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Alla ricerca di una via d'uscita PDF Stampa E-mail
giovedì 23 novembre 2006

Se si guarda alle borse in generale -che sono ai massimi, quella israeliana inclusa- e al prezzo del petrolio -la cui discesa è stata anticipata dalle borse arabe, le uniche sui minimi- si direbbe che nel mondo non ci sono gravi motivi di preoccupazione per la crescita del commercio. Il vento della globalizzazione è così forte che non basta certo una guerra locale a deviarlo; Fareed Zakaria osserva in proposito che la scorsa estate neppure la borsa di Tel Aviv ha sofferto per la brutta figura dell'esercito israeliano in Libano. E' immaginabile che un attacco all'Iran da parte degli Stati Uniti o di Israele avrebbe qualche effetto in più sui mercati; ma per il momento esso resta fuori dai radar. Nello scenario ottimistico sembra prendere consistenza il ritiro degli americani dall'Irak. Su questo scommettono analisti come Immanuel Wallerstein e Martin Van Creveld; il secondo si spinge fino a speculare sull'abbandono delle importanti attrezzature militari da parte dell'occupante. La previsione di entrambi è che alle elezioni presidenziali del 2008 non ci sarà più un soldato americano in Irak. L'elettorato ha dato infatti un segnale inequivocabile, dimostrando di avere più chiaro dei politici che se l'Irak, per usare le parole di Wallerstein, 'is stable it won't be friendly; and if it is friendly, it won't be stable'. Questo giudizio prescinde dall'orientamento dei democratici il cui successo è andato al di là dei meriti. Lo dimostra anche la sconfitta, nella gara per il posto di leader del gruppo parlamentare alla camera, di John Murtha, il vecchio "marine" che dopo aver appoggiato l'invasione è diventato uno dei più determinati sostenitori del ritiro senza condizioni e che ha rappresentato il volto vincente del partito nella campagna elettorale. Naturalmente, conclude Van Creveld, occorre prendere atto che la posizione internazionale degli Stati Uniti si è indebolita, che le possibiltà finanziarie sono limitate, e che per ricostituire i propri ranghi l'esercito è costretto ad arruolare nonne di 41 anni. L'indebolimento americano è apparso evidente nel week-end, nel corso del vertice dell'APEC ad Hanoi. Il Times ne sottolinea l'inconcludenza, insieme al crescente disinteresse dei paesi asiatici per un'organizzazione che ha perso ormai il confronto con l'ASEAN, costituita per promuovere l'integrazione economica nell'area, dalla quale gli americani sono esclusi. David Sanger confronta il Bush baldanzoso di tre anni fa con quello modesto di oggi, che sembra rendersi conto dello spiazzamento subito a causa della distrazione irakena. Come dice Zakaria, 'mentre noi ci preoccupiamo di mettere d'accordo sunniti e sciiti, in Asia si fanno gli affari'. Un segnale che potrebbe dare credibilità all'idea di un Bush meno in preda al delirio di potenza viene dalla firma ad Hanoi dell'accordo bilaterale che spiana finalmente la strada della Russia verso la WTO. L'editoriale del Japan Times ricorda che adesso l'accordo dovrà passare al vaglio del parlamento americano; sarà questa un'occasione per verificare se contestualmente la maggioranza democratica si è scrollata di dosso l'idiozia dell'interventismo "liberal", quello delle pagelle e della guerra umanitaria. Detto per inciso, una malattia simile, l'idiozia polacca, minaccia di bloccare il negoziato tra Russia e Unione Europea per un nuovo trattato che ampli e approfondisca la visione dei loro rapporti. Nel suo breve saggio, Katinka Barysch riassume la storia del trattato in scadenza, dei progressi fatti e si dichiara a favore di una politica dei piccoli passi, piuttosto che delle grandi visioni, in linea con l'europeismo all'inglese, cioè senza prospettiva, del CER. Un invito a guardare al futuro con coraggio e ambizione è invece quello rivolto da Putin agli europei sul Financial Times: sono parole che purtroppo non trovano da questo lato del continente interlocutori adeguati. L'altro fatto che accredita la svolta di Bush è il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Irak e Siria: vista la responsabiità limitata del governo di Baghdad, è immaginabile che esso sia avvenuto senza il consenso di Washington? All'incontro di Baghdad tra i ministri degli esteri dei due paesi è probabile faccia seguito nel week-end a Teheran quello assai più importante tra i presidenti di Irak, Siria e Iran. La Casa Bianca esprime scetticismo, ma non pare intenzionata a impedire a Talabani di parteciparvi. Questi sviluppi sono salutati con favore dall'editoriale dell'Hartford Courant: interessante perché esprime gli umori della provincia del New England, e per la precisione con cui riassume il dibattito politico a Washington dove, in attesa del rapporto Baker, viene fatta circolare l'idea di un aumento "temporaneo" delle truppe. Tom Hayden infine integra i fatti e le speculazioni intorno al ritiro dall'Irak con una storia di retroscena, di incontri segreti, di piani e di intrighi. Si entra così su un terreno nel quale insieme alla diplomazia si muovono faccendieri e agenti segreti, e dove maturano trame oscure come quella che ha portato all'assassinio di Pierre Gemayel a Beirut. Un atto che appare freddamente concepito sia per bloccare la mobilitazione voluta da Hezbollah in appoggio alla richiesta di un governo di unità nazionale, sia per minare il tentativo di far uscire la Siria dall'isolamento. L'articolo di Charles Harb mette a fuoco gli aspetti interni della vicenda e nell'impossibilità di identificare con certezza i colpevoli, indica i beneficiari: i rappresentanti del fronte antisiriano cristiano-sunnita. Lo stesso si può fare per i riflessi internazionali: in questo caso i beneficiari sono le forze politiche che a Gerusalemme e a Washington insistono per completare il bel lavoro fatto in Irak e in Libano con il "regime change" a Teheran e a Damasco. E' significativo che il primo ministro israeliano Olmert, a conclusione della visita alla Casa Bianca, abbia dichiarato che la guerra all'Irak è stata una "great operation" che ha portato "stability" nel Medio Oriente. Un commento giudicato severamente dall'editoriale di Forward che parla di crescente distanza fra le due grandi comunità ebraiche, quella americana e quella israeliana. Anche le divisioni del mondo ebraico possono essere iscritte in uno scenario ottimistico, del quale non è garantita la correlazione con l'andamento di borsa, ma che alimenta la speranza che la politica dei bombardamenti, degli attentati e della guerra civile in Medio Oriente sia finalmente sconfitta. Se qualcuno dubita che la guerra civile faccia parte dell'armamentario occulto, ossia che le responsabilità vadano oltre le fazioni in lotta, non ha che da leggersi il bellissimo saggio di Nir Rosen.

 
 
"L'idea che giudizi validi sulla politica estera siano privilegio di esperti va contrastata".
(K. Polanyi)