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Dopo il no a Blair, la tentazione era di uscire con il titolo: Sì alla Turchia. Il motivo è il coraggio -il quale, come osservava Platone, è una manifestazione di intelligenza: 'il coraggio è la scienza delle cose temibili e delle cose non temibili, ed è contraria all'ignoranza di queste. [...] il coraggio e la sapienza sono la medesima cosa.'- di cui sta dando prova il governo di Ankara. I fatti dicono che quello che sta per chiudersi è stato un anno di svolta per la politica turca; tutto ha avuto inizio a Davos in gennaio, quando Erdogan ha mandato a quel paese il presidente israeliano. L'episodio è ricordato da Today's Zaman: 'the prime minister [...] had walked out of a January meeting of the World Economic Forum (WEF) in Davos, Switzerland, after a heated exchange with Israeli President Shimon Peres, telling him, “When it comes to killing, you know very well how to kill".' Fu un gesto spontaneo -'The incident [...] was a spontaneous development which was not planned beforehand'- una reazione ai crimini commessi da Israele a Gaza, spiega un funzionario del ministero degli Esteri, che deve essere vista 'in an entirely humanitarian dimension.' La diplomazia cerca naturalmente di attenuare la gravità dello strappo, ma il cambiamento nei rapporti tra i due paesi è stato confermato dalle successive dichiarazioni del primo ministro turco -'Recalling that nine months had passed since Israel’s deadly offensive on Gaza, Erdoğan said the tragedy continues because reconstruction materials have not been permitted into the devastated region so that rebuilding can begin. “We cannot ignore this tragedy. The blockade against Gaza should be lifted as soon as possible”, scriveva pochi giorni fa il quotidiano Hürriyet- e dalla decisione di cancellare le esercitazioni militari congiunte che avrebbero dovuto svolgersi in settembre. L'importanza di questo fatto è chiarita da Zvi Bar'el: 'Canceling the participation of Israel in the exercise cancels for the first time the "division of roles" between the civilians and the military in Turkey and makes it clear to Israel that Turkey will now speak with a single voice.' Bar'el sottolinea anche la presa di posizione a favore del Rapporto Goldstone, e la giudica conseguente: 'Erdogan's support for a UN deliberation of the Goldstone Report and his declaration that "those responsible for war crimes must be identified and held accountable," is not based on any wish to please Iran or Syria. Turkey has a steady and clear policy on this issue and it is not a proxy for any country.' La normalizzazione dei rapporti con la Siria è un altro tassello del "change" turco; essa contribuisce ad allontanare Ankara da Gerusalemme, ma questo può essere considerato un effetto secondario. Per avere un'idea del valore dell'accordo firmato a Istanbul il 16 settembre nel corso della visita del presidente Assad, basta pensare che dove c'era un confine minato, adesso c'è una frontiera aperta che può essere attraversata senza visto - scrive Ibrahim Hamidi: 'The two nations decided to do away with visa regulations, facilitating the flow of goods and people on both sides of their 800 km border. Back in the 1990s, [...] anybody wanting to cross the border had to watch out for the hundreds of land-mines, scattered on both sides, aimed at preventing the infiltration of terrorists.' Anche maggiore è il significato dei protocolli -'one on the development of bilateral relations and another on the establishment of diplomatic relations,' precisa Sergei Markedonov- firmati il 10 ottobre con l'Armenia. Dopo un doveroso invito a moderare le attese, perché manca la ratifica dei parlamenti, perché il Medio Oriente è abituato alle false partenze, e perché la cosiddetta questione del genocidio è rimandata a una commissione di storici, Markedonov non esita a definire l'avvenimento di 'crucial importance' - 'It is not just the tone, but the language of the conversation between Yerevan and Ankara that has changed.' Per l'Armenia si tratta di uscire dall'isolamento; la situazione ai confini non ha bisogno di commento - Turkey's land blockade, the closed border with Azerbaidjan, the unresolved conflict with Nagorny Karabakh, the two "windows on the world" - Georgia and Iran - which the longstanding conflicts between Russia and Georgia and America and Iran had made so unreliable.' La decisione turca si spiega innanzitutto con la volontà di risolvere le questioni pendenti con i vicini - può un paese che ambisce disegnare un nuovo ordine regionale dimostrarsi incapace di stabilire relazioni normali con chi gli sta accanto? La seconda ragione è l'economia: in tempi di crisi e di decadenza imperiale (americana) -'There is an important lesson here for the Obama administration. America no longer has the economic and political wherewithal to dictate strategic outcomes in the Middle East,' scrivono Flynt e Hillary Leverett, la Guerra Fredda è davvero finita!- non ci si può permettere di mantenere anacronistiche barriere ai commerci. Se la riconciliazione è doverosa e opportuna con i vicini, a maggior ragione lo è con i propri concittadini. Anche sul fronte curdo c'è infatti da registrare un'importante iniziativa: una mini-amnistia a beneficio di un gruppo di militanti del PKK rientrati dall'Irak. La cronaca dell'avvenimento e delle difficoltà che incontra il processo di pace, è di Emrullah Uslu. Lo scetticismo di Uslu, nel quale si può forse leggere il disappunto per la volontà del governo Erdogan di emanciparsi dagli Stati Uniti, è condiviso da Soner Cagaptay. Questi avanza però una proposta interessante: 'Turkey can break the Kurdish impasse by increasing the rights of all Turkish citizens, regardless of ethnicity and religion.' Cagaptay esorta insomma l'AKP, il partito di Erdogan, ad essere il vero campione della laicità sfidando i militari e quelli che si considerano gli eredi di Kemal Atatürk sul loro terreno, ossia nella definizione della "Turkishness", di cosa significhi essere turchi - 'Solving the Kurdish problem in Turkey requires an understanding of the very notion of what it means to be a Turk -- someone defined by historic Turkish identity rather than ethnicity.' Ai kemalisti che promuovono una mitica identità razziale, quindi non sono laici, occorre contrapporre l'idea che la Turchia è una 'historic entity that is a product of the country's Ottoman past. For 500 years, the Ottoman Empire treated its entire Muslim population as members of the same political grouping, the Muslim "millet".' Wikipedia definisce così il "millet": 'The Ottoman term specifically refers to the separate legal courts pertaining to personal law under which minorities were allowed to rule themselves (in cases not involving any Muslim) with fairly little interference from the Ottoman government.' Il corrispondente contemporaneo del "millet" potrebbe essere il multiculturalismo all'inglese, non un modello di integrazione, ma senz'altro meglio della segregazione razziale. C'è da augurarsi che l'AKP recepisca il messaggio di Cagaptay, e completi l'opera riformatrice, dimostrando così che un movimento politico di ispirazione islamica può risultare più laico di uno laicista. L'ideale sarebbe che in questa "historic entity" venissero comprese Bisanzio e la Grecia antica che sulle sponde mediterranee dell'Asia Minore ha visto fiorire la propria civiltà. Ciò farebbe della Turchia un candidato irresistibile all'Unione Europea; c'è però da chiedersi se questo passo sia oggi nell'interesse dei contraenti. Conviene alla Turchia, un galletto ruspante, rinchiudersi in un pollaio insieme a capponi invidiosi e a un'unica gallina, fra l'altro neppure attraente, e dove l'allevatore è pieno di debiti e pensa soltanto alle partite di caccia? Dal punto di vista dell'UE, che effetto può avere un ulteriore allargamento, se non quello di causare danni irreparabili -se già non sono stati fatti- al progetto di integrazione politica? L'Iran è la tipica prova che misura oggi la differenza fra galli e capponi. Tra Washington e Teheran è in corso una partita che tra alterne vicende dura ormai da più di cinquant'anni, e che ha in palio i pozzi di petrolio; ultimamente il gioco si è complicato perché gli americani hanno perso il controllo di una pedina, Israele. A dire il vero, non è chiaro se si tratti di una pedina impazzita, se Israele si muova per conto di gruppi di potere americani, o se sia Gerusalemme a guidare il gioco. Il commento ironico di Larry Derfner alla vicenda del Rapporto Goldstone farebbe pensare alla prima ipotesi - 'The kill ratio was 100-to-1 in our favor. The destruction ratio was much, much greater than that. To this day, thousands of Gazans are living in tents because we won't let them import cement to rebuild the homes we destroyed. We turned the Gaza Strip into a disaster area, a humanitarian case, and we're keeping it that way with our blockade. Meanwhile, here on the Israeli side of the border, it's hard to remember when life was so safe and secure. So let's decide: Who was the victim of Operation Cast Lead, them or us? No question - us. We Israelis were the victims and we still are. In fact, our victimhood is getting worse by the day. The Goldstone report was the real war crime.' La Turchia si è resa conto che restando spettatore di un gioco folle rischiava di veder compromessi i propri interessi, quindi ha deciso di scendere in campo al fianco dell'Iran - Erdogan a fine ottobre è andato a Teheran, ed ecco un paio di sue dichiarazioni, riportate da Haaretz: 'We want to live in a region completely purged of nuclear weapons [si riferiva forse a Israele?]. We want to live in a world in which nuclear weapons no longer exist, [...] those who criticize Iran's nuclear program continue to possess the same weapons, [...] I think that those who take this stance, who want these arrogant sanctions, need to first give these [weapons] up. We shared this opinion with our Iranian friends, our brothers.' Questa presa di posizione, riferisce Joshua Landis nell'introdurre alcuni commenti, è stata aggravata da quello che per Washington è sempre stato un peccato mortale, l'abbandono del dollaro come valuta di regolamento del petrolio - 'Turkey has signed an agreement with Russia, China and Iran to use each others currencies in their trade and not dollars.' Non stupisce quindi che la visita di Erdogan a Washington sia stata rimandata - 'Erdogan’s planned visit to the US has been postponed until December.' Landis chiarisce anche qual è il disegno del governo di Ankara: 'The Iran visit is not about identity or religion, [...] but about Turkey becoming the hub of a successful gas transport network.' In realtà, la Turchia è al centro di un Grande Gioco che comprende anche la partita iraniana, e nel quale si deciderà il percorso del gas dall'Asia Centrale e dal Medio Oriente all'Europa. All'origine c'è un progetto di gasdotto promosso dalla NATO, il Nabucco, che ha lo scopo di ridurre la dipendenza dell'Europa dalla Russia, in sostanza di tenere gli europei il più possibile lontano dai russi. E' un progetto che per il momento non sta in piedi, perché può contare su un solo fornitore, per di più non appartenente al club del Big Gas: l'Azerbaigian. La soluzione più economica sarebbe, come sostiene la Turchia, e come mostra la cartina di Landis, di prevedere una diramazione verso l'Iran che dispone delle maggiori riserve dopo la Russia; ma l'Iran è il nemico che deve essere isolato e piegato alla volontà di USrael. La risposta russa è il South Stream, un gasdotto che salterebbe paesi poco affidabili come l'Ucraina, la Georgia e la Romania. La Turchia è presente anche su questo tavolo; John Helmer riferisce che in un recente incontro a Milano fra i ministri dei due paesi si sarebbe discusso di petrolio, oltre che di gas. Il pacchetto prevederebbe di far transitare il petrolio russo per l'Anatolia -un oleodotto congiungerebbe Samsun, sul Mar Nero, a Ceyhan, sul Mediterraneo, con l'effetto di ridurre drasticamente il traffico di petroliere nel Bosforo- e di deviare 'the seabed route of South Stream under the Black Sea by up to 230 kilometers southward to Turkish territorial waters.' Il riposizionamento politico della Turchia non è però senza attriti. Le tensioni maggiori si sono registrate con l'Azerbaigian - 'it was after the signing of the protocols on the establishment of diplomatic relations between Turkey and Armenia that Baku’s outrage spiraled,' scrive Fariz Ismailzade. Ma il nervosismo degli azeri si spiega anche con il nuovo corso turco, teso a massimizzare la rendita di posizione del paese. Su queste incerte braci soffiano i falchi di Washington -Vladimir Socor è uno di essi- con la proposta del White Stream, una variante del Nabucco che taglierebbe fuori la Turchia - 'Azerbaijan is the irreplaceable country as a gas producer for Nabucco’s and the Corridor’s first stage. Azerbaijan will again be irreplaceable as a transit country for Central Asian gas, [...] The Turkish transit route, however, is not irreplaceable and White Stream can demonstrate that point.' I turchi hanno insomma di che divertirsi, mentre qui ci dobbiamo accontentare dei saltimbanchi. - Platone, Protagora [Bompiani]
- Erdogan rejects claims Turkey diverging from West [Today's Zaman]
- Stop Palestinian suffering for Mideast peace, says Erdogan [Hurriyet]
- Z. Bar'el, Turkey's attitude toward Israel is changing [Haaretz]
- I. Hamidi, Syria and Turkey: history in the making [Syria Comment]
- S. Markedonov, Can Armenia and Turkey be reconciled? [OpenDemocracy]
- F. e H. Leverett, Serious Turkish diplomacy [Politico]
- E. Uslu, The DTP jeopadizes the Kurdish initiative [Eurasia Daily Monitor]
- S. Cagaptay, "Kurdish opening" closed shut [FP]
- Millet (Ottoman empire) [Wikipedia]
- L. Derfner, Rattling the cage: some victims we are [The Jerusalem Post]
- Reuters, Turkey PM: if you don't want Iran to have nukes, give yours up [Haaretz]
- Why Turkey went to Iran and what it means [Syria Comment]
- J. Helmer, Sechin divides the Black Sea [Asia Times]
- F. Ismailzade, Turkish-Azerbaijani "Cold War" [Eurasia Daily Monitor]
- V. Socor, Southern corridor, White Stream: the strategic rationale [Eurasia Daily Monitor]
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