è possibile leggere anche la disapprovazione per l'operato del cosiddetto governo tibetano in esilio, divenuto negli ultimi giorni il perno della propaganda anticinese nel mondo. Per avere conferma del disaccordo tra Dalai Lama e governo, basta fare un confonto fra il servizio del Guardian e quello del Washington Post. Il primo riporta una dichiarazione il cui significato politico è palese - 'The spiritual leader yesterday reaffirmed that he wanted autonomy for Tibet within China, but not outright independence, which he said was "out of the question".' Il secondo la omette e filtra, per così dire, la minaccia di dimissioni del Dalai Lama con il commento del primo ministro: 'I don't think he has said those words without any qualification or context. [...] His Holiness Dalai Lama has wished that they [i tibetani] remain nonviolent. But it is only a wish. They have to find their own way; we cannot direct them.' L'articolo dà inoltre rilievo alle manifestazioni pro-indipendenza che si svolgono a Dharamsala, la città indiana dove ha sede il governo in esilio, e dove vivono alcune migliaia di tibetani. MK Bhadrakumar commenta così l'attivismo politico che si osserva a Dharamsala: 'The complete coordination with which the apparatus of the Tibetan "government-in-exile" has sprung into high-quality action on the political and propaganda front leaves little doubt that it was at the very minimum anticipating Friday's eruption.' Gli indiani assistono alle manifestazioni dei tibetani con indifferenza - lo stesso sentimento è riservato in generale al buddismo; anche per questo motivo Bhadrakumar giudica inopportuna la decisione del governo di Delhi di essere 'prescriptive on an internal matter of China.' Egli spiega questa decisione con la politica di allineamento alle posizioni americane. Brendan O'Neill non parla esplicitamente di una regia di Washington dietro i moti di Lhasa; sono comunque "elements in the West" ad avere incoraggiato i tibetani, la cui risposta è stata esemplare. Essi si sono infatti organizzati per avere il massimo effetto sull'opinione pubblica internazionale. Vanno in questo senso le scritte in inglese su cartelli e striscioni, a Lhasa come a Dharamsala, e il gonfiamento del numero dei morti ad uso di mezzi di informazione compiacenti. Chi ci guadagna di più da questo scambio di favori? Sicuramente coloro per i quali mettere in difficoltà la Cina è un fine in sè, non semplicemente il mezzo per un risultato aleatorio. E' a questo punto che O'Neill chiarisce l'identità degli "elements in the West": con qualche sorpresa, si scopre che il gruppo non comprende soltanto i falchi del Pentagono, per i quali la Cina è oggi l'avversario strategico, ma si estende dalla destra dei protezionisti alla sinistra degli ambientalisti, più in generale a tutti coloro che non credono più alle parole 'progress, growth, development.' Le Olimpiadi, con la minaccia del boicottaggio, sono l'occasione ideale per tenere sotto pressione la Cina. Vi è tuttavia un altro obiettivo che meglio delle Olimpiadi può spiegare il "timing" della rivolta di Lhasa: le elezioni presidenziali di dopodomani a Taiwan. Qui, fino a una settimana fa, era data per scontata la vittoria di Ma Ying-jeou, il candidato dell'opposizione. Ora il risultato, come spiega l'Economist, è in bilico; il cambiamento di umori è evidentemente dovuto al 'military crackdown in Tibet.' Come Zerlina nel Don Giovanni, l'Economist vorrebbe e non vorrebbe: vorrebbe pronunciarsi a favore di Ma, l'uomo dell'apertura alla Cina e degli industriali, ma i peccati del regime di Pechino lo trattengono. A differenza di Masetto, Frank Hsieh, l'altro candidato, non è però lo sposo. La conclusione è che l'autorevole settimanale va in bianco. Meno problemi ha avuto Jonathan Adams che ha scritto prima di Lhasa. Il suo è un "endorsement" pieno di Ma, anche per una ragione molto pertinente: se vincerà lui, 'locals will also have stepped away from the identity politics that have long divided this island.' All'identità e alle radici ci tiene invece Ed Douglas che per questo giustifica la rivolta tibetana e predica il multiculturalismo: 'It is the risk of difference, of heterogeneity that frightens China.' Anche dopo la morte del Dalai Lama, 'Tibet will still be a country that is ethnically and culturally very different from China.' Questa posizione non impedisce però a Douglas di vedere i meriti della modernizzazione cinese: 'When I first visited Lhasa in 1993, people still defecated in the street. Now it is a modern and much bigger city, albeit a largely Chinese one.' Dopo aver ricordato i fatti che compongono il quadro dell'attacco alla Cina, e dopo aver accennato alla plurimillenaria tradizione di assimilazione del paese, anche Martin Jacques vede nella 'inability to recognise and respect ethnic difference' il tallone d'Achille di Pechino. Jacques non raccomanda il multiculturalismo, ma si limita a chiedere più autonomia e più libertà per il Tibet. Multiculturalismo è purtroppo una parola ambigua, e l'interpretazione di Douglas sembra del genere peggiore, quello che porta al nazionalismo etnico, all'integralismo religioso, al separatismo e alle guerre. Più lungimirante e laico è il Dalai Lama che, accettando di far parte di una comunità più ampia, separa la sfera etnica, regolata dalla legge dello stato, da quella spirituale. In un commento dal titolo ambizioso, John Delury fa un'affermazione sorprendente, almeno per chi è abituato a guardare la Cina con gli occhi dei dissidenti tibetani: 'There is also a [...] booming interest in religion – from Buddhism to Pentecostal Christianity – and in Confucian philosophy.' Il miracolo economico genera insomma tanti "boom", tra cui quello religioso - 'Little in China today speaks of moderation.' Delury spiega il successo delle riforme di Deng principalmente con due fattori: il primo è la 'high tolerance for failure,' ossia 'the fact that Chinese culture attaches very little shame to failing in a business enterprise.' Il secondo è la Rivoluzione Culturale: 'After all, Mao’s Cultural Revolution against “feudal society” did raze much of the cultural landscape, denuding it not only of traditional values and institutions, but also of failed socialist efforts, leaving China ready for the seeds of capitalist development.' Una tesi meno originale di quanto si possa pensare. La vivacità intellettuale della Cina è confermata da Mark Leonard: 'China has a surprisingly lively intellectual class whose ideas may prove a serious challenge to western liberal hegemony.' Ecco un esempio: 'In February 2007, Hu Jintao proudly announced the creation of a new special economic zone complete with the usual combination of export subsidies, tax breaks and investments in roads, railways and shipping. However, this special economic zone was in the heart of Africa—in the copper-mining belt of Zambia.' Leonard è sorpreso innanzitutto dal numero dei "think tank", i centri di studi politici, e dei ricercatori che vi lavorano: 'even the think-tank heaven of the US cannot have more than 10,000. But here in China, a single institution —and there are another dozen or so think tanks in Beijing alone— had 4,000 researchers. [...] Paradoxically, the power of the Chinese intellectual is amplified by China's repressive political system, where there are no opposition parties.' Gli intellettuali vengono divisi in "new right" e "new left"; orgoglio dei primi è lo schema del doppio binario nella transizione all'economia di mercato - le "special economic zones" ne sono l'esempio di maggior successo. Oggetto degli studi dei secondi sono riforme istituzionali che assicurino una più equa distribuzione della ricchezza senza appesantire la macchina statale, nella consapevolezza che la Cina non è la Svezia. Comune a entrambi è il gradualismo o, con riferimento al metodo matematico, l'incrementalismo nell'approccio ai problemi; ciò vale anche per la riforma del sistema politico. A questa in particolare è dedicato l'approfondimento di John Thornton, il cui giudizio conclusivo -'How far China's liberalization will ultimately go and what Chinese politics will look like when it stops are open questions'- è comprensibilmente prudente. Si tratta tuttavia di una prudenza che non cancella l'interesse dell'autore per gli innumerevoli esperimenti che si stanno conducendo, e l'ottimismo del fare dal quale resta contagiato. Molto dipenderà anche dagli sviluppi internazionali, e dalla capacità della Cina di sopportare le pressioni che provengono da una potenza in declino, gelosa della sua ascesa. - Images and news of Tibet riots [China Digital Times]
- R. Ramesh, Spiritual leader threatens to resign over conflict [Guardian]
- R. Lakshmi, Dalai Lama airs prospect of quitting [Washington Post]
- M K Bhadrakumar, India wakes to a Tibetan headache [Asia Times]
- B. O'Neill, Using Tibet to settle scores with China [Spiked]
- The China card [Economist]
- J. Adams, Why anger the Dragon? [Newsweek]
- E. Douglas, Whatever China does, Tibet will still demand its freedom [The Observer]
- M. Jacques, Spotlight on grievance [Guardian]
- J. Delury, Why is China Booming? [Project Syndicate]
- M. Leonard, China's new intelligentsia [Prospect]
- J. Thornton, Long time coming [Foreign Affairs]
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giovedì 13 marzo 2008 |
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Dall'intervista a cura di Thomas Barnett, il dissenso dell'Ammiraglio William Fallon non potrebbe essere più chiaro; esso si estende dalla Cina all'Irak, dall'Iran all'Afghanistan. Le dimissioni dell'alto ufficiale appaiono pertanto un atto annunciato. E' un dissenso totale il suo, che riguarda la tattica e la strategia della "long war" al terrorismo, e che chiama in causa il parlamento, oltre che il governo e i suoi ideologi: 'It was only after the Pentagon and Congress started realizing that their favorite "programs of record" (i.e., weapons systems and major vehicle platforms) were threatened by such talks that the shit hit the fan [che si scatenò il casino].' Qui Fallon si riferisce al periodo in cui comandava la flotta del Pacifico, e al timore di Washington che la sua decisione di stabilire rapporti diretti, "military-to-military", con i cinesi fosse troppo distensiva, e potesse per questo pregiudicare alcuni programmi di spesa. Sottinteso al dissenso è il rifiuto del militarismo: 'What America needs is a combination of strength and willingness to engage.' E nel giudizio che Fallon dà dei neocon si può cogliere l'essenza del militarismo: essi sono 'unpredictable to their allies and predictable to their enemies. Which is the opposite of strategy.' L'intervista conferma l'opposizione dell'ammiraglio ad un attacco preventivo all'Iran, e in questo senso le sue dimissioni sono motivo di immediata preoccupazione. Il partito della guerra non si è infatti arreso; come mostrano gli articoli di Kaveh Afrasiabi e di Gregory Levey, esso è molto attivo e ha in Israele e nella lobby che lo rappresenta due fonti inesauribili di trame e di disinformazione. In attesa della "canna fumante", che come il Santo Graal viene tenuta gelosamente nascosta, sono però sempre le stesse patacche che vengono riciclate. Gordon Prather ne ricostruisce la storia, ne mette in evidenza le inconsistenze tecniche, ne indica le novità e le improbabili fonti, denuncia infine il comportamento ancora una volta arrendevole dell'IAEA che a tempo scaduto ha rimesso in discussione il risultato delle ispezioni. In un articolo precedente Prather, un esperto nucleare, aveva paragonato l'Iran a Sisifo: ogni volta che la cima sembra a portata di mano, l'IAEA, sotto la pressione degli americani, inventa qualcosa di nuovo e il masso riprecipita a valle. A dire il vero, questa volta a premere su ElBaradei sarebbero stati i "quisling" europei che hanno ormai fatto dell'arresto del programma nucleare iraniano una questione d'onore. I metodi adottati ricordano a Scott Ritter la propria esperienza: 'as a chief inspector with the United Nations in Iraq, I participated in similar efforts to construct briefings composed of fragmentary sourcing of questionable quality. [...] I am fearful that the EU-3 is repeating this same process, demanding Iran refute something that doesn't exist except in the overactive imaginations of diplomats pre-programmed to accept at face value anything negative about Iran, regardless of its veracity. The implications of such a morally and intellectually shallow posture could very well be disastrous.' Anche la via diplomatica resta però aperta. Un contributo viene da William Luers, Thomas Pickering e James Walsh: 'we propose that Iran's efforts to produce enriched uranium and related nuclear activities be conducted on a multilateral basis, jointly managed and operated on Iranian soil by a consortium including Iran and other governments.' Non è una proposta originale -era già stata fatta un paio di anni fa dagli stessi iraniani, osserva Scott Peterson- ma proprio per questo appare più concreta di altre. Il problema è che la chiusura pregiudiziale al negoziato con Teheran sarà forse lasciata cadere da Washington soltanto con il cambio della guardia alla Casa Bianca; nel frattempo tutto può accadere. L'unico candidato che lascia intravedere un cambiamento di rotta è Barack Obama, del quale Marc Lynch sottolinea l'impegno a promuovere con i paesi islamici la "public diplomacy", ossia il dialogo e un confronto di idee: 'He's making rebuilding America's relations with the Muslim world a real priority.' Significativamente, l'occasione per esprimere questa volontà è stata l'incontro con le organizzazioni ebraiche, del quale Alec MacGillis presenta un esauriente resoconto. L'impegno ha dunque un valore particolare, nonostante sia stato bilanciato da non sorprendenti dichiarazioni di forte sostegno a Israele. Obama non ha però mancato di osservare che la misura dell'amicizia per lo stato ebraico non può essere l'adesione alle posizioni del Likud, ossia della destra. Insieme alla lobby pro-Israele è il "military-industrial complex", come lo chiamava Eisenhower, a spingere per l'attacco all'Iran. Che cosa potrà fermare questa potente macchina da guerra? La risposta di William Lind è molto semplice: la mancanza di soldi. Lind è un esperto militare, non è un economista, può quindi permettersi di essere sbrigativo, e di scrivere ciò che nessun economista ha il coraggio, ossia l'intelligenza, di dire: 'Events on Wall Street suggest that the day when the money flow stops may be approaching. [...] A tanking economy and world credit markets tighter than Scrooge's sphincter will require large cuts in federal spending. That will include the Pentagon.' Nella bocca di un economista, la stessa affermazione potrebbe assumere la forma della raccomandazione. Sarebbe un'iniziativa opportuna, in particolare per un economista di sinistra, visto che il debito delle famiglie, vero motore della crescita del PIL negli anni recenti, dovrà ridursi, e che il raffreddamento dell'economia richiederà prima o poi di estendere il risanamento finanziario a un bilancio federale le cui risorse sono oggi assorbite per più del 50% dalla spesa militare. Dean Baker si limita invece a dire che la guerra non è la causa della recessione e che i suoi effetti negativi si vedranno solo nel lungo termine. Paul Krugman della guerra non parla neppure, né trae le necessarie conclusioni dal timore/previsione che per uscire dalla crisi di Wall Street si renderanno necessari dei salvataggi a carico del contribuente e/o del debito pubblico. Ben altra capacità di "visione" Krugman aveva dimostrato una decina di anni fa in un appunto pregevole, anche perché breve, sulle cause del crollo dell'Unione Sovietica. Si dirà che guardare indietro è più facile che guardare avanti; non è vero, l'interpretazione del passato cambia con il mutare delle aspettative, e viceversa. La tesi era che il crollo non fosse avvenuto per una generica inferiorità del sistema comunista, ma per la sua incapacità di adattarsi ai cambiamenti strutturali dell'economia avvenuti a partire dagli anni '70. In altre parole, come sistema fondato sull'industria pesante, il comunismo aveva funzionato benissimo; ne sono prova la vittoria di Stalingrado e i successi spaziali. Il capitalismo ha invece superato brillantemente la fine del ciclo della grande industria, e ciò 'because it is a system that is robust to cynicism, that assumes that each man is out for himself.' Quanto brillantemente è tuttavia oggetto di discussione. Robert Costanza, per esempio, sostiene che si sia trattato di mera sopravvivenza: 'While the U.S. GDP has steadily increased since 1950 (with the occasional recession), GPI peaked about 1975 and has been relatively flat or declining ever since.' Il GPI è un indicatore che comprende anche misure del benessere e della qualità della vita; esso riflette incontestabilmente l'impressione di molti che negli ultimi decenni i progressi, a cominciare dalla meraviglia di internet, siano stati compensati dai regressi. Per questo Costanza parla di "uneconomic growth", un fattore sicuro della quale è la spesa militare. - US Mid-East commander steps down [BBC]
- T. Barnett, The man between war and peace [Esquire]
- K. Afrasiabi, Israel raises the ante against Iran [Asia Times]
- G. Levey, The Iran's hawks latest surge [Salon]
- G. Prather, Operation Merlin II [Antiwar]
- S. Ritter, The loser's game [Guardian]
- W. Luers, T. Pickering e J. Walsh, How to end the U.S.-Iran standoff [International Herald Tribune]
- S. Peterson, Iran's nuclear program: talk of international consortium [The Christian Science Monitor]
- M. Lynch, Never been afraid to talk about anything [Abu Aardvark]
- A. MacGillis, Obama's Ohio grilling [Washington Post]
- Eisenhower warns us of the military industrial complex [YouTube]
- W. Lind, When the money stops, military reform may start [Antiwar]
- Neither war spending nor the tax cut... [dollars&sense]
- Where your income tax money really goes [War Resisters League]
- D. Baker, The war and the recession [Truthout]
- P. Krugman, The face.slap theory [The New York Times]
- P. Krugman, Capitalism's mysterious triumph [Economist's View]
- R. Costanza, Our three-decade recession [Los Angeles Times]
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giovedì 06 marzo 2008 |
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Il risultato delle elezioni presidenziali in Russia -vittoria di Dmitry Medvedev con oltre il 70% dei voti- ha generato nei commentatori occidentali un irresistibile impulso a salire in cattedra per impartire lezioni di democrazia. E' un suono uniforme quello che si è così prodotto, come il frinire delle cicale, dal quale però si distingue per la facilità di localizzarne la fonte. Questa si trova nei teatri della democrazia d'Oltreatlantico, dove in q | |
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