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I passi indietro di Obama in America Latina PDF Stampa E-mail
giovedì 26 novembre 2009

Domenica prossima si voterà in Honduras per eleggere il nuovo presidente della repubblica; verrà così completato il tentativo di riciclare il colpo di stato del 28 giugno come un'operazione di difesa della democrazia. Che cosa successe quel giorno lo racconta Greg Grandin: 'Honduran president Manuel Zelaya [...] was rousted out of his bed on Sunday morning by a detachment of armed soldiers and forced into exile still in his pajamas.' Zelaya è stato forse deposto perché si ispirava a Fidel Castro o a Hugo Chavez? La risposta di Grandin è un fermo no; il leader honduregno è stato infatti eletto con una lista di destra - 'unionists, peasant activists and reformers expected little of the center-right politician, a rancher and member of the establishment Liberal Party. Neither did the handful of elite Honduran families who, bankrolled by foreign finance, control their country's media, banking, agricultural, manufacturing and narcotics industries.' La sua azione di governo ha però sorpreso favorevolmente i primi, e scontentato i secondi. C'è stata dunque una svolta in corso d'opera, 'less ideological than pragmatic,' nota ancora Grandin - 'Whatever the reason, Zelaya shifted course, and over the past two years he has adopted a progressive agenda.' I momenti decisivi della svolta sono stati: la proposta di legalizzare alcune droghe, 'as a solution to the disastrous "war on drugs," which has turned Central America into a well-traversed trans-shipment corridor for narcotraficantes;' il discorso al Vertice delle Americhe, con il quale Zelaya ha esortato Obama 'to normalize relations with Cuba;' il ricorso all'aiuto economico del Venezuela. Ma la goccia che, per così dire, ha fatto traboccare il vaso, e indotto le oligarchie economico-militar-criminali ad intervenire è stata l'intenzione di indire un referendum in merito alla convocazione di una  "Constituent National Assembly that will approve a new political Constitution".  Contrariamente a quanto sostenuto dai golpisti, e propagato dai mezzi di informazione occidentali, gli elettori non avrebbero dovuto pronunciarsi su una riforma della costituzione che consentisse a Zelaya di venire rieletto - 'They were simply being asked to vote on whether or not to have a vote on revising the Constitution, with the terms of that revision being left to an elected assembly.' L'idea di rivedere una costituzione fra le più retrograde dell'America Latina evidentemente non piace alle famiglie che contano. Sul piano internazionale, la condanna del golpe è stata pressoché unanime; in particolare, 'Latin America has demonstrated a remarkable degree of unanimity in condemning the coup and demanding Zelaya's return to power.' Anche Obama ha pronunciato parole forti -' "We don't want to go back to a dark past". '- Esse hanno offerto lo spunto per un commento non privo forse di malizia, che Grandin attribuisce a un uomo politico della Costa Rica: ' "This is a golden opportunity," for Obama "to make a clear break with the past and show that he is unequivocally siding with democracy, even if [some in Washington] don't necessarily like the guy [Zelaya]".' Alla luce dei fatti, non si può trarre che una conclusione: l'occasione è stata sprecata. Ha prevalso infatti la linea del dipartimento di Stato, il quale è stato riluttante perfino 'to use the word "coup" to describe Zelaya's overthrow, since to do so would trigger automatic sanctions, including the suspension of foreign aid and the withdrawal of US troops.' L'aspetto diplomatico di questa linea è la doppiezza - il tentativo apparente di salvare capra e cavoli, Zelaya e Micheletti, la democrazia e il golpe, la legge e l'illegalità. La scelta politica sottostante è stata invece quella di mollare Zelaya, e di ripulire la facciata della democrazia honduregna con una verniciata elettorale. L'illusione che fosse possibile conciliare l'inconciliabile  è stata massima un mese fa, quando il dipartimento di Stato riuscì nell'intento di far firmare a Zelaya e Micheletti un documento che prevedeva il ritorno del primo al potere fino all'insediamento del vincitore delle prossime elezioni. Anche due esperti come lo stesso Grandin e Laura Carlsen, pur avendo presenti tutte le difficoltà del caso, avevano espresso un cauto ottimismo - 'The Honduran crisis may soon be over,' scriveva a caldo l'uno; 'the Honduran coup appears to be facing its final days,' scriveva l'altra. Il problema maggiore per Grandin consisteva nel fatto che 'The accord leaves unresolved the issue of whether the widespread human rights violations that have taken place since the coup will be investigated and prosecuted.' La Carlsen, la cui analisi si concentra sul ruolo di Washington, si chiedeva come potesse un paese passare nel giro di un mese dalla dittatura a libere elezioni - 'Imagine a nation moving from the complete breakdown of its democratic system and institutions, to campaigns, to elections in less than thirty days.' L'ottimismo è almeno in parte un atto di fiducia in Zelaya. La domanda è allora: perché egli ha firmato? E' lo stesso presidente a spiegarlo in un'intervista telefonica concessa al sito In These Times due settimane dopo l'accordo, quando ormai l'imbroglio era evidente: 'President Obama pleaded with me to have a dialogue with the putschists. I agreed. But this dialogue benefited only them. Benefited a dictatorship. And it weakened the positions of the American States. This was not the plan. The plan was to restitute democracy, not to validate a dictatorship.' Con il suo errore di valutazione, Zelaya ha sperimentato sulla propria pelle un fenomeno noto: la decrescente credibilità di Obama, la cui specialità sembra essere quella di coprire con la propria immagine di "homo novus" gli interessi e le malefatte delle lobby. James Rosen, che ci mette del suo nel riportare un po' di stupidaggini su Zelaya, scrive che questa volta è bastato un senatore per convincere Obama a cambiare idea. Jim DeMint è il nome del senatore, e la sua capacità di persuasione sembra sia derivata non dalla rappresentanza di gruppi di interesse, ma dal potere di bloccare due nomine al dipartimento di Stato - 'DeMint, the only senator to have visited Honduras during the crisis, stopped blocking the U.S. diplomatic posts on Nov. 5. He said Secretary of State Hillary Clinton had given him her word that the United States would no longer insist on Zelaya's return to power.' L'imbroglio che sta per concludersi prevede che il parlamento non si riunisca -quindi che l'accordo del 29 ottobre non venga ratificato- che Zelaya rimanga pertanto segregato nell'ambasciata del Brasile, e che sia la giunta golpista a gestire le elezioni. Ma per un imbroglio che va ce n'è sicuramente uno che viene, perché il voto di domenica non sarà risolutivo. Solo gli Stati Uniti infatti si sono detti pronti a riconoscerne la validità. La conferma della decisione viene dalla Voice of America che cita un portavoce del dipartimento di Stato: 'The United States says it supports Sunday's presidential election in Honduras as an "essential" part of a solution to that country's ongoing political crisis.' Il resto del continente, riferisce Tom Loudon, ha preso una posizione opposta: 'the Brazilian foreign minister  warned of a "deterioration" of US relations with South America. Brazil is one of 25 countries in the Rio Group which issued a declaration [...] that this important group of countries will not recognize a government resulting from Honduran elections if Zelaya is not previously restored.' Alla resistenza esterna si unisce quella interna: 'The broad-based national resistance movement has called for a total boycott of the elections. Participation in the elections has become a kind of ethical litmus test for all candidates.' Sono numerosi i candidati che sfidando il regime si sono ritirati, scrive Tamar Sharabi, e in proposito egli fornisce alcuni dati. La sostanziale unità e l'internazionalismo di cui ha dato prova in questa occasione l'America Latina non impressionano Immanuel Wallerstein, il quale teme che l'Honduras anticipi un ritorno delle destre - 'The Latin American right forces are poised to do better during the U.S. presidency of Barack Obama than they did during the eight years of George W. Bush.' Due sono i motivi del suo pessimismo: 'What the Latin American right is doing is taking advantage of Obama's internal political difficulties to force his hand. They see that he doesn't have the political energy available to thwart them. In addition, the world economic situation tends to redound against incumbent regimes. And in Latin America today, it is left-of-center parties that are the incumbents.' Anche Saul Landau è preoccupato dalla debolezza di Obama - non notando "change" nella politica verso Cuba, egli si chiede: 'Will Obama remain stuck in this incongruous Cuba policy legacy or exhibit some cojones?' Ma con questo termine egli si riferisce al coraggio, all'intelligenza della storia, non alle capacità politiche; lo si deduce dal rilievo dato al ruolo di Kennedy, il modello di Obama, nella vicenda cubana. Landau cita un consigliere di Johnson per affermare che a ispirare Kennedy era un ideale imperialistico, non l'amore della democrazia - 'Kennedy relied on the Monroe Doctrine as the overarching guideline.' Allora come oggi la colpa di Cuba si chiama infatti 'disobedience; lack of respect; refusal to abide by Washington’s interpretation of a 19th Century Doctrine signed by President James Monroe.' L'ipotesi che sia tuttora la Dottrina Monroe a ispirare la politica estera di Washington in America Latina trova sostegno nella notizia che il 30 ottobre, 'U.S. and Colombian officials signed the controversial Defense Cooperation Agreement (DCA), granting the U.S. armed forces access to seven Colombian military bases for the next ten years.' E' un rapporto del Council on Hemispheric Affairs (COHA) a spiegare il significato di questo accordo: 'both governments have continuously affirmed that the leased facilities would be exclusively used to support counternarcotic and counterinsurgency initiatives within Colombia. However, a recently publicized U.S. Air Force document [which was submitted to the U.S. Congress in May] presents a far more ominous explanation for massive congressional funding for the forthcoming military construction at the Colombian bases. It emphasizes the “opportunity for conducting full spectrum operations throughout South America” against threats not only from drug trafficking and guerrilla movements, but also from “anti-U.S. governments” in the region.' Per sapere la verità non c'è dunque bisogno di essere dei sottili analisti; basta leggere le carte depositate in parlamento. L'"anti-US government" è chiaramente quello di Hugo Chavez, la cui reazione è molto lucida: 'The entire ‘gringo’ war arsenal included in the agreement responds to the concept of extra-territorial operations… it turns the Colombian territory into an enormous Yankee military enclave… the greatest threat to peace and security in the South American region and in Our America.' Sono parole riprese da un articolo citato da Fidel Castro che difende così l'amico: 'He did not win power with weapons despite his military background. [... But] It is precisely thanks to his military background that Chavez knows that the struggle against drug-trafficking is a vulgar pretext used by the United States to justify a military agreement that fully responds to the US post-cold war strategic concept of extending its world domination.' All'"escalation" della "war on terror" in Afghanistan e Pakistan -e prima in Irak- corrisponde insomma un'"escalation" della "war on drugs". Quest'ultima non è meno pretestuosa della prima, e più di essa ha il carattere di una "war on the poor", come spiega James Brittain: 'Washington and Bogotá are, in fact, destabilizing the rural political economy.' E' ancora Castro a osservare che la "war on drugs" non coinvolge soltanto i paesi produttori e quelli limitrofi, perché 'drug-trafficking, organized crime, social violence and the paramilitaries [...] have brought to Mexico, Central America and South America a growing tragedy.' Se il Venezuela è l'obiettivo immediato, quello indiretto, ma forse il principale, è il Brasile, la potenza che crede nell'integrazione regionale e, diversamente dagli europei, non ha paura di prendere posizione contro gli Stati Uniti, come riferisce Alexei Barrionuevo a proposito della visita di Ahmadinejad: 'Mr. [Lula] da Silva’s government criticized the United States over its handling of the crisis in Honduras and increasing its military presence in Colombia.' Forza Brasile!

 
 
"L'idea che giudizi validi sulla politica estera siano privilegio di esperti va contrastata".
(K. Polanyi)