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Buone Feste... e buon proseguimento! PDF Stampa E-mail
giovedì 10 dicembre 2009

Contropagina finisce qui. Dopo cinque anni, troppo alto è il rischio di essere presi per esperti.

Un saluto ai rari lettori. 

 
Un presidente a metà PDF Stampa E-mail
giovedì 03 dicembre 2009

Anziché proiettare la solita immagine di sè come incarnazione del sogno americano, quella che piace tanto all'estero, a West Point Obama ha rivelato una doppia personalità. C'è in lui il "commander in chief" che ha fatto propria la logica militarista, e c'è il presidente che cerca di ragionare, che fa i conti. La sintesi dei due è un leader che non convince, ma che quantomeno è combattuto; ciò lo distingue dai colleghi europei che vivono nell'abulia, e che da tempo hanno rinunciato alla ragione -sostituendola con le radici, i valori e altri espedienti cosmetici- per lo stato guida. Il modus vivendi europeo è ben rappresentato da James Denselow: 'Both the Afghan and Iraqi conflicts highlighted how our foreign policy is driven by decision makers who hide their real intentions behind a bulletproof cloak of ethics and values. The reality was that both wars were interest-driven and largely about maintaining relations with the Americans in a post-9/11 world.' Sono parole ispirate dalla politica britannica, ma riferibili a tutta l'UE. Un concetto simile esprime Iain Martin: 'On foreign affairs and defense, Afghanistan demonstrates that Europe continues to look to the U.S. It remains the sun around which European powers orbit.' La cinghia di trasmissione del comando è la NATO - 'Of course, they are on a NATO mission and the EU has no operational role.' Martin osserva tuttavia che il Trattato di Lisbona, entrato in vigore da pochi giorni, potrebbe cambiare qualcosa - 'But a power bloc with aspirations to wield power and influence would want to take a view, to attempt to lead. What does Baroness Ashton think?' In altre parole, istituzioni comuni di politica estera e di difesa sono oggettivamente in competizione con la NATO, il cui interesse è mantenere lo status quo, e coincide con quello degli apparati industrial-militari nazionali. La Ashton è un enigma, ma per quanto incapace e impreparata non potrà essere l'equivalente di un Rasmussen, il segretario della NATO, ossia di un pappagallo -è difficile trovare un termine più gentile dopo aver letto l'elogio che ne fa Daniel Schwammenthal- il cui compito è di far pagare un prezzo crescente per l'appartenenza al club. La funzione della NATO -'perpetuating the Atlantic alliance would maintain [...] the leading role of the United States in Europe'- viene confermata da Mary Elise Sarotte che racconta come gli Stati Uniti ingannarono Gorbachev per ottenere il ritiro delle truppe sovietiche, e per estendere la propria influenza all'Est europeo. Dan Plesch ritorna all'Afghanistan per affermare che tra i leader di casa nostra e l'Obama "commander in chief" c'è in comune un deficit culturale; questo è più evidente nei primi - 'there is a cultural problem of vassal states such as the UK and its European partners losing the ability for rigorous analysis speaking frankly in public.' Degli americani egli denuncia la 'social-psychological failure to understand the impact of modern society on war.' Si tratta di un difetto di intelligenza che ricorda quello che ha portato ai disastri della Grande Guerra - 'the generals and the political elites in our societies are no more "fit for purpose" than those that led the disasters of the 1914-18 war.' Tre sono gli esempi che secondo Plesch dimostrano questa inadeguatezza: il primo è la mancanza di un comando unificato - 'There is no one in charge of the western military operations in Afghanistan.' Il fatto è noto: in Afghanistan coesistono due missioni, l'ISAF-NATO e l'operazione Enduring Freedom. In entrambi i casi i comandanti sono americani, ma ad essi fanno capo due distinte burocrazie - 'The US-only and Nato forces each have separate generals in charge, and neither is able to give orders to the other.' Le conseguenze dello sdoppiamento sono state particolarmente gravi negli anni immediatamente successivi alla sconfitta dei talebani, quando per effetto delle operazioni militari condotte nell'ambito di Enduring Freedom, e della guerriglia che ne è conseguita, la missione di pace autorizzata dall'ONU, l'ISAF, è stata assunta dalla NATO ed è diventata a sua volta missione di guerra. Il secondo -per l'autore, il terzo- è un autentico esempio di ignoranza: 'The third example of cultural failure is that neither the US nor Nato has ever seriously studied the Russian campaign, although the same ground is being fought over with similar tactics.' La denuncia dell'ignoranza della storia recente e passata viene anche dalla lettera di dimissioni di Matthew Hoh, un valente funzionario del dipartimento di Stato in servizio in Afghanistan: 'Like the Soviets, we continue to secure and bolster a failing state, while encouraging an ideology and system of government unknown and unwanted by its people. [...] The Pashtun insurgency, which is composed of multiple, seemingly infinite, local groups, is fed by what is perceived by the Pashtun people as a continued and sustained assault, going back centuries, on Pashtun land, culture, traditions and religion by internal and external enemies. [...] I do not believe any military force has ever been tasked with such a complex, opaque and Sisyphean mission as the U.S. military has received in Afghanistan.' Il terzo esempio è dato dalla motivazione della guerra; qui il termine più appropriato è cecità, perché quello che sembra un semplice pretesto per incrementare il bilancio del Pentagono -che occorra combatterli là altrimenti vengono qua- potrebbe in realtà essere la risposta desiderata dagli strateghi dell'11 settembre: 'more than usual blindness is the failure in the west to consider that al-Qaida probably lured the US into Afghanistan with the 9/11 attacks, envisaging that the resulting war with the Pashtun areas would enable them to repeat the empire-destroying victory over the Soviets. [...] among the Arab diplomatic corps the idea is almost a given, while in the west it cannot even be discussed.' Per Andrew Bacevich la guerra ha lo scopo di distrarre dalle vere responsabilità: 'It distracts attention from the manifest incompetence of the government agencies that failed on 9/11, while also making it unnecessary to consider how U.S. policy toward the Middle East during the several preceding decades contributed to the emergence of violent anti-Western jihadism.' In questo senso, essa è una manifestazione di follia - 'Which is the greater folly: To fancy that war offers an easy solution to vexing problems, or, knowing otherwise, to opt for war anyway?' si chiede Bacevich dando improvvisamente alla scena l'apparenza di una tragedia scespiriana. A porsi la domanda potrebbe essere Obama che come Amleto alterna all'azione folle momenti di profonda riflessione - 'The reluctance with which he contemplates the transformation of Afghanistan into "Obama's war" is palpable.' I dubbi del presidente si manifestano innanzitutto con la giustificazione non dovuta per il ritardo che non c'è: 'There has never been an option before me that called for troop deployments before 2010, so there has been no delay or denial of resources necessary for the conduct of the war during this review period.' Commenta in proposito Rémy Ourdan: 'Il a hésité de longs mois. On sent qu'il devient chef de guerre à contrecœur.' Il secondo sintomo emerge subito dopo: 'After 18 months, our troops will begin to come home.' Sebbene il termine per il ritiro resti indefinito, l'annuncio lascia perplessi - 'the focus on withdrawal so soon after escalation sends a message of doubt to the very Afghans the surge is supposed to reassure, while encouraging the Taliban to wait us out. [...] Nations go to war, not merely Administrations,' scrive il Wall Street Journal. I dubbi nascono dalle difficoltà economiche: 'Over the past several years, we have [...] failed to appreciate the connection between our national security and our economy. In the wake of an economic crisis, [...] we can't simply afford to ignore the price of these wars. [...] That's why our troop commitment in Afghanistan cannot be open-ended -- because the nation that I'm most interested in building is our own.' Dunque, il "nation-building" non è più un obiettivo in Afghanistan; i pappagalli nostrani -dal governo all'opposizione, dal Corriere alla RAI- dovrebbero prenderne atto. Tra i commentatori che esortano Obama a dare una prova di coraggio, e a ritirare truppe, c'è George Will che introduce nella vicenda una nota di humor. Lo fa con una storiella -'A traveler asks a farmer how to get to a particular village. The farmer replies, "If I were you, I wouldn't start from here".'- e citando Orwell: 'George Orwell said that the quickest way to end a war is to lose it. But Obama's halfhearted embrace of a half-baked nonstrategy [...] makes a protracted loss probable.' Il destino del "commander in chief" è segnato dalla follia che è già evidente nella scelta del luogo dove parlare, l'Accademia di West Point. Scrive Michael Brenner: 'There is only one place for the President of the United States to speak to the citizenry on a matter of war and peace -- it is the White House. [...] Our soldiers are to be honored -- as we do in every war we fight. We should always remember, though, that [...] every one of them [...] is above all a citizen.' Pensando a Bush, Glenn Greenwald trova ironicamente sollievo nel fatto che 'at least [Obama] is not wearing a fighter pilot costume.' Un'altra espressione di follia è l'affermazione che una misura del successo è il numero dei comandanti nemici uccisi - 'we've made progress on some important objectives.  High-ranking al Qaeda and Taliban leaders have been killed.' Essa è coerente con la concezione della guerra come operazione chirurgica: 'We're in Afghanistan to prevent a cancer from once again spreading through that country.' Il caso classico di applicazione radicale di questa dottrina è lo sterminio -oggi si direbbe il genocidio- dei melii da parte della democratica Atene. Nel dialogo che Tucidide immagina svolgersi fra i contendenti prima dello scontro finale, i melii spiegano agli ateniesi perché essi usciranno sconfitti dal confronto con Sparta: 'tutti coloro che in questo momento non sono schierati né con voi né con Sparta non vi rendete conto che ve li farete nemici, non appena capiranno -guardando a questa nostra vicenda- che prima o poi attaccherete anche loro?' Anticipatore della follia è l'ondeggiare della mente, e almeno su un punto il "commander in chief" ondeggia. Il punto è il seguente: c'è o no un'alleanza organica tra i talebani e al Qaeda? Due mesi fa, osserva Gareth Porter, 'Obama sought to fend off escalation in Afghanistan in part by suggesting through other White House officials that the interests of the Taliban were no longer coincident with those of al-Qaeda.'  Ma a West Point la posizione è cambiata: 'Over the last several years, the Taliban has maintained common cause with al Qaeda, as they both seek an overthrow of the Afghan government.' La follia deforma la realtà, e la sopravvalutazione dei rischi è uno dei possibili aspetti di questa deformazione - un esempio è quando il "commander in chief" ha detto: 'what's at stake is not simply a test of NATO's credibility -- what's at stake is the security of our allies, and the common security of the world.' L'asserzione che un manipolo di terroristi nascosti forse nelle montagne dell'Hindu Kush costituisca un pericolo cosmico fa sorridere anche senza ricorrere al parere degli esperti, come invece fanno David Sanger e Eric Schmitt: 'The nature of modern terrorism, Mr. Mowatt-Larssen, now at Harvard, argued, is that a safe haven can be moved to many different states, and the bigger threat exists in cells, including in Europe and the United States.' Preoccupante è piuttosto l'estensione delle operazioni militari in Pakistan -'The expanded operations could include drone strikes in the southern province of Baluchistan, scrivono ancora Sanger e Schmitt- perché destabilizzano un paese dotato di armi nucleari. E' la follia dell'operazione chirurgica il vero cancro da estirpare. Consapevoli dei rischi della guerra civile sono in primo luogo i militari pakistani che intanto hanno pensato bene di togliere al presidente Zardari il controllo dell'arsenale nucleare - 'Islamabad appreciates that the use of force is not a permanent solution; it only disperses the militants and they soon regroup. As a result, Pakistan wants to strike peace deals with the militants. [...] under the military’s pressure, Zardari issued an amended ordinance in which the prime minister, instead of the president, is chairman of the National Command Authority which controls Pakistan's nuclear arsenal,' scrive Syed Saleem Shazad. L'idea che 'Just as we have done in Iraq, [...] these additional American and international troops will allow us to accelerate handing over responsibility to Afghan forces, and allow us to begin the transfer of our forces out of Afghanistan in July of 2011,' appartiene invece al capitolo dell'ignoranza; Juan Cole spiega perché l'Afghanistan 'is not very much like Iraq,' e perché 'the Washington consensus about its supposed end-game success in Iraq is wrong in key respects.' L'ignoranza si mescola naturalmente con la menzogna, come nel confrontare l'Afghanistan con il Vietnam -'Unlike Vietnam, we are not facing a broad-based popular insurgency.  And most importantly, unlike Vietnam, the American people were viciously attacked from Afghanistan,' (ma i terroristi dell'11 settembre non si sono addestrati anche in Germania e nelle scuole di volo americane?)- o con l'arroganza - 'we will work with our partners, the United Nations, and the Afghan people to pursue a more effective civilian strategy,' (le Nazioni Unite un "partner"? forse per fungere da capro espiatorio, come vuole l'ineffabile Holbrooke, secondo quanto riferisce Julian Borger? ma esse non dovrebbero essere la fonte della legge internazionale, quindi "super partes"?). Il risultato è una propaganda di bassa lega. Molto più dignitosa quella del Mullah Omar; evidentemente la causa che la ispira è più solida.

 
I passi indietro di Obama in America Latina PDF Stampa E-mail
giovedì 26 novembre 2009

Domenica prossima si voterà in Honduras per eleggere il nuovo presidente della repubblica; verrà così completato il tentativo di riciclare il colpo di stato del 28 giugno come un'operazione di difesa della democrazia. Che cosa successe quel giorno lo racconta Greg Grandin: 'Honduran president Manuel Zelaya [...] was rousted out of his bed on Sunday morning by a detachment of armed soldiers and forced into exile still in his pajamas.' Zelaya è stato forse deposto perché si ispirava a Fidel Castro o a Hugo Chavez? La risposta di Grandin è un fermo no; il leader honduregno è stato infatti eletto con una lista di destra - 'unionists, peasant activists and reformers expected little of the center-right politician, a rancher and member of the establishment Liberal Party. Neither did the handful of elite Honduran families who, bankrolled by foreign finance, control their country's media, banking, agricultural, manufacturing and narcotics industries.' La sua azione di governo ha però sorpreso favorevolmente i primi, e scontentato i secondi. C'è stata dunque una svolta in corso d'opera, 'less ideological than pragmatic,' nota ancora Grandin - 'Whatever the reason, Zelaya shifted course, and over the past two years he has adopted a progressive agenda.' I momenti decisivi della svolta sono stati: la proposta di legalizzare alcune droghe, 'as a solution to the disastrous "war on drugs," which has turned Central America into a well-traversed trans-shipment corridor for narcotraficantes;' il discorso al Vertice delle Americhe, con il quale Zelaya ha esortato Obama 'to normalize relations with Cuba;' il ricorso all'aiuto economico del Venezuela. Ma la goccia che, per così dire, ha fatto traboccare il vaso, e indotto le oligarchie economico-militar-criminali ad intervenire è stata l'intenzione di indire un referendum in merito alla convocazione di una  "Constituent National Assembly that will approve a new political Constitution".  Contrariamente a quanto sostenuto dai golpisti, e propagato dai mezzi di informazione occidentali, gli elettori non avrebbero dovuto pronunciarsi su una riforma della costituzione che consentisse a Zelaya di venire rieletto - 'They were simply being asked to vote on whether or not to have a vote on revising the Constitution, with the terms of that revision being left to an elected assembly.' L'idea di rivedere una costituzione fra le più retrograde dell'America Latina evidentemente non piace alle famiglie che contano. Sul piano internazionale, la condanna del golpe è stata pressoché unanime; in particolare, 'Latin America has demonstrated a remarkable degree of unanimity in condemning the coup and demanding Zelaya's return to power.' Anche Obama ha pronunciato parole forti -' "We don't want to go back to a dark past". '- Esse hanno offerto lo spunto per un commento non privo forse di malizia, che Grandin attribuisce a un uomo politico della Costa Rica: ' "This is a golden opportunity," for Obama "to make a clear break with the past and show that he is unequivocally siding with democracy, even if [some in Washington] don't necessarily like the guy [Zelaya]".' Alla luce dei fatti, non si può trarre che una conclusione: l'occasione è stata sprecata. Ha prevalso infatti la linea del dipartimento di Stato, il quale è stato riluttante perfino 'to use the word "coup" to describe Zelaya's overthrow, since to do so would trigger automatic sanctions, including the suspension of foreign aid and the withdrawal of US troops.' L'aspetto diplomatico di questa linea è la doppiezza - il tentativo apparente di salvare capra e cavoli, Zelaya e Micheletti, la democrazia e il golpe, la legge e l'illegalità. La scelta politica sottostante è stata invece quella di mollare Zelaya, e di ripulire la facciata della democrazia honduregna con una verniciata elettorale. L'illusione che fosse possibile conciliare l'inconciliabile  è stata massima un mese fa, quando il dipartimento di Stato riuscì nell'intento di far firmare a Zelaya e Micheletti un documento che prevedeva il ritorno del primo al potere fino all'insediamento del vincitore delle prossime elezioni. Anche due esperti come lo stesso Grandin e Laura Carlsen, pur avendo presenti tutte le difficoltà del caso, avevano espresso un cauto ottimismo - 'The Honduran crisis may soon be over,' scriveva a caldo l'uno; 'the Honduran coup appears to be facing its final days,' scriveva l'altra. Il problema maggiore per Grandin consisteva nel fatto che 'The accord leaves unresolved the issue of whether the widespread human rights violations that have taken place since the coup will be investigated and prosecuted.' La Carlsen, la cui analisi si concentra sul ruolo di Washington, si chiedeva come potesse un paese passare nel giro di un mese dalla dittatura a libere elezioni - 'Imagine a nation moving from the complete breakdown of its democratic system and institutions, to campaigns, to elections in less than thirty days.' L'ottimismo è almeno in parte un atto di fiducia in Zelaya. La domanda è allora: perché egli ha firmato? E' lo stesso presidente a spiegarlo in un'intervista telefonica concessa al sito In These Times due settimane dopo l'accordo, quando ormai l'imbroglio era evidente: 'President Obama pleaded with me to have a dialogue with the putschists. I agreed. But this dialogue benefited only them. Benefited a dictatorship. And it weakened the positions of the American States. This was not the plan. The plan was to restitute democracy, not to validate a dictatorship.' Con il suo errore di valutazione, Zelaya ha sperimentato sulla propria pelle un fenomeno noto: la decrescente credibilità di Obama, la cui specialità sembra essere quella di coprire con la propria immagine di "homo novus" gli interessi e le malefatte delle lobby. James Rosen, che ci mette del suo nel riportare un po' di stupidaggini su Zelaya, scrive che questa volta è bastato un senatore per convincere Obama a cambiare idea. Jim DeMint è il nome del senatore, e la sua capacità di persuasione sembra sia derivata non dalla rappresentanza di gruppi di interesse, ma dal potere di bloccare due nomine al dipartimento di Stato - 'DeMint, the only senator to have visited Honduras during the crisis, stopped blocking the U.S. diplomatic posts on Nov. 5. He said Secretary of State Hillary Clinton had given him her word that the United States would no longer insist on Zelaya's return to power.' L'imbroglio che sta per concludersi prevede che il parlamento non si riunisca -quindi che l'accordo del 29 ottobre non venga ratificato- che Zelaya rimanga pertanto segregato nell'ambasciata del Brasile, e che sia la giunta golpista a gestire le elezioni. Ma per un imbroglio che va ce n'è sicuramente uno che viene, perché il voto di domenica non sarà risolutivo. Solo gli Stati Uniti infatti si sono detti pronti a riconoscerne la validità. La conferma della decisione viene dalla Voice of America che cita un portavoce del dipartimento di Stato: 'The United States says it supports Sunday's presidential election in Honduras as an "essential" part of a solution to that country's ongoing political crisis.' Il resto del continente, riferisce Tom Loudon, ha preso una posizione opposta: 'the Brazilian foreign minister  warned of a "deterioration" of US relations with South America. Brazil is one of 25 countries in the Rio Group which issued a declaration [...] that this important group of countries will not recognize a government resulting from Honduran elections if Zelaya is not previously restored.' Alla resistenza esterna si unisce quella interna: 'The broad-based national resistance movement has called for a total boycott of the elections. Participation in the elections has become a kind of ethical litmus test for all candidates.' Sono numerosi i candidati che sfidando il regime si sono ritirati, scrive Tamar Sharabi, e in proposito egli fornisce alcuni dati. La sostanziale unità e l'internazionalismo di cui ha dato prova in questa occasione l'America Latina non impressionano Immanuel Wallerstein, il quale teme che l'Honduras anticipi un ritorno delle destre - 'The Latin American right forces are poised to do better during the U.S. presidency of Barack Obama than they did during the eight years of George W. Bush.' Due sono i motivi del suo pessimismo: 'What the Latin American right is doing is taking advantage of Obama's internal political difficulties to force his hand. They see that he doesn't have the political energy available to thwart them. In addition, the world economic situation tends to redound against incumbent regimes. And in Latin America today, it is left-of-center parties that are the incumbents.' Anche Saul Landau è preoccupato dalla debolezza di Obama - non notando "change" nella politica verso Cuba, egli si chiede: 'Will Obama remain stuck in this incongruous Cuba policy legacy or exhibit some cojones?' Ma con questo termine egli si riferisce al coraggio, all'intelligenza della storia, non alle capacità politiche; lo si deduce dal rilievo dato al ruolo di Kennedy, il modello di Obama, nella vicenda cubana. Landau cita un consigliere di Johnson per affermare che a ispirare Kennedy era un ideale imperialistico, non l'amore della democrazia - 'Kennedy relied on the Monroe Doctrine as the overarching guideline.' Allora come oggi la colpa di Cuba si chiama infatti 'disobedience; lack of respect; refusal to abide by Washington’s interpretation of a 19th Century Doctrine signed by President James Monroe.' L'ipotesi che sia tuttora la Dottrina Monroe a ispirare la politica estera di Washington in America Latina trova sostegno nella notizia che il 30 ottobre, 'U.S. and Colombian officials signed the controversial Defense Cooperation Agreement (DCA), granting the U.S. armed forces access to seven Colombian military bases for the next ten years.' E' un rapporto del Council on Hemispheric Affairs (COHA) a spiegare il significato di questo accordo: 'both governments have continuously affirmed that the leased facilities would be exclusively used to support counternarcotic and counterinsurgency initiatives within Colombia. However, a recently publicized U.S. Air Force document [which was submitted to the U.S. Congress in May] presents a far more ominous explanation for massive congressional funding for the forthcoming military construction at the Colombian bases. It emphasizes the “opportunity for conducting full spectrum operations throughout South America” against threats not only from drug trafficking and guerrilla movements, but also from “anti-U.S. governments” in the region.' Per sapere la verità non c'è dunque bisogno di essere dei sottili analisti; basta leggere le carte depositate in parlamento. L'"anti-US government" è chiaramente quello di Hugo Chavez, la cui reazione è molto lucida: 'The entire ‘gringo’ war arsenal included in the agreement responds to the concept of extra-territorial operations… it turns the Colombian territory into an enormous Yankee military enclave… the greatest threat to peace and security in the South American region and in Our America.' Sono parole riprese da un articolo citato da Fidel Castro che difende così l'amico: 'He did not win power with weapons despite his military background. [... But] It is precisely thanks to his military background that Chavez knows that the struggle against drug-trafficking is a vulgar pretext used by the United States to justify a military agreement that fully responds to the US post-cold war strategic concept of extending its world domination.' All'"escalation" della "war on terror" in Afghanistan e Pakistan -e prima in Irak- corrisponde insomma un'"escalation" della "war on drugs". Quest'ultima non è meno pretestuosa della prima, e più di essa ha il carattere di una "war on the poor", come spiega James Brittain: 'Washington and Bogotá are, in fact, destabilizing the rural political economy.' E' ancora Castro a osservare che la "war on drugs" non coinvolge soltanto i paesi produttori e quelli limitrofi, perché 'drug-trafficking, organized crime, social violence and the paramilitaries [...] have brought to Mexico, Central America and South America a growing tragedy.' Se il Venezuela è l'obiettivo immediato, quello indiretto, ma forse il principale, è il Brasile, la potenza che crede nell'integrazione regionale e, diversamente dagli europei, non ha paura di prendere posizione contro gli Stati Uniti, come riferisce Alexei Barrionuevo a proposito della visita di Ahmadinejad: 'Mr. [Lula] da Silva’s government criticized the United States over its handling of the crisis in Honduras and increasing its military presence in Colombia.' Forza Brasile!

 
La Cina non abbocca PDF Stampa E-mail
giovedì 19 novembre 2009

Se anziché i consiglieri della Casa Bianca, Obama ascoltasse George Soros, a Pechino avrebbe fatto un discorso molto diverso: 'the system is broken and needs to be reinvented. [...] A new Bretton Woods conference, like the one that established the post-WWII international financial architecture, is needed to establish new international rules, including treatment of financial institutions that are too big to fail and the role of capital controls. It would also have to reconstitute the International Monetary Fund to reflect better the prevailing pecking order among states and to revise its methods of operation. [...] Reorganizing the world order will need to extend beyond the financial system and involve the United Nations, especially membership of the Security Council.' Basta dunque con i club riservati - G2, G8, G20, ecc; si rivaluti invece il ruolo delle organizzazioni multilaterali, fondamento dell'ordine internazionale. L'argomento allegato da Soros è il seguente: 'the world is facing another stark choice between two fundamentally different forms of organization: international capitalism and state capitalism. The former, represented by the United States, has broken down, and the latter, represented by China, is on the rise. Following the path of least resistance will lead to the gradual disintegration of the international financial system. A new multilateral system based on sounder principles must be invented. [...] the US has more to lose by not being in the forefront of reforming it. The US is still in a position to lead the world, but, without far-sighted leadership, its relative position is likely to continue to erode.' L'alternativa, spiega ancora Soros, 'is frightening, because a declining superpower losing both political and economic dominance but still preserving military supremacy is a dangerous mix. [...] In fact, democracy is in deep trouble in America.' Anche la reazione cinese sarebbe stata diversa, perché la linea proposta da Soros era già nelle parole pronunciate da Zhou Xiaochuan, il governatore della banca centrale, il 23 marzo scorso: 'The crisis again calls for creative reform of the existing international monetary system towards an international reserve currency with a stable value, rule-based issuance and manageable supply, so as to achieve the objective of safeguarding global economic and financial stability. [...] Back in the 1940s, Keynes had already proposed to introduce an international currency unit named "Bancor", based on the value of 30 representative commodities. Unfortunately, the proposal was not accepted. [...] The creation of an international currency unit, based on the Keynesian proposal, is a bold initiative that requires extraordinary political vision and courage. In the short run, [...] with its universal membership, its unique mandate of maintaining monetary and financial stability, and as an international "supervisor" on the macroeconomic policies of its member countries, the IMF, equipped with its expertise, is endowed with a natural advantage to act as the manager of its member countries´ reserves.' Per inciso, la proposta di assegnare al Fondo Monetario Internazionale il compito di gestire almeno in parte le riserve dei paesi aderenti è condivisa da Dominique Strauss-Kahn, il direttore del Fondo (Contropagina dell'8 ottobre). Obama ha invece optato per una partita a due -un G2, appunto- la cui regola dovrebbe essere la “strategic reassurance”. Di cosa si tratti lo spiega un sottosegretario agli Esteri al New York Times: ' “Strategic reassurance rests on a core, if tacit, bargain,” Mr. Steinberg said. “Just as we and our allies must make clear that we are prepared to welcome China’s ‘arrival,’ ” he argued, the Chinese “must reassure the rest of the world that its development and growing global role will not come at the expense of security and well-being of others”.' Si tratta insomma di uno scambio, i cui termini sono i seguenti: gli americani rassicurano la Cina che non intendono contenerla, ossia accerchiarla politicamente e militarmente, o ostacolarla economicamente; per parte loro, i cinesi si impegnano a facilitare il riequilibrio delle bilance dei pagamenti, e a coadiuvare gli Stati Uniti nella gestione delle crisi mondiali. Questa linea emerge con chiarezza dalle dichiarazioni del presidente americano - innanzitutto nell'intervista rilasciata alla Reuters prima della partenza per l'Asia: 'I see China as a vital partner, as well as a competitor. [...] If both countries recognize their interest in a more sustainable growth model, then I think we will both benefit and the world in general will see greater stability. [...] And that means us selling more exports into China; it means us being more responsible in terms of our savings rate; it means China building on the growing consumer demand in their country. [...] The key is for us to make sure that that competition is [...] within the bounds of well-defined international rules, [...] but also that together we are encouraging responsible behavior around the world. And on critical issues, whether climate change, economic recovery, nuclear non-proliferation, it's very hard to see how we succeed or China succeeds in our respective goals without working together. And that is, I think, the purpose of the strategic partnership and that's why this trip to China is going to be so important.' Poi in un discorso a Tokyo: 'we welcome China's effort to play a greater role on the world stage -- a role in which their growing economy is joined by growing responsibility. [...] the United States does not seek to contain China, nor does a deeper relationship with China mean a weakening of our bilateral alliances.  On the contrary, the rise of a strong, prosperous China can be a source of strength for the community of nations. [...] Now that we are on the brink of economic recovery, we must also ensure that it can be sustained. [...] We can't follow the same policies that led to such imbalanced growth.' Infine, rivolgendosi agli studenti di Shanghai, Obama ha accompagnato la solita esortazione (l'aveva fatto, con meno discrezione, a Mosca e al Cairo) a perseguire il sogno americano del successo -'I see China's future in you, young people whose talent and dedication and dreams will do so much to help shape the 21st century'- con la celebrazione della storia comune sino-americana; una storia che, secondo Simon Schama, è andata però a corrente alternata. La posizione del presidente americano può essere definita di centro; la sinistra è rappresentata da Paul Krugman che chiede più durezza e determinazione nel confronto sul cambio, a difesa dei posti di lavoro - 'The administration’s statements on Chinese currency policy seem pro forma, lacking any sense of urgency. That needs to change. I don’t begrudge [non rimprovero a] Mr. Obama the banquets and the photo ops; they’re part of his job. But behind the scenes he better be warning the Chinese that they’re playing a dangerous game.' La diagnosi di Krugman -il miglioramento della bilancia commerciale è temporaneo, il problema è il cambio dello yuan- è condivisa a destra da Niall Ferguson, il quale ritiene che il G2, Chimerica (un nome che sembra uscito dalla penna di Rampini), sia il passato, non il futuro - 'Chimerica consisted largely of the combination of Chinese development, led by exports, and American overconsumption.' Ma a differenza di Krugman egli si sbilancia, nel senso dell'ottimismo, sull'esito di un braccio di ferro sul cambio: alla fine la Cina rivaluterà e imparerà 'that exporters can live with substantial exchange rate revaluations so long as they are achieving major gains in productivity, as China still is.' Il Wall Street Journal che giustamente ritiene americana, più che cinese, l'origine degli squilibri finanziari e della crisi, vede proprio nella conclusione di Ferguson un motivo di proccupazione: 'The larger mistake is to believe that any nation can devalue its way to prosperity. As other currencies rise in value and force productivity gains, the U.S. economy will become relatively less efficient. American living standards will decline, as those in Asia rise.' Oltre alla destra populista di Ferguson, e a quella ortodossa del WSJ, c'è quella militarista di Robert Kagan - 'Unfortunately, the only result [della "strategic reassurance"] will be to make American allies nervous.' In realtà, gli alleati -i giapponesi, nel caso particolare- sono nervosi perché, come spiegano Douglas Lummis e Gavan McCormack, gli americani non se ne vogliono andare da Okinawa - sebbene dichiarino che il contenimento della Cina non è un obiettivo, si potrebbe aggiungere. Senza destare sorpresa, la risposta di Pechino non è stata incoraggiante per Obama: questa è infatti l'impressione che si trae dalla dichiarazione finale di Hu Jintao, ed essa trova sostegno nel servizio degli inviati del Financial Times - 'At their joint appearance in the Great Hall of the People following their meeting, both leaders gave the impression that there had been sharp disagreements on a wide range of issues.' E' forse un'affermazione di Hu -'The talks were candid, constructive, and very fruitful'- a dare loro lo spunto per ricordare i vertici USA-URSS: 'Much like the lengthy statements that the US and USSR produced during their rare bouts of detente, however, a great deal of continuing disharmony could be read between the lines.' Il riferimento alla Distensione può tuttavia aiutare a capire lo stato dei rapporti fra le due potenze: non un'alleanza ineguale, basata sulla “strategic reassurance”, ma un confronto responsabile che mette in luce convinzioni e interessi divergenti. Dei tre punti all'ordine del giorno -'climate change, economic recovery, nuclear non-proliferation- l'unico sul quale si è registrata convergenza è stato il primo, 'But [the] announcements of a series of new clean energy initiatives, from carbon capture research to a project on electric cars, could not paper over [mascherare] the fact that both [leaders] had sharply downgraded prospects of a big deal on climate change in Copenhagen next month at the Asia Pacific summit in Singapore last weekend.' Sulla "nuclear non-proliferation", Hu è stato molto sbrigativo: 'the Iranian nuclear issue [va risolto] through dialogue and negotiations.' Quindi né sanzioni, né la minaccia di azioni militari - almeno la Cina dimostra di non subire l'influenza della lobby pro-Israele. Nella dichiarazione di Hu è assente qualsiasi accenno alla politica del cambio; la Cina non ritiene dunque di doversi giustificare per aver agganciato lo yuan alla moneta di riserva del momento, il dollaro. Alla difesa, Hu preferisce l'attacco: 'I stressed to President Obama that under the current circumstances, our two countries need to oppose and reject protectionism in all its manifestations in an even stronger stand.' Un altro episodio indicativo dell'atteggiamento cinese lo raccontano Cooper, Wines e Sanger nell'articolo già citato: 'In a July meeting, Chinese officials asked their American counterparts detailed questions about the health care legislation making its way through Congress. The president’s budget director, Peter R. Orszag, answered most of their questions. But the Chinese were not particularly interested in the public option or universal care for all Americans. “They wanted to know, in painstaking detail, how the health care plan would affect the deficit,” one participant in the conversation recalled.' Sorprendentemente, ma non troppo, la giustificazione della linea cinese viene da Robert Reich, un uomo di sinistra: 'the larger explanation for Chinese frugality is that the nation is oriented to production, not consumption. [...] The Chinese government [...] wants to create more jobs in China, and it will continue to rely on exports. Each year, tens of millions of poor Chinese pour into large cities from the countryside in pursuit of better-paying work. If they don't find it, China risks riots and other upheaval. [...] To this extent, China's export policy is really a social policy, designed to maintain order.' La conclusione di Reich esclude soluzioni indolori ai problemi del mondo: 'Both societies are threatened by the disconnect between production and consumption. In China, the threat is civil unrest. In the U.S., it's a prolonged jobs and earnings recession that, when combined with widening inequality, could create political backlash.'

 
Il muro che manca PDF Stampa E-mail
giovedì 12 novembre 2009

Sono così rare le buone notizie sull'Europa che quelle poche occorre centellinarle. Assaporando un po' alla volta c'è tuttavia il rischio di scoprire dei retrogusti sgradevoli, o di venire colti impreparati dalla cattiva notizia successiva, con l'effetto di mandare di traverso la buona. Nel caso del Trattato di Lisbona, per esempio, la ratifica da parte della Repubblica Ceca permette finalmente all'UE di godere di alcuni vantaggi istituzionali che Doug Merrill riassume così: 'more qualified majority voting in the Council of Ministers, increased involvement of the European Parliament in the legislative process through extended codecision with the Council of Ministers, eliminating the pillar system and the creation of a President of the European Council with a term of two and half years and a High Representative for Foreign Affairs to present a united position on EU policies. The Treaty of Lisbon will also make the Union’s human rights charter, the Charter of Fundamental Rights, legally binding.' La soddisfazione si riduce però non appena si considerino i dubbi espressi da Jacques Delors (Contropagina del 29 ottobre): il trattato rafforzerà il metodo intergovernativo? il suo effetto sarà di aumentare il numero dei membri delle delegazioni che rappresentano l'Unione, così da farle sembrare 'une jolie colonie de vacances'? Dalla soddisfazione si passa addirittura al raccapriccio quando si immagini che a presiedere il Consiglio possa andare un Tony Blair, o anche un Herman van Rompuy del quale David Cronin sottolinea la 'slavish devotion to America and Nato for much of his political career.' Un'altra buona notizia è la decisione del nuovo ministro degli Esteri tedesco di chiedere alla NATO la rimozione delle bombe nucleari dall'Europa - 'The German foreign minister, Guido Westerwelle, the driving force behind the new policy, raised the issue during talks in Washington today with the US secretary of state, Hillary Clinton.' Ci sono circa '200 US weapons – mostly tactical – left in Europe, deployed in Turkey, Italy, Belgium, the Netherlands and Germany,' precisa Julian Borger; la loro giustificazione si trova nel concetto strategico -si fa per dire- dell'Alleanza - 'Nuclear forces based in Europe and committed to Nato provide an essential political and military link between the European and the North American members of the alliance. The alliance will therefore maintain adequate nuclear forces in Europe.' Più che una giustificazione, questo enunciato del 1999 è però un'autocertificazione di inconsistenza: non avendo più motivi ideali, né interessi comuni da difendere, la NATO non vede altra ragion d'essere che le armi (nucleari) - il mezzo diventa insomma fine. Il merito di Westerwelle si ridimensiona quando si apprende che gli Stati Uniti stanno già procedendo di loro iniziativa alla riduzione; l'informazione è di Wayne Merry - 'For a decade, nothing changed.  Then, without public announcements, the administration of President George W. Bush removed all nuclear weapons from Greece in 2001 and from Britain in 2008, plus withdrawing most of the deployed weapons from Germany in 2007 and a large number from Italy.  These actions were not motivated by arms control goals, but by concerns about the security of the weapons, the cost of the deployments and their military inutility.  In consequence, the number of ‘tactical' weapons in Europe was cut by more than half without public notice. [...]  Indeed, the US European Command recently advised the Secretary of Defense in a public document that "it believes there is no military downside to the unilateral withdrawal of nuclear weapons from Europe".' Il problema è dunque degli europei: 'Europeans tend to blame the spread of nuclear weapons on others, but here is a tangible and practical measure to eliminate a class of such weapons which they can take, if they will.' In causa c'è anche il Trattato di Non Proliferazione (NPT) - 'the European governments concerned must explain at next year's Review Conference [del NPT] why they have not taken this simple and long overdue step.' Il passaggio in questo caso dalla soddisfazione alla vergogna si completa con la lettura della cronaca dell'ultima riunione NATO, a Bratislava: 'Top NATO officials suggested Friday that they support Afghanistan commander Gen. Stanley McChrystal's call for a bigger counterinsurgency strategy in that war, but said they may send more troops only after they know how the administration intends to proceed there. [...] Gates sought to reassure NATO that the United States is committed to Afghanistan, even as it debates its strategy there.' Ciò che scrive Nancy Youssef è davvero incredibile: i ministri della Difesa europei si sarebbero espressi a favore di un aumento delle truppe in Afghanistan prima ancora del pronunciamento di Obama -anzi Gates avrebbe dovuto rassicurarli sulla continuità dell'impegno americano!- salvo poi tirarsi indietro quando si è trattato di quantificare il proprio contributo - 'But NATO stopped short of committing more forces.' E' una commedia che si spiega in un solo modo: la NATO è uno zombie sotto il controllo degli apparati industrial-militari - 'NATO, like much of the U.S. military, hasn’t had a reason to exist since the Berlin Wall came tumbling down in the early 1990s. [...] The only entity that has been emboldened is the Western alliance’s military industrial complex, led by the Pentagon, who are fighting not for the safety of their countries but for their own existence,' scrive Jeff Huber. La terza buona notizia è che Obama non è andato a Berlino per la celebrazione della caduta del muro. A dire il vero, l'assenza in sè non dice niente, e i motivi che l'hanno trattenuto potrebbero essere tutt'altro che rassicuranti. Senza esagerare con la fantasia, si può però immaginare che con la sua decisione abbia voluto mandare il seguente messaggio: Europei, il mondo sta cambiando, io sono molto occupato, e di alleati servili e inadempienti, devoti all'America che fu, non so che farmene. Segnali in questo senso vengono dai pensatoi di politica estera euro-americani. A riportarli è Steven Erlanger: 'Americans argue that the Europeans are too passive, watching Mr. Obama struggle with difficult issues, like Afghanistan and the detention center at Guantánamo Bay, without providing much substantive help. [...] Europeans retain key and damaging “illusions” they acquired over “decades of American hegemony,” which produces “an unhealthy mix of complacency and excessive deference” to a United States that has a “rapidly decreasing interest” in a Europe that cannot pull its own weight.' Resta da capire se Obama voglia un'Europa più matura e indipendente, o soltanto più rispondente alle sue esigenze. La risposta raccolta da Erlanger non lascia dubbi: 'his administration [...] wants “to work with whoever will most effectively help it achieve the outcomes it desires”.' Questa interpretazione diventa evidenza di fatto quando l'amministrazione dimostra di voler far leva sulle divisioni europee. E' il caso della visita del vice-presidente Biden ai paesi dell'Europa Orientale, che George Friedman commenta così: 'After doing something Russia wanted the United States to do, Washington now has turned around and announced a policy that directly challenges Russia, and which in some ways represents Russia's worst-case scenario.' Friedman spiega l'apparente inversione di rotta americana con il solito Iran: la Russia non ha fatto abbastanza per isolare l'Iran, e ha approfittato dei rapporti più distesi con Washington per rafforzare la propria posizione strategica in Asia Centrale e in Europa - 'With Russia making great strides in Eurasia while simultaneously sabotaging U.S. efforts in the Middle East, the Americans desperately need to change the game. [...] Even on the North European Plain, Russia has made great strides. [...] [Russia e Germania] have a number of opportunities for partnership, and 2009 has seen such opportunities seized.' I paesi dell'Est sono il fulcro del movimento - 'If the Americans are concerned about a resurgent Russia, then the Central Europeans are absolutely terrified.' Di questa preoccupazione si era fatto interprete già nel luglio scorso un gruppo di intellettuali e ex dissidenti con una lettera a a Obama: 'We are Atlanticist voices within Nato and the EU. [...] Twenty years after the end of the cold war, however, we see that central and eastern European countries are no longer at the heart of American foreign policy.' Come ha detto Tariq Ali in una recente conferenza a Londra, questi paesi hanno probabilmente una predisposizione genetica a essere satelliti. Tra le opportunità citate da Friedman c'è l'affare Opel-Magna, che non a caso è saltato. La decisione di General Motors è maturata nelle stesse ore in cui a Washington avveniva l'incontro tra Obama e la Merkel, e la coincidenza può forse spiegare la freddezza che Brian Knowlton aveva notato nei modi dei due leader - 'The pair’s body language seemed less than totally relaxed, however; neither smiled much during the brief press session.' Trarre da tutto ciò la conclusione che l'assenza di Obama a Berlino sia in realtà una cattiva notizia sarebbe tuttavia sbagliato. Di positivo resta l'esortazione implicita a non vivere nell'illusione che l'America sia sempre quella del boogie-woogie; un'illusione di cui purtroppo il discorso della Merkel al Congresso dà chiara prova - ragioni anagrafiche fanno sì che per lei l'America sia quella dei jeans. Finché è Berlusconi a manifestare "complacency and excessive deference”, infantilismo e servilismo, non c'è da stupirsi, visto il suo totale disprezzo per le parole, oltre che per le regole; se a farlo è una donna di stato che rappresenta l'Europa, c'è da disperarsi, anche perché lei non si è limitata a blandire, ma ha preso impegni che la allineano alle posizioni della destra americana e degli apparati industrial-militari - 'We are happy to have American soldiers in Germany, today and in the future. [...] A nuclear bomb in the hands of an Iranian President who denies the Holocaust, threatens Israel and denies Israel the right to exist, is not acceptable! [...] Israel's security will never be open to negotiation. Not only Israel is threatened but the entire free world. [...] There is no doubt that NATO is and will continue to be the crucial corner-stone of our collective defense. Its Security Concept is being constantly developed and adapted to new challenges.' Leggendo questo orribile discorso occasionato dalle celebrazioni della caduta del Muro, il pensiero è andato naturalmente a un altro muro, quello del Pianto. Ecco ciò di cui gli europei avrebbero bisogno, un bel muro di fronte al quale rimpiangere le occasioni perdute negli ultimi vent'anni: un sistema con più libertà, ma senza i mali del capitalismo, nei paesi dell'Est e in Russia -come nei desideri di Mikhail Gorbachev e di Slavoj Zizek- un'Europa unita e promotrice di pace e legalità a Ovest.

 
L'esempio della Turchia PDF Stampa E-mail
giovedì 05 novembre 2009

Dopo il no a Blair, la tentazione era di uscire con il titolo: Sì alla Turchia. Il motivo è il coraggio -il quale, come osservava Platone, è una manifestazione di intelligenza: 'il coraggio è la scienza delle cose temibili e delle cose non temibili, ed è contraria all'ignoranza di queste. [...] il coraggio e la sapienza sono la medesima cosa.'- di cui sta dando prova il governo di Ankara. I fatti dicono che quello che sta per chiudersi è stato un anno di svolta per la politica turca; tutto ha avuto inizio a Davos in gennaio, quando Erdogan ha mandato a quel paese il presidente israeliano. L'episodio è ricordato da Today's Zaman: 'the prime minister [...] had walked out of a January meeting of the World Economic Forum (WEF) in Davos, Switzerland, after a heated exchange with Israeli President Shimon Peres, telling him, “When it comes to killing, you know very well how to kill".' Fu un gesto spontaneo -'The incident [...] was a spontaneous development which was not planned beforehand'- una reazione ai crimini commessi da Israele a Gaza, spiega un funzionario del ministero degli Esteri, che deve essere vista 'in an entirely humanitarian dimension.' La diplomazia cerca naturalmente di attenuare la gravità dello strappo, ma il cambiamento nei rapporti tra i due paesi è stato confermato dalle successive dichiarazioni del primo ministro turco -'Recalling that nine months had passed since Israel’s deadly offensive on Gaza, Erdoğan said the tragedy continues because reconstruction materials have not been permitted into the devastated region so that rebuilding can begin. “We cannot ignore this tragedy. The blockade against Gaza should be lifted as soon as possible”, scriveva pochi giorni fa il quotidiano Hürriyet- e dalla decisione di cancellare le esercitazioni militari congiunte che avrebbero dovuto svolgersi in settembre. L'importanza di questo fatto è chiarita da Zvi Bar'el: 'Canceling the participation of Israel in the exercise cancels for the first time the "division of roles" between the civilians and the military in Turkey and makes it clear to Israel that Turkey will now speak with a single voice.' Bar'el sottolinea anche la presa di posizione a favore del Rapporto Goldstone, e la giudica conseguente: 'Erdogan's support for a UN deliberation of the Goldstone Report and his declaration that "those responsible for war crimes must be identified and held accountable," is not based on any wish to please Iran or Syria. Turkey has a steady and clear policy on this issue and it is not a proxy for any country.' La normalizzazione dei rapporti con la Siria è un altro tassello del "change" turco; essa contribuisce ad allontanare Ankara da Gerusalemme, ma questo può essere considerato un effetto secondario. Per avere un'idea del valore dell'accordo firmato a Istanbul il 16 settembre nel corso della visita del presidente Assad, basta pensare che dove c'era un confine minato, adesso c'è una frontiera aperta che può essere attraversata senza visto - scrive Ibrahim Hamidi: 'The two nations decided to do away with visa regulations, facilitating the flow of goods and people on both sides of their 800 km border. Back in the 1990s, [...] anybody wanting to cross the border had to watch out for the hundreds of land-mines, scattered on both sides, aimed at preventing the infiltration of terrorists.' Anche maggiore è il significato dei protocolli -'one on the development of bilateral relations and another on the establishment of diplomatic relations,' precisa Sergei Markedonov- firmati il 10 ottobre con l'Armenia. Dopo un doveroso invito a moderare le attese, perché manca la ratifica dei parlamenti, perché il Medio Oriente è abituato alle false partenze, e perché la cosiddetta questione del genocidio è rimandata a una commissione di storici, Markedonov non esita a definire l'avvenimento di 'crucial importance' - 'It is not just the tone, but the language of the conversation between Yerevan and Ankara that has changed.' Per l'Armenia si tratta di uscire dall'isolamento; la situazione ai confini non ha bisogno di commento - Turkey's land blockade, the closed border with Azerbaidjan, the unresolved conflict with Nagorny Karabakh, the two "windows on the world" - Georgia and Iran - which the longstanding conflicts between Russia and Georgia and America and Iran had made so unreliable.' La decisione turca si spiega innanzitutto con la volontà di risolvere le questioni pendenti con i vicini - può un paese che ambisce disegnare un nuovo ordine regionale dimostrarsi incapace di stabilire relazioni normali con chi gli sta accanto? La seconda ragione è l'economia: in tempi di crisi e di decadenza imperiale (americana) -'There is an important lesson here for the Obama administration. America no longer has the economic and political wherewithal to dictate strategic outcomes in the Middle East,' scrivono Flynt e Hillary Leverett, la Guerra Fredda è davvero finita!- non ci si può permettere di mantenere anacronistiche barriere ai commerci. Se la riconciliazione è doverosa e opportuna con i vicini, a maggior ragione lo è con i propri concittadini. Anche sul fronte curdo c'è infatti da registrare un'importante iniziativa: una mini-amnistia a beneficio di un gruppo di militanti del PKK rientrati dall'Irak. La cronaca dell'avvenimento e delle difficoltà che incontra il processo di pace, è di Emrullah Uslu. Lo scetticismo di Uslu, nel quale si può forse leggere il disappunto per la volontà del governo Erdogan di emanciparsi dagli Stati Uniti, è condiviso da Soner Cagaptay. Questi avanza però una proposta interessante: 'Turkey can break the Kurdish impasse by increasing the rights of all Turkish citizens, regardless of ethnicity and religion.' Cagaptay esorta insomma l'AKP, il partito di Erdogan, ad essere il vero campione della laicità sfidando i militari e quelli che si considerano gli eredi di Kemal Atatürk sul loro terreno, ossia nella definizione della "Turkishness", di cosa significhi essere turchi - 'Solving the Kurdish problem in Turkey requires an understanding of the very notion of what it means to be a Turk -- someone defined by historic Turkish identity rather than ethnicity.' Ai kemalisti che promuovono una mitica identità razziale, quindi non sono laici, occorre contrapporre l'idea che la Turchia è una 'historic entity that is a product of the country's Ottoman past. For 500 years, the Ottoman Empire treated its entire Muslim population as members of the same political grouping, the Muslim "millet".' Wikipedia definisce così il "millet": 'The Ottoman term specifically refers to the separate legal courts pertaining to personal law under which minorities were allowed to rule themselves (in cases not involving any Muslim) with fairly little interference from the Ottoman government.' Il corrispondente contemporaneo del "millet" potrebbe essere il multiculturalismo all'inglese, non un modello di integrazione, ma senz'altro meglio della segregazione razziale. C'è da augurarsi che l'AKP recepisca il messaggio di Cagaptay,  e completi l'opera riformatrice, dimostrando così che un movimento politico di ispirazione islamica può risultare più laico di uno laicista. L'ideale sarebbe che in questa "historic entity" venissero comprese Bisanzio e la Grecia antica che sulle sponde mediterranee dell'Asia Minore ha visto fiorire la propria civiltà. Ciò farebbe della Turchia un candidato irresistibile all'Unione Europea; c'è però da chiedersi se questo passo sia oggi nell'interesse dei contraenti. Conviene alla Turchia, un galletto ruspante, rinchiudersi in un pollaio insieme a capponi invidiosi e a un'unica gallina, fra l'altro neppure attraente, e dove l'allevatore è pieno di debiti e pensa soltanto alle partite di caccia? Dal punto di vista dell'UE, che effetto può avere un ulteriore allargamento, se non quello di causare danni irreparabili -se già non sono stati fatti- al progetto di integrazione politica? L'Iran è la tipica prova che misura oggi la differenza fra galli e capponi. Tra Washington e Teheran è in corso una partita che tra alterne vicende dura ormai da più di cinquant'anni, e che ha in palio i pozzi di petrolio; ultimamente il gioco si è complicato perché gli americani hanno perso il controllo di una pedina, Israele. A dire il vero, non è chiaro se si tratti di una pedina impazzita, se Israele si muova per conto di gruppi di potere americani, o se sia Gerusalemme a guidare il gioco. Il commento ironico di Larry Derfner alla vicenda del Rapporto Goldstone farebbe pensare alla prima ipotesi - 'The kill ratio was 100-to-1 in our favor. The destruction ratio was much, much greater than that. To this day, thousands of Gazans are living in tents because we won't let them import cement to rebuild the homes we destroyed. We turned the Gaza Strip into a disaster area, a humanitarian case, and we're keeping it that way with our blockade. Meanwhile, here on the Israeli side of the border, it's hard to remember when life was so safe and secure. So let's decide: Who was the victim of Operation Cast Lead, them or us? No question - us. We Israelis were the victims and we still are. In fact, our victimhood is getting worse by the day. The Goldstone report was the real war crime.' La Turchia si è resa conto che restando spettatore di un gioco folle rischiava di veder compromessi i propri interessi, quindi ha deciso di scendere in campo al fianco dell'Iran - Erdogan a fine ottobre è andato a Teheran, ed ecco un paio di sue dichiarazioni, riportate da Haaretz: 'We want to live in a region completely purged of nuclear weapons [si riferiva forse a Israele?]. We want to live in a world in which nuclear weapons no longer exist, [...] those who criticize Iran's nuclear program continue to possess the same weapons, [...] I think that those who take this stance, who want these arrogant sanctions, need to first give these [weapons] up. We shared this opinion with our Iranian friends, our brothers.' Questa presa di posizione, riferisce Joshua Landis nell'introdurre alcuni commenti, è stata aggravata da quello che per Washington è sempre stato un peccato mortale, l'abbandono del dollaro come valuta di regolamento del petrolio - 'Turkey has signed an agreement with Russia, China and Iran to use each others currencies in their trade and not dollars.' Non stupisce quindi che la visita di Erdogan a Washington sia stata rimandata - 'Erdogan’s planned visit to the US has been postponed until December.' Landis chiarisce anche qual è il disegno del governo di Ankara: 'The Iran visit is not about identity or religion, [...] but about Turkey becoming the hub of a successful gas transport network.' In realtà, la Turchia è al centro di un Grande Gioco che comprende anche la partita iraniana, e nel quale si deciderà il percorso del gas dall'Asia Centrale e dal Medio Oriente all'Europa. All'origine c'è un progetto di gasdotto promosso dalla NATO, il Nabucco, che ha lo scopo di ridurre la dipendenza dell'Europa dalla Russia, in sostanza di tenere gli europei il più possibile lontano dai russi. E' un progetto che per il momento non sta in piedi, perché può contare su un solo fornitore, per di più non appartenente al club del Big Gas: l'Azerbaigian. La soluzione più economica sarebbe, come sostiene la Turchia, e come mostra la cartina di Landis, di prevedere una diramazione verso l'Iran che dispone delle maggiori riserve dopo la Russia; ma l'Iran è il nemico che deve essere isolato e piegato alla volontà di USrael. La risposta russa è il South Stream, un gasdotto che salterebbe paesi poco affidabili come l'Ucraina, la Georgia e la Romania. La Turchia è presente anche su questo tavolo; John Helmer riferisce che in un recente incontro a Milano fra i ministri dei due paesi si sarebbe discusso di petrolio, oltre che di gas. Il pacchetto prevederebbe di far transitare il petrolio russo per l'Anatolia -un oleodotto congiungerebbe Samsun, sul Mar Nero, a Ceyhan, sul Mediterraneo, con l'effetto di ridurre drasticamente il traffico di petroliere nel Bosforo- e di deviare 'the seabed route of South Stream under the Black Sea by up to 230 kilometers southward to Turkish territorial waters.' Il riposizionamento politico della Turchia non è però senza attriti. Le tensioni maggiori si sono registrate con l'Azerbaigian - 'it was after the signing of the protocols on the establishment of diplomatic relations between Turkey and Armenia that Baku’s outrage spiraled,' scrive Fariz Ismailzade. Ma il nervosismo degli azeri si spiega anche con il nuovo corso turco, teso a massimizzare la rendita di posizione del paese. Su queste incerte braci soffiano i falchi di Washington -Vladimir Socor è uno di essi- con la proposta del White Stream, una variante del Nabucco che taglierebbe fuori la Turchia - 'Azerbaijan is the irreplaceable country as a gas producer for Nabucco’s and the Corridor’s first stage. Azerbaijan will again be irreplaceable as a transit country for Central Asian gas, [...] The Turkish transit route, however, is not irreplaceable and White Stream can demonstrate that point.' I turchi hanno insomma di che divertirsi, mentre qui ci dobbiamo accontentare dei saltimbanchi.

 
No a Blair PDF Stampa E-mail
giovedì 29 ottobre 2009

Oggi si riunisce a Bruxelles il Consiglio dell'Unione Europea. Il servizio della BBC informa che all'ordine del giorno ci sono la Conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici, e l'economia; ma si parlerà anche del Trattato di Lisbona, ufficialmente per concordare una proposta che convinca il presidente ceco a firmare, informalmente per sondare le possibilità dei candidati alla presidenza dell'UE, in particolare di Tony Blair. In realtà, è proprio su questo punto che sembra concentrarsi l'interesse dei capi di stato e di governo - 'Climate talks overshadowed by divisive subject of Tony Blair's candidacy to be Europe's first president,' sottotitola il Guardian. La conferma -'the clearest indication so far'- che Blair vuole il posto, viene dal Times: 'The former Prime Minister would give up his lucrative commercial interests for a job that would allow him to “make a difference” for Europe.' I suoi sponsor sono, come è noto, Nicolas Sarkozy -non però fino a provocare 'an EU split,' scrive il Times- e Gordon Brown. E' auspicabile che nei poco trasparenti corridoi di Bruxelles questa candidatura venga definitivamente accantonata. Le ragioni dell'opposizione a Blair sono diverse: la più benevola è che le sue caratteristiche personali -il protagonismo, il decisionismo, ossia le qualità che secondo David Miliband, un personaggio poco raccomandabile anche per l'editorialista di Le Monde, ne farebbero lo "strong leader" di cui l'Europa ha bisogno per competere con Stati Uniti e Cina- non lo rendano idoneo alla carica. La tesi è sostenuta con accenti differenti da Jacques Delors, dall'Independent e dal Financial Times. Il primo boccia implicitamente Blair quando indica quale sia la figura di cui l'Unione ha bisogno: non un "executive president", ma un "chairman", ossia un coordinatore che 's'efforce d'améliorer le processus de décision de l'Union en proposant des priorités au Conseil européen et des options claires à trancher, au besoin par vote, puis en s'assurant de leur correcte et loyale mise en œuvre.' Nella visione di Delors, il potere esecutivo compete -o dovrebbe competere- alla Commissione, 'qui est une pièce centrale de la méthode dite "communautaire". [...] La Commission pense tous les jours à l'Europe, a le monopole du droit d'initiative, prépare les propositions de lois, exécute les décisions du Conseil qui, de plus en plus, sont arrêtées [convenute] avec l'accord du Parlement européen.' Dare più potere decisionale al Consiglio -fare, in altre parole, della Commissione un segretariato- significa scegliere il cosiddetto metodo intergovernativo -a essere rappresentati nel Consiglio sono infatti i governi nazionali- il quale porta non all'unione politica, ma a un'organizzazione tipo l'OCSE. Il sospetto di Delors è che l'Europa di Lisbona sia avviata su questa strada: 'c'est le retour à la méthode intergouvernamentale dans l'intention, et même dans les pratiques. C'est l'ésprit même de la construction européenne qui change.' Privo della passione europeista di Delors, l'Independent si limita a osservare che la figura del presidente permanente non era stata pensata per Blair - 'it was a British idea, but that Mr Blair might one day fill the post "was not in our thoughts at the time". The job was seen then as one with "very constrained" powers, he says, of "co-ordinating the business of the European Council" – the meetings of the leaders of the member states that take place four times a year. Sir Stephen says that having a high-profile figure as president "is not necessarily a good idea".' Il personaggio citato è Sir Stephen Wall, già 'Britain's ambassador to the EU for Mr Blair's first three years as Prime Minister,' poi 'Mr Blair's adviser on Europe until 2004. In that time, he helped to draft the European Constitution that later became the Lisbon Treaty.' Con il Financial Times, il ventaglio delle critiche si allarga; dopo aver indirettamente rimproverato a Blair la mancanza di capacità diplomatiche -'The star power his supporters attribute to Mr Blair, moreover, ignores the fact that the EU is more about chemistry than cosmology. It requires coalition-building skills of a high order, and a real understanding of the intra-EU tensions between big and small states, between north and south, and increasingly, east and west,'- l'editoriale mette a segno altre due stoccate. La prima la si può tradurre in un aut aut: se Blair è un leader non è un europeista, se è un europeista non è un leader. La verità è che non è né l'uno, né l'altro - 'Mr Blair blew a historic opportunity to embed Britain in Europe and change the British conversation about Europe. At a time when Britons of his generation have never felt more familiar with and at ease with their European neighbours, and when so many EU arguments were going the British way, Mr Blair all but abandoned any attempt to win domestic opinion [...] On leaving office he blamed the press for forcing Britain’s leaders into a false dilemma of being for or against Europe: “it’s either isolation or treason”. But after his landslide 10 years earlier he could have crossed the English Channel on foot. Leaders are supposed to lead.' Solo chi ritiene che guidare un paese significhi porsi zelantemente al servizio del più forte, può pensare che Blair sia un leader - chi non ricorda la faccia baldanzosa che mostrava ogni volta che partiva per gli Stati Uniti, e poi quella da pugile suonato alle conferenze stampa dopo gli incontri con Bush? La seconda stoccata è sul tema più caro ai critici, l'Irak; anche qui le parole del FT sono eloquenti, perfino sorprendenti - 'The folly of Iraq, a war of choice sold on a false prospectus, looms large. Quite aside from the fact that this unprovoked invasion broke Iraq as a state and as a society, giving a fillip to jihadism across the wider Middle East, Mr Blair, subordinating the UK to the incompetent adventurism of the Bush administration, did not try to reach agreement with his European partners and contributed mightily to the union’s division.' Henry Porter ricorda che per quella guerra Blair è sotto inchiesta: 'Something that the European leaders have perhaps failed to grasp is that the central figure of the Chilcot inquiry is Tony Blair and the central issues are whether he took Britain to war in Iraq on evidence which he knew or suspected was false, and whether he sacrificed British national interest, and indeed lives, to the Bush administration's desperate need to go after "something really big" in order to assert American military supremacy after 9/11.' Porter ricorda inoltre che Blair 'is not a convinced democrat' - si può infatti considerare democratico 'the man who did so much to undermine the power of the British parliament?' Sull'arringa di Charles Grant a difesa dell'ex premier, si possono fare due osservazioni: la prima è che essa non accenna all'"iconomi", fino a poco tempo fa il fiore all'occhiello dei governi laburisti. E' forse per senso del pudore che Grant -direttore di un centro studi che propaganda la politica del New Labour- omette l'argomento; è tuttavia il caso di dire che alla radice dei disastri attuali ci sono le riforme di Blair - quelle, per intenderci, che hanno fatto della City 'the center of the world's deregulated money market,' dove, come scrive Robert Kuttner, ha potuto operare impunemente 'The unit of AIG that helped take down the world economy.' La controllata londinese dell'AIG -il gruppo assicurativo che il Tesoro americano ha dovuto sostenere con 100 miliardi di dollari- è stata infatti la protagonista del mercato dei CDS (Credit Default Swaps), lo strumento finanziario che ha impestato i bilanci delle banche di mezzo mondo, in particolare europee, e per il quale vale sempre la domanda posta da David Einhorn la settimana scorsa: 'How many real businesses have to fail before policy makers decide to simply ban them?' La seconda osservazione è che i successi della politica europea di Blair -l'allargamento e le missioni in Bosnia, Somalia e Palestina- sono discutibili. L'allargamento non si può liquidare in due righe, ma di esso si può sicuramente dire che ha trasformato l'europeismo in una forma benigna, umanitaria di imperialismo, ossia in un ibrido che alimenta diffidenze e rancori, e rafforza il metodo intergovernativo, come direbbe Delors. Impresa disperata è il pensiero più gentile che ispira il progetto di "nation-building" in Bosnia; George Will ne trae la giusta lezione per l'Afghanistan. Dalla Bosnia il pensiero va naturalmente al Kossovo, ossia all'atto finale della spartizione della Yugoslavia; anche qui va ricordato che Blair è stato in prima linea, insieme ai Clinton e agli Holbrooke, nel provocare una guerra che David Gibbs definisce il preludio dell'Irak - 'The most disturbing aspect of the Kosovo case is that a purported humanitarian intervention served mainly to increase the scale of atrocities. In this respect, the Kosovo war has much in common with the 2003 Iraq invasion, which also was sold to the public (in part) as a humanitarian effort to "save" the Iraqi people from a violent dictator.' Sulla Somalia è meglio stendere un velo pietoso. Lo stesso si dovrebbe fare sull'operato del contingente UE al valico di Rafah, tra Gaza e l'Egitto, se non fosse che l'inconsistenza della missione lo rende del tutto invisibile. Più utile è invece soffermarsi sul bilancio dell'attività di Blair dopo le dimissioni da primo ministro; il riferimento non è tanto ai ricavi ottenuti con le conferenze, che pure non sfuggono all'attenzione di Jim Holtsun, quanto all'incarico di rappresentante per il Medio Oriente del cosiddetto Quartetto. Dire in questo caso che il bilancio sia fallimentare è un eufemismo. Holtsun cita in proposito alcuni episodi: dov'era Blair quando Israele bombardava Gaza? La risposta l'ha data Gordon Brown: 'Tony's on holiday at the moment.' Che fa in generale il rappresentante del Quartetto? La risposta è di un funzionario delle Nazioni Unite: 'There is a general sense that he is not around.' Dunque il Leader non c'è, e quando c'è ecco la cronaca: 'In June, he visited Gaza a second time and, as proof of his deep humanitarian instincts, went so far as to say that the Palestinians were in a "tough situation".' Ma la sua obiettività di mediatore al servizio di Israele -e degli Stati Uniti- è dimostrata ancora una volta dalla presa di posizione contro il Rapporto Goldstone sui crimini commessi a Gaza, un fatto sul quale Holtsun giustamente si sofferma, e che andrà approfondito in una prossima occasione. Il servizio di Barak Ravid dà intanto un'idea della sfrontatezza di Israele e del pilatismo dell'Europa.

 

 
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giovedì 22 ottobre 2009

Prima di parlare di deficit e di debito pubblico, due precisazioni. La prima riguarda le agenzie di "rating": da un servizio del gruppo editoriale McClatchy si apprende infatti che l'House Financial Services Committee sta esaminando una proposta di regolamentarle. Dedurre dal libro bianco del Tesoro americano, e dal comunicato del G20 di Pittsburgh, che esse sono uscite dal campo visivo dei riformatori, è quindi sbagliato. Non pare tuttavia che il disegno di legge in discussione modifichi sensibilmente il quadro; scrive Kevin Hall che esso intende disciplinare soltanto il settore dei prodotti strutturati -'The legislation is designed to strengthen the bond-rating agencies' compliance offices, which failed to alert investors that complex securities backed by U.S. mortgages were of poor quality, even though they'd received top investment-grade ratings.' Inoltre, esso 'does little to alter the fundamental flaws of the rating agencies' role in financial markets.' Quali siano questi vizi, lo spiegava lo stesso Hall in un precedente articolo: 'Ratings agencies thrived on the profits that came from giving the investment banks what they wanted, and investors worldwide gorged themselves on bonds backed by U.S. car loans, credit card debt, student loans and, especially, mortgages.' La spregiudicata rincorsa del profitto è iniziata negli anni '70, quando 'ratings agencies were allowed to switch from having investors pay for ratings to having the issuers of debt pay for them. That led the ratings agencies to compete for business by currying favor with [compiacendo] investment banks that would pay handsomely for the ratings they wanted.' Nel caso particolare di Moody's, essa ha subito un'accelerazione all'inizio di questo secolo con la quotazione in borsa, alla quale si è associato il dovere di creare valore, ossia di pompare il corso dell'azione - 'When Moody's went public in 2000, mid-level executives were given stock options. That gave them an incentive to consider not just the accuracy of their ratings, but the effect they'd have on Moody's --and their own-- bottom lines.' La seconda precisazione viene da un'altra notizia rimasta nell'ombra: sull'esempio della Pecora Commission, anche Obama ha voluto un'indagine sulle cause e le responsabilità della crisi. Sarà la Financial Crisis Inquiry Commission a condurla; la commissione, riferisce la Reuters, si è riunita per la prima volta il 17 settembre, e dovrà completare i lavori entro la fine del prossimo anno. Il presidente lascia dunque aperta la porta a una riforma del sistema finanziario più incisiva di quella in cantiere. Le spinte in tale direzione aumentano: martedì è stato il governatore della Bank of England a prendere posizione contro la banca universale "too big to fail", e in favore della separazione fra banca commerciale e banca d'affari - 'Mr King repeated his call for a separation of so-called "utility banking", covered by a state guarantee to depositors, from other forms of investment banking. Such a system prevailed for many decades in the US under the Glass-Steagall Act, finally abolished in the 1990s,' scrive l'Independent. A darci notizia dell'esistenza di una commissione d'inchiesta è stata la più improbabile delle fonti: il commento a un convegno su Hannah Arendt. Ma Richard Bernstein chiarisce bene il collegamento: 'The crucial point is that for Arendt, the era of imperialism, which she believed began in the 1870s and lasted until the outbreak of World War I in 1914, marked the moment when the economic principle of unlimited growth and expansion came to dominate politics. It was the point at which private people pursuing great wealth, in essence, seized political power and made the protection of their interests the policies of the state — and it’s not all that hard to see something like that happening today. [...] “For the first time,” she wrote, speaking of imperialism, “investment of power did not pave the way for investment of money, but export of power followed meekly in the train of exported money".' Bernstein chiama ironicamente la versione contemporanea dell'imperialismo "goldmansachsism". E' un termine che potrebbe definire anche il fenomeno descritto da Glenn Greenwald -'Goldman Sachs's seeming lock on high-level U.S. Treasury jobs,'- ma che l'autore associa a un paese sottosviluppato, invece che all'imperialismo. Forse le due visioni non sono inconciliabili: in un impero in declino si osservano gli stessi vizi che impediscono lo sviluppo di un paese arretrato. David Einhorn, un gestore di patrimoni, ne mette in evidenza due: 'The first is that officials favor policies with short-term impact over those in our long-term interest [...] Ben Bernanke and Tim Geithner have become the quintessential short-term decision makers. They explicitly “do whatever it takes” to “solve one problem at a time” and deal with the unintended consequences later. [...] The second weakness in our government is “concentrated benefit versus diffuse harm” also known as the problem of special interests.' Il giudizio negativo di Einhorn non risparmia la politica fiscale - 'In dealing with the continued weak economy, our leaders are so determined not to repeat the perceived mistakes of the 1930s that they are risking policies with possibly far worse consequences [...] An alternative lesson from the double dip the economy took in 1938 is that the GDP created by massive fiscal stimulus is artificial.' Nell'analisi di Einhorn, la cui conclusione è sugli investimenti, c'è l'eco delle parole di Joseph Schumpeter: '"recovery is sound only if it does come of itself. For any revival which is merely due to artificial stimulus leaves part of the work of depressions undone and adds, to an undigested remnant of maladjustment, new maladjustment of its own which has to be liquidated in turn, thus threatening business with another [worse] crisis ahead".' La citazione è da una lezione di Brad DeLong, la cui tesi è che la depressione degli anni '30 non fu causata da un errore di politica monetaria, ma fu voluta nella convinzione che essa fosse l'unica via per risanare l'economia - 'Mr. Mellon [il ministro del Tesoro] had only one formula: "Liquidate labor, liquidate the farmers, liquidate real estate". He held that even panic was not altogether a bad thing. He said: "It will purge the rottenness out of the system. High costs of living and high living will come down. People will work harder, live a more moral life. Values will be adjusted, and enterprising people will pick up the wrecks from less competent people".' Sono concetti d'altri tempi, soprattutto se ad esprimerli è un uomo di governo, sia perché l'esperienza stessa della depressione ha dimostrato l'incapacità del mercato di risollevarsi da solo quando la crisi si avvita, sia perché essi sono ispirati da una vitalità e da una propensione a rimettersi in gioco, che l'America della decadenza imperiale ha del tutto perduto. La critica di Einhorn alla politica fiscale dell'amministrazione Obama è insomma giusta e al tempo stesso sbagliata. Giusta, perché le decisioni prese finora sono in linea con lo scenario di una successione di bolle che rimandano a crisi maggiori e più ravvicinate; sbagliata, perché il collasso dell'economia non è una soluzione al problema dell'eccesso di debito, perché segni di "change" seppur timidi ci sono, e si fondano sulla consapevolezza che il paese debba darsi una regolata. Una critica più benevola -un invito a spendere meglio: 'I was disappointed that so little of the February stimulus package went to the purchase of goods and services, which drives spending, and so much into economically ineffective transfers, which don't'- proviene sorprendentemente da Bruce Bartlett, uno dei padri della "supply side economics", la politica economica di Reagan. Come egli sia giunto, prima a sconfessare Bush II, poi ad approvare in sostanza l'operato di Obama -anzi ad esserne diventato un avvocato migliore del consigliere Lawrence Summers, la cui lettera a un senatore dell'opposizione sembra piuttosto un elogio dell'amministrazione Clinton- lo spiega in un commento già significativo nel titolo. Esso, per quel che ci riguarda, può essere riassunto in due punti: 1) la via d'uscita dalla crisi è sul lato dell'inflazione, non della deflazione - 'It was only when all constraints on spending and money growth were cast aside during World War II that the Great Depression really ended;' 2) la "supply side" è stata la giusta ricetta per i mali degli anni '70, così come Keynes ha indicato i giusti rimedi per la disoccupazione degli anni '30 - 'SSE and Keynesian economics [have] a lot in common. Each had been developed in response to serious economic problems that the existing orthodoxy was incapable of dealing with, both struggled for acceptance but were ultimately implemented to great success, both were then misapplied in inappropriate circumstances, thus leading to them becoming discredited.' L'idea di un Keynes pensatore non sistematico viene confermata dalla fresca lettura della Teoria Generale fatta da Richard Posner: 'The General Theory is full of interesting psychological observations--the word "psychological" is ubiquitous--as when Keynes notes that "during a boom the popular estimation of [risk] is apt to become unusually and imprudently low," while during a bust the "animal spirits" of entrepreneurs droop. He uses such insights without trying to fit them into a model of rational decision-making. An eclectic approach to economic behavior came naturally to Keynes, because he was not an academic economist in the modern sense.' Per l'economista potrebbe dunque valere la definizione che il sofista Protagora dava di sè stesso: 'Il mio insegnamento concerne l'accortezza, sia negli affari privati, ossia il modo migliore di amministrare la propria casa, sia negli affari della Città, ossia il modo di diventare in sommo grado abile nel governo della Città, negli atti e nelle parole.' L'aumento dell'indebitamento pubblico richiederà ad Obama molta accortezza; infatti l'America non è più quella degli anni '30 e '40. E' un paese che invecchia, logorato dall'impero, e indebitato verso il principale concorrente. Zachary Karabell richiama in proposito il caso dell'impero britannico: 'Consider what happened in 1946, when a cash-strapped Great Britain turned to the U.S. for a loan. For 30 years or more, the British had been consumed by the threat of a rising Germany. Two wars had been fought, millions of lives had been lost, and the British treasury was dramatically depleted in the process. [...] It asked the U.S. for a loan of $5 billion at zero-interest repayable over 50 years. [...] The Americans came back with a series of conditions. [...] Taken together, they meant the end of the British Empire.' Inoltre, il debito pubblico è una tradizionale fonte di dubbi e timori, alcuni fondati, altri meno; fra questi, l'idea che indebitandosi, lo stato trasferisca l'onere alle generazioni future. Sono Mark Thoma, Alan Blinder e Dean Baker a proporre nei giusti termini la questione: 'Liabilities have passed to future generations, but so have the corresponding assets.' Più intrigante è la domanda che si ponevano i filosofi del '700 secondo Michael Sonenscher, autore di un libro sulle origini culturali della Rivoluzione Francese: 'Could the modern world’s "over-commitment to industry, trade, empire, war and debt" really last?'

 
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giovedì 15 ottobre 2009

La risposta alla domanda finale della settimana scorsa non può che essere: entrambe. Né una politica progressista -di "change"- né una politica autenticamente conservatrice possono infatti riconoscersi in un sistema nel quale l'aumento dei consumi è ottenuto grazie al debito e al "wealth effect", all'effetto ricchezza - 'those who buy an overvalued asset with borrowed money have not made themselves richer but poorer,' scrive l'Economist. Meglio allora riproporre in altri termini una domanda precedente: c'è continuità o rottura tra la politica economica di Obama e quella dei suoi predecessori? La risposta è diversa a seconda che si consideri la politica monetaria o quella fiscale. Sulla prima, non si vedono segnali di cambiamento, almeno per ora. E' stata annunciata una riforma della regolamentazione, è vero, ma in attesa di ciò gli interventi a sostegno dei mercati finanziari sono in linea con il passato, diversi solo per l'entità. Sempre l'Economist si chiede retoricamente se anche questa volta la cura per la bolla che si sgonfia non sia il gonfiarne un'altra: 'Does quantitative easing really boost wealth or simply create more claims on the same underlying pool of assets?' Se l'inflazione delle attività finanziarie è il prezzo da pagare per evitare la depressione, ben venga, sembra rispondere Paul Krugman. La sua raccomandazione è perentoria: finché la disoccupazione non sia scesa su livelli più accettabili, la liquidità non deve essere fatta mancare, e il costo del denaro non deve salire - 'obsessive fear of inflation even in the face of deflation; opposition to easy credit, even when the economy desperately needs it, on the grounds that it would be somehow corrupting; assertions that even if the government can create jobs it shouldn’t, because this would only be an “artificial” recovery;' ecco i timori che negli anni '30 portarono alla depressione. Neppure la caduta del dollaro deve spaventare, anzi 'The truth is that the falling dollar is good news.' Krugman ritiene in sostanza che per il governo evitare il collasso dell'economia sia stato e resti la priorità; è un'affermazione di buon senso, che non elimina però tutte le perplessità. Perplesso è per esempio Robert Shiller: 'The fact that monetary-policy mistakes were an important cause of the Great Depression does not mean that we completely understand that crisis, or that other crises (including the current one) fit that mold. [...] events like the Great Depression, as well as the recent crisis, will never be fully understood without understanding bubbles.' E le bolle sono un fenomeno complesso nel quale, oltre alla politica monetaria, agisce la psicologia dell'investitore, che è assai meno prevedibile di quella dello stupido "homo economicus". Un altro genere di perplessità viene espresso da Willem Buiter: 'the (large-scale) financial sector in the overdeveloped world is now characterised by the soft-budget constraint pathology identified by Kornai. Profits go to shareholders, top managements and other insiders.  Losses are socialised.' Janos Kornai è l'autore di un testo classico sulle economie socialiste, nel quale spiega 'how soft budget constraints became a defining feature of a centrally planned economy and were central to its astonishing inefficiency and eventual downfall.' Un sistema nel quale le grandi banche sono sottratte alla disciplina di mercato è insomma predisposto all'inefficienza e alla caduta. A questo difetto non è un rimedio adeguato la regolamentazione - 'Requiring banks and other systemically important financial institutions with high leverage and serious asset-liability mismatch as regard duration, liquidity, currency denomination etc, to hold more capital, to obey leverage ceilings and to write living wills [il testamento biologico] will mitigate but not materially alter this dreadful perversion of a market economy.' Inseguire con una regolamentazione sempre più sofisticata l'inesauribile fantasia degli ingegneri della finanza è inoltre vano -'New and exciting financial instruments [...] will be demonstrated by highly paid hirelings [mercenari] from academia to have unprecendented potential for diversifying, sharing and extinguishing risk'- perché essi possono contare su una "phalanx of lobbyists" pronti a 'descend on regulators, legislators and members of the executive branch of government.' Lo scetticismo nei confronti della riforma della regolamentazione, che come la riforma della scuola è un processo senza fine e senza direzione, ha nel caso particolare due motivazioni. La prima è la dichiarata volontà dell'amministrazione di non toccare le grandi banche - 'We have created them [our biggest banks], and we’re sort of past that point, and I think that in some sense, the genie’s out of the bottle and what we need to do is to manage them and to oversee them.' Sono parole di Diana Farrell, la numero due del National Economic Council, citate da Simon Johnson , il quale a sostegno della propria affermazione che 'the likely costs of big banks (e.g., future bailouts) [are] greatly outweighing any benefits,' riporta una dichiarazione del presidente della banca centrale svizzera: 'Naturally the SNB is aware that there are advantages to size. [But] in the case of the large international banks, the empirical evidence would seem to suggest that these institutions have long exceeded the size needed to make full use of these advantages.' Robert Kuttner si rimette invece all'autorità di Paul Volcker, l'ex presidente della Federal Reserve e ora consigliere poco ascoltato di Obama, il quale in una recente audizione parlamentare 'explicitly challenged the very centerpiece of the administration's proposed reform program, the idea of focusing on "systemically significant institutions," [which] will be broadly understood to be "too big to fail." [...] And, without using the words, Volcker in effect called for a restoration of the core principles of the Glass-Steagall Act, separating commercial banking from investment banking and proprietary trading.' Il ritorno alla regola aurea della separazione fra banca e borsa, Kuttner lo accompagna idealmente con l'auspicio che l'accesso al mercato sia consentito soltanto a prodotti semplici e trasparenti - 'fewer products of Byzantine complexity that serve no economic need other than the profit of their sponsors.' La relazione fra la complessità di un portafoglio di derivati e il conto economico è spiegata dal blogghista Dude: 'Why has interest rate derivative exposure grown so much over the past few years? The search for profits in an ultra low interest rate environment seems, in part, a good answer as the graph below depicts. The other answer is that, as I discovered, the easiest way to make money from a derivatives portfolio is to grow it. Increasing risk in the far dates that is mispriced in your favor can cover many sins as derivatives mature.' Ciò che scandalizza molti osservatori è l'evidenza che il governo subisce l'influenza degli stessi soggetti che sono sottoposti al suo controllo, e che esso ha appena salvato dalla bancarotta - un fatto scandaloso ma non sorprendente, si potrebbe commentare, visto che con Israele succede la stessa cosa. Interprete di questo disagio è Glenn Greenwald che cita una significativa dichiarazione del vice-presidente del gruppo dei senatori democratici: 'And the banks -- hard to believe in a time when we're facing a banking crisis that many of the banks created -- are still the most powerful lobby on Capitol Hill. And they frankly own the place.' Il secondo motivo dello scetticismo -in realtà, quello che li comprende tutti- è che non è stata promossa nessuna indagine pubblica sulle cause della crisi, e sulle responsabilità di banchieri, autorità di controllo, e politici. Il riferimento obbligato è alla Commissione Pecora, che prese il nome dal valoroso emigrato siciliano che la presiedette. E' Thomas Frank a rinfrescarne il ricordo: 'The famous Pecora Commission of 1933 and 1934 was one of the most successful congressional investigations of all time, an instance when oversight worked exactly as it should.' Il suo successo è consistito non solo nella denuncia delle violazioni e della corruzione -'Pecora described bond issues that were almost certainly worthless, but which 1920s bankers sold to uncomprehending investors anyway. He told of the bonuses which the bankers thereby won for themselves. He also told of the lucrative gifts banks gave to lawmakers from both political parties. And then he told of the banking industry's indignation at being made to account for itself'- ma in una diagnosi a partire dalla quale è stata concepita un'architettura del sistema finanziario, che è durata per decenni - 'the investigations formed the rationale for the Glass-Steagall Act, the Securities Exchange Act, and other financial regulations of the Roosevelt era.' Per fare un esempio, Pecora non avrebbe certamente chiuso gli occhi di fronte all'operato delle agenzie di "rating", come invece ha fatto l'amministrazione Obama - 'If world-class lobbying could win a Stanley Cup [la coppa dell'Hockey su ghiaccio], the credit-ratings caucus would be skating a victory lap this week. The Obama plan for financial re-regulation leaves unscathed this favored class of businesses whose fingerprints are all over the credit meltdown,' scrive il Wall Street Journal che poi precisa: 'Without the ratings agency seal of approval -- required by SEC, Federal Reserve and state regulation for many institutional investors -- it would have been nearly impossible to market the structured financial products at the heart of the crisis.' In queste parole c'è un doppio atto di accusa: contro le agenzie che hanno apposto le tre A anche a carta straccia, e contro le autorità che hanno, per così dire, certificato il "rating". Ridicolo è quindi il tentativo di nascondere le proprie responsabilità - '"Market discipline broke down as investors relied excessively on credit rating agencies,"' si legge sul libro bianco del Tesoro. 'Blame the victim.' -commenta l'editoriale- 'After regulators spent decades explicitly demanding that banks and mutual funds hold securities rated by the big rating agencies, regulators now have the nerve to blame investors for paying attention to the ratings.' Impossibile dire se la conclusione del Wall Street Journal -'It's time to let markets decide how to judge creditworthiness.'- sarebbe condivisa da Pecora; essa è tuttavia logica e avrebbe il merito di costringere le banche a fare il loro mestiere. Togliere l'imprimatur delle autorità al "rating" avrebbe inoltre il vantaggio di ridurre la volatilità dei mercati; la spiegazione la dà Amol Agrawal - 'If ratings are used, for example, to help in determining the capital adequacy of financial intermediaries, [...] it is worth recalling Braddock Hickman’s concern that such a use conceivably might make a financial crisis worse than it otherwise might have been, or perhaps even cause a crisis when business contractions lead to ratings downgrades.' Per la politica fiscale, è necessaria un'altra puntata. 

 
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giovedì 08 ottobre 2009

Dopo il pessimo show sull'Iran, Obama ha registrato un punto all'attivo del "change" con la lodevole decisione di non ricevere il Dalai Lama. Adesso possiamo forse sperare che gli Stati Uniti non appoggeranno il tentativo di papisti, leghisti e golpisti di mandare in frantumi lo stato nazionale, e di ristabilire così il primato del pontefice e dello stato della Chiesa sull'Italia. Per conoscere il saldo del conto occorre tuttavia valutare se negli incontri di Pittsburgh (G20) e di Istanbul (IMF - Fondo Monetario Internazionale) abbiano prevalso i segni di "change" o di continuità. Il punto da cui partire è il discorso del ministro del Tesoro americano a Istanbul. Esso ha infatti un doppio vantaggio: offre una sintesi dei documenti ufficiali dei due eventi, e rappresenta il punto di vista dell'avvocato del "change". Va subito notato però che la parola d'ordine obamiana, Geithner non la pronuncia; l'omissione si spiega probabilmente con il suo status di ministro tecnico in senso stretto, di esecutore. La sostanza del "change" può essere letta in queste parole: 'we have an important responsibility to work collaboratively to advance the reform agenda to support a durable recovery and head off future crises.' E' il riconoscimento che l'America da sola può fare poco; Obama ha il senso del limite, scrive a questo proposito Roger Cohen - 'Far more than an all-powerful America, Obama sees the constraints of interconnection.' La svolta è netta non solo nel confronto con Bush, ma con una tradizione che risale a Lincoln: 'The notion of the United States as an exceptional power, a beacon for mankind, has resided at the core of the heroic American narrative. From Lincoln through Wilson to Reagan and Bush, the lexicon of American-inspired redemption has been recurrent.' Geithner vede nella ripresa dei mercati -'Conditions have improved considerably'- e nelle conclusioni dei due vertici la dimostrazione del successo del nuovo corso. L'impegno 'to work together to build a durable economic recovery while avoiding the fragilities and excesses of the past that led to the crisis,' è stato riaffermato in quattro punti: 1) 'Forging a Framework for Strong, Sustainable, and Balanced Growth' - il Consiglio dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali del G20 dovrà vigilare affinché 'our individual policies are collectively consistent and more balanced, within a forward-looking framework;' 2) 'Strengthening Financial Sector Supervision and Regulation' - 'Strengthening firms' capital must be at the core of this effort;' 3) 'Modernizing the IMF' - 'A more representative, responsive and accountable governance structure is essential to strengthening the IMF's legitimacy.' Su questo punto il comunicato del Comitato Monetario e Finanziario del Fondo (IMFC - un organo consultivo) è più esplicito: 'We recognize that the distribution of quota shares should reflect the relative weights of the Fund’s members in the world economy.' L'IMF non nasconde l'ambizione di assumere il ruolo di banca centrale mondiale: si afferma infatti nel documento che la presenza di un prestatore di ultima istanza -Strauss Kahn, il numero uno del Fondo, parla di "adequate insurance facility"- ridurrebbe 'the perceived need for excessive reserve accumulation;' 4) 'Global Cooperation to Combat Illicit Finance.' Ma è davvero "change"? Simon Johnson ne dubita. Nel primo dei tre articoli, egli vede dietro al richiamo a "more balanced policies", il solito tentativo di fare della Cina il capro espiatorio della crisi - 'According to this story, the global financial crisis was caused by hardworking Chinese factory workers who committed the sin of over-saving, which created a glut of money that needed to be invested.' Il problema è un altro: 'While Chinese over-saving was a contributing factor to the recent crisis, it was neither necessary nor sufficient. Cheap money is not bad in and of itself -- all other things being equal, it's better to have people lending to you at low rates than at high rates. The problem is what we did with the cheap money.' Nel secondo, egli mette in evidenza le difficoltà che incontra nel parlamento americano il progetto di riforma della regolamentazione finanziaria, e conclude con l'ammonimento al governo a non cercare scuse - 'If we cannot get meaningful financial regulatory reform this year, we can't blame it all on the banking lobby.' Nel terzo, egli contesta la legittimità del G20 - 'Who elected the G20 to run the world?' Dovrebbe essere il Fondo -'The IMF has 186 members'- a legittimarlo; invece accade il contrario - è al G20 che si discute del ruolo del Fondo. Le perplessità aumentano di fronte alla debolezza delle proposte - 'signs, behind the scenes, from both Europe and the White House are not exactly encouraging.' Il sistema dei G -G4, G5, G7, ecc.- è nato con l'intento di rafforzare la cooperazione economica, ma, osserva Kati Suominen, 'except for Plaza, the subsequent Louvre agreement, and a few occasions in the late 1970s, for most of its lifespan the G system has self-censored strong commitments for policy changes and instead focused on information-sharing and debate on global policy issues.' Johnson non è dunque impressionato dalle iniziative diplomatiche di Obama e Geithner, e aspetta il governo alla prova della riforma finanziaria. Più in generale, egli appartiene alla folta schiera di economisti e analisti che ritengono i mali all'origine della crisi in prevalenza americani, che giudicano insufficienti le cure adottate, e che quindi si attendono una ricaduta. Andy Xie la prevede imminente: 'At the beginning of the year, I predicted such a bubble from March to September. I still hold to this belief.' Per evitare il collasso del sistema finanziario si è creata una nuova bolla - 'Essentially, the main short-term impact of the current bubble is preventing the financial system from collapsing. [...] The reason for the shortness of the bubble is its limited impact on real demand.' Curare gli effetti degli eccessi monetari con nuove iniezioni di moneta produce una successione di bolle che si concluderà con l'inflazione - 'Serial bubble making leads to a bigger economic crisis later. [...] The inflationary force from this loose monetary policy was kept down by excess capacity or capacity creation in developing economies. The environment for tolerating such a loose monetary environment ends when inflation surges in emerging economies first and developed economies second.' Da Pechino, Michael Pettis non segnala pericoli di inflazione, ma motivi di tensione con gli Stati Uniti: da un lato infatti, la capacità produttiva, già eccedente, continua a crescere, e dall'altro, il consumatore resta prudente - 'Since Beijing has very explicitly chosen to attack rising unemployment in the short term – probably wisely, although also probably more ferociously than was optimal – there is little they can do to prevent a massive rise in wasteful investment. [...] The problem with all this wasted investment, of course, is that someone must pay for it, and that “someone” will undoubtedly be Chinese households, who will then almost certainly go on to disappoint us by failing to splurge on consumption [consumare come pazzi].' La Cina fa dunque il contrario di ciò che le viene raccomandato a Washington; la conseguenza sarà il protezionismo - 'The voices of protectionism in both countries are on the rise.' L'aumento delle tensioni commerciali può modificare gli scenari borsistici, sia quello di Xie -una successione di bolle finanziarie, che si risolve nell'inflazione- sia quello di Edward Harrison - una bolla che si prolunga su uno sfondo di depressione alla fine prevalente. Harrison definisce depressione una fase 'marked by balance sheet compression and deleveraging: debt elimination, asset liquidation and rising savings rates.' E' la situazione in cui si trova il consumatore americano, e che si protrarrà per alcuni anni. Harrison ritiene in sostanza che la ricetta del governo -più debito pubblico e 'increase asset prices'- possa funzionare per un po' di tempo: 'Higher asset prices, lower inventories, fewer writedowns all lead to higher lending capacity, higher cyclical output, more employment opportunities and greater business and consumer confidence.' Il problema è che 'large scale government deficit spending is politically impossible,' dunque 'expect a second economic dip within three to four years at the latest.' Perché, se il debito pubblico appare così necessario -'if the US private sector is to rebuild its balance sheet by spending less than its income, the government will have to spend more than its tax revenue'- la sua crescita indefinita è politicamente inaccettabile? Harrison non lo spiega, e anzi confessa di essere parte del problema: 'I must admit to having a preternatural disaffection for large deficits and big government.' Forse non è però così strano che tra i fattori che disturbano la prospettiva di un mondo sindoniano di prezzi di borsa in perenne crescita ci sia anche la politica. La politica del "change" o della conservazione? Si vedrà. Alla prossima puntata.

 
Il teatrino di Pittsburgh PDF Stampa E-mail
giovedì 01 ottobre 2009

Dello "show" sull'Iran di Obama, Brown e Sarkozy, improvvisato nel bel mezzo del G20, si possono dare tre interpretazioni: la prima è che si sia trattato di un diversivo per rompere la monotonia, e per richiamare l'attenzione mondiale su un vertice dal quale non si attendevano annunci sensazionali, del tipo "la crisi è definitivamente superata," oppure "il peggio deve ancora arrivare." La seconda è che la decisione di Obama di non riconoscere il successo ottenuto con gli iraniani rientri in una azzardata strategia negoziale. La terza è che nei confronti dell'Iran il "change" non ci sia, e la linea americana resti improntata al pregiudizio e alla malafede. Dire che soltanto la seconda e la terza sono ipotesi serie è sbagliato, perché la presenza di due buffoni di corte dà in ogni caso alla scena un aspetto grottesco. L'impressione di assistere a una farsa viene inoltre rafforzata dall'improvvisazione, dall'imperizia e dall'imbarazzo esibiti dal protagonista. Di quale genere di spettacolo si sia trattato, appare chiaro dalle prime battute: 'We are here to announce that yesterday in Vienna, the United States, the United Kingdom, and France presented detailed evidence to the IAEA demonstrating that the Islamic Republic of Iran has been building a covert uranium enrichment facility near Qom.' Che senso ha questo annuncio visto che è stato l'Iran ad auto-denunciarsi, come lo stesso Obama subito dopo ha rivelato? Per capire, bisogna lasciare Pittsburgh per Washington dove contemporaneamente veniva messa in azione la potente macchina dello "spin" [diffusione di voci tendenziose]. 'The Americans were surprised by the letter [del governo iraniano all'IAEA],' scrivono Helene Cooper e Mark Mazzetti; ma invece di rallegrarsi per il risultato ottenuto, 'they were angry about what it did not say.' In altre parole, del nuovo impianto nucleare gli americani saprebbero molto più di quanto si apprenda dalla lettera di Teheran. Da qui la decisione 'to use this evidence to persuade other countries to support the case for stronger sanctions by showing that the Iranians were still working on a secret nuclear plan.' Oltre che poco convincente, questa spiegazione rinvia a un'altra domanda: se gli americani sapevano, perché hanno taciuto? La risposta delle solite fonti anonime è incredibile: 'We could not have negotiations of any meaning if we were only going to talk about overt sites and not covert sites.' E' come dire: se la controparte non è in malafede che senso ha negoziare? Cooper e Mazzetti non commentano, e si limitano a riferire che 'As late as last weekend, American officials were still uncertain about when to publicly present the intelligence about the secret enrichment facility.' Altri giornali imprimono allo "spin" un effetto maggiore. Per esempio, il Washington Times propone in sostanza lo stesso retroscena del New York Times, ma in un quadro interpretativo nel quale gli avvenimenti seguono i tempi della strategia di Obama -'President Obama's decision to confront Iran with evidence of a secret nuclear production site Friday was the culmination of a deliberate strategy over the past nine months to gain maximum impact from the disclosure'- e che prende luce, per così dire, dalle parole dello stesso presidente: '"It's important to see what happened today building on what happened in New York," Mr. Obama said at a press conference to close out the week, adding that his overall strategy to keep an open hand toward Iran had succeeded in isolating Tehran on the world stage. "That means that, when we find that diplomacy does not work, we will be in a much stronger position to, for example, apply sanctions that have bite," he said.' E' davvero singolare questa idea che l'apertura serva a isolare; meno originale è invece quella di servirsi della diplomazia per creare il casus belli. Nei servizi del Washington Post e del Los Angeles Times la notizia della lettera iraniana viene addirittura cancellata, e le sanzioni sono l'esito scontato del negoziato - 'The disclosure of a second uranium enrichment site in Iran has led the Obama administration to shift the emphasis in its dealings with the Islamic republic -- away from engagement and toward building an international consensus for sterner action against Tehran,' scrive Glenn Kessler; 'It appears that the wait is about over. [...] Obama gave the clearest signals yet that he's giving up on one of his trademark campaign themes, engagement with Iran, in favor of pursuing tough economic sanctions,' scrivono Paul Richter e Peter Nicholas. L'affermazione che sta alla base dello "spin" -che gli americani sapessero già tutto (e di più)- viene contestata da Gareth Porter per il quale il fatto che le informazioni non siano state trasmesse prima all'IAEA e agli altri governi significa soltanto che il sito in questione 'had not yet reached that stage where the evidence was unambiguous.' Egli cita inoltre il parere di un esperto che ha visto il rapporto commissionato dal presidente: 'the paper says explicitly that the Qom facility is "a possible military facility." That language indicates that intelligence analysts have suggested that the facility may be for making low-enriched rather than for high-enriched, bomb-grade uranium.' Da ciò si deduce che al massimo gli americani sapevano ciò che gli iraniani hanno rivelato (guarda caso). Dopo aver tentato di invertire l'ordine delle cose, e preteso che la notizia fosse non l'iniziativa iraniana, ma una denuncia postuma dei fatti, Obama ha accusato l'Iran di aver violato la legge internazionale. L'accusa sarebbe da prendere sul serio se il presidente americano non fosse solito ripeterla in tutte le occasioni, senza precisare quali siano le violazioni del Trattato di Non Proliferazione (NPT) da parte dell'Iran, e dando quindi l'impressione di non sapere che in questo caso la legge internazionale si identifica con il NPT. Se fosse vero il contrario, ossia se egli sapesse, dovrebbe riconoscere che altri sono i paesi violatori del trattato -gli Stati Uniti in primo luogo, osserva Gordon Prather- senza considerare i paesi fuorilegge, ossia non aderenti al NPT, a cominciare da Israele. A proposito di questi ultimi, Prather ricorda che la Risoluzione 1887 votata la settimana scorsa all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza presieduto da Obama, 'Calls upon all States that are not Parties to the NPT to accede to the Treaty as non-nuclear-weapon States so as to achieve its universality.' Per inciso, Prather riferisce anche di una mozione approvata dall'Assemblea Generale dell'ONU per iniziativa dei paesi non allineati, nella quale vengono fatte alcune raccomandazioni al Consiglio di Sicurezza, tra queste la seguente: 'Sanctions should be imposed only when there exists a threat to international peace and security or an act of aggression, in accordance with the Charter, and that it is not applicable "preventively" in instances of mere violation of international law, norms or standards.' L'accusa di Obama viene comunque presa in esame da Scott Ritter, ex capo degli ispettori ONU in Irak, un'autorità in materia. Ecco il suo giudizio: 'While this action [il non aver sottoposto preventivamente il progetto del nuovo impianto all'IAEA] is understandably vexing for the IAEA and those member states who are desirous of full transparency on the part of Iran, one cannot speak in absolute terms about Iran violating its obligations under the nuclear non-proliferation treaty. So when Obama announced that "Iran is breaking rules that all nations must follow", he is technically and legally wrong.' Inoltre, 'It should be underscored [sottolineato] that what the Qom facility Obama is referring to is not a nuclear weapons plant, but simply a nuclear enrichment plant similar to that found at the declared (and inspected) facility in Natanz. [...] Simply put, Iran is no closer to producing a hypothetical nuclear weapon today than it was prior to Obama's announcement concerning the Qom facility.' E la decisione dell'Iran di avviare segretamente un altro impianto di arricchimento si può spiegare come 'an attempt [...] to provide for strategic depth and survivability of its nuclear programme in the face of repeated threats on the part of the US and Israel to bomb its nuclear infrastructure.' La conclusione politica di Ritter è altrettanto rigorosa: 'Iran's declaration of this facility to the IAEA, which predates Obama's announcement by several days, is probably a recognition on the part of Iran that this duplication of effort is no longer representative of sound policy on its part.' In altre parole, l'Iran ha più fiducia in Obama di quanta egli abbia in sè stesso. O di quanta ne abbiano Flynt e Hillary Leverett, che per definire il carattere dell'amministrazione ricorrono alle parole "weakness" e "vacillation", e per i quali se gli Stati Uniti insisteranno nel credere che 'international pressure and domestic instability will induce major changes in Iranian decision-making,' si troveranno di fronte a un'alternativa poco allettante: 'frustration or war.' Essi sono infatti convinti che il governo di Teheran, oltre che serio, sia solido (diversamente da quello italiano che è solido, ma non serio). La solidità è confermata da un sondaggio condotto per conto dell'Università del Maryland, secondo il quale 'Four out of five of the 1,003 Iranian respondents [...] said they considered Ahmadinejad to be the legitimate president of Iran.' E' un dato che spazza via tutte le menzogne che sono state sparse sulle elezioni iraniane allo scopo di favorire il "regime change". Per valutare la qualità dell'indignazione della cosiddetta comunità internazionale basta d'altra parte considerare il silenzio che circonda quella fabbrica di schede precompilate che sono le elezioni afghane, per la cui sicurezza si mandano i nostri soldati a morire. Istruttivo in proposito è il comportamento dell'indignato Obama che ha costretto alle dimissioni Peter Galbraith, 'The most senior American diplomat at the UN mission in Afghanistan,' il quale è sì un guerriero dell'umanitarismo, ma evidentemente non con gli occhi bendati. Questo episodio sembra dare ragione ai Leverett quando del discorso del presidente americano all'Assemblea Generale dell'ONU mettono in evidenza gli aspetti di continuità con Bush - 'President Obama used language reminiscent of Mr. Bush’s “axis of evil” to identify Iran and North Korea as the main threats to international peace.' La continuità c'è, ma c'è anche la differenza, sulle Nazioni Unite in particolare. Tuttavia, un giudizio più preciso di quello dato qui la settimana scorsa sul ruolo delle Nazioni Unite nella visione politica dell'Amministrazione Obama, ce lo si può fare leggendo il testo della conferenza tenuta alla New York University da Susan Rice, l'ambasciatore al Palazzo di vetro. Le Nazioni Unite sono innanzitutto uno strumento: 'We value the UN as a vehicle for advancing U.S. policies and universal rights. [...] In short, the UN is essential to our efforts to galvanize concerted actions that make Americans safer and more secure.' La forma dello strumento è quella di una centrale delle NGO, le organizzazioni non governative: 'We need a modern edifice of cooperation, built upon the foundation of responsible American leadership, [...] The bedrock of that cooperation must be a community of states committed to solving collective problems and capable of meeting the responsibilities of effective sovereignty. [...] It is we, along with others, who gain when the UN spurs sustainable development and democracy, improves global health, upholds women's rights, and broadens access to education.' E la legge internazionale? Le Nazioni Unite non sono la fonte della legge internazionale? Forse in un prossimo discorso. In attesa, può essere utile la lettura del glossario di Glenn Greenwald.

 
Il vertice ONU sul clima PDF Stampa E-mail
giovedì 24 settembre 2009

Con il discorso di ieri all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Obama ha fatto un altro passo importante nel senso del "change": 'We can be remembered as a generation that [...] put off hard choices, refused to look ahead, [...] Or we can be a generation that [...] finally gives meaning to the promise embedded in the name given to this institution: the United Nations. [...] This body was founded on the belief that the nations of the world could solve their problems together. [...] We've [...] re-engaged the United Nations. We have paid our bills. We have joined the Human Rights Council. (Applause.) We have signed the Convention of the Rights of Persons with Disabilities. We have fully embraced the Millennium Development Goals. And we address our priorities here, in this institution.' E' infatti la prima volta che il presidente americano riconosce esplicitamente le Nazioni Unite come la sede nella quale devono venire risolte le questioni internazionali. Certo, il suo appello all'unione può sembrare un po' curiale - in particolare dopo aver ascoltato il presidente brasiliano Lula, il cui stile è assai più schietto: 'We are moving towards a multilateral world. However it is also a multipolar world, based on experiences in regional integration such as South America's experience in creating the UNASUR. This multipolar world will not conflict with the United Nations. On the contrary, it could be an invigorating factor for the United Nations. [...] For a UN that is representative enough to handle threats to world peace, through a reformed Security Council, open to new permanent members.' Il colore di queste parole è rafforzato dalle affermazioni che seguono - una per tutte: 'Unless there is political will, we will see more coups like the one that toppled the constitutional president of Honduras, Jose Manuel Zelaya, who has been granted refuge in Brazil's embassy in Tegucigalpa since Monday. The international community demands that Mr. Zelaya immediately return to the Presidency of his country and must be alert to ensure the inviolability of Brazil's diplomatic mission in the capital of Honduras.' Greg Grandin racconta gli ultimi sviluppi della vicenda, sottolineando l'impegno del Brasile, il disimpegno dell'amministrazione Obama, e il ruolo degli ambienti filo-golpisti di Washington. Ma l'importanza della dichiarazione del presidente americano è attestata dal fatto che egli l'ha pronunciata dopo una serie di passi di avvicinamento, e nell'occasione più solenne. Essa è inoltre confermata dalla Risoluzione 1887 approvata oggi all'unanimità da un Consiglio di Sicurezza eccezionalmente presieduto dallo stesso Obama: un impegno solenne per il rafforzamento del Trattato di Non Proliferazione, e per renderne effettiva l'applicazione - 'The resolution supports universality of the NPT, [...] A strengthened Nuclear Non-proliferation Treaty (NPT) and a Review Conference in 2010 that achieves realistic and achievable goals in all three pillars: nuclear disarmament, nonproliferation and peaceful uses of nuclear energy.' Se i giudizi sulle Nazioni Unite fossero stati espressi il giorno prima, al vertice sul clima, dove un appello di carattere morale -i cambiamenti climatici sono un pericolo che incombe sul futuro dell'umanità, pertanto è dovere di tutti, stati e individui, fare il possibile per evitare il peggio- era più consono, essi avrebbero avuto un significato politico più limitato. D'altra parte, senza quello all'Assemblea Generale, il discorso sul clima sarebbe rimasto politicamente zoppo: le parole Nazioni Unite infatti non vi compaiono - non casualmente, si potrebbe aggiungere, visto che fino alla sorpresa di ieri, esse sono state sempre omesse nei discorsi di Obama. Né vi è un accenno alla Conferenza di Copenhagen che in dicembre dovrà porre le basi di un accordo per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Sono omissioni che nel caso specifico riflettono la difficoltà del presidente americano di essere l'apripista per un 'agreement that will allow all nations to grow and raise living standards without endangering the planet.' La difficoltà si chiama parlamento, dove è rimasta bloccata la legge intesa a ridurre le emissioni del 17% entro il 2020. La nota di Jurist informa che in senato sono necessari 60 voti (la maggioranza assoluta è 51) per fare passare la legge, e l'editoriale del Christian Science Monitor esprime scetticismo sulla possibilità che ciò avvenga in tempo utile (prima di Copenhagen): 'Lawmakers are not expected to pass a climate-change bill anytime soon because of resistance from industry and consumers over the price tag of binding carbon targets. And a recession and the huge debate over healthcare have also sidetracked the issue.' Il discorso di Obama è comunque positivo perché manifesta la ferma convinzione che occorra agire urgentemente per evitare la catastrofe -'We understand the gravity of the climate threat. We are determined to act. And we will meet our responsibility to future generations'- e perché dimostra consapevolezza che i paesi in via di sviluppo debbano essere aiutati a raggiungere gli obiettivi - 'we have a responsibility to provide the financial and technical assistance needed to help these nations adapt to the impacts of climate change and pursue low-carbon development.' In questo senso esso è speculare a quello del presidente cinese Hu Jintao - 'Obama and Hu listed what their countries already have done to reduce emissions of heat-trapping gases and acknowledged that much more would be needed, although they didn't specify what new steps lie ahead,' scrivono Warren Strobel e Renee Schoof. Nicholas Stern, forse l'economista che più ha studiato gli effetti economici dei cambiamenti climatici, e i costi delle politiche correttive, è incoraggiato in particolare dalle prese di posizione di Cina e India - 'Hu Jintao, the Chinese president, made specific commitments on curbing the growth in greenhouse gas emissions [...]. While the president promised a reduction by a "notable margin" rather than a specific figure, there is no doubt that the cut will be significant. And the environment ministers of both China and India made important and constructive proposals for how their countries will reverse deforestation.' Egli invita tuttavia a non farsi illusioni: i programmi annunciati finora, anche qualora fossero realizzati, sono insufficienti - 'while the commitments by the largest emitters already on the table for 2020 offer significant cuts relative to today's emissions, they collectively fall 4 or 5 gigatonnes short of what is necessary if we are to be on a realistic trajectory to reach the 2030 and 2050 targets.' Sulla necessità di concentrare gli sforzi entro i prossimi venti anni concorda James Hansen, lo scienziato forse più impegnato a delineare gli scenari futuri. La sua ricetta è molto semplice: 'the only practical way to avoid climate catastrophe is to terminate emissions from the largest fossil fuel source: coal, the dirtiest of the fossil fuels. If coal emissions are phased out between 2010 and 2030, global fossil fuel emissions would begin to fall rapidly.' A quel punto, la diminuzione delle emissioni potrà subire un'accelerazione anche per effetto dell'entrata in funzione delle centrali nucleari di quarta generazione, le quali 'can “burn” nuclear waste, thus turning the biggest headache into an asset. The much smaller volume of waste from 4th generation reactors has lifetime of a few centuries, rather than tens of thousands of years. The fact that 4th generation reactors will be able to use the waste from 3rd generation plants changes the nuclear story fundamentally.' Per eliminare il carbone come fonte di energia l'unica via è tassarne l'uso. Più in generale, Hansen ritiene preferibile la tassazione delle emissioni al "cap and trade" adottato dall'Unione Europea, e previsto dalla legge ferma al senato americano. Per Sheila Olmstead e Robert Stavins, il "cap and trade", ossia un sistema che incentiva l'efficienza energetica dando alle aziende virtuose la possibilità di vendere permessi di inquinamento a chi non riesce a stare dentro i limiti stabiliti, è invece 'the preferred approach for reducing carbon emissions among industrialized countries.' La premessa è: per funzionare, ogni sistema deve essere internazionale - infatti, 'if developing countries are excluded, up to one-third of carbon emissions reductions by participating countries may migrate to non-participating economies through international trade.' La preferibilità del "cap and trade" a livello internazionale è sostenuta anche da Claus Leggewie che illustra il progetto tedesco di istituire una banca centrale del clima, 'which as a global budget controller would supervise the transfer of emissions credits.' Purtroppo, la divisione nel parlamento americano non è fra sostenitori del "cap and trade" e della tassazione, ma fra chi guarda in faccia la realtà e chi preferisce chiudere gli occhi, 'who show no sign of being interested in the truth,' per usare le parole di Paul Krugman. C'è insomma un problema etico alla radice delle contrapposizioni che frenano l'adozione dei provvedimenti necessari, non solo in America. Di ciò è convinto Andrew Sullivan che afferma: 'being green is [...] a religious imperative.' Il suo ispiratore è Benedetto XVI che Thomas Reese definisce 'the Green Pope.' Ma se non deve aspettarsi che sia la Provvidenza a mettere a posto le cose, il cosiddetto credente non dovrebbe estendere la propria responsabilità nel campo della procreazione, una volta stabilito che la crescita indefinita della popolazione non è compatibile con le risorse limitate del pianeta? Se poi si dimostra che il controllo delle nascite può essere molto efficace nel prevenire i cambiamenti climatici -'Family planning cheapest way to combat climate change,' afferma uno studio commissionato dalla London School of Economics- l'imperativo diventa categorico. Farsi prete è "green", potrebbe essere lo slogan della prossima campagna di reclutamento della Chiesa.

 
Il test iraniano PDF Stampa E-mail
giovedì 17 settembre 2009

La politica estera di Obama sarà sottoposta a breve a un nuovo test: l'incontro con i rappresentanti iraniani. Scrive infatti il Washington Post: 'European Union officials announced an Oct. 1 date for the new talks, which will include Iran's top nuclear negotiator and representatives of the United States, Germany, France, Britain, Russia and China. The discussion will be the first between Iran and the six world powers in more than a year.' Howard LaFranchi ricorda che siamo in prossimità della scadenza della validità dell'"offerta" di negoziato fatta dal presidente americano: 'Obama originally spoke of giving Iran until the end of the year to open up on its nuclear program, [...] But Obama shortened that horizon to the end of this month, under pressure from Congress and from Israel.' La situazione sembra dunque essersi sbloccata a poche lunghezze dal filo di lana. Perché offerta tra virgolette? Perché, come accadeva con la precedente amministrazione, oggetto di discussione dovrebbe essere esclusivamente il programma nucleare iraniano. In altre parole, l'Iran dovrebbe rinunciare al diritto, riconosciuto dal Trattato di Non Proliferazione, a sviluppare integralmente la tecnologia nucleare a scopi pacifici, prima ancora di sedersi al tavolo del negoziato. La posizione di Washington è stata confermata da Hillary Clinton: 'We have made clear to the Iranians that any talks we participate in must address the nuclear issue head on [direttamente].' La dichiarazione è riportata dalla BBC che nello stesso servizio sintetizza tuttavia così il documento con il quale l'Iran ha risposto all'offerta: 'Tehran offered to "embark on comprehensive, all-encompassing and constructive negotiations", but ignored the nuclear issue.' La contrapposizione è evidente e apparentemente insanabile: sarà Obama a fare il primo passo? Roger Cohen ritiene di sì, e la previsione è fondata sul fatto che intorno al tavolo ci saranno anche gli americani (Bush mandava gli europei): 'President Obama was right to accept the platform as an entrée to talks that will begin Oct. 1.' Sono tre le ragioni per le quali egli ritiene una linea più flessibile nell'interesse degli Stati Uniti: 1) gli americani non conoscono l'Iran, e 'Ignorance breeds treacherous incomprehension;' 2) 'closer relations with the West represent the best long-term hope for reform in Iran;' 3) 'the strong U.S. interest lies in preventing an Israeli attack on Muslim Persia.' Il prezzo del successo sarà l'abbandono dell'opposizione all'arricchimento dell'uranio - 'The time is approaching for the United States and its allies to abandon “zero enrichment” as a goal [...] and concentrate on how to exclude weaponization.' Cohen giudica positivamente il documento iraniano, nonostante la verbosità e la propensione per l'ambiguità invece che per la chiarezza. Detto per inciso, queste caratteristiche lo inducono ad accostare l'Iran all'Italia: 'Like [...] Italy, Iran loves artifice, the dressing-up of truth in elaborate layers.' A Cohen sfugge forse che la sistematica falsificazione della realtà da parte di Berlusconi è quanto di più lineare si possa immaginare. Sono tre i punti del documento che egli mette in evidenza: 1) '"promoting the universality of the nuclear nonproliferation treaty," of which Iran is a member but nuclear-armed Israel is not.' Con questa precisazione, Cohen si pone più vicino all'Iran che a Obama, per il quale l'estensione e l'applicazione del trattato non sembrano priorità (Contropagina del 9 aprile e del 9 luglio 2009); 2) 'language on the Palestinian issue (“all-embracing peace, lasting security”) that is moderate by Iranian standards;' 3) il richiamo ai principi del multilateralismo e il rifiuto del doppio standard, che mostrano l'Iran in sintonia con Mosca e Pechino (sarebbe bello poter dire: e con l'Europa) - ragione per cui, 'getting Russia and China behind meaningful sanctions against Iran is a pipe dream.' La previsione di Cohen trova un insperato appoggio nella notizia di oggi: la decisione di Obama di abbandonare il progetto di scudo anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca. La lettura della dichiarazione del presidente non deve trarre in inganno: è vero infatti che i toni sono fortemente anti-iraniani, ma il suo significato è quello di sgombrare il campo da un ostacolo che impedisce la normalizzazione dei rapporti con la Russia, e che quindi mina la credibilità di qualsiasi proposito di procedere sulla strada del disarmo nucleare. In altre parole, la decisione di oggi è il primo segno di "change" nella politica estera americana. Secondo David Sanger e William Broad, l'enfatizzazione del pericolo Iran -insieme al ridimensionamento del suo potenziale missilistico ('Defense Secretary Robert M. Gates argued Thursday that Iran and North Korea were taking far longer to develop intercontinental missiles than many feared a decade ago.')- è intesa a tranquillizzare gli alleati mediorientali nel momento in cui si apre il negoziato: 'Mr. Obama [...] is betting that his credibility will rise in the Middle East, where he can now argue that the American missile shield will defend both Israel and the Arab states, notably Saudi Arabia and Egypt.' A moderare la temperatura delle aspettative è piuttosto la logica militaristica fatta propria da Obama, per la quale ogni decisione deve essere motivata dalla ricerca di maggiore efficienza e capacità della macchina da guerra, e nella quale sono comprese l'affezione al titolo di "commander in chief", e la consuetudine del saluto militare. L'ottimismo di Cohen trova infine corrispondenza nella fiducia di Teheran. Le ragioni di essa sono spiegate da Kaveh Afrasiabi, e possono essere riassunte in questa affermazione: 'Unless the US and its allies come up with new evidence to substantiate their allegations against Iran, their purported effort to pin on Iran the label of clandestine proliferator is destined to fall short.' L'assenza di prove dell'esistenza di un programma nucleare militare viene confermata periodicamente dalla IAEA, l'agenzia atomica, il cui direttore uscente in una recente intervista ha paragonato la campagna per montare il caso Iran al 'fiasco of the invasion of Iraq in 2003.' Contro, remano naturalmente Israele e la lobby che ne rappresenta gli interessi in America. Quest'ultima è ormai un tutt'uno con quella delle armi -'the loudest voices calling for the threat or use of force tend to be either Israeli hardliners or American neocons,' scrive Stephen Walt- e un esempio dello sforzo congiunto è il commento di Daniel Coats, Charles Robb e Charles Wald, un insieme di sparate propagandistiche, la più incredibile delle quali è la seguente: 'if we do not act quickly and credibly to address this threat, we run the very real risk of Israel taking matters into its own hands.' Gli americani dovrebbero dunque attaccare l'Iran, altrimenti lo farà Israele. E' come se fosse in gioco una preda, e il rischio fosse di perderla a favore del concorrente. Ma Israele è un alleato, anzi più precisamente un protettorato, al quale però il protettore permette perfino di metterglisi contro. Gli episodi che documentano la libertà d'azione di Israele sono ricordati da Micah Zenko. Ne manca uno, il più grave nei rapporti fra protetto e protettore, l'attacco alla nave da ricognizione Liberty, un'infamia ancora in attesa di giustizia, come racconta Ray McGovern. La sindrome della Liberty contribuisce a spiegare perché tre "falchi" trovino normale che il protetto possa impunemente creare guai al protettore. Ai problemi psicologici americani si aggiungono quelli israeliani. In questo caso gli psicanalisti sono Yithak Laor che parla del complesso di superiorità -'If Israeli superiority is not a natural given, then nature has to be helped, [con il monopolio della Bomba nella regione]'- e Bill Glucroft che affronta la sindrome dell'Olocausto - 'The Jewish state's fixation with preventing annihilation actually undermines its security.' A problemi psicologici è probabilmente da addebitare la decisione del primo ministro israeliano di mantenere il segreto sul suo viaggio a Mosca - 'Netanyahu, because of his personal style and his way of doing things, preferred to create superfluous drama,' scrive Yossi Melman. Dallo stesso articolo si apprende che 'Israel's arms sales and defense exports last year surpassed Russia's. Israel is the third largest arms exporter in the world, after the United States and France.' Obama ha già avuto modo di verificare l'intrattabilità dell'alleato/protetto nella questione palestinese. Anche per questa ragione è urgente che disinneschi la mina iraniana. Se non avrà la capacità di farlo, lo scenario più probabile è quello dipinto da Immanuel Wallerstein: un incendio che si estenderà a tutto il Medio Oriente, dalla Palestina all'Afghanistan.

 
La politica delle banane PDF Stampa E-mail
giovedì 10 settembre 2009

E' difficile immaginare un punto più basso per la politica estera italiana dopo l'esibizione di Berlusconi sulla rete televisiva magrebina Nessma TV, nella quale egli è socio al 25%: l'esportazione del conflitto di interessi -i giudizi sul regime tunisino e sull'immigrazione riflettono la linea del governo o fanno parte del bagaglio del piazzista che promuove il proprio prodotto?- dà all'Italia, più ancora della storia delle "escort", l'immagine di una repubblica delle banane. Se il fatto ha avuto meno rilievo sui nostri mezzi di informazione -a diffondere il video è stato il "blogger" Daniele Sensi- è perché la politica estera non è oggetto di discussione e di confronto. Essa è stata appaltata agli Stati Uniti e alla NATO -un vizio condiviso dai nostri alleati- e le conseguenze si vedono anche nella lentezza con cui l'Europa procede verso l'unione politica. La politica estera viene esclusa dai commenti quanto più evidenti sono gli interessi e le responsabilità del nostro paese. Il caso tipico è quello dei profughi politici: si sa che la stragrande maggioranza di essi proviene (Contropagina del 28 maggio 2009) da paesi -l'Afghanistan, l'Irak, la Somalia- dove gli americani hanno dato e danno un contributo decisivo alla guerra civile e al caos, tuttavia di ciò non si parla; la questione si riduce così a uno scontro fra sostenitori della civiltà e dell'inciviltà, nel quale sono questi ultimi purtroppo ad avere per il momento la meglio. Un'eccezione può essere considerato l'articolo di Aldo Cazzullo a commento della drammatica vicenda degli eritrei scomparsi in mare; in esso vengono infatti sottolineate le responsabilità italiane nei confronti dell'ex colonia -'Se c’è un popolo che noi italiani abbiamo il dovere storico e morale di soccorrere, è il popolo eritreo'- e si chiede in sostanza una politica che risolva il problema all'origine, ossia che abbia come obiettivo l'eliminazione dei fattori che inducono la gente a fuggire. Con il riferimento a un altro articolo del Corriere, quello di Massimo Alberizzi, Cazzullo lascia intendere che il nostro governo dovrebbe almeno prendere le distanze dal dittatore Afeworki, e denunciarne le violazioni dei diritti umani. Dovremmo forse intervenire militarmente? Non è chiaro se sia questo l'auspicio dei due collaboratori del Corriere; di solito è però questo l'approdo di un certo genere di umanitarismo. L'intervento militare sarebbe una sicura ricetta per aumentare il caos e le sofferenze degli eritrei; un modo migliore per assolvere i propri doveri e fare gli interessi del paese è promuovere la pace nella regione. Questa è una condizione necessaria perché le tensioni che motivano l'oppressione nell'ex colonia possano ridursi. Ciò significa innanzitutto la fine della guerra civile in Somalia, e un'Etiopia che riconosca e rispetti i confini stabiliti internazionalmente - 'On 30 November 2007, the Eritrea-Ethiopia Boundary Commission [una commissione istituita dall'ONU] remotely demarcated the border by coordinates and dissolved itself, leaving Ethiopia still occupying several tracts of disputed territory, including the town of Badme. Eritrea accepted the EEBC's "virtual demarcation" decision and called on Ethiopia to remove its troops from the TSZ [la zona smilitarizzata prevista da un precedente accordo] which it states is Eritrean territory. Ethiopia has not accepted the virtual demarcation decision,' si legge in una scheda della CIA. L'Economist non usa la parola dittatore nel fare il ritratto di Meles Zenawi, il primo ministro etiope, ma sembra difficile trovare un termine più appropriato; né l'articolo sottolinea gli stretti rapporti con Washington, anzi l'impressione che si può trarre è che il personaggio sia un nostalgico dell'Unione Sovietica. Ma c'è una prova di alleanza fra due paesi più solida del combattere per conto dell'altro - 'with American encouragement,' per usare l'eufemismo del settimanale londinese? Il riferimento è ovviamente all'invasione della Somalia, che nel dicembre 2006 mise fine al governo delle Corti islamiche e fece riprecipitare il paese nella guerra civile. L'influenza destabilizzatrice che da oltre vent'anni gli Stati Uniti esercitano in Somalia -'a real place where Washington’s policies were fueling conflict and prolonging suffering'- è documentata da William Minter e Daniel Volman; il giudizio viene confermato da Alexander Noyes e Richard Bennet che raccomandano a Obama, seppure con qualche contraddizione, di voltare pagina -'Further intervention will play directly into the hands of the extremists'- e di lasciare il campo alle organizzazioni multilaterali - 'The US should end direct military aid to the TFG [il governo collaborazionista somalo] but increase multilateral assistance through the African Union mission and regional organizations.' Il metodo suggerito da Noyes e Bennet -affidare la pacificazione alle organizzazioni multilaterali, e in particolare all'Unione Africana- andrebbe in realtà esteso a tutta la regione, perché i destini di Eritrea, Etiopia e Somalia sono legati l'uno all'altro; la svolta sarebbe inoltre più credibile se comprendesse la chiusura della base militare di Gibuti. Un'Italia e un'Europa consapevoli delle proprie responsabilità e dei propri interessi avrebbero probabilmente fatto propria questa posizione, e con ciò reso più probabile il "change". Un "change" che in politica estera non si è ancora visto, e che neppure l'ultimo discorso di Obama sull'argomento, pronunciato a Phoenix il mese scorso, anticipa. Discontinuità rispetto alle precedenti amministrazioni la si può leggere soltanto nell'impegno per una maggiore efficienza della spesa militare: 'The impulse in Washington to protect jobs back home building things we don't need has a cost that we can't afford.' Efficienza non significa però riduzione della spesa: 'No matter the mission, we must maintain America's military dominance. [...] We need to keep our military the best-trained, the best-led, the best-equipped fighting force in the world. And that's why, even with our current economic challenges, my budget increases defense spending.' L'America di Obama non intende insomma rinunciare alla "global dominance", come la chiama Catherine Lutz, ossia a un orientamento offensivo -meglio sarebbe dire aggressivo- del quale la rete di basi militari è una dimostrazione: 'As battles become bases, so bases become battles; [...] Officially, more than 190,000 troops and 115,000 civilian employees are massed in approximately 900 military facilities in 46 countries and territories (the unofficial figure is far greater). [...] The new bases are designed to operate not defensively against particular threats but as offensive, expeditionary platforms from which military capabilities can be projected quickly, anywhere.' Glenn Greenwald usa un'espressione coniata da Gore Vidal -"national-security state"- per definire questa predisposizione alla guerra: 'at least since the creation of the National Security State in the wake of World War II, war for the U.S. has been everything but a "last resort." Constant war has been the normal state of affairs.' Greenwald è preoccupato soprattutto per le conseguenze interne di questa politica: 'A country that turns itself into a war-fighting state, a militarized empire, is choosing what kind of country it wants to be.' Ecco i caratteri principali di un paese militarizzato: 'wild expansions of executive power, the explicit rejection of the rule of law for elites, a continuous erosion of civil liberties, ever-expanding secrecy justifications, supreme empowerment of a permanent national security class whose power transcends elections.' Qui Greenwald si riferisce al potere di lobby e mafie, le minoranze organizzate di cui parlava Gaetano Mosca; ad esso è dedicata l'analisi di Lawrence Davidson, che prende avvio da una citazione di George Kennan - 'our actions in the field of foreign affairs are the convulsive reactions of politicians to an internal political life dominated by vocal minorities.' A dire il vero, l'aggettivo "vocal" appare oggi riduttivo. Il discorso di Obama è stato oggetto di commenti in particolare per le affermazioni sull'Afghanistan: 'This is not a war of choice. This is a war of necessity. Those who attacked America on 9/11 are plotting to do so again. If left unchecked, the Taliban insurgency will mean an even larger safe haven from which al Qaeda would plot to kill more Americans.' Un fiume di critiche si è riversato su queste parole, dimostrandone l'improprietà, l'inopportunità e l'inconsistenza. Improprietà, perché 'unless the nation is invaded or its very survival is imminently threatened, going to war is always a choice.' L'osservazione è di Robert Kagan che a differenza di Obama non ha paura di essere bollato come guerrafondaio. Inopportunità, perché definendola una "war of necessity", il presidente si è precluso ogni possibile via d'uscita - come potrà ora evitare l'"escalation"? Andrew Bacevich ricorda comunque a Obama cinque proposizioni sulle quali occorre il consenso -assai improbabile- degli americani se vorrà che essi lo seguano in un'avventura che ha alte probabilità di tradursi in un nuovo Vietnam.  L'inconsistenza degli argomenti a favore della guerra viene riproposta da più voci. Jeremy Kotkin e Stephen Walt si concentrano sul mito al centro della propaganda, anche da noi: "se non li combattiamo là, dovremo affrontarli qua." Malou Innocent riassume l'insieme dei miti in cui si articola la campagna per la guerra. Michael Scheuer propone in forma di domande retoriche la sua tesi: 'America has lost the war in Afghanistan, and any further U.S. casualties are useless.' Anche Joseph Galloway ha delle domande per Obama: sono le otto domande che Colin Powell si era posto prima di dare il via alla Guerra del Golfo. Hillary Mann Leverett esprime il suo scetticismo sull'utilità della guerra con il ritratto di quello che viene considerato l'uomo forte di Kabul. E' forse avendo in mente personaggi del genere che George Will, il noto editorialista conservatore, ha scritto: 'If there is a worse use of the U.S. military than "nation-building," it is adult supervision and behavior modification of other peoples' politicians.' La citazione è dal secondo di due articoli che hanno sorpreso l'opinione pubblica con le richieste di ritiro dall'Afghanistan, e di un'uscita accelerata dall'Irak. In Italia, paese vassallo, si riciclano i miti della propaganda americana, e si attendono le decisioni dell'imperatore. Rarissime le voci critiche. Fra queste, Barbara Spinelli: 'Una delle parti in conflitto si assume il ruolo della Croce Rossa, mescolando il soldato che uccide con il ricostruttore di scuole, ed esponendo alla stessa inimicizia insurrezionale militari e civili. È forse il lato più osceno delle guerre odierne.'

 
Dalla Russia con sudore PDF Stampa E-mail
giovedì 09 luglio 2009

Anche a Mosca, Obama ha raccontato la storia del figlio di un emigrante africano, che fino a pochi lustri fa avrebbe dovuto rassegnarsi a una vita da cittadino di seconda classe, e che invece è diventato presidente degli Stati Uniti. I cenni autobiografici hanno una duplice funzione nel discorso politico di Obama: dimostrare che l'America non è finita, perché sa rinnovarsi e superare le divisioni razziali, e fare di sè stesso un modello per i giovani di talento di tutto il mondo. A differenza di Napoleone che esportava le idee della rivoluzione per realizzare l'impero, Obama esporta la propria immagine per raddrizzare le sorti di un impero in declino. La tattica ha funzionato, seppure in modo non risolutivo, in Iran che già una volta è caduto nella trappola americana; è assai dubbio che funzioni in Russia. Il messaggio comunicato ai laureandi della Bocconi moscovita è il seguente: 'You get to decide what comes next. You get to choose where change will take us, because the future does not belong to those who gather armies on a field of battle or bury missiles in the ground; the future belongs to young people with an education and the imagination to create.' Dal resto del discorso appare chiaro che Obama non esorta genericamente all'impegno politico e civile, ma a liberarsi di Putin. Spiega infatti il presidente americano che ci sono governanti come lui, che guardano al futuro, e governanti che pensano solo a opporsi agli Stati Uniti, politicamente e militarmente - 'Yet unfortunately, there is sometimes a sense that old assumptions must prevail, old ways of thinking; a conception of power that is rooted in the past rather than in the future. There is the 20th century view that the United States and Russia are destined to be antagonists, [...] And there is a 19th century view that we are destined to vie for spheres of influence.' Il riferimento a Putin come uomo del passato, Obama l'aveva anticipato in un'intervista rilasciata prima del viaggio a Mosca - una mossa inopportuna anche per l'allineato David Ignatius: 'The normally sure-footed Obama stumbled last week when he contrasted his "very good relationship" with Medvedev against Putin's "outdated" Cold War attitudes. This will look to Russians like an effort to play internal politics, and it will complicate both meetings.' L'antitesi vecchio-nuovo è una delle figure retoriche più usate per dare alla propaganda una parvenza di analisi storica. Berlusconi, homo novus per eccellenza, è l'esempio migliore per capire che in politica non c'è niente di più vecchio del nuovo: tale è il qualunquismo, il fare l'interesse privato, il porsi al di sopra della legge, ecc. Se Putin conserva una mentalità da Guerra Fredda, una ragione c'è; osserva infatti James Bissett, ambasciatore del Canada in Yugoslavia ai tempi della crisi, che 'after the Warsaw Pact armies went home, NATO continued to act as if the Cold War were still being fought - and it still does.' Anzi, la NATO ha fatto di peggio - 'Article 1 of the NATO treaty stipulated that NATO would refrain from using or threatening to use force in the resolution of international disputes and would always act in accordance with the UN Charter. [...] All of this changed in March, 1999. In that fateful month, NATO decided to ignore its first article and, without consulting the United Nations, began the bombing of Serbia, [...] This was a historic turning point. The alliance was suddenly converted from a purely defensive organization, acting in accordance with the principles of the UN Charter, into an aggressive military machine.' Anche un'opposizione interna che non sa interpretare altro ruolo che quello di portavoce 'of the most bitterly anti-Russian and geopolitically aggressive liberal interventionists and neocons,' scrive Anatol Lieven, contribuisce a irrigidire la posizione del governo russo - 'people who blindly back a U.S. democracy-promotion line are doing an injustice to the very liberalization they seek.' La critica di Lieven mette a fuoco la natura ambigua del fenomeno dei cosiddetti dissidenti, ossia degli oppositori che cercano appoggi in Occidente, prima che nel popolo - 'like Ahmed Chalabi and other “democracy promoters” who have sought U.S. aid, these writers care neither for American nor for Russian interests.' Fyodor Lukyanov, pur condividendo il giudizio che è stata la NATO -con la guerra yugoslava, con l'allargamento a est, e con le rivoluzioni colorate- a costringere Putin sulla difensiva, concede che la Russia manchi di una strategia. Egli si chiede tuttavia: 'Do any of the major international players have a well-considered and long-term strategy?' Non gli Stati Uniti, risponde Andrew Bacevich - 'Obama is a pragmatist. Unlike his immediate predecessor, he inhabits a world where facts matter. Yet pragmatism devoid of principle will perpetuate the strategic void that Obama inherited.' Da storico, Bacevich individua nel giovane Churchill, un autentico guerrafondaio, il possibile modello dei governanti americani di oggi - 'A comparable failure of imagination besets present-day Washington.' Il futuro cui guarda Obama ha dunque l'aspetto di un passato assai poco attraente, quello della Prima Guerra Mondiale. La mancanza di prospettiva appare evidente sin dall'inizio del discorso di Mosca, quando egli riflette sul dopo Guerra Fredda: 'With the end of the Cold War, there were extraordinary expectations -- for peace and for prosperity; for new arrangements among nations, and new opportunities for individuals.' Se nel mondo non tutto è andato per il meglio la colpa non è solo degli Stati Uniti; ma avendo essi esercitato nel ventennio un'egemonia globale, dal presidente americano, come da un qualunque amministratore, ci si sarebbe aspettati un bilancio del periodo. Invece egli ha parlato come uno studente diligente, ma poco perspicace, elencando una serie di pro e contro, per esempio: 'Ideological struggles have diminished, but they've been replaced by conflicts over tribe and ethnicity and religion.' Dall'analisi storica mancata, Obama è passato all'indicazione dei cinque interessi prioritari dell'America. Il primo è 'in reversing the spread of nuclear weapons and preventing their use.' Su questo punto il discorso va integrato con il testo della conferenza stampa seguita all'incontro con Medvedev. Un cambiamento in positivo, rispetto a Bush, è la volontà di arrivare a un accordo con la Russia per la riduzione delle armi strategiche - testate nucleari e vettori. Obama insiste però, sebbene con meno convinzione del suo predecessore, sul progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca; nei prossimi mesi egli dovrà perciò decidere se vuole l'una cosa o l'altra. La loro inconciliabilità è sancita, oltre che dal buon senso, dalle seguenti parole di Putin - la citazione è dal blog della Jamestown Foundation: 'it is evident that the offensive and defensive parts of strategic forces are closely and indissolubly intertwined with one another. [...] if one side wants to have or intends to have an "umbrella" from all kinds of threats, then it may have an illusion that it can do anything it pleases and then the aggressiveness of its actions will considerably increase while the threat of global confrontation will reach a very dangerous level.' Sul tema più generale della non-proliferazione, è meno chiaro quanto Obama si distanzi da Bush. La centralità del Trattato di Non-Proliferazione (NPT) continua infatti a essere messa in dubbio; nella conferenza stampa, per esempio, egli ha accennato a un 'new, reinvigorated non-proliferation treaty that applies a set of rules to all countries, allows them to pursue peaceful nuclear energy without having the capacity to weaponize that nuclear capacity,' e a questo fine ha annunciato un 'global nuclear security summit that we intend to host next year.' Da notare che l'anno prossimo è in programma anche la quinquennale conferenza di revisione del NPT; niente meglio di una iniziativa concorrente può assicurarne il fallimento. Esso seguirebbe quello del 2005 voluto da Bush, e con ogni probabilità segnerebbe la fine della legalità internazionale in materia di non-proliferazione: il sogno di tutti i militaristi, americani in primis. Nelle parole di Obama c'è anche l'implicito riconoscimento che il programma nucleare iraniano viene realizzato nel rispetto della legalità internazionale. Se infatti fosse vero che l'Iran 'poses a serious challenge through its failure to live up to international obligations,' non ci sarebbe bisogno di pensare a un nuovo trattato. Il secondo interesse è 'in isolating and defeating violent extremists.' Qui siamo chiaramente in scia a Bush, anzi oltre Bush, perché l'estremismo è una categoria più generale del terrorismo. Dato che l'estremismo è l'opposto del moderatismo, è impossibile eliminare l'uno senza togliere di mezzo l'altro: come potrebbero esserci dei moderati il giorno in cui non ci fossero più gli estremisti? La guerra all'estremismo ha dunque la garanzia di essere eterna. Quanto all'estremismo violento, per ottenerlo basta reprimerlo, e usando mezzi sproporzionati si ha la certezza che il focolaio diventi un incendio che si estende indefinitamente, come in Afghanistan e Pakistan. La sorpresa su questo punto è che la Russia abbia deciso di collaborare aprendo il proprio spazio aereo ai trasporti della NATO. 'Moscow's general mood towards the menace of terrorism is nowadays turning angry. The terrorist attacks in the North Caucasus region show a sharp increase in number and ferocity lately,' scrive MK Bhadrakumar per spiegare la decisione. Sarebbe, in altre parole, il riapparire dello spettro ceceno a spingere Mosca ad appoggiare l'impresa afghana: meglio gli americani dei terroristi islamici! Quale che sia il calcolo, i russi rischiano di vedere gli incendi estendersi. Peccato che americani e russi non si siano messi d'accordo sull'Europa, scrive Jonathan Steele - 'The pity only is that it is centred on a doomed project in Afghanistan rather than on Europe, where partnership matters more.' Forse la responsabilità è però degli europei. Il terzo interesse è 'in global prosperity.' Tutti d'accordo! Invece, no. Anche qui Obama ha voluto mettere una goccia di veleno - 'success depends upon economies that function within the rule of law.' Un'ovvietà per dei laureandi in economia, un giusto ammonimento se diretta a Wall Street, ma una scorretta intromissione se rivolta a Putin, come il contesto suggerisce. Il quarto è 'in democratic governments that protect the rights of their people.' Il pensiero in questo caso va all'Arabia Saudita, all'Egitto, alla Colombia, o alle operazioni di esportazione della democrazia, da Haiti all'Irak. 'America supports now the restoration of the democratically-elected President of Honduras;' ha anche detto. Vedremo. Infine, il quinto interesse è 'in an international system that advances cooperation while respecting the sovereignty of all nations.' Un'affermazione solenne apre il paragrafo: 'State sovereignty must be a cornerstone of international order.' Inutile dire quali episodi essa faccia venire in mente, o a quali stati egli si riferisca. Ciò che non si capisce è come un'affermazione del genere possa conciliarsi con l'internazionalismo democratico, o meglio con lo spirito interventista che permea tutto il discorso. Un modo di coniugare la sovranità nazionale con l'internazionalismo, ossia gli interessi particolari con la pace e la salvaguardia dell'ambiente, in realtà ci sarebbe, ed è il rafforzamento delle Nazioni Unite. Ma di queste due parole nel discorso non c'è traccia.

 
Un "regime change" da raccomandare PDF Stampa E-mail
giovedì 02 luglio 2009

Il giudizio che prevale tra gli esponenti della cosiddetta comunità internazionale è che la rivoluzione a Teheran è sì fallita, ma il regime degli ayatollah è stato colpito al cuore, quindi la sua fine è solo rimandata. E' un giudizio il cui valore è inversamente proporzionale alla lunghezza della sopravvivenza prevista, e la cui fondatezza è tanto più dubbia quanto più vicina è ritenuta la fine. In altre parole, si tratta di un'affermazione propagandistica; ciò che si può dire per il momento è che Obama ha vinto il primo round. Ahmadinejad conserva il potere, ma esce indebolito dalla campagna di delegittimazione internazionale, e dalla lotta interna. Adesso il presidente americano si trova però di fronte a una strada obbligata, quella dello scontro. Come può egli infatti pensare di riallacciare i fili di una trattativa mai avviata, con gli stessi interlocutori che ha provveduto a delegittimare, e che il suo segretario di Stato considera meno credibili che mai? Le contraddizioni dell'amministrazione vengono messe in evidenza da John Bolton che per una volta appare come un acuto osservatore, per il quale non resta che lasciare mano libera a Israele - 'Israel's decision of whether to use military force against Tehran's nuclear weapons program is more urgent than ever.' Bolton ripiomba nella propria mediocrità verso la fine del commento, quando scrive: 'the uprising in Iran also makes it more likely that an effective public diplomacy campaign could be waged in the country to explain to Iranians that such an attack is directed against the regime, not against the Iranian people.' Il pensare che gli iraniani siano così stupidi da salutare con gioia le bombe che piovono sulla loro testa in prossimità degli impianti nucleari e di tutte le basi militari da cui potrebbero partire rappresaglie, mostra su quali fondamenta politiche poggi la strategia dei militaristi americani. A Obama, che è più intelligente di Bolton, dovrebbe essere chiaro che la via dello scontro porta al rafforzamento di Ahmadinejad, a meno che non si voglia procedere ad una nuova operazione di "liberazione". Visti i costi, e vista la crisi finanziaria in cui è finito il paese, è immaginabile che il presidente americano non abbia nessuna intenzione di cacciarsi in un altro inferno di tipo irakeno; egli si trova dunque in un vicolo cieco. Il suggerimento che gli si può dare è di mettere da parte l'Iran, ma di restare in tema di "regime change"; l'obiettivo dovrebbe spostarsi su Israele - 'the collapse of today's Israeli coalition,' per usare le parole di Robert Kaplan (Contropagina della settimana scorsa), potrebbe essere il primo passo. Avviando finalmente alla soluzione la questione israelo-palestinese, Obama vedrà l'Iran in una nuova luce: non più il paese che esporta l'islamismo, ma il paese islamico dove, dopo la Turchia, l'idea di laicità si è più sviluppata - quindi un alleato naturale, se egli pensa che la democrazia sia figlia della laicità, e che tra le democrazie nascano affinità elettive. I motivi per escludere che con Netanyahu si possa fare qualche passo verso la pace sono scritti nel suo discorso all'Università Bar-Ilan, e nelle reazioni ad esso. Innanzitutto, il primo ministro israeliano ha detto che 'the advancement of peace' è solo al terzo posto in ordine di priorità; al primo c'è 'the Iranian threat,' e al secondo 'the economic crisis.' Per ottenere la pace, i palestinesi devono compiere un atto molto semplice: riconoscere Israele come stato ebraico - 'a fundamental prerequisite for ending the conflict is a public, binding and unequivocal Palestinian recognition of Israel as the nation state of the Jewish people.' Questa condizione teologica ha un obiettivo molto pratico: 'To vest this declaration with practical meaning, there must also be a clear understanding that the Palestinian refugee problem will be resolved outside Israel’s borders.' Ai palestinesi dunque si chiede non solo di rinunciare a porre sul tavolo la questione dei profughi, ma di fare un atto di fede. La ridicolezza della richiesta viene sottolineata dal presidente dell'Autorità Palestinese, che nell'occasione rivela senso dell'humour: 'Name yourself the Hebrew Socialist Republic — it is none of my business.' Anche Gideon Levy ricorre all'humour per stigmatizzare il crescendo delle richieste israeliane: 'After the recognition of Israel as a Jewish state there will no doubt come the demand to recognize Saturday as its day of rest, and after that perhaps also a demand for Palestinian recognition of the law prohibiting the display of leaven [l'esposizione dei prodotti lievitati] during Passover.' La richiesta di riconoscere Israele come stato ebraico è un'invenzione recente, pericolosa per lo stesso Israele, spiega Yonatan Touval: 'It must be resisted by those who care about Israel’s long-term strategic interests. [...] For the Palestinians to make any pronouncement whose full implications would be potentially harmful to Israel’s Palestinian Arab minority would be foolhardy.' Essa va vista nel quadro delle tendenze integraliste e razziste della legislazione israeliana, scrive Shulamit Aloni: 'According to the writers of these laws, the Arabs are certainly not entitled to human rights, not to mention a cultural and intellectual life, and never mind property, land and a home, because thousands of years ago God promised this land to Abraham and his seed.' Sugli altri punti della proposta Netanyahu -uno stato palestinese smilitarizzato, senza Gerusalemme, e del quale non vengono indicati i confini; il controllo di Gaza da parte dell'Autorità Palestinese, ossia di Fatah (un invito alla ripresa della guerra civile); rifiuto di considerare il blocco delle costruzioni negli insediamenti coloniali- vale il giudizio dei palestinesi, che Aluf Benn nel suo commento a caldo dava per scontato: 'To the Palestinians, these positions are not even worthy of discussion.' I palestinesi non erano però i veri interlocutori del primo ministro; per Benn, l'obiettivo era focalizzato sui sondaggi - 'to win him widespread public support among Israelis.' In realtà, il discorso è un gesto di sfida ad Obama. Ora la parola è alle due diplomazie, e presto si vedrà chi è il vincitore, e chi ha semplicemente cercato di salvare al faccia. IL confronto avviene sul terreno degli insediamenti nei territori occupati, dei quali il presidente americano ha chiesto il blocco immediato e senza eccezioni. La posizione di Obama è in linea con i presidenti che l'hanno preceduto, osserva Stephen Walt: 'Every U.S. president since Lyndon Johnson formally opposed the creation of settlements, [...] the State Department issued an opinion in 1979 that the settlements were "inconsistent with international law." That opinion, the Post reports, "has never been revoked or revised." But it has been ignored. [...] The real problem has been that no president has been able to put sustained pressure on Israel to stop building settlements.' Bloccare gli insediamenti è preliminare al negoziato per i due stati; la loro espansione va infatti nel senso di uno stato unico nel quale vige l'apartheid - 'If Israel continues on its present trajectory, [...] it will become an apartheid state. And once that happens, "The state of Israel is finished".' Le parole tra virgolette sono dell'ex primo ministro Olmert che tuttavia non ha saputo dare continuità alla correzione di rotta attuata da Sharon con il ritiro dei coloni da Gaza. Ammesso, e non concesso, che Obama ottenga un'effettiva forma di blocco, si tratterà di un successo di facciata, perché la smobilitazione degli insediamenti per consentire la nascita dello stato palestinese è assai improbabile: 'no one seriously believes that these communities — with their half a million residents, their urban installations, their privileged access to fertile land and water — will ever be removed.' Il pessimismo di Tony Judt è dovuto sia ai numeri, quindi alla forza d'inerzia, sia all'importanza degli insediamenti, come  dei kibbutz prima, nell'alimentare il mito di Israele: 'Israel needs “settlements.” They are intrinsic to the image it has long sought to convey to overseas admirers and fund-raisers: a struggling little country securing its rightful place in a hostile environment by the hard moral work of land clearance, irrigation, agrarian self-sufficiency, industrious productivity, legitimate self-defense and the building of Jewish communities. But this neo-collectivist frontier narrative rings false in modern, high-tech Israel.' Viste le difficoltà, e preso atto che anche governi più "respectable-looking" dell'attuale hanno continuato a promuovere gli insediamenti nonostante gli impegni presi, Obama non otterrà alcun risultato se non passerà dalle parole ai fatti. Solo i fatti indurranno gli israeliani ad appoggiare il necessario "regime change". Come dice Akiva Eldar nel riportare i risultati di una ricerca, la paura è più potente del profitto: 'the only way to open Israelis to compromise [is] to present them with the heavy price they are now paying - and will pay in the future - as a result of their refusal to compromise. This conclusion parallels the findings of Nobel Prize laureate Prof. Daniel Kahneman and the late Prof. Amos Tversky, who assert that people are primarily influenced by fear of losing their assets, rather than the hope for a future profit.' Il primo passo, suggerisce Ronit Avni, potrebbe essere quello di privare della deducibilità fiscale le donazioni a favore degli insediamenti: 'I am not suggesting that non-profits should lose their tax advantages simply because they are at odds with American foreign policy. But the settlements are widely considered a violation of international law.' Il passo decisivo sarà tuttavia il blocco degli aiuti finanziari e militari. Esso, secondo Grant Smith, ha due buone ragioni indipendentemente dagli obiettivi politici contingenti: la prima è che Gerusalemme gode di una 'unusually wide latitude in spending the [military assistance] funds.' La discrezionalità di spesa crea infatti un legame tra le industrie militari e la lobby pro-Israele, che fa lievitare il potere di questa - 'This gives the U.S.-based Israel lobby, particularly the American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), increased influence on Capitol Hill.' La seconda è che c'è una legge, The Symington and Glenn amendments, che proibisce 'U.S. aid to nuclear states outside the Nuclear Nonproliferation Treaty (NPT). Iran has signed the NPT. Israel hasn’t.' Passerà Obama dalle parole ai fatti? Più in generale, cos'è che impedisce a una potenza grande e grossa come gli Stati Uniti di avere ragione di Israele? Il primo pensiero va naturalmente alla Lobby, e Richard Sale indica quale potrebbe essere il suo atto di nascita: 'When the British issued the Balfour Declaration in 1917 it’s real purpose was  not to give the Jews a homeland, but to bolster British ability to fight the Germans. In 1917, British forces were bogged down in a stalemate and the British leadership were fearful of the Russians making a separate peace. Also, many Jews in America favored the Central Powers. To curb this and in an effort to draw America into the war, the declaration promised Palestine as “a national home for the Jewish people”.' Yitzhak Laor propone un'altra spiegazione: prima del 1967 gli Stati Uniti contavano poco in Medio Oriente - 'In 1967, on the eve of the occupation, the United States was at its lowest point in the region. [...] The turning point came with the Israeli victory.' Da quel momento, il ritiro dai territori 'was always the American carrot. A carrot is accompanied by a stick, and over the years it was an Israeli stick.' Per Laor il momento della carota è arrivato. Ciò significa che gli Stati Uniti non hanno più bisogno del bastone israeliano. L'invenzione della minaccia iraniana ha esattamente lo scopo di convincerli del contrario.

 
Obama getta la maschera PDF Stampa E-mail
giovedì 25 giugno 2009

Mentre a Teheran, con le buone o con le cattive, la protesta sembra rientrare, a Washington Obama 'alza il tono con l'Iran,' come dice un titolo del Corriere di ieri. La vaghezza di questa espressione non deve stupire: più che dare notizie, i titoli del Corriere spesso alludono, fanno lavorare la fantasia. Per esempio il titolo di prima pagina, sempre ieri, era: 'Bari, Berlusconi contrattacca.' Esso non richiama forse alla mente l'immagine del presidente del Consiglio che alla testa di un esercito di ballerine, veline, discepole, candidate urlanti 'noi non abbiamo voluto niente,' sfida il nemico nella piana di Canne? Il testo della dichiarazione di Obama -scritto in precedenza e diffuso contemporaneamente in parsi- è in realtà un incitamento alla ribellione. Ecco alcuni passaggi: 'The Iranian people are trying to have a debate about their future. Some in Iran -- some in the Iranian government, in particular, are trying to avoid that debate by accusing the United States and others in the West of instigating protests over the election. [...] This tired strategy of using old tensions to scapegoat other countries won't work anymore in Iran. [...] The Iranian people can speak for themselves. That's precisely what's happened in the last few days. In 2009, no iron fist is strong enough to shut off the world from bearing witness to peaceful protests [sic] of justice. [...] As I said in Cairo, suppressing ideas never succeeds in making them go away. The Iranian people have a universal right to assembly and free speech. [...] That's what Iran's own people are calling for, and the Iranian people will ultimately judge the actions of their own government.' Si può notare innanzitutto che il tema dei brogli elettorali non viene toccato; evidentemente il tentativo di invalidare le elezioni viene considerato ormai fallito, e al centro della protesta viene messa la richiesta degli iraniani di 'debate their future.' Perché un'espressione così generica? Probabilmente perché dalle manifestazioni di Teheran non sono emerse parole d'ordine più illuminanti di 'dov'è il mio voto?' o 'Dio è grande.' In proposito, un'anonima americana di origini iraniane, che scrive al sito Moon of Alabama, mette in evidenza il contrasto fra l'organizzazione dei manifestanti, e la povertà di idee che li distingue - 'I believe that the movement (at least in its current incarnation, and assuming that we are not seeing a color revolution in the works) is doomed to failure precisely because of the spectacular organization. In 1979, the protesters formed the chants. In 2009, the chants formed the protesters.' La scrittrice non nasconde i suoi sospetti: 'if the Iranian people truly wanted a revolution, the protesters would not need to be begging for help from people in foreign countries.' In questo senso, non c'è peggior segno per la rivoluzione che l'appoggio degli eccitati e squalificanti notiziari RAI - non solo di Teleminzolini. La seconda osservazione è che Obama vede una spaccatura fra il governo e il popolo, e fa una chiara scelta di campo. Infine, egli dà l'interpretazione autentica del proprio discorso del Cairo: una chiamata degli iraniani al "regime change" - un'operazione in linea con quella che portò nel 1953 al rovesciamento 'of a democratically elected Iranian government,' per usare le sue parole. La dichiarazione indispone perfino un obamiano come Juan Cole, convinto assertore dei brogli: 'the more Obama speaks on the subject, even in these terms, the more he risks associating the Mousavi supporters with a CIA plot. [...] the United States is not a neutral or benevolent player in Iran.' Cole aggiunge due considerazioni: 'Obama needs to be careful about raising expectations of any sort of practical intervention by the US, which could not possibly succeed' - il riferimento è ai fiaschi di Budapest, Praga e Tienanmen. Inoltre, 'very unfortunately, US politicians are no longer in a position to lecture other countries about their human rights. The kind of unlicensed, city-wide demonstrations being held in Tehran last week would not be allowed to be held in the United States. [...] The number of demonstrators arrested in Tehran on Saturday is estimated at 550 or so, which is less than those arrested by the NYPD [la polizia di New York] for protesting Bush policies in 2004.' Potrebbe starcene una terza: la lunga lista delle vittime civili dei bombardamenti americani in Afghanistan e Pakistan -una guerra ignobile che si sta estendendo- priva il presidente americano di qualsiasi autorità morale. Le parole di Obama appaiono nella loro gravità alla luce dei fondati sospetti sul coinvolgimento della CIA nell'organizzazione del sostegno a Mousavi. Ma prima di vederli, conviene dare un ultimo sguardo alle elezioni. Kaveh Afrasiabi spiega perché un rapporto che giorni fa ha ridato fiato all'ipotesi dei brogli, quello di Chatam House, una fondazione vicina al Foreign Office, non sia convincente. Lo fa con l'aiuto di esperti americani di statistiche elettorali, per i quali non c'è 'solid evidence of fraud,' quindi i risultati sono validi, 'based on statistical analysis.' Il rapporto, all'origine del peggioramento delle relazioni fra Iran e Gran Bretagna, cerca di dimostrare l'esistenza di brogli con presunte anomalie statistiche; ma per gli esperti citati da Afrasiabi, a) 'a model can never prove fraud - it can identify places where there may be fraud,' b) le anomalie non sono tali. Esam al-Amin ripercorre la storia dell'esperienza elettorale nella Repubblica islamica per affermare che 'There has not been a tradition of election fraud in Iran.' Egli sottopone anche a un esame critico gli episodi nei quali si è articolata la campagna di delegittimazione delle elezioni da parte di Mousavi: fra questi, la famosa lettera di un impiegato del ministero dell'Interno, che dava risultati assai improbabili. Sebbene sia impossibile per il momento avere le prove del collegamento fra Mousavi e la CIA, resta il fatto che le due ipotesi -quella di un tentativo di colpo di stato, e quella di una rivoluzione colorata- si rafforzano a vicenda; in altre parole, la manovra di palazzo diventa credibile per l'organizzazione della piazza, e per l'orchestrazione dell'opinione pubblica internazionale, e viceversa. Le diverse forme dell'ingerenza americana in Iran -terrorismo, propaganda, 'support for opposition groups,' ecc.- sono documentate da Jeremy Hammond. Per descrivere la strategia di Bush, Hammond ricorre alle parole di un ex agente segreto: 'supply and train Iran’s ethnic minorities to destabilize the Iranian regime.' Obama non pare seguire lo stesso indirizzo; ma, visto che egli non ha mai revocato 'the policy strategy implemented under Bush,' e visti i precedenti, 'it certainly seems possible, even likely, that the U.S. had a significant role to play in helping to bring about the recent turmoil in an effort to undermine the government of the Islamic Republic.' L'ipotesi della rivoluzione colorata, e di un collegamento tra Mousavi e la CIA viene riproposta con nuove informazioni da Paul Craig Roberts. La sua conclusione è pessimistica: 'The Mousavi protests have set up Iran either for a US puppet government or for a military strike.  The mullahs are in a lose-lose situation. Even if the mullahs hold together and suppress the protests, the legitimacy of the Iranian government in the eyes of the outside world has been damaged. Obama’s diplomatic approach is over before it started.' Meno pessimista è George Friedman che sconta la sconfitta del movimento: 'What we have now are two presidents in a politically secure position, something that normally forms a basis for negotiations. The problem is that it is not clear what the Iranians are prepared to negotiate on, nor is it clear what the Americans are prepared to give the Iranians to induce them to negotiate. [...] On the surface, this would seem to open the door for an attack on Iran’s nuclear facilities.' Ma ciò non accadrà, perché 'Obama does not have any appetite for such an attack.' Morale: 'This game is locked in place, and goes on.' Che cosa sbloccherà lo status quo? Un'idea interessante la si può leggere tra le righe del commento di Robert Kaplan, non certo un anti-imperialista, per di più un ammiratore di Mousavi (ma anche dell'Iran e della sua storia): invece di giocarci tutto sull'Iran per far stare tranquillo Israele, risolviamo il caso palestinese, e l'Iran sarà l'alleato naturale di Israele - 'Never has there been a better time to push for an Israeli-Palestinian peace settlement, even if it requires the collapse of today's Israeli coalition in the process.' Ma sulla via della pace l'ostacolo principale sarà come al solito il parlamento americano. Riferiscono infatti Flynt e Hillary Leverett che 'Last week, Congress adopted a resolution condemning the Islamic Republic for its handling of the presidential election and subsequent protests. The Senate passed it unanimously; only one member of the House, Ron Paul (R-Texas), was prepared to vote no.' Il significato di questo voto sono sempre i due esperti a spiegarlo: 'As the Islamic Republic becomes “delegitimized” in American public opinion, it will be impossible for Obama to engage Tehran, and, in the eyes of many Americans, he will have no basis to continue telling Israel that it should not launch military strikes against Iranian nuclear targets.'

 
Chi è il golpista? PDF Stampa E-mail
giovedì 18 giugno 2009

Per capire quale sia il giudizio del presidente americano sugli avvenimenti in Iran, non si può evitare di imbattersi in Berlusconi. E' stato infatti nel corso della conferenza stampa dopo l'incontro a due, che Obama ha esposto il suo punto di vista con una dichiarazione la cui ufficialità è sottolineata dall'essere stata inclusa nel blog della Casa Bianca. Ma prima di prenderla in esame, è forse opportuno dare un'occhiata a ciò che hanno detto i due personaggi. L'impressione è quella di un dialogo tra sordi: il presidente ha parlato di Guantanamo e dell'Afghanistan, Berlusconi del programma del prossimo G8. Mettendo in rilievo questioni nelle quali il governo italiano è atteso alla prova, il primo è sembrato volersi giustificare per aver ricevuto un uomo politico dei cui vizi si sono occupati i giornali di tutto il mondo. A dire il vero, Obama ha anche pronunciato parole non formali di apprezzamento per il suo interlocutore: 'Prime Minister Berlusconi, who has strong relationships with the Russians, was able to offer some insight in terms of how to approach reductions in nuclear arsenals.' Sono parole che suscitano, oltre che sorpresa, perplessità e dubbio: sorpresa, perché è difficile immaginare quale possa essere stato il contributo del presidente del Consiglio in materia di non-proliferazione nucleare. Perplessità, di fronte al fatto che Obama non abbia ancora le idee chiare su come affrontare l'argomento con i russi. Dubbio che le resistenze interne alla riduzione degli armamenti, e le ambizioni imperiali gli impediscano di avere una linea coerente con il Trattato di Non-Proliferazione. Per parte sua, Berlusconi ha cercato di dimostrare l'importanza del G8, del quale è il presidente di turno; i particolari organizzativi in cui si è perso -fra questi una cena senza ballerine, a quanto pare, alla quale sono stati invitati 'the representatives of the main international organizations'- hanno tuttavia avuto l'effetto di sottolineare il disinteresse dei presenti, e la sua frustrazione. Un esempio di saggezza politica è stato invece il suo silenzio sull'Iran. Che cosa ha detto in proposito Obama? Ecco la sua dichiarazione: 'I want to start off by being very clear that it is up to Iranians to make decisions about who Iran's leaders will be. [...] Having said all that, I am deeply troubled by the violence that I've been seeing on television. I think that the democratic process -- free speech, the ability of people to peacefully dissent -- all those are universal values and need to be respected. [...] I can't state definitively one way or another what happened with respect to the election. But what I can say is that there appears to be a sense on the part of people who were so hopeful and so engaged and so committed to democracy who now feel betrayed. [...] I would say to them that the world is watching and inspired by their participation, regardless of what the ultimate outcome of the election was.' Il presidente americano dichiara dunque di essere neutrale, ossia di non parteggiare né per Ahmadinejad né per Mousavi, ma al tempo stesso di simpatizzare per i manifestanti. E' una posizione contraddittoria perché la rivolta non è separabile dalla lotta per il potere, neppure nel caso in cui la si ritenesse, con William Pfaff, un '68 islamico - 'the call is not to overturn the Islamic system but for young people, and not only the young, to have a private life and to be able to speak freely to their companions, play popular music and freely see and make movies; for girls to let their hair escape from under the veil and wear a touch of cosmetics.' Il movimento chiede infatti una cosa precisa -nuove elezioni- e questa richiesta sarebbe in accordo con la democrazia solo nel caso in cui Ahmadinejad avesse rubato la vittoria; nel caso contrario essa è classificabile fra le mosse di un colpo di stato o, per usare termini più in voga, di un "regime change", o di una rivoluzione colorata (il verde si aggiungerebbe ai colori dell'arlecchinata). Se Obama non è in grado di dire con certezza che cosa sia successo alle elezioni, il "committment to democracy" dovrebbe insomma imporgli di astenersi da commenti che, oltre a contraddire la dichiarata neutralità, possono tradursi nel disprezzo della volontà popolare. Sebbene i mezzi di informazione si siano schierati in maggioranza con i contestatori -'the readiness with which almost everyone in the West seems to be accepting the “coup” explanation is rather worrisome. It is similar to the lockstep consensus on the “Iraqi threat” six years ago that made war all but inevitable, and it is similar to our political class’ certainty last year that Georgia was merely an innocent victim of “Russian aggression,” which has been found again and again to be false,' scrive Daniel Larison- non sono mancati gli esperti, i commentatori e i cronisti che hanno giudicato verosimile il risultato elettorale, e ne hanno spiegato le ragioni. Innanzitutto c'è l'ormai famoso articolo di Ken Ballen e Patrick Doherty, che illustra i risultati di un sondaggio condotto a metà maggio; essi si riassumono in un giudizio molto chiaro - 'The election results in Iran may reflect the will of the Iranian people.' I dati più significativi sono i seguenti: 'our nationwide public opinion survey of Iranians three weeks before the vote showed Ahmadinejad leading by a more than 2 to 1 margin -- greater than his actual apparent margin of victory in Friday's election. [...] The only demographic groups in which our survey found Mousavi leading or competitive with Ahmadinejad were university students and graduates, and the highest-income Iranians. [...] During the campaign Mousavi emphasized his identity as an Azeri, the second-largest ethnic group in Iran after Persians, to woo Azeri voters. Our survey indicated, though, that Azeris favored Ahmadinejad by 2 to 1 over Mousavi.' Da notare che una delle "prove" dei brogli, secondo Mousavi, sarebbe il risultato disastroso da lui ottenuto fra la gente della sua etnia. La principale obiezione che viene mossa alle conclusioni del sondaggio è che nelle ultime settimane di campagna ci sarebbe stato un ribaltamento delle intenzioni di voto. Questa è l'impressione che si poteva forse avere se si guardava alla realtà iraniana attraverso il filtro dei mezzi di informazione occidentali; ma l'influenza di questi non va oltre il loro campo di osservazione, costituito dagli studenti e dalle classi medio-alte di Teheran. Il quadro nell'imminenza del voto non sarebbe stato probabilmente diverso da quello dipinto da Ballen e Doherty se un sondaggio avesse misurato l'effetto del confronto televisivo all'americana fra Ahmadinejad e Mousavi; la cronaca di Babak Dehghanpisheh non lascia dubbi infatti su chi sia stato il vincitore - 'Mousavi, who is 67, at times wheezed [ansimava].' Il giudizio viene confermato da Flynt e Hillary Leverett: 'Ahmadinejad’s provocatively impressive performance and Mousavi’s desultory one had boosted the incumbent’s standing.' I due esperti notano poi che gli osservatori occidentali 'consistently underestimated Ahmadinejad’s base of support' sin dalle elezioni del 2005, quando al ballottaggio egli vinse con una percentuale vicina a quella delle elezioni della settimana scorsa - 61,69 contro 62,6. Dai Leverett viene infine la denuncia del tipico comportamento golpista di Mousavi: 'if a “coup” is being attempted, it has been mounted by the losers in Friday’s election. It was Mousavi, after all, who declared victory on Friday even before Iran’s polls closed.' L'accusa di Ahmadinejad a Mousavi di essere un fantoccio nelle mani di Rafsanjani, l'eminenza grigia della politica iraniana, il nemico numero uno del leader supremo Khamenei, viene sviluppata da MK Bhadrakumar. Non potendo riassumere in due righe tutta la storia, conviene concentrarsi sul giudizio politico dell'autore: 'Mousavi's electoral platform has been a curious mix of contradictory political lines and vested interests but united in one maniacal mission, namely, to seize the presidential levers of power in Iran. It brought together so-called reformists who support former president Mohammad Khatami and ultra-conservatives of the regime. Rafsanjani is the only politician in Iran who could have brought together such dissimilar factions. [...] If we are to leave out the largely inconsequential "Gucci crowd" of north Tehran, who no doubt imparted a lot of color, verve and mirth to Mousavi's campaign, the hardcore of his political platform comprised powerful vested interests who were making a last-ditch attempt to grab power from the Khamenei-led regime.' Paul Craig Roberts riporta il discorso sulle responsabilità americane -dopo un volo sulla conformista Europa- con le voci di un possibile coinvolgimento della CIA, quindi con l'ipotesi di una rivoluzione colorata: 'Pakistan’s former military chief, General Mirza Aslam Beig, said that undisputed intelligence proves [...] that the CIA spent 400 million dollars inside Iran to prop up a colorful but hollow revolution following the election.' Si può notare che un disegno eversivo della CIA, parallelo o congiunto a quello di Rafsanjani, farebbe del discorso di Obama al Cairo un campione della più vile propaganda. Purtroppo l'ipotesi è tutt'altro che infondata, e in questo senso sarebbe premonitore un altro articolo di Flynt e Hillary Leverett, pubblicato il 24 maggio dal New York Times. In esso gli autori sostenevano che la via della diplomazia di Obama consiste nell'immobilismo; un immobilismo di facciata però, dietro al quale tutto procede come prima - 'the Obama administration has done nothing to cancel or repudiate an ostensibly covert but well-publicized program, begun in President George W. Bush’s second term, to spend hundreds of millions of dollars to destabilize the Islamic Republic.' Nel suo piccolo, anche l'episodio di Twitter è una dimostrazione che gli apparati fanno quello che vogliono. Obama è dunque un debole? ha la lingua biforcuta? No, Obama è un esempio di fermezza - 'It would be surprising if Obama departed from this realist strategy now, and he hasn't.' Ad affermarlo è sorprendentemente Robert Kagan (ex consigliere di McCain) che aggiunge: il problema sono ora i suoi sostenitori - 'Supporters of President Obama, who until very recently had railed against the Bush administration's "freedom agenda" and who insisted on a new "realism," have suddenly found themselves rooting for freedom and democracy in Iran.' Il che è vero; ma può un enigma -Obama- essere risolto da un altro enigma - Kagan?

 
Il vento di Obama PDF Stampa E-mail
giovedì 11 giugno 2009

'Indifférence?' è il titolo dell'editoriale di Le Monde sulle elezioni europee; visto il tenore del commento -'Le nouveau Parlement européen va ressembler à l'Assemblée sortante. Les conservateurs restent la force dominante'- la parola avrebbe potuto anche essere "indifférenciation". Un risultato che fa però la differenza è l'arretramento dei partiti che aderiscono al PSE - Partito Socialista Europeo (compreso il PD). Che cosa lo spiega? Una prima risposta la dà il Times: a sinistra non ci sono grandi leader - 'The leadership of European social democratic parties in one country after another has been poor.' Essa rimanda tuttavia a un'altra domanda: è il leader che fa il progetto politico, o è questo che fa il leader? Una seconda risposta è che la destra si è appropriata dei programmi sociali della sinistra, e li rende più attraenti con dosi variabili di retorica protezionistica e anti-immigrazione: 'The mainstream governing parties of the right are launching huge public spending programmes and putting their countries first, as in France and Germany, in the attempt to save jobs or cushion the impact of unemployment, through generous welfare systems, short-time working, longer paid time off work and subsidised jobs. [...] The centre-left bought into capitalism a long time ago and now don't have anything new to say,' scrive Ian Traynor. Bernardo Valli riduce in pillole le due spiegazioni: 'La destra neoliberista è diventata super keynesiana [...] [alla sinistra] mancano anche leader adeguati alla civiltà delle immagini.' Nessuno, a quanto pare, si è chiesto perché non ci sia stato un effetto Obama, o se c'è stato, perché sia andato a favore della destra. In altre parole, come mai un presidente che ha cambiato faccia all'America, che ha aperto nuove prospettive di pace e di progresso, e che gode di sondaggi favorevolissimi in tutto il mondo, non ha dato la spinta a una sinistra europea che ne ha adottato perfino gli slogan? Un'ipotesi è che le tre apparizioni del presidente in Europa -una da candidato, l'ultima la settimana scorsa tra Buchenwald, Dresda, e le spiagge della Normandia- non abbiano impressionato gli elettori europei. Di fronte all'immagine dell'Europa che egli trasmette -un altare sul quale si celebrano le glorie e i sacrifici americani- la simpatia per il personaggio si sarebbe insomma sciolta nella perplessità. La vocazione sacerdotale di Obama è stata sottolineata da alcuni commenti al discorso del Cairo; in questo caso, il carattere rituale consisteva nella formula 'define the limits of the debate, establish one’s own views as the balanced, reasonable center of the debate, invite people from either side to join the ostensibly reasonable center, and thereby marginalize those who continue to ignore or oppose you.' Sono parole di Daniel Larison che ne spiega così il senso: 'In this way, the status quo may be preserved with relatively little controversy. [...] Mild displays of humility make real concessions less urgent, and it makes it more likely that they can be avoided entirely.' Larison non parla di rito, ma come chiamare un discorso che celebra lo status quo, e al centro del quale è il celebrante stesso? Stephen Walt con un gioco di parole lo chiama "speechifying", ossia il discorso è il fatto. Walt è più pessimista di Larison: 'If Obama is unable or unwilling to move beyond speechifying and make some genuine shifts in U.S. policy, he will have unintentionally reinforced Arab and Muslim beliefs that the problem is intrinsic to the United States itself.' Una seconda ipotesi è che Obama faccia campagna per sè stesso, quindi che la sua influenza sulle elezioni europee sia indecifrabile. E' Robert Marquand a sostenerla: 'Obama's foreign policy tactics, similar to those used in the 2008 election campaign to create an improbable and popular grass-roots movement, are so new that they defy definition at this point.' Infine Robert Kagan propone un'interpretazione del discorso del Cairo, che giustificherebbe la diserzione degli elettori europei di sinistra: Obama è l'erede di Woodrow Wilson, il presidente della Prima Guerra Mondiale - 'Wilson apologized to the peoples of the Western Hemisphere for the interventionist policies of his Republican predecessors (only to outdo them with his own interventions).' Il vento di Obama ha soffiato forse con più forza in Libano? Neppure questo si può dire con certezza: la coalizione che fa capo a Hezbollah ha perso le elezioni, ma ha preso più voti dei vincitori. Il meccanismo che ha dato la maggioranza in parlamento alla coalizione filo-americana lo spiega Andrew Lee Butters: 'the constitution allocates a fixed number of seats in Parliament to each religious group — on the basis of a formula derived from the population statistics in 1936. [...] Christians, for example, are allocated half the seats in Parliament but probably comprise little more than a third of the population.' Con gli sciiti che hanno votato compattamente Hezbollah, e i sunniti Hariri, la partita si è giocata in casa cristiana. Per questo motivo Butters scrive: 'The election was a referendum less on Obama than on Michel Aoun, the former general and leader of Lebanon's largest Christian bloc.' Aoun, alleato di Hezbollah, che auspica un Libano laico, è stato indebolito dagli interventi della Chiesa Maronita, e dalle pressioni americane. Ha pesato molto, riferisce Sam Ghattas, la minaccia degli Stati Uniti di tagliare gli aiuti, 'depending on the election's outcome,' - 'Obama's speech did not resonate in the election campaign.' La democrazia, si sa, ha i suoi limiti... Latore del messaggio è stato il vice presidente Biden. Ma con Biden torniamo in Europa, perché in viaggio verso Beirut egli ha fatto tappa nei Balcani. E' la seconda volta nel giro di due mesi che il vice presidente visita la zona: perché tanta attenzione? Prima di rispondere, occorre notare che in entrambe le occasioni egli è stato accompagnato da Javier Solana, il cosiddetto rappresentante della politica estera europea. Questo particolare non scandalizza né Valerio Briani, né l'Economist che riportano le notizie all'interno di commenti ispirati a un ossequioso conformismo sui "western Balcans" - 'God, when will you tire of that rhetoric?' si potrebbe gridare, rubando le parole a Biden. Nel sottolineare la propria approvazione, l'Economist sconfina però nell'ironia: 'Shrewdly [astutamente] Mr Biden took Javier Solana, the European Union’s foreign-policy supremo, with him.' Il plenipotenziario di Washington e il console visitano i territori turbolenti dell'impero: non è questa l'immagine che la visita trasmette? L'obiettivo americano l'ha indicato Hillary Clinton: completare l'"unfinished business". Per Peter Worthington si tratta innanzitutto del riconoscimento del Kossovo, rimasto a metà. Tra i paesi che mancano all'appello c'è il Canada - 'Canada is nervously "assessing" the situation, aware that Quebec has the potential of someday being a Canadian Kosovo.' Il vero obiettivo sarebbe però un altro: 'Possibly, Obama is persuaded that activism in the Balkans on behalf of Bosnia and Kosovo will enhance America's reputation in the Islamic world.' Siamo dunque alle solite: aggravare i guai dell'Europa nei Balcani per rimediare alle colpe americane verso gli altri paesi islamici. Questa intenzione troverebbe conferma nella nomina di un vicerè per la Bosnia, che il Congresso ha sollecitato con una mozione: 'Such a move, however, would only serve to undermine the legitimacy and leverage of the EU in a region that is deemed key to the development of its common foreign and security policy capabilities,' scrive Ian Bancroft. Ma queste sono solo malignità dei soliti antiamericani che non capiscono che con Obama è tutto diverso.

 
Viaggi di buona volontà PDF Stampa E-mail
giovedì 04 giugno 2009

L'attesa per il discorso che Barack Obama ha pronunciato oggi al Cairo ha messo in secondo piano la visita del suo ministro del Tesoro a Pechino. E' giustificata la scelta dei mezzi di informazione di dare più importanza al viaggio del presidente? Se essi non sono che il veicolo tramite il quale si realizza quello che Marshall McLuhan chiamava il potere dell'immagine -'Politics will eventually be replaced by imagery. The politician will be only too happy to abdicate in favor of his image, because the image will be much more powerful than he could ever be'- è indubbio che Obama meriti tutta l'attenzione che gli è stata riservata; la sua capacità di impressionare l'immaginazione della gente è infatti incommensurabile se confrontata con quella di Geithner. Passando dalla politica dell'immagine alla valutazione degli effetti del discorso, è però improbabile che il presidente americano potrà dirsi più soddisfatto del ministro. Ci sono almeno almeno tre ragioni per affermarlo, ed esse precedono l'evento odierno: la prima è che il luogo dove si decidono le sorti del conflitto fra Israele e Palestina non è l'Università del Cairo, ma il Congresso degli Stati Uniti. L'osservazione è di Gideon Levy: 'the future of the Middle East is a domestic American issue. [...] An Israeli prime minister has no option of saying no to America once Washington has dug in its heels [fosse irremovibile].' La seconda è che le parole forti sull'argomento sono già state sprecate vent'anni fa. Fu James Baker a pronunciarle: 'For Israel, now is the time to lay aside, once and for all, the unrealistic vision of a Greater Israel. Israeli interests in the West Bank and Gaza, security and otherwise, can be accommodated in a settlement based on Resolution 242. Forswear annexation; stop settlement activity.' Le ricorda Roger Cohen che invita pertanto Obama ad esprimersi con i fatti: 'be honest to Israel and unafraid to address the issue of justice for Palestinians.' La terza può essere tradotta in una domanda: come reagiremmo se il leader di un paese islamico -il re saudita o il presidente iraniano- venisse all'Università Cattolica di Milano e rivolgesse un discorso al mondo cristiano? Nella migliore delle ipotesi penseremmo che si tratti di un'iniziativa eccentrica, ma forse utile per lo sviluppo del dialogo interreligioso. Nella peggiore, che nonostante i toni concilianti, essa rientri nella logica dello scontro di civiltà. Quando si rifiuta lo scontro di civiltà, ma in pratica se ne accetta la premessa -che le religioni identifichino blocchi politici omogenei- si può dire di essere pragmatici; infatti Obama ama definirsi tale, e secondo Jacob Bronsther lo è veramente. Naturalmente non si tratta di un complimento: "emptiness", vuoto, è la parola che Bronsther associa a pragmatismo - un'associazione di idee che può essere estesa a tutte le correnti dell'irrazionalismo. Con questa introduzione sarebbe sorprendente se si scrivesse che la missione di Geithner è stata un successo. A dire il vero, non è stata neppure una catastrofe: come osserva Brad Setser, le banche centrali dei paesi emergenti, ossia i cinesi, continuano a comprare buoni del Tesoro americano, anzi incrementano gli acquisti - 'the world is actually still buying record amounts of US Treasuries.' La differenza rispetto a prima della crisi è che gli investimenti si concentrano sui titoli a breve termine; conseguentemente, i rendimenti a lunga risalgono. Siamo dunque di fronte ad un'apertura di credito condizionata; al pari degli americani, i cinesi non vogliono che la barca affondi, ma chiedono che venga corretta la rotta. Geithner ha risposto con una strategia in due tempi -prima rimettere in moto l'economia, poi fare le riforme e riportare il disavanzo pubblico al di sotto del 3% del PIL ("sound familiar?", direbbero gli americani)- e in partnership con la Cina, ossia con cambiamenti paralleli e di segno contrario nei due paesi. Lo ha fatto con un discorso all'Università di Pechino, dove da giovane ha studiato il mandarino: 'As we address this immediate financial and economic crisis, it is important that we also lay the foundations for more balanced, sustained growth of the global economy once this recovery is firmly established.' I due tempi non lasciano però tranquilli i cinesi; racconta Peter Ford che quando Geithner ha definito "very safe" l'investimento nelle obbligazioni del Tesoro americano, gli studenti presenti sono scoppiati a ridere. La chiamata alla corresponsabilità deve essere piaciuta anche meno, se è vero che perfino il Wall Street Journal l'ha giudicata sbagliata: 'To the extent that "global imbalances" played a role, the original sinner was the Fed, which flooded the world with dollars that stirred global (and especially U.S.) demand for credit and goods. As a country with a low domestic propensity to consume, China ramped up its export machine to meet that demand.' L'editoriale mette, per così dire, il dito nella piaga; questa consiste nel fatto che le responsabilità della crisi sono politiche -delle amministrazioni americane- prima che delle banche, degli economisti che hanno confezionato per il pubblico esigente la propaganda governativa, o dei cinesi che non consumano. L'impressione è che le responsabilità non vengano riconosciute dall'attuale amministrazione non per l'urgenza di riparare le falle, ma perché tale riconoscimento significherebbe la denuncia delle ambizioni imperiali, e la conseguente rinuncia ad esse. In gioco dunque non c'è soltanto la ripresa dell'economia. Le ambizioni imperiali aumentano i rischi perché rendono meno credibile la promessa di risanare le finanze; in altre parole, esse rendono più probabile che dalla crisi si esca con l'inflazione. La crisi ha di fatto certificato l'insostenibilità delle ambizioni americane; da questa costatazione nascono le inquietudini dei cinesi, che al di là delle dichiarazioni ufficiali Geithner non è riuscito a calmare. Per Ariana Eunjung Cha, le loro domande restano le stesse: 'How do you propose implementing fiscal discipline? How will you maintain the stability of the dollar after the crisis?' Più in generale, le domande che tutti si pongono sono le seguenti: per quanto tempo ancora resisterà il primato del dollaro? come si configurerà il nuovo ordine monetario? Il G20 ha tentato di rispondere riproponendo il ruolo del Fondo Monetario Internazionale. Per adesso, tuttavia, gli annunci di Londra non sono che un bluff - 'Meanwhile, we still have the same old, bad old IMF,' scrive il Guardian. La risposta di un brillante economista cinese, Andy Xie, è che Pechino ha fissato una data limite, il 2020. Entro tale anno Shanghai sarà il centro della finanza mondiale, e il dollaro avrà ceduto lo scettro allo yuan: 'China is aware that it must become independent from the dollar at some point. Its recent decision to turn Shanghai into a financial centre by 2020 reflects China’s anxiety over relying on the dollar system. The year 2020 seems remote, and the US will not pay attention to something so distant. However, if global stagflation takes hold, as I expect it to, it will force China to accelerate its reforms to float its currency and create a single, independent and market-based financial system. When that happens, the dollar will collapse.' Ben Simpfendorfer spiega i passi che la Cina sta compiendo verso la convertibilità dello yuan: 'The transformation of the yuan into a global currency has begun. It will not be an overnight change, but the change may take place faster than expected.' Con un sistema monetario in transizione -l'ultima volta fu negli anni '70, tra la fine di Bretton Woods e l'inizio dell'era Reagan- è ragionevole aspettarsi instabilità o "stagflation", come la chiama Xie. Inoltre è difficile immaginare che il parto di un sistema monetario completamente nuovo, sia esso fondato sullo yuan, su una valuta di riserva internazionale, o sull'oro, avvenga senza dolori. Chi sembra deciso a complicare le cose tra Stati Uniti e Cina è il leader nordcoreano. John Feffer spiega che a far saltare definitivamente l'accordo a sei del 2007 è stato il nuovo presidente della Corea del Sud: 'The South Korean government of Lee Myung-bak, the conservative elected last year, failed to follow up on the inter-Korean agreements signed by his predecessors.' Una nuova crisi era dunque nell'aria, ma Washington e Pechino avevano altro cui pensare - Joe Cirincione e Tania Branigan riferiscono le reazioni delle due capitali. Lo scenario ideale per Kim Jong-il è quello delineato da un lato, da Dan Blumenthal e Robert Kagan, e dall'altro, dal generale cinese Ma citato da Peter Spiegel. I primi, dopo un avvio bellicoso hanno una conclusione sorprendente: 'The ultimate American aim should be to help bring about a unified Korean Peninsula and not cede influence over the two Koreas to Beijing. [...] If we decide to talk again, American diplomacy should expand beyond nuclear talks to begin preparing for the outcome it wants: a democratic, unified and eventually nonnuclear Korea.' Il generale Ma è stato più indiretto: 'Our view is the Korean peninsula should move towards denuclearization.' Denuclearizzare la penisola significa che anche le basi atomiche americane nell'area, mobili o fisse, devono sparire. In questo scenario si aprirebbe insomma un'asta per la Corea del Nord, e con essa per il controllo dell'Asia nord-orientale. Di solito nelle aste vince chi ha più soldi; certo sarebbe brutto se qualcuno si presentasse con la pistola.

 
Lo struzzo europeo PDF Stampa E-mail
giovedì 28 maggio 2009

Per fare il bilancio della Commissione Barroso si può cominciare da dove si vuole; come nella moltiplicazione, invertendo l'ordine dei fattori il prodotto non cambia. Wolfgang Munchau comincia dal fondo, ossia dalla crisi: 'The Commission was largely absent during the worst months of last year, and its subsequent responses fell consistently below what one would expect. [...] one would expect the Commission to play a leading role as a co-ordinator and as a source of new ideas to fight the crisis.' Un sistema politico opaco spiega, secondo l'editorialista del Financial Times, perché un personaggio mediocre come Barroso sia potuto arrivare ai vertici delle istituzioni europee, e possa sperare di essere rieletto - 'Europe’s top jobs are not awarded on the basis of electoral success, but on whether you fit into an opaque political matrix.' Anche Giles Merritt punta il dito sulla gestione della crisi, ma per dire che 'The perceived lack of leadership from the commission at this time of deepening economic gloom is just the tip of the iceberg.' E l'"iceberg" consiste nell'aver ceduto l'iniziativa agli stati: 'EU governments have wanted a pliable commission, but now the cost could be the death of the "community method" that protects the EU against national frictions.' L'accusa di Merritt è insomma molto più pesante: Barroso non è semplicemente un personaggio mediocre, ma uno che ha bandito il "community method", ossia il pensare europeo, dal lavoro della commissione. La politica estera e di difesa è il campo dove è più evidente la mancanza di iniziativa, e dove quindi prevalgono le vedute corte dei governi nazionali. Campione di questa miopia è la Gran Bretagna che un deluso Will Hutton vede muoversi su una traiettoria di allontanamento: 'I'm not sure the British know the consequence of their vote, but a dynamic is in train that will lead to our exit from the EU.' Almeno l'Europa sappia trarre vantaggio da questa evenienza, è il suo auspicio: 'As a pro-European, I don't want this to happen, but I've begun to wonder whether it wouldn't be better for Europe.' Da notare, nel commento di Hutton, la critica di quegli europeisti che pensano di giovare alla causa ricordando il peso che l'Unione, sebbene incompiuta, ha sulla legislazione dei paesi membri: 'Pro-Europeans like to boast that more than half our legislation is now made in Brussels, so simultaneously sparking a new round of Euroscepticism and overstating the importance of the entire EU having.' Si tratta di un argomento controproducente, perché, 'On what gives politics its guts - education, health, welfare, transport, tax, defence, foreign policy, morality, MPs' expenses, the powers of local government, justice, criminal law - national governments jealously guard their autonomy, enormously helped by Britain which ever since we joined has done as much as possible to stop the European cause in its tracks.' E' dal tema della settimana scorsa, l'immigrazione, che partiamo per esaminare la non-politica estera europea. Il Centre for European Policy Studies (CEPS) ha preparato per le elezioni quattro schede informative sui diversi aspetti della questione; una di esse riguarda il diritto di asilo, e dimostra con i dati le responsabilità americane nel fare dei profughi politici un fenomeno di massa. Scrivono infatti gli autori che 'the leading countries of origin of refugees worldwide' sono Afghanistan, Irak, Colombia, Sudan e Somalia. Ci sono paesi al mondo dove è più evidente l'ingerenza americana? In Afghanistan sono trent'anni che gli Stati Uniti alimentano la guerra civile, prima alleati dei talebani, poi contro di essi; la "liberazione" dell'Irak ha prodotto due milioni di profughi che aggravano le difficili condizioni sociali di Siria e Giordania, e che tuttora non ritengono prudente rientrare; in Colombia, con la "war on drugs" è stato esportato un tipo di democrazia nel quale l'assassinio di sindacalisti e oppositori è la regola; in Sudan gli USA dirigono il coro del genocidio con l'evidente scopo di incoraggiare il separatismo; infine, da quando non hanno più la concorrenza dell'Unione Sovietica, essi fanno tutto il possibile per destabilizzare la Somalia, con effetti più devastanti della siccità. Oltre a chiudere gli occhi, l'UE appena può dà una mano a mantenere il disordine americano; il quadro delle irresponsabilità europee è completato dalla negazione del visto di ingresso ai cittadini dei paesi di cui sopra, cosicché 'irregular arrival in the EU is the only option for many refugees.' Philip Bowring sposta l'attenzione su un episodio che dice molto sul grado di disintegrazione dell'Unione: agli incontri periodici Europa-Asia tenutisi nei giorni scorsi ad Hanoi e a Phnom Penh, mancavano tutti i "big" - il rappresentante per la politica estera, Xavier Solana, non è citato, forse perché anche Bowring ha il dubbio se egli debba essere messo in conto al Dipartimento di Stato. Oltre a non mandare i propri ministri degli esteri, i paesi europei non hanno saputo fare altro che esprimere la condanna del regime birmano - 'the Europeans wished to focus on the treatment of Daw Aung San Suu Kyi, the political prisoner in Myanmar. She is a worthy cause, but not the most important issue in relations between Europe and Asia. The British looked particularly silly, issuing high-sounding condemnations of the Myanmar government.' All'osservazione di Bowring, particolarmente pertinente visto che l'Asia orientale è l'area che sembra subire meno gli effetti della crisi, si può aggiungere che i diritti umani non sono in generale la priorità della politica estera, e soprattutto che è vergognoso fare di essi uno strumento propagandistico dell'impero. La Dichiarazione di Praga con la quale è stato lanciato il cosiddetto partenariato per l'Est, è un tipico esempio di come la democrazia e i diritti umani, insieme al "free trade", possano essere confezionati per promuovere una causa imperialistica o, per essere più precisi, sub-imperialistica. Per valutare l'operazione, occorre rispondere alle seguenti domande: è nell'interesse dell'Unione -e al tempo stesso è in linea con l'ideale dell'europeismo- associare sei paesi dell'ex Unione Sovietica, tre dei quali caucasici, allettandoli con la prospettiva dell'allargamento? Qual è il suo vero obiettivo, se non quello di preparare il terreno per l'estensione della NATO fino ai confini centro-meridionali della Russia, e/o di creare condizioni, per così dire, extra-contrattuali -e dai costi quindi indefiniti- che rendano più sicuro il gasdotto che dal Mar Caspio dovrebbe arrivare in Europa saltando la Russia? L'interesse prioritario dell'Europa non è piuttosto, viste le risorse e le potenzialità del paese, quello di fare un accordo con la Russia, che avvii la costruzione della "Greater Europe", come la chiama Putin? Se l'ideale dell'europeismo è di consolidare la pace nel continente con la costituzione di un'unione sovranazionale, l'accordo con la Russia non rappresenta il passo decisivo in tale senso? Viceversa, continuare ad appesantire l'Unione con la zavorra dei risentimenti antirussi dei paesi ex comunisti non rischia di trascinare l'Europa in un pericoloso quanto insensato confronto con la Russia, e di fare quindi il gioco dei militaristi americani? Questi ultimi, in quanto espressione del  "military-industrial complex", non hanno necessariamente l'obiettivo di sottomettere la Russia; paradossalmente, è loro interesse che essa si riarmi e rappresenti una minaccia credibile. Per incrementare la spesa militare, l'ideale è che il mondo sia pieno di minacce più o meno credibili, da indebolire con la guerra, con le sanzioni economiche, o con le pagelle sui diritti umani. Le contraddizioni della politica americana nei confronti della Russia si spiegano soltanto con il potere del "military-industrial complex" - in altre parole, come l'invisibile Plutone fu scoperto grazie all'osservazione delle orbite di Urano e Nettuno, così l'esistenza del "complesso" spiega perché i presidenti americani un giorno scambino pacche sulle spalle con i colleghi russi, e il giorno dopo decidano di installare un costoso sistema antimissile ai confini del loro paese, oppure perché a vent'anni dal crollo dell'Unione Sovietica il Congresso non abbia ancora abolito il "Jackson-Vanik amendment", del quale parla Stephen Sestanovich. La mediocrità di Barroso è tale che è anche difficile trovare contraddizioni nel suo operato; con lui i poteri forti e gli apparati hanno via libera. Dopo la Dichiarazione di Praga è così arrivato il fallimento del vertice Russia-UE di Khabarovsk, 'probably the worst in the entire history of Russia-Eu summits,' scrive l'agenzia RIA Novosti. A un Medvedev che con molta ragionevolezza proponeva almeno un accordo per evitare il rischio di interruzioni nelle forniture di gas il prossimo inverno -'At the moment, a sizeable amount of gas –around 19.5 billion cubic metres– is to be delivered to Ukraine’s underground reservoirs. These supplies represent a value of more than $4 billion. If Ukraine has this money, that is excellent. But we have doubts about Ukraine’s ability to pay. [...] We are ready to lend Ukraine a helping hand, but we would like to see other countries with an interest in reliable and secure energy cooperation, perhaps the European Union too, take a big share in this work. What we are talking about, in other words, is loans. Let’s work together to organise syndicated loans to Ukraine- Barroso ha replicato: 'I also stressed the importance we attached to progress in the implementation of rule of law, as part of our open and comprehensive political dialogue, I do believe that the vibrant and pluralistic civil society is both the basis and the yardstick of any democracy.' In realtà non si tratta di un botta e risposta; i passaggi sono tuttavia rivelatori del diverso spirito dei due interlocutori. A nulla è servita la scelta russa di Khabarovsk, vicino alla frontiera cinese, un modo 'to make a point about Russia's vast resources and wide choice of collaborators and customers, osserva William Pfaff. Una provocazione forse, ma assai più civile dell'esercitazione NATO che si svolgeva negli stessi giorni in Georgia. Un 'warning to Russia,' ipotizza Pfaff, ma un warning decché?

 
La paura dell'immigrazione PDF Stampa E-mail
giovedì 21 maggio 2009

A differenza degli strateghi della NATO che paventano pericoli incombenti quanto indefiniti al solo scopo di alimentare la paura e il bisogno di sicurezza, e giustificare così un'alleanza e un apparato industrial-militare che hanno fatto il loro tempo, Alberto Ronchey sembra davvero temere che l'Italia possa essere invasa dagli africani. La sincerità non rende tuttavia meno dannosi i suoi timori: 'Gli africani oggi risultano 930 milioni. All’inizio del ’900, risultavano 170 milioni. Ora, se già da decenni le loro correnti migratorie apparivano irriducibili, nei prossimi anni saranno maggiori. [...] In Italia, è da ricordare, i residenti censiti risultano già oltre 60 milioni dopo il fenomeno immigratorio, dieci volte la popolazione libica. [...] Le più generose concezioni dell’accoglienza non bastano a sottostimare, o ignorare, l’insostenibilità d’una pressione illimitata dell’Africa gravitante sull’Europa.' La paura non è dannosa in sè; al contrario, gli psicologi insegnano che essa è un campanello d'allarme indispensabile. Ma in un mondo nel quale le paure abbondano -e in un paese nel quale esse consegnano il potere a un leader che impersona i peggiori vizi del malgoverno, e che come tale dovrebbe allarmare più di ogni altro fatto- da chi scrive sui mezzi di informazione, in generale dagli esperti, ci si aspetta un'iniezione di coraggio, ossia di intelligenza dei fenomeni, e di capacità di valutare i rischi delle possibili vie d'uscita. Purtroppo, il resto dell'editoriale non offre nulla di ciò. Per prima cosa, dato che verosimilmente non tutti i 930 milioni di africani intendono emigrare in Europa, occorrerebbe disegnare una mappa dei paesi che alimentano i flussi; per predisporre misure adeguate, andrebbero poi messe in evidenza le motivazioni dei diversi gruppi. Da questa analisi probabilmente risulterebbe che il problema dell'Europa non è l'incertezza nell'impiego delle forze armate per contrastare gli arrivi illegali, né l'insufficienza delle risorse finanziarie da erogare in forma di aiuti allo sviluppo, ma la mancanza di una politica estera comune. Sara Hamood critica con argomenti solidi l'approccio militarista: 'numerous studies have challenged the notion that increased border control and surveillance bring about a reduction in the numbers of arrivals to the global North [...] The findings of my research show that the overwhelming majority of refugees and migrants are aware of the risks of life in Libya and of the journey to Europe prior to travel. [...] Even the experience of terrible hardships, including detention and deportation, is often not a sufficient deterrent.' Gli emigranti affrontano dunque i rischi e le sofferenze del lungo viaggio consapevolmente; in altre parole, non sono scoraggiati dalle barriere o dai cosiddetti respingimenti. Quello degli aiuti allo sviluppo divide come ogni altro tema gli economisti; Rasna Warah e Dambisa Moyo non sono economiste di professione, ma hanno scritto due libri di successo che partendo da posizioni politiche opposte arrivano alla stessa conclusione: gli aiuti fanno male. In un articolo nel quale spiega perché gli economisti dei paesi emergenti siano meno apocalittici dei loro colleghi occidentali, Arvind Subramanian corregge il tiro rispetto alla Warah e alla Moyo, la cui disputa riguarda il ruolo del mercato, e centra il cuore del problema dello sviluppo: 'the big development challenge in the developing world is not the state-market boundary but the more mundane yet fiendishly difficult question of how to improve the state and its basic capacity to deliver law and order, security and other essential services such as health, water, sanitation and education.' I modelli sono Cina e India, regimi politici diversi, ma che condividono l'idea che senza la sovranità dello stato l'economia non decolla. Indirettamente, Subramanian indica quale dovrebbe essere l'obiettivo di una politica estera non imperialistica in Africa: stati o unioni di stati che sappiano far prevalere gli interessi del paese su quelli delle oligarchie o delle potenze imperiali. Un compito non certo semplice, che esclude l'interventismo, l'esportazione della democrazia e dei cosiddetti valori, ma che non può tradursi nell'appoggio alle autocrazie; volendo riassumerlo in una battuta, si potrebbe dire che esso consiste nel fare il contrario degli americani. Una ragione per prendere sul serio questa battuta, ovvero per cui l'Europa dovrebbe osare contrapporsi agli Stati Uniti, per esempio in Egitto, in Somalia, in Eritrea, in Sudan, è che le correnti migratorie da questi paesi hanno forti connotati politici. Detto altrimenti, le migrazioni dall'Africa sono in molti casi fughe da situazioni di guerra o da regimi nei quali gli americani hanno responsabilità dirette. La Hamood mette bene in evidenza l'importanza del fenomeno dei profughi in cerca di asilo politico, e i maggiori rischi cui essi sono soggetti: per gli eritrei, ad esempio, l'essere rimpatriati significa finire in una prigione segreta e non dare più notizie di sè. Il suo è un rapporto che ci riguarda da vicino, perché è dedicato alla Libia e alle relazioni di questo paese di immigrazione e di transito con l'Italia e l'Europa. Ciò che emerge è una realtà senza legge: 'Foreign nationals in Libya, who are thought to constitute approximately one quarter of the total population (IOM 2007), have long been subject to an unclear legal framework defining their legality or illegality in the country. [...] Even those who believe they are residing legally on a valid Libyan identification document have no guarantee of state protection and they too can be arrested and detained.' I profughi per ragioni politiche si trovano in una situazione anche peggiore: 'Refugees and asylum seekers face additional problems given a near total absence of refugee protection and the subsequent risk of detention and refoulement [ritorno forzato ai paesi d'origine].' La morale è che le carenze legislative privano di fatto gli emigranti del diritto all'habeas corpus: 'The detention of migrants is characterised by the lack of a formal process, the apparent arbitrary nature of the arrests, and a total deficit of information provided to the migrant as to the reasons and duration of their detention.' Ancor prima dei cosiddetti respingimenti, la situazione descritta fa emergere le responsabilità dell'Italia, in particolare dei governi Berlusconi: 'The manner in which the 2004–06 deportations were carried out violates Italy’s national and international obligations, particularly with regard to the right to seek asylum and the principle of non-refoulement.' La critica della Hamood non risparmia neppure l'Unione Europea, accusata di muoversi sulla falsariga dell'Italia: 'although the EU has framed its cooperation with Libya within humanitarian and human rights concerns, when examined in practice it appears to be pushing forward a security agenda without insisting on corresponding action on other aspects. [...] the EU appears to be failing to link cooperation to steps by Libya to improve its current legal framework and treatment of refugees, asylum seekers and migrants.' Un altro episodio che mette in piena luce gli aspetti di politica internazionale della giustizia libica, è quello di cui parla il comunicato di Human Rights Watch (HRW): la morte nel carcere di Tripoli di Ali Mohamed al-Fakheri, conosciuto come Ibn al-Sheikh al-Libi. Le autorità libiche parlano ufficiosamente di suicidio, ma la loro versione non convince nessuno, a cominciare dagli operatori di HRW che avevano incontrato al-Libi pochi giorni prima. Chi era al-Libi? Lo spiega Andy Worthington, il giornalista che più di ogni altro segue le vicende di Guantanamo e delle "rendition": 'when he was rendered to Egypt in early 2002, the CIA's proxy torturers extracted a false confession from him – that al-Qaida operatives had received training from Saddam Hussein in the use of chemical and biological weapons – which was used not to protect the US from attack, but to justify the invasion of Iraq. The claim featured prominently in secretary of state Colin Powell's presentation to the UN, just a month before the invasion began.' Al-Libi era insomma un testimone chiave contro l'ex vice-presidente Cheney che compare 'with alarming regularity on US television,' nota Worthington, per rivendicare alla tortura il merito di aver salvato l'America da altri attacchi terroristici. Come scrive Scott Horton, 'The al-Libi case raises the question of whether the aim was to “gather” intelligence or to “concoct” it.' La morte di al-Libi non è l'unico esempio di successo nella collaborazione fra la CIA e la Libia -Worthington ne cita altri- ma è quello che permette a Gheddafi di essere accolto con tutti gli onori nella cosiddetta comunità internazionale. A meno che l'Unione Europea non batta un colpo. 'Sapere aude,' dicevano i romani.

 
Un viaggio filosofico PDF Stampa E-mail
giovedì 14 maggio 2009

Prima di raggiungere Benedetto XVI in Terra Santa, sostiamo ancora per un attimo in Iran dove è stata liberata Roxana Saberi. La notizia è stata giustamente accolta con soddisfazione in Occidente; anche Glenn Greenwald si unisce al coro delle celebrazioni, per dissociarsi però subito dopo, non appena la soddisfazione si trasforma in compiacimento e in speculazione sul possibile effetto Obama. A disturbarlo non è il dubbio che la liberazione possa essere stata un gesto politico, più che un atto di giustizia, ma un pensiero e la compagnia. Il pensiero è che 'imprisoning journalists -- without charges or trials of any kind -- was and continues to be a staple of America's "war on terror".' La compagnia è quella dei giornalisti che hanno montato la campagna per la liberazione della Saberi, che oggi gioiscono per il successo ottenuto, ma che da sempre restano indifferenti quando è il governo americano ad attentare alla libertà di stampa. Greenwald si riferisce in particolare a tre casi di giornalisti arrestati in zone di guerra, dall'Irak all'Afghanistan, e detenuti per anni nelle carceri illegali d'oltremare senza processo. I colleghi americani non avrebbero dovuto dimostrare anche a loro 'their claimed commitment to defending persecuted journalists?' E' impossibile non condividere il fastidio di Greenwald; primo dovere infatti di ogni cittadino, non solo dei giornalisti, dovrebbe essere di opporsi alle tendenze oppressive del proprio governo - 'the first duty of the American media -- like the first duty of American citizens -- is to oppose oppressive behavior by our own government.' Fatto tesoro di questo insegnamento, andiamo a sentire che cosa ha detto il papa. Il viaggio è iniziato con una dichiarazione importante: 'noi cerchiamo di aiutare nella formazione delle coscienze. La coscienza è la capacità dell’uomo di percepire la verità, [...] parliamo anche – è proprio così! – alla ragione.' Sono parole significative, che possono però assumere un valore diverso a seconda del contesto in cui si trovano. Nel caso specifico esse hanno il valore più basso, perché vengono pronunciate in risposta a una domanda di schietto carattere politico -'Lei pensa di poter dare un contributo al processo di pace che ora sembra arenato?'- e perché sono accompagnate dalle seguenti affermazioni: 'è un compito della Chiesa aiutare a conoscere i veri criteri, i valori veri, e a liberarci da interessi particolari, [...] proprio perché non siamo parte politica, possiamo forse più facilmente, anche alla luce della fede, vedere i veri criteri, aiutare nel capire quanto contribuisca alla pace e parlare alla ragione, appoggiare le posizioni realmente ragionevoli.' In realtà la Chiesa non è parte disinteressata, per almeno due ragioni: ha in corso un contenzioso con lo stato di Israele -'they are fights over real estate [...] Unlike better-known interfaith tiffs over historic intolerance, these squabbles are more typically Middle Eastern,' scrive J.J. Goldberg- e rappresenta le comunità cristiane del Medio Oriente, le quali sono oggi a rischio di estinzione. Le cifre che dà Ethan Bronner sul loro declino sono impressionanti: 'A region [the Holy Land] that a century ago was 20 percent Christian is about 5 percent today and dropping. [...] In 1948, Jerusalem was about one-fifth Christian. Today it is 2 percent. [...] A century ago there were millions of Christians in what is today Turkey; now there are 150,000. [...] The story has been similar in Iraq. Of the 1.4 million Christians there at the time of the American invasion in 2003, nearly half have fled,' ecc. Cause dell'esodo, secondo Bronner, sono 'political violence, lack of economic opportunity and the rise of radical Islam.' Non è chiaro se il papa condivida questa diagnosi, o se ritenga che il fenomeno dell'islamismo radicale sia a sua volta un prodotto della politica israeliana e/o di quella americana; nell'occasione dell'intervista, egli si è limitato a 'incoraggiare i cristiani in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente a rimanere.' In un quadro politico così opaco, i pensieri filosofici del papa finiscono dunque per essere un espediente diplomatico, funzionale al tentativo di apparire "super partes", e perdono quindi il loro valore. Il dialogo interreligioso dovrebbe essere un terreno più favorevole per parole come coscienza, verità, ragione, ma nella risposta alla domanda -'vi sarà anche un messaggio comune che riguarda le tre religioni che si richiamano ad Abramo?'- esse non compaiono. Per sentire pronunciare di nuovo la parola ragione occorre attendere il discorso ai capi religiosi musulmani di Amman. Evidentemente la presenza ideale o fisica dei rappresentanti dell'Islam ispira a Benedetto XVI la riflessione filosofica; come a Ratisbona infatti, egli rivendica al cristianesimo di essere fondato sulla ragione - 'I Cristiani in effetti descrivono Dio, fra gli altri modi, come Ragione creatrice, che ordina e guida il mondo. E Dio ci dota della capacità a partecipare a questa Ragione e così ad agire in accordo con ciò che è bene.' A differenza che a Ratisbona, questa volta anche ai musulmani, in quanto adoratori dell'unico Dio, viene riconosciuto di professare una religione fondata sulla ragione - 'quali credenti nell’unico Dio, sappiamo che la ragione umana è in se stessa dono di Dio.' Come a Ratisbona, queste affermazioni vengono però contraddette dal pensiero che segue: 'quando la ragione umana umilmente consente ad essere purificata dalla fede non è per nulla indebolita.' Se la ragione è sostanza divina perché deve essere purificata? Dio non è l'essere perfettissimo, come si insegnava una volta? La verità è che se la fede -ossia l'intuizione, l'autorità religiosa, o la tradizione- sta al di sopra della ragione, si cade nel pregiudizio, e al pensare si sostituisce il papa, l'imam o l'illuminato di turno. L'assurdità del discorso ha di positivo che mette in evidenza le forze in gioco nel dialogo interreligioso: l'azione porta necessariamente verso il terreno comune, la ragione; la reazione è la resistenza ad abbandonare le tradizioni, la cosiddetta identità, e il potere. Meno stimolato a speculare è il papa quando parla agli ebrei; il discorso allo Yad Vashem, per esempio, sembra scritto da uno studente del Professor Ratzinger, desideroso di compiacere al proprio maestro. Il problema è che in cattedra c'erano le autorità ebraiche, le quali hanno gusti decisamente diversi. Dion Nissenbaum fa capire che il voto è stato basso. Francamente, la maggior parte delle critiche sembra riassumersi nel mancato rispetto di quello che Yitzhak Laor chiama il principio del 'Israelis' absolute monopoly on suffering.' La vera stroncatura del discorso la si può leggere solo verso la fine del commento di Tom Segev: 'The legacy of the Holocaust obligates every person to fight racism and protect human rights. It obligates every soldier to refuse a patently illegal order.' In altre parole, Benedetto non ha spiegato che il senso della visita al memoriale è ricordare a quali rischi vada incontro l'umanità quando alla coscienza, alla ragione, si sostituisca il consenso, la soggezione all'autorità, e il quieto vivere. Dalla camicia di forza della diplomazia e della teologia il papa si è liberato solo a Betlemme - 'I muri possono essere abbattuti,' ha detto. Davvero una terra di miracoli!

 
Un po' grancassa, un po' tamburo di guerra PDF Stampa E-mail
giovedì 07 maggio 2009

Al Corriere cambiano -per meglio dire, si alternano- i direttori, ma i Panebianco per fortuna restano. Senza di loro dovremmo chiudere bottega. Questa volta lo spunto per l'editoriale lo offre la giustizia iraniana. E' un campo di regata che dà all'autore l'opportunità di partire con il vento in poppa; la cronaca presenta infatti in quel paese frequenti episodi di violazione dei diritti umani. L'eccessiva sicurezza induce però Panebianco a commettere subito il primo errore; il caso scelto -quello di una giovane donna giustiziata nonostante fosse minorenne all'epoca del delitto contestatole- più che 'ribadire la fosca reputazione del regime,' sembra dimostrare le difficoltà che incontra l'amministrazione della giustizia in Iran. Questa interpretazione è suggerita dallo stesso comunicato di Amnesty International citato dall'editorialista, nel quale si può leggere che 'This indicates that even decisions by the Head of the Judiciary carry no weight and are disregarded in the provinces,' dove il riferimento è alla decisione, rimasta senza effetto, del più alto magistrato iraniano di sospendere l'esecuzione della pena per due mesi. L'impressione di disordine è confermata dalla scheda dell'ONU sulla riforma del sistema giudiziario: 'Recent court cases as well as statements of opinion makers with insight into the country's political and economic life suggest that lack of accountability among judicial personnel is relatively widespread. The extent and infiltration of corrupted practices at different levels of the Iranian productive and administrative sectors caused Leader Khamenei himself to address the matter several times in his speeches to the nation.' Una causa della mancanza di "accountability", ovvero della semi-anarchia, è sicuramente la volontà di fondere repubblicanesimo e islamismo, legge dello stato e shari'a; il che fa della costituzione iraniana un "work in progress", un lavoro in corso, come si afferma nella interessante sintesi di un convegno organizzato tre anni fa dalla fondazione spagnola FRIDE. Un'altra causa è la corruzione, favorita dal fatto che circa la metà dell'economia iraniana è sommersa. A dire il vero, la scheda dell'ONU inverte la relazione causa effetto - 'The urgency of addressing the issue of lack of judicial accountability in Iran is not limited to ethical considerations only, but finds its soundest justification in the peculiar structure of the Iranian economy.' La tesi che l'illegalità diffusa sia un problema politico prima che il prodotto di un sistema giudiziario inefficiente, è sostenuta dal convincente commento dell'economista Jahangir Amuzegar: 'what sets the Iranian case apart from most others is that its underground economy is not an aberration, but a natural offshoot of its “Islamic” ideology and its unique political structure. It reflects a symbiotic relationship between the ruling theocratic oligarchs and their business supporters in the bazaar. [...] The larger the size of the undetected economy, the poorer would be the quality and efficiency of public services.' Queste considerazioni non riducono la responsabilità del governo per ciò che accade nel paese, ma anziché il fosco quadro di un regime che impone la sua legge brutale, dipingono quello di un suq dove vige l'arbitrio, e dove, per usare ancora le parole di Amuzegar, 'foreign TV programs and censored foreign films, [...] drugs of all varieties, alcoholic beverages of all kinds, playing cards, popular CDs, and other forbidden items are abundantly available on demand through a legion of underground suppliers.' Panebianco prosegue affermando che quello iraniano non è più fosco di altri regimi autoritari; tuttavia esso merita attenzioni e cure particolari perché le sue 'scelte in gran parte decideranno se ci sarà pace o guerra in Medio Oriente nei prossimi anni.' Dunque, con gli americani alle costole a occidente -Irak e Golfo Persico- e a oriente -Afghanistan e Pakistan- e con gli israeliani che incalzano Washington per ottenere il via libera ai bombardamenti -Natasha Mozgovaya e Justin Raimondo informano in proposito- chi minaccia la pace è l'Iran! Con questo paese è impossibile una coesistenza pacifica -come si diceva una volta- perché nell'immaginazione di Panebianco esso è associato 'a una politica estera «rivoluzionaria », a una proiezione aggressiva verso l’esterno.' Non potendo documentare nessun caso di esportazione della rivoluzione, o di aggressione, l'editorialista cita a sostegno del proprio sospetto i seguenti "fatti": 'programma nucleare, appoggio ad Hamas e Hezbollah, aspirazione all’egemonia regionale, minacce a Israele, radicale contrapposizione ideologica all’Occidente.' Sul primo punto, il programma nucleare, valgono le parole di Gordon Prather che da sei anni è costretto a ripetere gli stessi concetti: fin quando il programma è 'designed to provide Iranians all the benefits of the peaceful uses of atomic energy,' il paese esercita 'its "inalienable right" as a signatory of the Treaty on Non-Proliferation of Nuclear Weapons.' Perché si può affermare che il programma è pacifico? 'Because [...] the IAEA Director-General consistently repeatedly reports that he can find no indication [.pdf] that any NPT-Proscribed materials, or any activities involving them, have been diverted to a military purpose.' La ragione per la quale il programma iraniano, che si svolge alla luce del sole e nel rispetto della legalità internazionale, dovrebbe essere più preoccupante di quello israeliano, del quale si sa che in segreto ha prodotto almeno un paio di centinaia di bombe atomiche, è che Israele è una democrazia. Le democrazie infatti, secondo Panebianco, solo eccezionalmente violano i diritti umani, mentre per i regimi autoritari questa è la norma; dunque di Israele ci si può fidare, dell'Iran no. Premesso che le riserve sulla democrazia sionista sono altrettanto valide di quelle sulla democrazia islamica degli ayatollah e del bazaar -eloquenti in proposito sono i commenti di Ben Ehrenreich, che definisce Israele uno stato razzista che pratica la più odiosa delle apartheid, di Alon Cohen-Lifshitz, che spiega alcuni dettagli del regime che vige in Cisgiordania, e di Shulamit Aloni, che denuncia il progressivo svilimento della democrazia israeliana ad opera dell'integralismo religioso e del militarismo- la teoria dell'editorialista non supera il più semplice degli esami. Basta considerare il caso di quella che viene considerata la democrazia per eccellenza, gli Stati Uniti. Prima di tutto, essi detengono il non invidiabile primato di essere gli unici ad aver fatto ricorso alla bomba atomica, distruggendo a distanza di tre giorni l'una dall'altra, due città (forse non erano sicuri che dopo Hiroshima i giapponesi avessero capito la lezione, o forse volevano sperimentare un secondo tipo di bomba). Come osserva Daniel Larison, la spiegazione del fatto che il presidente Truman non sia ancora stato riconosciuto responsabile di crimini di guerra, è la forza della propaganda: 'propaganda and hero worship have overcome moral reasoning, and time has caused the moral horror of even a significant part of the American right in the 1940s to fade from memory. [...] What Truman’s posthumous rehabilitation should tell us is that half-truths and falsehoods, if repeated often enough, can become widely accepted.' E' la regola berlusconiana. La glorificazione dei crimini della Seconda Guerra Mondiale -da Tokyo a Dresda, a Nagasaki- è servita poi a far chiudere gli occhi sui bombardamenti che dal Vietnam all'Afghanistan, e dall'Irak al Pakistan hanno causato e causano la morte di migliaia di civili. Sulla continuità della violazione dei diritti umani da parte degli Stati Uniti si intrattiene anche A.J. Langguth. Abu Graib e Guantanamo non sono l'eccezione; in America Latina infatti, scrive lo studioso, la CIA ha torturato impunemente per più di quarant'anni. La novità di oggi è che si cerca di giustificare la tortura, mentre in passato la si negava: 'In 1975, U.S. officials still felt they had to deny condoning torture. Now many of them seem to be defending torture, even boasting about it.' Sul secondo punto, appoggio ad Hamas e Hezbollah, si può dire che l'Iran sta dalla parte delle persone civili che hanno condannato i criminali bombardamenti israeliani del Libano e di Gaza -George Bisharat elenca i crimini commessi quattro mesi fa in quest'ultima località- e che chiedono il riconoscimento dei diritti dei palestinesi in uno stato unico binazionale o in due stati. Il terzo e il quinto -l'aspirazione all'egemonia regionale, e la radicale contrapposizione ideologica all’Occidente- non sono certo una colpa, in particolare nel mondo islamico, dove i paesi a maggioranza sunnita si distinguono per i regimi antidemocratici sostenuti dagli Stati Uniti, e per aver dato i natali ad Al Qaeda. A proposito del quarto, le minacce a Israele, ci si deve chiedere se siano più preoccupanti gli eccessi verbali del presidente dell'Iran, un paese nel quale, come testimonia Roger Cohen, non ci sono tracce di antisemitismo, o i preparativi di guerra israeliani. Panebianco farebbe bene a ricordare ai suoi amici americani e israeliani l'ammonimento del cancelliere Bismarck: la guerra preventiva 'is committing suicide for fear of death.' La citazione viene da Stephen Walt che commenta il decalogo della propaganda militarista, ovvero le linee-guida di quel mostro senza testa che è la NATO. Robert Kaplan immagina che il suicidio avverrà sul mare, con 'attacks on U.S. military targets and on international maritime traffic. Oil prices would spike, and Iran would enjoy a long-term profit, even if it temporarily could not export its own oil. [...] a look at the naval environment indicates that like the Iraq invasion, what starts surgically could end very messily indeed.' Sono però i tamburi di guerra a prevalere nella conclusione dell'editorialista del Corriere: ' Sfortunatamente, la normalizzazione [dei rapporti dell'Iran con il resto del mondo] non può esserci, e non ci sarà, senza significativi cambiamenti del regime.' Dunque, è al famigerato "regime change" che Panebianco pensa, con l'obiettivo di avere un Iran "pragmatico", ossia lobotomizzato. Come nota Norman Birnbaum in un articolo nel quale spiega perché l'Iran sia il bersaglio preferito dei militaristi di Washington e Gerusalemme, la fede dei fondamentalisti della democrazia si fonda su un paradosso: 'One just has to think of the profound paradox of the Cold War -- the idea, on the one hand, that democracy was irresistible, and on the other that the Soviet Union would never change.' Birnbaum detta anche la conclusione di questo commento: 'As long as the US announces at every turn that military action against Iran remains an option, European silence is a form of complicity.'

 
W il Primo Maggio PDF Stampa E-mail
giovedì 30 aprile 2009

Contropagina fa atto di presenza con due collegamenti che non hanno bisogno di commento. Argomento: le elezioni europee -  come sono e come dovrebbero essere.

 
Europa, NATO e G20 (3) PDF Stampa E-mail
giovedì 23 aprile 2009

Prima di riprendere il tema delle oligarchie, è doveroso rivolgere un pensiero alle lobby. La Conferenza dell'ONU sul razzismo, una storia di intercettazioni, e una dichiarazione del ministro degli Esteri israeliano hanno riportato infatti la lobby pro-Israele al centro della scena politica americana. Non che se ne sentisse la mancanza, né era immaginabile che fosse scomparsa. Essa è riapparsa nella prediletta forma velata quando ha indotto l'amministrazione Obama a contraddirsi con la decisione di allinearsi alla posizione israeliana di boicottare la conferenza. Una prima contraddizione è nelle parole con le quali il Dipartimento di Stato ha motivato la propria opposizione al documento in elaborazione a Ginevra: 'the text still contains language that reaffirms in toto the Durban Declaration and Programme of Action (DDPA) from 2001, which the United States has long said it is unable to support. [...] The DDPA singles out one particular conflict and prejudges key issues that can only be resolved in negotiations between the Israelis and Palestinians.' Qui i casi sono due: o la linea del governo americano è quella di lasciare che israeliani e palestinesi se la cavino da soli -in pratica, che Israele faccia quello che vuole- oppure è quella, riaffermata in innumerevoli occasioni, di promuovere la soluzione dei due stati - e allora non si capisce perché dal testo della dichiarazione del 2001 debba essere stralciato un paragrafo, il 63, che non è altro che una dichiarazione a favore dei due stati: 'We are concerned about the plight of the Palestinian people under foreign occupation. We recognize the inalienable right of the Palestinian people to self-determination and to the establishment of an independent State and we recognize the right to security for all States in the region, including Israel, and call upon all States to support the peace process and bring it to an early conclusion.' La seconda contraddizione viene messa in luce dal commento di Sergio Romano alla decisione del governo italiano di non partecipare: 'La conferenza di Ginevra non è una iniziativa privata. È un incontro promosso dall’Onu, nell’ambito delle sue attività istituzionali, e inaugurato dal suo segretario generale,' quindi disertarla 'non è diplomazia: è una forma di presuntuosa arroganza.' Sono parole che valgono a maggior ragione per Obama che per distinguersi da Bush ama presentarsi come alfiere della diplomazia. Il pretesto della presenza del presidente iraniano viene poi smontato da Adrian Hamilton che critica il comportamento infantile e ingiustificabile dei diplomatici occidentali. La storia delle intercettazione telefoniche di cui sono state oggetto le conversazioni fra una parlamentare democratica e l'AIPAC, la lobby, è raccontata da Glenn Greenwald. Infine, la sfacciata dichiarazione del ministro degli Esteri israeliano -'Believe me, America accepts all our decisions'- riflette un'opinione diffusa, e in questo senso non è sorprendente; essa non è neppure originale, perché già il primo ministro Olmert qualche settimana fa aveva espresso un concetto analogo. Non per questo però finisce di stupire il fenomeno della soggezione della superpotenza a un piccolo stato. E allo stupore si aggiunge la domanda: perché gli israeliani hanno deciso di svelare il ruolo della lobby? Vogliono semplicemente emanciparsi dalla tutela della potente "rappresentanza" americana? Oppure le dichiarazioni sono tipiche manifestazioni di hybris, e in quanto tali segnalano lo scoppio della bolla? Come una bolla speculativa infatti, i rapporti attuali fra Stati Uniti e Israele non sono sostenibili. Lo scoppio della bolla non significa tuttavia la fine automatica dell'intrigo; il caso delle banche dimostra che i legami con i responsabili della crisi non sono facili da recidere, soprattutto per un governo debole. Torniamo dunque al tema principale, e a Simon Johnson. Nel lungo articolo scritto per The Atlantic, questi immagina di indossare di nuovo i panni di capo-economista del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e di esaminare la situazione del suo paese, gli Stati Uniti. Egli scopre così che 'the U.S. economic and financial crisis is shockingly reminiscent of moments we have recently seen in emerging markets (and only in emerging markets).' La 'more disturbing similarity' è la seguente: 'elite business interests —financiers, in the case of the U.S.— played a central role in creating the crisis, making ever-larger gambles, with the implicit backing of the government, until the inevitable collapse.' Anche negli Stati Uniti si è insomma costituita un'oligarchia, 'And just as we have the world’s most advanced economy, military, and technology, we also have its most advanced oligarchy.' Più che nella fase di ripresa economica, quando approfittano del sostegno governativo per ottenere credito ed espandersi, gli oligarchi dimostrano la propria forza quando scoppia la crisi - 'at the outset of the crisis, the oligarchs are usually among the first to get extra help from the government, such as preferential access to foreign currency, or maybe a nice tax break, or —here’s a classic Kremlin bailout technique— the assumption of private debt obligations by the government. [...] They’ll mobilize allies, work the system, and put pressure on other parts of the government to get additional subsidies. In extreme cases, they’ll even try subversion — including calling up their contacts in the American foreign-policy establishment, as the Ukrainians did with some success in the late 1990s.' Negli Stati Uniti sta accadendo qualcosa di simile: 'Throughout the crisis, the government has taken extreme care not to upset the interests of the financial institutions, or to question the basic outlines of the system that got us here. [...] Big banks, it seems, have only gained political strength since the crisis began. [...] As the crisis has deepened and financial institutions have needed more help, the government has gotten more and more creative in figuring out ways to provide banks with subsidies that are too complex for the general public to understand.' E' questa una via che non porta lontano, scrive Johnson: 'This behavior is corrosive: unhealthy banks either don’t lend (hoarding money to shore up reserves) or they make desperate gambles on high-risk loans and investments that could pay off big, but probably won’t pay off at all. In either case, the economy suffers further, and as it does, bank assets themselves continue to deteriorate — creating a highly destructive vicious cycle. To break this cycle, the government must force the banks to acknowledge the scale of their problems, [...] the most direct way to do this is nationalization.' Johnson conclude con una parola d'ordine: 'break the oligarchy!' Questa è anche una raccomandazione del Fondo Monetario, il più delle volte inascoltata: 'Many IMF programs “go off track” (a euphemism) precisely because the government can’t stay tough on erstwhile cronies [gli ex amici], and the consequences are massive inflation or other disasters.' In sintonia con Johnson è Desmond Lachman, un ex funzionario del Fondo: 'I still recall the shock I felt at a meeting in Russia's dingy [tetro] Ministry of Finance, where I finally realized how a handful of young oligarchs were bringing Russia's economy to ruin in the pursuit of their own selfish interests, [...] At the time, I could not imagine that anything remotely similar could happen in the United States.' Essendo su posizioni conservatrici, Lachman sottolinea anche il problema del debito: 'Like Argentina in its worst moments, we never seem to question whether it is reasonable to expect foreigners to keep financing our extravagance.' Un altro economista conservatore, Martin Feldstein, vede nel crescente debito pubblico un pericolo inflazionistico: 'There is ample historic evidence of the link between fiscal profligacy and subsequent inflation.' E' interessante notare che Feldstein e Johnson condividono le aspettative di inflazione, ma le motivano in modo del tutto diverso. Johnson chiarisce la sua diagnosi in un commento alla politica monetaria, scritto con James Kwak per il Washington Post, nel quale non nasconde una certa simpatia per le mosse ardite di Ben Bernanke, il presidente della Fed - 'Bernanke has become the country's economist in chief, the banker for the United States and perhaps the world, [...] In short, Bernanke is making the biggest bet placed by a U.S. central banker in decades.' La tesi di Johnson e Kwak è che in un'economia avanzata le politiche finanziarie e monetarie adottate non causerebbero necessariamente inflazione; ma, si chiedono essi, 'is the United States really a normal advanced economy anymore?' Visti i dubbi in proposito, c'è il rischio che gli Stati Uniti si comportino nel prossimo futuro come un "emerging market", dove 'there can be high inflation even when the economy is contracting or when growth is considerably lower than in the recent past.' La ragione è che 'People quickly become dubious of the value of money and shift into goods and foreign currencies more readily.' Occhio all'inflazione, dunque!

 
Europa, NATO e G20 (2) PDF Stampa E-mail
giovedì 16 aprile 2009

'L’heure est venue de dessiner un « nouveau capitalisme »,' si legge nella presentazione degli atti di un convegno tenutosi in gennaio a Parigi per iniziativa di Nicolas Sarkozy e Tony Blair. Di questa ambizione però non c'è più traccia nell'articolo che il presidente francese ha scritto alla vigilia del G20 di Londra; a fargli cambiare idea è stata forse la piazza che con i sequestri di dirigenti aziendali ha dimostrato che in materia di populismo ne sa molto di più. Con l'ambizione è caduta anche l'esortazione a 'respecter les valeurs théoriques' del capitalismo. E' rimasto invece l'impegno, fatto proprio dagli altri leader europei, a rafforzare e estendere la regolamentazione dei mercati finanziari. La motivazione: è necessario ristabilire la fiducia nel sistema. Implicito in essa è il giudizio che la crisi sia dovuta a un difetto di regole. La considerazione più benevola che si può fare in proposito è che la diagnosi sottintenda una critica degli Stati Uniti, colpevoli di aver lasciato briglia sciolta alle proprie istituzioni finanziarie. Questa interpretazione è sostenuta sia dal fatto che dallo scoppio della crisi l'Europa non ha fatto progressi verso una vigilanza comune -se fosse così forte la convinzione che regolamenti e controlli devono essere internazionali come i mercati, non si dovrebbe cominciare dalla zona euro?- sia dalla consapevolezza delle 'carences surprenantes des autorités de contrôle' - se il problema sono le autorità di controllo, a che servono nuove regole? Una considerazione meno benevola è che spostare l'obiettivo su 'credit rating agencies, speculative investment funds and tax havens' serva solo a distogliere lo sguardo dall'epicentro della crisi: le banche. Quelle maggiori, oltre a essersi riempite di attività "tossiche", sono infatti cresciute troppo -'anything too big to fail is too big to exist'- e la responsabilità del fenomeno è politica. Simon Johnson si riferisce al caso americano, ma il suo giudizio può essere generalizzato. La cura radicale che egli propone -'(1) assume a better regulator, of a kind that has never existed on this face of this earth, (2) make banks smaller, less powerful, and much more boring'- poggia su considerazioni sia tecniche - ingigantendosi 'relative to the economy,' le banche sono diventate 'stupid organizations'- sia politiche - esse sono un'oligarchia che si impone sul governo nonostante i bilanci fallimentari, e nonostante che il tentativo di salvarle a tutti i costi porti in un vicolo cieco. Johnson spiega bene questo punto: 'as the Fed and Treasury make progress towards easing credit conditions, this makes it easier and cheaper for large hedge funds and others to take large short positions.' Sarà insomma lo stesso miglioramento del mercato a ridare vigore alla speculazione al ribasso sui titoli bancari. Il commento di Johnson è utile anche per capire che in America non è cambiato niente; in altre parole, l'iniziativa europea sulla regolamentazione non ha prodotto risultati apprezzabili. Scorrendo il comunicato del G20 se ne ha la conferma: al di là delle intenzioni e dei proclami, l'unica decisione concreta è stata il cambio del nome di una commissione, il Financial Stability Forum, che d'ora in poi si chiamerà Financial Stability Board. Un esempio di proclama, del quale è evidente il carattere trionfalistico, è il seguente: 'The era of banking secrecy is over.' Esso annuncia la messa al bando dei paradisi fiscali elencati nella lista nera pubblicata dall'OCSE; il problema, osserva Alexander Neubacher, è che la lista nera non c'è. Un'altra ambizione espressa nei mesi scorsi dai leader europei era quella di ricostruire, adattandolo ai tempi, il sistema finanziario di Bretton Woods - Bretton Woods 2 era il nome che i vari Sarkozy e Brown davano alla conferenza prima che essa diventasse più modestamente il G20. Anche questa ambizione si è persa per strada; il suo posto è stato preso da un programma di sostegno dei paesi in via di sviluppo - un buon risultato comunque. Ma quanto concreto? Secondo Obama, molto: 'we also agreed on bold action to support developing countries [...] the G20 is tripling the IMF's lending capacity and promoting lending by multilateral development banks.' In realtà le cose sono un po' più complesse; per rendersene conto basta provare ad addentrarsi nel misterioso mondo dei Diritti Speciali di Prelievo (SDR), l'unità di conto del Fondo Monetario Internazionale (IMF) - guide in materia sono l'Economist e il blog FT Alphaville. Oppure, più semplicemente, basta riflettere su un se, quello pronunciato da Brad Setser - 'if key countries actually carry through on their commitment to expand the IMF’s resources.' Dunque, non è scontato che i paesi chiave sborsino le somme necessarie per rifinanziare il Fondo. E' realistico pensare che la Cina contribuisca in proporzione all'entità delle proprie riserve -circa la metà di quelle mondiali- fintanto che l'istituzione sia governata da americani e europei? Del contributo degli stessi Stati Uniti è lecito dubitare, sebbene le motivazioni non manchino, come nota Setser: 'A world where many emerging economies cannot borrow is also a world where many emerging economies cannot buy US goods. And a world where Eastern Europe falls into a deep, deep crisis less than twenty years after the end of the cold war wouldn’t exactly be a victory for US foreign policy either...' Al Wall Street Journal, per esempio, non sta bene che il Fondo  si consolidi nella funzione di trasferire risorse ai governi dei paesi poveri - 'It is possible to argue that a modified version of the lender-of-last-resort remains important for the global financial system. But over the past 30 years the fund has increasingly strayed from that limited mission to become a vehicle for transferring wealth to poor-country governments.' In sostanza, il dubbio è se il Fondo verrà rifinanziato in misura adeguata senza un accordo sul nuovo sistema monetario internazionale. Kenneth Rogoff spiega perché il confronto su questo punto sarà duro: 'Finance shapes power, ideas, and influence. [...] The dollar’s role at the center of the global financial system gives the US the ability to raise vast sums of capital without unduly perturbing its economy. [...] More fundamentally, the US role at the center of the global financial system gives tremendous power to US courts, regulators, and politicians over global investment throughout the world.' La Cina ha lanciato la propria sfida per mano di Zhou Xiaochuan, il governatore della banca centrale: 'The frequency and increasing intensity of financial crises following the collapse of the Bretton Woods system suggests the costs of such a system to the world may have exceeded its benefits. [...] The desirable goal of reforming the international monetary system, therefore, is to create an international reserve currency that is disconnected from individual nations and is able to remain stable in the long run.' Il discorso di Zhou è la sintesi di un saggio che è stato oggetto di molti commenti; quello di Michael Pettis è abbastanza tipico, ed è una dimostrazione che gli economisti sono i più diretti eredi degli antichi sofisti. Il presupposto da cui parte Pettis è che la Cina non abbia alcuna intenzione di cambiare modello di sviluppo; vivendo a Pechino ed essendo un attento osservatore delle vicende del paese, egli ha buoni argomenti per sostenere questa tesi. Dato che parole come quelle sopra citate non vanno nella stessa direzione -e dando evidentemente per scontato che gli esponenti del regime siano tutti sulla stessa linea- egli trascura completamente la proposta di rifondare il sistema monetario internazionale, né si chiede se essa non sia espressione del senso di responsabilità di un "civil servant" preoccupato per il valore delle riserve affidate alla sua cura. Concentrandosi sulla parte dell'analisi nella quale Zhou 'assailed the reserve status of the US dollar as being the main cause of global imbalances,' Pettis giunge così alla conclusione che il governatore cinese è l'altra faccia di quello americano, e che la critica contiene un implicito riconoscimento che se il dollaro non fosse stato moneta di riserva lo sviluppo cinese non ci sarebbe stato; morale, la Cina condivide con gli americani la responsabilità degli sbilanci, ossia dei debiti accumulati da questi ultimi, e più di essi crede nella via seguita fin qui. Più sensibile alle preoccupazioni di Zhou -il rischio in questo caso è di farne un caso personale- è Setser: 'the most surprising proposal in Zhou’s paper wasn’t his call for a new global currency; it was his call for “international” management of national reserves. [...] Chinese policy makers increasingly seem to view China’s large reserves as a burden, not as an opportunity.' A giudicare dal comunicato, la voglia di cambiare strada, se c'era, è stata decisamente repressa al G20; esso sfugge infatti a qualsiasi tentativo di trovarvi un serio accenno alle cause della crisi - per intenderci, non specchietti per le allodole come la mancanza di regole. L'imperativo è quello di rilanciare la crescita, lasciando le oligarchie al loro posto... con le conseguenze che si vedranno nella prossima puntata.

 
Europa, NATO e G20 PDF Stampa E-mail
giovedì 09 aprile 2009

Niente, meglio del terremoto, mette a nudo i mali dell'Italia; le immagini di ciò che rimane della Casa dello studente e dell'ospedale dell'Aquila -o ieri della scuola di San Giuliano di Puglia- dicono più di tanti volumi di storia contemporanea. I mali hanno nomi diversi -mancanza di senso dello stato, corruzione, inefficienza, ladrocinio, menefreghismo, qualunquismo, ecc.- ma un comune denominatore, un difetto di etica. Dovrebbero essere gli intellettuali a educare al rigore della verità; a cominciare dal "me ne frego" di D'Annunzio, tuttavia, essi sono spesso i primi a farsi travolgere dalla passione. Angelo Panebianco ne offre una dimostrazione con l'editoriale di lunedì scorso. Egli parte da una affermazione non contestabile: l'Europa rischia una 'progressiva emarginazione'. Subito però compare un segno di cattivo auspicio, la parola "governance"; essa è infatti un collaudato rivelatore di confusione di idee. Panebianco scrive che ad accrescere il suo pessimismo è stata l'impressione che 'al vertice dell' Alleanza atlantica [...] l'Europa (i governi non meno delle opinioni pubbliche) abbia fatto finta di non capire che cosa intendesse dire Obama quando ha sostenuto che Al Qaeda è più pericolosa per gli europei che per gli americani.' La frase pronunciata da Obama è la seguente: 'In fact it is probably more likely that al-Qaeda would be able to launch a serious terrorist attack in Europe than in the United States because of proximity.' - le versioni di BBC e AFP sono praticamente identiche. Ecco che cosa ha capito Panebianco: 'la guerra in Afghanistan vi riguarda molto da vicino, se perdiamo là, se l'islamismo radicale vince in Afghanistan galvanizzando ovunque gli estremisti, voi europei pagherete un prezzo molto più alto di noi americani. Dal momento che nei vostri territori (e non in America) l'estremismo islamico è di casa, dal momento che siete voi il ventre molle dell'Occidente.' Come si vede, l'interpretazione è piuttosto libera. Obama spiega l'avvertimento con la "proximity", la vicinanza dell'Europa ai "safe heavens" di al-Qaeda in Afghanistan; Panebianco immagina che egli si riferisse alle orde islamiche che vivono accanto a noi e che minacciano la nostra esistenza. Ma più che nella traduzione, è nel giudizio che l'editorialista del Corriere si lascia trascinare dalla passione - una passione, occorre precisare, distruttiva. In qualsiasi paese non emarginato e ancora dotato di un senso di dignità, la frase del presidente americano avrebbe suscitato scandalo; neppure Bush aveva osato agitare la minaccia di al-Qaeda per intimorire gli europei e convincerli a partecipare in forze alla guerra. E' lo stile di chi si sente padrone in casa altrui, quello esibito da Obama; uno stile confermato dalle dichiarazioni favorevoli all'ingresso della Turchia nell'UE - 'The president also reiterated that the US government strongly supported Turkey's bid to become a member of the European Union,' scrive ancora la BBC. Qualcuno ha giustamente osservato che è come se un leader europeo andasse a Washington o a Città del Messico, e perorasse la causa dell'unione fra i due paesi. Per Panebianco tutto ciò è normale, o meglio, è giustificato dalla bontà della causa -più propriamente, della propaganda- americana: bisogna combattere i terroristi in Afghanistan, affinché non vengano qua. L'inconsistenza di questo argomento è dimostrata innanzitutto dai fatti: la caccia a un manipolo di estremisti si è trasformata nell'occupazione militare dell'Afghanistan, nella conseguente crescita del movimento di resistenza all'occupazione, e in una guerra che ora si estende al Pakistan. La guerra stessa, il suo allargamento, un'opposizione islamista che trovi sempre nuove motivazioni e appoggi: questi sembrano i veri obiettivi dell'operazione, per la soddisfazione dei "military-industrial complex" dei paesi partecipanti all'imbroglio. Sul piano logico, l'idea di sradicare con la guerra un fenomeno ideologico -l'estremismo islamista- è del tutto incoerente, sia perché l'Afghanistan non è la fonte, né ha il monopolio dell'ideologia, sia perché ricorrere a un'operazione chirurgica -così era stata definita la guerra- per correggere una tendenza ideologica ha il sicuro effetto di aumentare i problemi di salute del paziente, e la sua avversione ai medici. Se inoltre fosse vero che, come sostiene Panebianco, i terroristi sono fra noi, perché dovrebbero aspettare l'esito della guerra afghana per agire? Il pericolo non è esattamente quello opposto, ossia che il prolungamento indefinito di una guerra senza senso, nella quale le stragi di civili sono la norma, crei prima o poi le condizioni favorevoli al gesto di qualche disperato? L'emarginazione dell'Europa è quando i suoi leader non sanno dire un chiaro no a una guerra che serve solo a tenere in piedi il gigantesco apparato industrial-militare americano; è quando non hanno il coraggio di riconoscere che la NATO è morta vent'anni fa, che essa, insieme alle basi americane, è il maggiore ostacolo alla realizzazione del progetto di difesa europea, che il comunicato che ne celebra la sopravvivenza è pieno di fesserie come questa: 'NATO’s enlargement has been an historic success in bringing us closer to our vision of a Europe whole and free.'- in realtà l'allargamento della NATO mina la pace in Europa; è quando nello stesso comunicato si inchinano al militarismo USA ponendo la NATO sul piano delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea definite "other international actors"; è quando nel riproporre la NATO come specialista di "crisis management and conflict resolution" dimenticano i disastri compiuti nel favorire il separatismo yugoslavo, i quali sono ancora in attesa di riparazione. 'Unless there's a willingness to critically re-examine the war, the threat of another war in the name of liberal internationalism looms large,' scrive Stephen Zunes che apre la serie dei commenti e dei servizi dedicati ai bombardamenti della Serbia e del Kossovo, dei quali ricorre in questi giorni il decennale - un ricordo particolarmente vergognoso per noi italiani, cittadini di un paese ridotto al ruolo di portaerei. Restare nella NATO significa per l'Europa rinunciare ad avere una politica estera indipendente, in particolare sul cruciale terreno dei rapporti con la Russia - cruciale sia perché da essi dipende il compimento dell'ideale europeista della pace nel continente, sia perché le potenzialità di un'Europa che integra la Russia sarebbero enormi. L'alternativa è chiara: da un lato c'è chi, come Stefano Silvestri, ritiene che 'in un periodo di grave turbamento internazionale e di forte incertezza sugli orientamenti politici futuri dell’amministrazione americana,' convenga 'consolidare al massimo i legami transatlantici,' ossia non lasciare il certo per l'incerto; dall'altro si può ribattere che la paura è per definizione una cattiva consigliera, che gli Stati Uniti, come Silvestri stesso riconosce, sono oggi tutt'altro che una certezza, e che affidare ai loro umori il destino dell'Europa è semplicemente folle. Umori non è una parola casuale: il riferimento non è solo a Bush che un giorno scambiava pacche sulle spalle con Putin, e il giorno dopo incoraggiava una testa calda, il presidente georgiano, a provocare l'Orso, ma allo stesso Obama che nel pessimo discorso di Praga prima ha auspicato un accordo con la Russia sul disarmo nucleare, poi ha confermato l'installazione dello scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca - 'As long as the threat from Iran persists, we will go forward with a missile defense system that is cost-effective and proven. (Applause.)' Il giudizio sul discorso di Obama riguarda in particolare la retorica pro-NATO -un minestrone di valori e di pericoli indefiniti 'that recognize no borders'- e la strategia per un disarmo nucleare globale. Su questo punto il presidente americano ha ricevuto molti elogi; l'intenzione è sicuramente lodevole, ma la via che egli ha indicato ricorda molto quella di Bush. Il Trattato di Non Proliferazione (NPT) è stato citato una sola volta, per dire che esso va rafforzato nel senso di un aumento della capacità di controllo e di repressione delle violazioni - 'Rules must be binding. Violations must be punished. Words must mean something.' L'idea è insomma che non ci si può ritrovare in una situazione come l'attuale, nella quale c'è un paese, l'Iran che, diversamente da Israele e dall'India, ha sottoscritto il NPT e ne rispetta le norme, ma del quale si sa benissimo che ha in programma di violarle. Ci vuole insomma qualcuno in grado di fare giustizia preventiva... Ad Obama bisogna però dare atto di aver messo in primo piano un problema che lo merita, il disarmo nucleare. I leader europei si sono invece impegnati in una battaglia di retroguardia, la regolamentazione finanziaria. Ma questo sarà il tema della prossima puntata.

 
Un'altra guerra impropria, e disastrosa (2) PDF Stampa E-mail
giovedì 02 aprile 2009

Prima di continuare con la droga, una precisazione: quella cosa non si chiama più "war on terror", neppure "long war", ma "Overseas Contingency Operation" (OCO). 'The direction came from the Office of Management and Budget,' riferisce il Washington Post; il nuovo nome ha dunque un'origine contabile. Su questa decisione dell'amministrazione Obama si possono fare due osservazioni: la prima è che se lo scopo di chiamarla "war on terror" non era di 'stopping you from being afraid, [ma di] making you afraid,' -come sostiene George Lakoff, citato dall'Examiner- il cambiamento è positivo; la seconda è che l'aspetto burocratico del nuovo nome conferisce un senso di indifferente normalità alla "long war", ossia a una guerra che può continuare 'for decades if not generations.' Una guerra permanente è l'auspicio, 'shared by mainstream Democrats and Republicans,' dei circoli militaristi, la cui specialità è convertire 'small problems into big ones,' senza preoccuparsi dei costi o di chi 'will pay them.' L'esempio che fa Andrew Bacevich nella presentazione di un libro di David Kilcullen, un consulente militare dell'amministrazione Bush, è quello della caccia ai terroristi di al-Qaeda, che si è tradotta nell'occupazione dell'Afghanistan e in una guerra che ora si estende al Pakistan: 'The vast majority of those who take up arms against the United States and its allies do so “not because they hate the West and seek our overthrow, but because we have invaded their space to deal with a small extremist element".' In altre parole, la "war on terror", alias "long war", alias OCO, fa il gioco dei terroristi: 'al-Qaeda conspires to lure the West into launching ill-advised military actions, confident that one result will be to antagonize the local population, which will then respond to al-Qaeda’s calls to expel the intruders. In essence, Western intervention serves as al-Qaeda’s best recruiting tool.' Inevitabile la domanda finale di Bacevich: 'Why play al-Qaeda’s game? Why persist in waging the Long War when that war makes no sense?' Sono evidentemente interessi particolari quelli che spingono in tale direzione; gli stessi che, con variazioni marginali, sono dietro alla "war on drugs". Anche in questo caso, infatti, lo scopo non è risolvere il problema, la dipendenza dalla droga, ma 'to assure funding and public support for the military model of combating illegal drug trafficking, despite the losses and overwhelming evidence that current strategies are not working.' Laura Carlsen, che osserva gli avvenimenti da Città del Messico, definisce "doublespeak" il discorso contraddittorio dei militaristi americani, che prima esaltano i successi del presidente Calderon -with the aid of the U.S. government, [he] is winning the war on drugs- poi affermano che il Messico è sull'orlo del fallimento e della guerra civile. Il filo logico che unisce i due momenti però non le sfugge: 'Drug war doublespeak enables the architects of the drug war to justify the military responses it promotes, despite poor or counterproductive results, and serves to spin failure as success. [...] Violence is progress. Murder is an indicator of success.' Dopo aver confutato le affermazioni dei militaristi -il paese nonostante tutto tiene, e a dimostrazione del fallimento della "war on drugs", 'between 2007 and 2008 net cultivation of opium and cannabis in Mexico increased. Production of opium gum, heroin, and cannabis all increased. Eradication of poppies and cannabis both decreased significantly since the beginning of the 2006 drug war. Meanwhile, seizures of opium gum, heroin, methamphetamines, cannabis, and cocaine all decreased significantly. Destruction of labs fell by nearly half'- la Carlsen prende cautamente posizione contro le politiche proibizioniste: 'a new approach means opening up debate to all options including legalization.' Sulla stessa linea sono tre personalità latino-americane, 'former presidents and drug warriors Fernando Enrique Cardoso of Brasil, Cesar Gaviria of Colombia, and Ernesto Zedillo of Mexico,' che 'in a recently released report, pronounce the war on drugs a failure and call for a "paradigm shift".' Di dar voce al governo Calderon si occupa il Washington Post: '"One of the most critical elements in the decision to use the military was the amount of violence between the election and when we took over," a senior Calderón adviser said. "[...] There was a perception in society of lawlessness, that there was no state." L'affermazione dell'anonimo consigliere può essere interpretata in due modi: il primo è che è stata la criminalità a dichiarare guerra approfittando di un vuoto di potere, e Calderon non ha potuto sottrarsi alla sfida - saremmo insomma di fronte a una giustificazione simile a quella data da Bush per la "war on terror" dopo gli attentati alle Torri; il secondo è che il presidente messicano ha voluto drammatizzare la situazione per ottenere anche la legittimazione che l'opposizione gli negava per il sospetto di brogli elettorali - Maxwell Cameron torna alle tensioni politiche di quei giorni. Steve Fainaru e William Booth non dicono quale sia la loro interpretazione. Nel servizio non mancano gli accenni critici -per esempio questo: 'In many regions, the army has become the law. But rather than quelling the violence, it increasingly appears to have been drawn into a deepening morass of cartel rivalries, local political disputes and blood feuds'- assente è tuttavia l'idea che possa esserci un'alternativa alla "war on drugs". Anche questo è giornalismo. Una proposta alternativa la si può leggere tra le righe del commento di Jorge Chabat: 'Some critics of Calderón’s government now say that it is time to change strategy, perhaps even returning to the pre-Fox policy of tolerance.' Perché svenarsi fisicamente e finanziariamente per impedire che la droga raggiunga gli Stati Uniti? - è la domanda che si pongono i "critics". I costi della guerra aumentano -sono raddoppiati in meno di tre anni, scrivono Fainaru e Booth- mentre diminuiscono le rimesse degli emigrati e gli introiti del petrolio - le analisi relative alle due voci sono del Council on Hemispheric Affairs (COHA) e di The Oil Drum. E' un trend che non può continuare indefinitamente. Ma la soluzione vera può venire solo agendo sul consumo di stupefacenti, ossia dagli Stati Uniti. Di ciò si vanno convincendo anche gli americani; il problema è che l'unica via che permetterebbe di raggiungere in tempi brevi l'obiettivo di riportare sotto controllo la criminalità internazionale -l'abolizione del proibizionismo- resta tabù. In prima linea a sostenere la proposta c'è l'Economist: 'legalization would transform drugs from a law-and-order problem into a public-health problem [...] legalisation offers the opportunity to deal with addiction properly.' Dato che 'marijuana generates the most profit,' Linda Valdez suggerisce di cominciare con il legalizzare quella. L'ONU ha fatto un passo avanti riconoscendo che la domanda di stupefacenti va trattata come un problema sanitario - 'drug dependence is an illness.  UNODC works with governments to place health at the centre of drug control, so as to put addicts in the hands of doctors rather than policemen,' ha dichiarato tre settimane fa a Vienna Antonio Maria Costa, direttore dell'United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), nell'aprire la Conferenza sulla droga. Troppo poco, commenta Kasia Malinowska-Sempruch - 'the Vienna declaration represents the same, failed politics of the past.' Occorre adottare il principio della riduzione del danno, ovvero accettare il fatto che 'drugs have always been a part of human history,' e riconoscere che i danni prodotti dalla "war on drugs" sono di gran lunga maggiori dei benefici. Per gli Stati Uniti in particolare, leggi più tolleranti del consumo di droga avrebbero l'effetto non secondario di svuotare le carceri. 'We have 5% of the world's population; we have 25% of the world's known prison population. We have an incarceration rate in the United States, the world's greatest democracy, that is five times as high as the average incarceration rate of the rest of the world. [...] In 1980, we had 41,000 drug offenders in prison; today we have more than 500,000, an increase of 1,200%. [...]  African-Americans are about 12% of our population; contrary to a lot of thought and rhetoric, their drug use rate in terms of frequent drug use rate is about the same as all other elements of our society, about 14%. But they end up being 37% of those arrested on drug charges, 59% of those convicted, and 74% of those sentenced to prison' - queste parole coraggiose sono tratte da un discorso del senatore Jim Webb, e Glenn Greenwald le commenta così: 'It may be unrealistic to expect most politicians in most circumstances to do what Jim Webb is doing here [...] But the fact that cowardly actions from political leaders are inevitable is no reason to excuse or, worse, justify and even advocate that cowardice.  In fact, the more citizens are willing to excuse and even urge political cowardice in the name of "realism" or "pragmatism", the more common that behavior will be.' Morale: il coraggio non è pragmatismo.

 
Un'altra guerra impropria, e disastrosa PDF Stampa E-mail
giovedì 26 marzo 2009

Hillary Clinton è da ieri in Messico per precisare la posizione dell'amministrazione Obama sulla questione che più condiziona le relazioni fra i due paesi, la lotta alla criminalità organizzata che controlla il traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti. Le sue prime dichiarazioni non lasciano dubbi sulla volontà di "change": '"Our insatiable demand for illegal drugs fuels the drug trade,” Mrs. Clinton said, using unusually blunt language. “Our inability to prevent weapons from being illegally smuggled across the border to arm these criminals causes the deaths of police officers, soldiers and civilians”.' Il servizio del New York Times sottolinea queste parole con il commento di un'esperta messicana: 'It is shocking to hear an American politician admit there is an issue.' Ancora a dicembre Condoleezza Rice aveva rifiutato di riconoscere le responsabilità americane - '[she] denied a link between the expiration of an assault weapons ban and drug violence.' Il servizio del Washington Post si spinge oltre, perché pone in primo piano un'altra dichiarazione della Clinton -'Clearly what we've been doing has not worked'- e vi vede la denuncia del fallimento delle politiche anti-droga degli ultimi decenni: 'decades of U.S. anti-narcotics policies have been a failure and have contributed to the explosion of drug violence south of the border.' La parola "failure" dovrebbe riferirsi in particolare alla militarizzazione della repressione del traffico di stupefacenti, che della politica anti-droga è il nucleo, tanto da identificarla come "war on drugs". Il seguito dell'articolo sembra però smentire questa ipotesi: infatti, dopo aver riconosciuto senza riserve le responsabilità americane, la Clinton ha elogiato l'impegno del governo Calderon nella "war on drugs", ha confermato il sostegno finanziario e militare deciso dall'amministrazione Bush -'[She] vowed to press for swift delivery of equipment promised under the Merida Initiative, a three-year $1.4 billion package of anti-drug assistance to Mexico and Central America'- e ha annunciato che 'the Obama administration is seeking $66 million in new funding for extra helicopters for the Mexican police.' L'auspicio clintoniano di un 'new approach to tackling the drug problem' rischia insomma di tradursi in un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti nella "war on drugs" che sta mettendo alle corde il Messico. L'incertezza che traspare dalle dichiarazioni del segretario di Stato si riflette nelle posizioni dei membri del parlamento, e nei segnali contraddittori che provengono dall'amministrazione Obama. Il servizio del Los Angeles Times mette in evidenza il cambiamento avvenuto nel senato: 'For years, elected officials in Washington portrayed Mexico as being largely responsible for the problems spawned by the increasingly powerful crime syndicates -- and for fixing them.' Adesso, l'opinione prevalente è che 'both countries are to blame for the rise of violent cartels responsible for more than 6,000 deaths in Mexico last year.' Quando si passa all'indicazione dei rimedi, i giudizi tuttavia divergono: c'è infatti chi propone di considerare le 'ways to reduce U.S. demand for drugs through treatment and other methods,' ossia di concentrare gli sforzi sulla riduzione della domanda facendo della dipendenza dalla droga un problema sanitario, come suggerisce l'ONU, e chi invece afferma che 'the increase in violence was actually a sign of success.' Il segnale più positivo che proviene dall'amministrazione è la nomina di "qualified people" alla testa dell'Office of National Drug Control Policy. Harold Pollack ha parole di stima in particolare per il probabile numero due dell'ente, che è anche l'autore di 'one of the most widely-cited articles ever published on substance abuse, which argued that drug dependence is a chronic medical disorder which should be insured, treated, and evaluated in similar fashion to asthma, type-2 diabetes, and hypertension.' Il compito che lo attende, scrive Pollack, è molto difficile: 'He must challenge politicians to provide greater treatment resources. He must challenge the treatment community itself to provide better, more-accessible, more effective and evidence-based services.' Positivo è anche il fatto che Obama abbia dichiarato che 'he didn't want to militarize the border region.' Nel servizio di Marisa Taylor e di Nancy Youssef prevalgono però i segnali negativi: ad emetterli sono gli ambienti militari - 'As the Pentagon eyes a bigger role in Mexico's drug war, the military's efforts to open the door to a new relationship with its southern neighbor risk alienating the Mexican military, which has long had a strained relationship with its counterpart.' Qui vengono fatte due affermazioni apparentemente contraddittorie: la prima è che il Pentagono si appresta a intervenire più pesantemente nella "war on drugs" messicana; la seconda è che i rapporti fra gli apparati militari, americano e messicano, stanno peggiorando. Gli episodi recenti che hanno irritato i messicani sono la pubblicazione di un rapporto dello Stato Maggiore americano 'that concluded that Mexico and Pakistan were the world's two states most likely to fail,' e la visita dell'ammiraglio Michael Mullen, 'the highest-ranking U.S. military officer.' Nell'occasione, Mullen, 'the first administration official to brief President Barack Obama on Mexico,' notano la Taylor e la Youssef, 'visited the graves of American troops who died during the Mexican-American war.' 'Why remind Mexicans of the war?' si chiede un esperto; infatti, 'The Mexican military is already highly suspect of U.S. intentions and the war is still fresh in their minds.' La contraddizione fra offerta di aiuti e provocazione in realtà non c'è, perché entrambe rientrano nella logica del militarismo. Jacob Hornberger ne sviluppa alcuni passaggi: 'Now that the Mexican government has complied with U.S. wishes, producing the predictable results, the U.S. government, especially the Pentagon, is now responding in the predictable way — by calling for military intervention, which means ever-increasing budgets for you-know-who.' Naturalmente la prospettiva di una crescente ingerenza militare americana non piace ai comandi messicani; le analisi catastrofiste, le provocazioni e la denuncia delle inefficienze e della corruzione diventano così il pretesto per giustificare l'ulteriore "escalation". Da questo punto di vista, Messico e Pakistan sembrano davvero assomigliarsi; l'impressione è insomma che la "war on drugs" equivalga alla "war on terror". L'impressione è giusta, ma il rapporto va ribaltato - il paradigma è la "war on drugs", è questa il laboratorio dove è stata concepita la "war on terror". 'Of course, that was long before U.S. foreign policy produced the terrorist blowback that resulted in the “war on terrorism” and the invasions of Iraq and Afghanistan,' scrive Hornberger. Duncan Smith-Rohrberg Maru fa risalire la nascita della "war on drugs" al 1971, con Nixon; si trattava però di una cosa diversa - 'two-thirds of funding for treatment and prevention and one-third for law enforcement, crop reduction and drug interdiction.' Il nome ha evidentemente portato male, perché lo sviluppo è stato in direzione opposta: 'The Office of National Drug Control Policy, under which Plan Colombia and other drug control programs operate, spends 65 percent of its $12 billion annual budget on supply-side efforts and only 35 percent on the demand side.' Il commento di Smith-Rohrberg Maru prende spunto dal rapporto del Government Accountability Office che decreta ufficialmente il fallimento del famigerato Plan Colombia. Ma per un piano che muore ce n'è un altro che nasce, la Merida Initiative, che correttamente Bill Weinberg ribattezza Plan Mexico. Come reagiranno gli interessati, ossia i messicani? Alla prossima puntata.

 
Povera Africa! PDF Stampa E-mail
giovedì 19 marzo 2009

Tutti al capezzale dell'Africa in questi giorni: chi per proibire i preservativi, chi per promettere aiuti che probabilmente non arriveranno mai, chi per sperimentare cure che aggraveranno sicuramente il male. 'Western powers are ready to subject Africa to intrusive experiments in governance that they would never allow at home and could never impose on major powers,' scrive Alex de Waal commentando la decisione del Tribunale Penale Internazionale (ICC) di emettere un mandato di cattura nei confronti del presidente sudanese Omar al Bashir. I particolari del procedimento sono riferiti da Mirko Sossai: i giudici hanno impiegato più di sette mesi per convalidare l'ordine del procuratore generale Luis Moreno Ocampo - 'Un periodo di tempo che appare in contrasto con le finalità di un mandato di arresto: una misura urgente volta a impedire che la persona oggetto del provvedimento ostacoli o metta a repentaglio le indagini oppure continui a perpetrare i crimini di cui è accusato.' A causare l'indecisione è stata verosimilmente l'accusa di genocidio, che infatti è stata respinta; a carico di Bashir resta quindi quella di 'crimini di guerra e contro l'umanità.' Chi eseguirà il mandato? Nel rispondere alla domanda, Sossai mette in evidenza il punto debole dell'istituzione: 'Posto che la Corte non possiede una propria polizia giudiziaria, l’aspetto più assurdo dell’emissione del mandato di cattura nei confronti di Bashir, è che dunque sarebbero le autorità competenti del Sudan a dover procedere all’arresto.' Oltre che assurda, l'iniziativa di Moreno Ocampo potrebbe essere definita, a seconda dei punti di vista, velleitaria, presuntuosa, o deplorevole, perché il Sudan non è firmatario del Trattato di Roma che ha istituito il tribunale, quindi non è né moralmente, né giuridicamente vincolato a collaborare con esso - in una posizione ambigua sono invece Stati Uniti e Israele che hanno firmato il trattato senza la volontà di ratificare l'atto. Il fatto che il procuratore sia stato autorizzato dal Consiglio di Sicurezza a uscire dalla propria giurisdizione non lo sgrava dalla responsabilità di aver esposto l'istituzione al rischio di diventare un altro tribunale speciale che, come quello per l'ex Yugoslavia, finisca per fare il gioco di una delle parti in causa e dei suoi protettori (occidentali). De Waal esprime questo timore con efficacia: è forse Moreno Ocampo 'a stormtrooper for judicial neo-colonalism, kicking down the doors of others’ hard-won independent sovereignties, brushing aside the protests of peace mediators, to demand the unconditional surrender and handcuffing of those without the protection of a superpower?' A indurre perplessità e disapprovazione sono anche dichiarazioni come questa -‘I’m sorry if I disturb those who are in negotiations’- che de Waal commenta così: 'Increasingly, the Prosecutor sounds like an NGO activist—Save Darfur with legal powers.' Se Moreno Ocampo si comporta alla stregua di un attivista umanitario -tipicamente un divo di Hollywood- che si preoccupi dell'effetto mediatico, più che delle conseguenze delle proprie azioni -'[his] careless insinuations about the sources of his evidence exposes national activists and humanitarian organizations to the suspicion of having conducted investigations on his behalf'- il Consiglio di Sicurezza, che dovrebbe essere consapevole del fatto che 'human rights are a matter of politics and power,' è colpevole di aver lasciato carta bianca al procuratore. La conseguenza è che 'No mechanism or institution has safeguarded the interests of peace or represented those whose overriding concern is peace.' L'aver omesso di esaminare l'iniziativa dell'ICC nonostante le sollecitazioni dell'Unione Africana -'Twice the AU petitioned the UNSC for this [la sospensione del provvedimento] to be considered, twice it was rebuffed'- è tanto più grave se si considera che 'It is African peacekeepers who are in the front line if Darfur explodes.' L'omissione del Consiglio di Sicurezza è anche frutto della sua scarsa rappresentatività: 'More than 60 percent of UN Security Council business concerns Africa, but there are no permanent African representatives on the Council and Africa has no veto,' scrive de Waal. E nel bilancio dell'ICC il peso dell'Africa sfiora addirittura il 100% - 'The Court’s first three cases were all referred by African governments. [...] they expected that it [l'ICC] would work in partnership with African NGOs and judicial systems to develop comprehensive justice and peace responses to crises such as northern Uganda and DRC.' Questa concentrazione sull'Africa è un altro fattore che concorre a qualificare l'ICC come tribunale speciale, e ricorda a Philip Hammond una frase di Robin Cook, lo scomparso ex ministro degli Esteri britannico: ‘If I may say so, this is not a court set up to bring to book prime ministers of the United Kingdom or presidents of the United States.’ Il giudizio di Hammond su Moreno Ocampo è ancora più netto di quello di de Waal: 'In the case of Sudan, disrupting peace negotiations appears to have been intentional rather than just an accidental side effect of the indictment of Bashir.' L'effetto è stato immediato: 'One of the main rebel groups in Darfur, the Justice and Equality Movement, which last month agreed to peace talks, reacted to the ICC’s decision by rejecting any further negotiation with the Khartoum government.' Moreno Ocampo giustifica il suo comportamento politicamente irresponsabile con un'affermazione che in Hammond e de Waal differisce di poco: 'The Court is a reality,' e 'the Court is a "fact".' Essa sembra pronunciata con lo stesso spirito di una più famosa dichiarazione, quella di un "senior adviser" di Bush in un'intervista a Ron Suskind del 2004: 'We're an empire now, and when we act, we create our own reality.' Perché il "reality show" vada in scena, ovvero perché il tribunale possa prescindere dalla politica, occorre tuttavia che vi sia genocidio. E' l'opinione di Alan Wolfe che modera la tavola rotonda di The New Republic, alla quale ha partecipato anche de Waal. Wolfe condivide il giudizio del tribunale che in Sudan non sia in atto un genocidio -i numeri non ci sono- e alla domanda se esso ci sia stato risponde con le testimonianze degli operatori umanitari che hanno 'questioned the appropriateness of the term genocide.' Più in generale, egli nota che 'throughout any discussion of mass atrocities taking place in the world today,' spunta la "genocide narrative". A dire il vero, la parola genocidio sembra ormai abusata. Motivo in più per preoccuparsi è che 'No one contributed more to the development of this narrative than Samantha Power, who, as we all know, may just play an important role in fashioning the Obama administration's response to the ICC ruling.' Il fatto è che nel mondo occidentale si è passati dalla lotta di classe alla politica dei valori, scrive Scott Malcomson in una recensione del libro di Conor Foley, The Thin Blue Line - How Humanitarianism Went to War. Le organizzazioni non governative (NGO) sono state le protagoniste di questa trasformazione che ha portato i diritti umani al centro della politica internazionale. E' un cambiamento che deve ancora dimostrare di essere un progresso: se infatti i valori prevalgono sulla legge e sui principi -che per le NGO sono 'independence, impartiality and neutrality'- se, in altre parole, all'umanitarismo si applica la regola che il fine giustifica i mezzi, i risultati possono essere disastrosi. L'invocazione dell'uso della forza 'for humanitarian purposes,' ossia la guerra umanitaria, è il caso sul quale Foley concentra la sua critica. Di avviso opposto è Paul Collier che affronta il tema degli aiuti allo sviluppo: 'aid combined with military action "could avert untold suffering, spur poverty reduction, and help to protect people around the world from...drug-trafficking, disease, and terrorism".' Gli argomenti di Collier a favore della militarizzazione della lotta alla povertà vengono smontati da William Easterly che documenta l'estensione delle radici di questa ideologia, e mette a fuoco le affinità fra politica dei valori e qualunquismo: 'humanitarian intervention is not the apolitical and clean exercise Collier envisions, but extremely political and messy.' Easterly conclude il commento citando de Waal: 'philanthropic imperialism is imperial nonetheless.' Una sintesi perfetta!

 
Le manovre folli del Pacifico PDF Stampa E-mail
giovedì 12 marzo 2009

Qual'è la parola che collega i bilanci bancari alle improvvisazioni di Berlusconi -dove la "reality" non si distingue dalla "fiction", in particolare quando dettano il titolo di prima pagina del Corriere della Sera- alla circostanza che a presiedere l'Unione Europea ci sia un antieuropeista -ciò che stupisce perfino un giornale dell'euroscettica Inghilterra, l'ottimo Guardian: 'The EU can ill afford the luxury of amateur voices, let alone of populist, Eurosceptic neoliberals like Mr Klaus'- al rientro della Francia nei comandi NATO -che Sarkozy spiega in questo modo: siccome oggi i rischi sono imponderabili, ossia gli analisti/strateghi militari vedono mille pericoli latenti, ma nessun nemico alle porte, la difesa nazionale non basta, ci vogliono degli alleati sicuri (gli americani), e la fedeltà della Francia agli Stati Uniti è la garanzia che la difesa europea non sarà antiamericana; dunque la NATO, un'alleanza che combatte minacce inesistenti e alimenta inefficienti apparati industrial militari, possiede la chiave per conseguire due obiettivi in contraddizione l'uno con l'altro, la difesa nazionale e la difesa europea- e all'annuncio della Corea del Nord della prossima messa in orbita di un satellite? Qualcuno potrebbe comprendere tutto ciò nella categoria del pragmatismo, la Linea Maginot, per riprendere l'immagine di E.J. Dionne, dietro la quale si trincera anche Obama - 'President Obama regularly speaks disdainfully of "ideology," says he is focused only on "what works" and loves to be described as "pragmatic";' più appropriato sembra però il termine follia. Una follia collettiva, dalla quale bisogna forse escludere i sudditi di Kim Jong-il, che non hanno avuto la possibilità di scegliere il loro leader, e che coinvolge però gli altri protagonisti della scena asiatica nordorientale. L'annuncio di Pyongyang -in realtà è una conferma- che nel servizio della BBC viene sommerso dalla convinzione che oggetto del lancio sarà un missile intercontinentale, è infatti avvenuto mentre sono in corso le esercitazioni annuali congiunte delle forze americane e sudcoreane, il cui scopo, scrive Choe Sang-Hun, è di verificare 'how fast the United States military can respond to a North Korean attack.' Il quadro delle notizie è completato dalla minaccia del Giappone di abbattere il missile non appena lanciato, dalla decisione della Corea del Sud di sospendere l'invio di aiuti alimentari al Nord, e dal tentativo della diplomazia americana di rimettere in funzione quel tavolo a sei dal quale sembrava essere uscito l'accordo per lo smantellamento degli impianti e degli armamenti nucleari nordcoreani. E' difficile immaginare una situazione più caotica, almeno per chi segua gli avvenimenti da lontano: un piccolo paese senza alleati e sull'orlo della fame non rinuncia allo status di potenza nucleare e anzi alza il livello della sfida con la sperimentazione di una nuova classe di missili; sull'altra metà della penisola ha ripreso a soffiare il vento della destra che vuole il collasso del regime di Pyongyang, sottovalutandone gli effetti in casa propria; la Superpotenza globale, incapace di concludere una partita iniziata più di cinquant'anni fa con la guerra, giocherella alternando diplomazia ed esibizioni di muscoli; infine il Giappone, come Amleto, non sa se coltivare i sogni imperiali all'ombra della Superpotenza in declino, o riconoscere il primato della Cina nella regione, e l'incertezza preoccupa anche Seul - oltre che la borsa di Tokyo. 'Recent Japanese governments have wavered between pressing the United States to negotiate and doing their utmost to impede the Six-Party Talks,' scrive Leon Sigal in un commento che attribuisce a Bush la responsabilità per il riacutizzarsi delle tensioni con Pyongyang, e sottolinea la necessità di un coinvolgimento diretto di Obama, sul quale grava però un interrogativo: 'will he be willing to expend the political capital to deal with North Korea, challenging the reigning orthodoxy in Washington and the irreconcilables in Congress?' Per Jon Reinsch non basta un incontro al vertice per sbloccare la situazione - 'Only a more dramatic shift in the security architecture in Northeast Asia will hasten North Korea's denuclearization and bring greater security for all countries in the region.' La vera svolta sarebbe creare una 'nuclear-weapons-free zone' che comprenda almeno la penisola coreana e il Giappone. Selig Harrison, di ritorno da una visita a Pyongyang, ha un'idea diversa: occorre rafforzare i moderati del regime, e la via è quella del "benign neglect" - abbandonare 'the present bargaining relationship in which Pyongyang uses its nuclear program to extract U.S. concessions [...] and moving toward normalized relations. [...] If the United States can deal with major nuclear weapons states such as China and Russia, it can tolerate a nuclear-armed North Korea that may or may not actually have the weapons arsenal it claims.' Sulla stessa linea è John Feffer, che però non perde di vista l'obiettivo del disarmo: 'the Obama administration [...] should reframe U.S. policy by pursuing nonproliferation goals through regime change. [...] North Korea will only give up its nuclear program when it no longer serves as a crucial bargaining chip and a deterrent.' Feffer chiarisce subito che per "regime change" intende una politica di apertura che riconosca e incoraggi i cambiamenti in corso verso l'economia di mercato, e favorisca il rinnovo della classe dirigente. In materia di non proliferazione, Feffer non fa che applicare al caso Corea -per l'Iran il discorso non cambia, Israele permettendo- la dottrina esposta dal fisico R. Rajaraman: 'All countries will have to be brought on board to achieve universal disarmament. That is clearly not possible if some of them continue to associate power, prestige, and deterrence value with nuclear weapons. Opinion must be generated worldwide to counter this perception and devalue these weapons.' Gareth Evans nel presentare la International Commission on Nuclear Non-Proliferation and Disarmament, un'iniziativa promossa dai governi australiano e giapponese, sviluppa un concetto analogo: 'The commission will need to argue compellingly that the risks of retaining nuclear weapons far outweigh the perceived benefits.' Le potenze nucleari firmatarie del Trattato di Non Proliferazione dovrebbero essere le prime a esserne convinte. Il buon esempio deve venire da loro, scrivono alcuni uomini di stato tedeschi indicando tutte le tappe di un effettivo disarmo. E' l'alternativa alla follia.

 
La crisi in Europa e la crisi dell'Europa (2) PDF Stampa E-mail
giovedì 05 marzo 2009

Due vertici nel giro di una settimana per dire che cosa? A Berlino è stato fatto il punto sulla preparazione del G20 di Londra - 'We are making good progress towards creating a new global financial market architecture,' ha scritto nel resoconto la Cancelliera Merkel: in pratica si è divagato. Rari gli accenni all'attualità, fra questi il seguente: 'We noted in particular the risks to the banking sectors in some central and eastern European countries.' L'affermazione si trova nel capitolo dedicato al ruolo del Fondo Monetario Internazionale (FMI), del quale si chiede un aumento delle risorse; da questo fatto la maggior parte dei cronisti -Carter Dougherty è uno di essi- hanno dedotto che i partecipanti al vertice si dichiaravano incompetenti a risolvere i problemi dei paesi CEE (Central and Eastern Europe), e chiamavano in causa il FMI - 'Eyeing a contagion that is rapidly spreading to eastern Europe and even countries that use the euro, the leaders highlighted the crisis-prevention role of the IMF.' Sullo stesso argomento, il vertice di Bruxelles è stato meno equivoco, 'but no decisions of substance' sono state prese, scrive Thomas Mayer. I problemi, si legge nel comunicato, vanno risolti caso per caso -'Recognising clear differences between the Member States in central and eastern Europe, review the assistance already made available'- e gli aiuti alle banche non devono essere condizionati a una riduzione del credito in quei paesi - 'With regard to the banking sector, confirm that support for parent banks should not imply any restrictions on the activities of subsidiaries in EU host countries.' Per Mayer quella della CEE è una tipica crisi di paesi emergenti il cui sviluppo è basato sul modello "borrowing to invest". Purtroppo, 'not all investment was wise and a significant part of it went into residential real estate, fueling a property-market bubble in some countries.' Inoltre il "borrowing", l'indebitamento, è in larga misura in valuta estera - per esempio in Ungheria, uno dei paesi messi peggio, 'Since 2003, 83% of all credit extended to households and 95% of credit given to businesses has been in foreign currency.' Infine la recessione globale non aiuta il passaggio al modello "saving to export", grazie al quale i paesi asiatici superarono la crisi di undici anni fa. La conclusione di Mayer è che 'With East European governments cash-strapped and banks unable to stomach significant losses on their loans, this aid probably has to come from abroad,' in particolare dalla zona euro. Sulla stessa linea si muove Erik Berglöf che mette a fuoco la situazione delle banche: 'The bulk of capital needs will have to come from the Western parent banks and their home country governments. [...] the capital requirements in Eastern Europe are modest compared to the size of the parent bank balance sheets and the state programmes.' Berglöf ritiene dunque, che i problemi siano risolubili, ma per calmare i mercati è necessaria innanzitutto una "strong leadership", quella guida che il vertice di Bruxelles non ha mostrato. La guida necessita di mezzi, e questi, secondo George Soros, possono venire dall'emissione di euro-obbligazioni: 'Creating a euro-zone government bond market would bring immediate benefits, in addition to correcting a structural deficiency. [...] The euro zone’s bond and bill markets [...] would be under the control of euro-zone finance ministers. The regulation of the financial system would then be put in the hands of the European Central Bank, while the task of guaranteeing and, when necessary, rescuing financial institutions would fall to the finance ministers.' La crisi sarebbe in questo senso un'occasione per fare passi decisivi verso l'integrazione finanziaria della zona euro, e il consolidamento dell'UE. Soros si avventura poi su un terreno minato: i fondi raccolti potrebbero finanziare anche programmi di investimento al di fuori dell'Unione 'such as an electricity grid, a network of gas and oil pipelines, alternative energy investments, and employment-creating public works in Ukraine,' con l'obiettivo '[to] break Russia’s stranglehold over Europe.' Qui c'è la dimostrazione che la capacità di giudizio negli investimenti non è garanzia di comportamento razionale in politica. Prima di tutto non si capisce a cosa serva ammodernare la rete ucraina se Kiev non paga le bollette, quindi il gas non arriva. Al contrario, la priorità della diplomazia europea in Ucraina dovrebbe essere un governo responsabile, che rispetti gli accordi e paghi il dovuto, senza mettere a repentaglio le forniture di gas agli altri paesi. Questo non è l'intento del presidente Yushchenko, i cui metodi e il cui disprezzo della legalità sono apparsi evidenti anche in questi giorni con l'assalto di uomini in assetto banditesco agli uffici della Naftogaz, come racconta Roman Olearchyk. Probabilmente Soros ha finanziato la rivoluzione di Yushchenko e ama pensare che democrazia in Ucraina significhi politica anti-russa. Nel conto delle decisioni prese per l'impulso della passione vanno messi anche i disastri di questi giorni. L'osservazione è di Bronwen Maddox: 'The EU's decision five years ago to take in eight former communist countries, plus Cyprus and Malta, was one of the most generous gestures it [l'UE] has made. [...] But the idealism glossed over the difficulties, particularly on the economic side.' In realtà non si è sorvolato solo sui criteri economici per compiere l'allargamento; quando si negozia l'adesione con governi dichiaratamente anti-europeisti si fa molto peggio, perché si minano le basi della costruzione - il peccato originale è stato in questo senso l'ammissione della Gran Bretagna. All'irresponsabilità degli uomini politici è seguita quella dei banchieri e delle autorità di controllo: la decisione di fare dei finanziamenti in valuta -euro, franchi, yen- uno strumento di massa nei paesi CEE è la versione europea della follia dei "subprime". Le deficienze della vigilanza bancaria non sono scusabili né in America, né in Europa; qui tuttavia manca un'autorità competente su tutta la zona euro. La logica vorrebbe che quando si progetta un edificio -la "global financial architecture"- si predispongano i pilastri portanti; ebbene, sul lato europeo il pilastro non è previsto. A quanto sembra, il motivo principale della mancanza è l'opposizione britannica; l'architettura browniana è infatti aerea, fantasiosa, ambientata nell'olimpo dei valori, in una parola, "global" - 'He's happiest talking about global financial institutions; that's where he's comfortable,' scrive Rachel Sylvester commentando la visita del primo ministro a Washington (dove ha pronunciato un discorso degno di un supplicante). Purché non si tocchi la City, 'the deregulated financial slum,' come la definisce Will Hutton. Un luogo malsano che, secondo Ken Macdonald, identifica l'intero paese, dove 'no one has any confidence that fraud in the banks will be prosecuted as crime,' e dove il problema della sicurezza viene risolto lanciando 'increasingly illiberal sound bites at a shadowy and fearsome enemy.' Un'altra ragione per ritenere che dal G20 di Londra usciranno discorsi campati in aria è che si continua a fare confusione sulle responsabilità della crisi, quindi sulle terapie. A Berlino, per esempio, è sembrato che la priorità sia mettere in riga gli speculatori, gli "hedge funds": 'We have therefore today underscored once again our conviction that all financial markets, products and participants must be subject to appropriate oversight or regulation, [...] This is especially true for those private pools of capital, including hedge funds, that may present a systemic risk.' Il bubbone è in realtà cresciuto e scoppiato nelle istituzioni più controllate, le banche, sotto l'occhio inerte dei regolatori. Anche su temi più strettamente politici, come la riforma del FMI, si è rimasti in superficie. In profondità va invece Hutton quando scrive che occorre riconoscere 'that the EU should represent Europe in the IMF and that individual EU members should thus lose individual votes. This opens the way for the IMF to have a fairer and rebalanced constitution, crucial to its legitimacy. The same principles should be extended to the World Bank. And both should regularly be held to account by a similarly reconstituted United Nations.' In altre parole, il governo della globalizzazione comincia con una 'strengthened EU that can speak for all its member states in the supranational institutions.' Ribaltando la teoria del caos, ricordata da Hans Kung, si potrebbe dire: 'order can follow from courageous actions.'

 

 
La crisi in Europa e la crisi dell'Europa PDF Stampa E-mail
giovedì 26 febbraio 2009

Le agenzie di "rating" colpiscono ormai con cadenza quotidiana. Il bersaglio preferito in questo momento è l'Europa Orientale (CEE - Central and Eastern Europe): ieri l'Ucraina, l'altro ieri la Lettonia. Il servizio di Bloomberg osserva che per Standard & Poor's il rischio Ucraina ha raggiunto il livello del Pakistan; non è un caso, potrebbe essere il commento, visto che in entrambi i paesi è forte l'ingerenza degli Stati Uniti. Il risultato di questo coinvolgimento è infatti la destabilizzazione: in Ucraina essa è iniziata con il "regime change" -la cosiddetta rivoluzione arancione- e continua con l'appoggio a Viktor Yushchenko, un presidente senza seguito popolare, che gioca al tanto peggio tanto meglio con l'obiettivo di aumentare le tensioni con la Russia e coinvolgere nello scontro l'Occidente. I declassamenti decisi dalle agenzie di "rating" fanno notizia, ma non sono una novità, sia perché seguono con ritardo i ribassi di borsa -il travaglio del titolo Unicredit è una dimostrazione che i giudizi negativi sulle economie dell'Est si stanno accumulando da mesi- sia perché, come nelle precedenti crisi, il loro effetto immediato è di aggravare le condizioni del malato. A ciò contribuisce l'eco che proviene dai mezzi di informazione, per i titoli allarmistici e per l'approssimazione con cui vengono maneggiati i dati. Alcuni commenti tentano tuttavia di riportare ordine nella prospettiva: l'Economist, per esempio, comincia col distinguere fra paesi dentro l'Unione Europea e fuori - 'The woes of Kazakh banks or of Ukraine’s public finances have little to do with the countries, mainly smaller, richer and better governed, that are already in the EU;' Piatkowski e Rybinski mettono in evidenza le differenze fra le economie dei paesi dell'allargamento, e concludono con alcune proposte e un ammonimento - 'If there is a perceived risk of European wide meltdown triggered by a CEE crisis, we should not sit on our hands but act to change this perception;' uno studio dell'UBS, discusso dal blog FT Alphaville, dimostra che i rischi maggiori sono concentrati nelle economie più piccole, mentre per i grandi paesi, in particolare per la Russia, 'the near-term risks are significantly overstated.' Un quadro confuso alimenta necessariamente il pessimismo, e in questo senso fa il gioco degli anti-europeisti. Il commento di Ambrose Evans-Pritchard sull'Ucraina è paradigmatico: prima parla male -nella circostanza il verbo criticare è soverchio- del governo, ovvero della Timoshenko, accusata di ammiccare a Mosca per fare ingelosire gli occidentali -'Kiev's leaders are winking at Russia, hoping that this sort of geo-strategic blackmail will force the West to open its purse strings,'- senza spiegare il motivo delle dimissioni del ministro delle finanze, e senza chiarire il disaccordo con il presidente Yushchenko che sembra un personaggio inesistente, forse una vittima nell'immaginazione del commentatore; poi afferma che il fallimento del paese avrebbe l'effetto di trascinare in un 'full-fledged meltdown' sia l'Europa Orientale, sia quella che sta al di qua della 'old Warsaw Pact/Nato line.' La conclusione è che la Banca Centrale Europea non dovrebbe seguire il Fondo Monetario Internazionale sulla strada del rigore, ma 'use its printing powers to rescue the region.' Tradotto in europeo, il pensiero di Evans-Pritchard è il seguente: la politica anti-russa del presidente Yushchenko va sostenuta a tutti i costi, anche a quello di mandare in malora l'euro; anzi questo è il vero obiettivo. Si tratta di un'opinione estrema, ma Simon Tisdall, esperto di politica estera del Guardian e, a quanto pare, agnostico in materia di unione monetaria, non è su una linea molto lontana quando auspica la ripresa del processo di allargamento a est, e lo motiva con la necessità 'to reduce Moscow's influence in the former Soviet sphere.' Comune ai due commentatori è l'idea vetero-imperiale che un'Europa debole sia nell'interesse del loro paese; un allargamento indefinito che escluda la Russia è la ricetta sicura per impedire la realizzazione del progetto di unione politica verso il quale l'euro è una tappa importante. La Russia viene avversata perché per le risorse di cui dispone e per l'orientamento dei suoi leader può far compiere all'Europa un passo decisivo verso la maturità politica, quindi verso il completamento dell'unione. Quella che Putin chiama la Greater Europe sarebbe il vero antidoto all'imperialismo americano, nonché al sub-imperialismo britannico, e la base di un nuovo ordine mondiale al centro del quale siano le Nazioni Unite. Se l'Europa spera che sia l'America di Obama ad emanciparla, e a farsi promotrice del nuovo ordine si illude. Nel pur ottimo discorso al Congresso, Obama non ha mai citato le Nazioni Unite; il suo sogno resta un altro secolo americano - 'The only way this century will be another American century is if we confront at last the price of our dependence on oil and the high cost of health care; the schools that aren’t preparing our children and the mountain of debt they stand to inherit.' Per essere all'altezza del compito, gli Stati Uniti devono dunque risparmiare e investire nella scuola, nell'energia pulita, nella sanità; ma anche nella difesa, il cui bilancio continua ad aumentare, nonostante qualche taglio e la trasparenza. La visione del mondo di Obama non è molto diversa da quella di Bush; ciò che lo differenzia è l'intelligenza. Obama è consapevole dei limiti dell'America, e di ciò che occorrerebbe fare per ristabilire la sua"leadership". Questa consapevolezza lo rende più disponibile al compromesso: con la Russia per evitare una riedizione dell'"escalation" nucleare; con i paesi islamici che resistono allo strapotere israelo-americano; con la Cina dalla quale dipende il finanziamento dell'enorme fabbisogno. Ma all'Europa che non ha da opporre che la propria sudditanza, egli ha già fatto sapere tramite Biden che cosa vuole: più soldati per l'Afghanistan. In altre parole, l'Europa non conta nulla. Una verità elementare, per capire la quale non c'è neppure bisogno di leggere i discorsi dei leader americani; basta dare un'occhiata ai resoconti dei vertici europei, a cominciare da quello di domenica scorsa a Berlino. Ma visto che domenica 1 marzo è in programma un altro vertice a Bruxelles, rimandiamo il commento alla settimana prossima.

 
Pragmatismo e crisi economica PDF Stampa E-mail
giovedì 19 febbraio 2009

In politica c'è pragmatismo e pragmatismo. Talvolta esso è inteso nel senso del Devoto -'Corrente di pensiero che afferma la preminenza dello sperimentare e dell'azione pratica rispetto alla ricerca teorica di verità astratte'- e corrisponde grosso modo al qualunquismo. Oppure è inteso nel senso del Battaglia -'Atteggiamento pratico e mentale che privilegia programmaticamente, rispetto alle istanze teoriche o idealistiche, l'azione, la prassi, in quanto modo più diretto ed efficace per ottenere risultati concreti'- e identifica la politica del breve termine, quella attenta esclusivamente ai titoli dei giornali e ai sondaggi. Infine, il richiamarsi ad esso può essere nient'altro che una copertura della mancanza di strategie o della confusione mentale. Per esempio, il pragmatismo di Obama ha sicuramente aspetti del secondo e del terzo tipo, mentre per escludere definitivamente che esso sia del primo occorre qualche conferma. Glenn Greenwald fa in proposito il caso della giustizia e delle garanzie costituzionali, dove dopo i primi entusiasmi sono suonati i campanelli d'allarme. Riferendosi a un articolo che spiega le ragioni del pessimismo, Greenwald commenta: 'I think that [it] paints a slightly more pessimistic picture on the civil liberties front than is warranted by the evidence thus far (though only slightly).[...] most of the key civil liberties and Constitutional questions that linger from the dark Bush/Cheney era remain unresolved thus far. Obama has not yet embraced or rejected most of them. And that is by design.' Greenwald cita fra l'altro un testo di Madison al cuore del quale c'è una domanda retorica -'But what is government itself, but the greatest of all reflections on human nature?'- che rappresenta l'origine del piano cartesiano del pensiero politico. Pragmatismo del terzo tipo è quando Obama riconosce che in Afganistan manca una strategia e tuttavia decide di mandare altri 17.000 soldati - 'The president is committing these troops before he's determined what the mission is,' scrive il Guardian citando esponenti del fronte anti-militarista. Detto per inciso, alla categotia del servilismo appartiene invece l'annuncio del ministro Frattini che l'Italia contribuirà con altri 500 uomini. Commentando i recenti sviluppi in Pakistan, William Pfaff pone a Obama una serie di domande; quella finale 'is simply whether this is the way Barack Obama and his team really want to take the American people during the next four years,' dove "the way" comprende sia il costume di non dare le risposte che il paese attende, sia una condotta militare che si riassume nel 'blowing up Pakistanis and Afghans,' e che ha prodotto 'a religious and nationalist uprising among ethnic Pashtuns.' Un mix di pragmatismo del secondo e del terzo tipo è ravvisabile nelle reazioni dei governi -non solo di Obama- alla crisi economica. Il comunicato del G7 è in questo senso esemplare: delle cause della crisi non si parla, forse perché si teme che la verità -c'è stato un eccesso di indebitamento che va riassorbito- oltre che sgradevole, metta a nudo la mancanza di sicure terapie, o l'incapacità di applicarle. E alla manifestazione più evidente degli eccessi -bilanci bancari immobilizzati dal peso delle attività, tossiche e non- sono dedicate tre righe, di cui solo mezza va al nocciolo del probema: 'facilitate the orderly resolution of impaired assets.' Rassicura relativamente sapere -è il Guardian a dare l'informazione- che in realtà 'the longest discussion during the ministers' six-hour meeting was over "the banking problem" – how to drain the financial system of toxic assets.' Anche Paulson, il precedente ministro del Tesoro americano, aveva capito dove bisognava intervenire, ma poi il suo piano, il TARP, una volta ricevuta l'approvazione parlamentare si è perso per strada. Paulson non riuscì a risolvere il problema del prezzo al quale rilevare i titoli rappresentativi dei crediti incagliati, così finì per cedere alle pressioni di banchieri ed economisti che chiedevano, sull'esempio britannico, di seguire la via della ricapitalizzazione degli istituti. Come è noto, le ricapitalizzazioni non hanno funzionato, e le quotazioni delle azioni bancarie hanno continuato a scendere. Negli Stati Uniti lo spreco del denaro dei contribuenti è stato particolarmente evidente, sia per la mancanza di vincoli alla gestione degli istituti beneficiari, sia perché le erogazioni sono avvenute a favore delle "holding". Si tratta di un fatto inspiegabile, scrivono John Coates e David Scharfstein: 'For reasons that remain unclear, the Troubled Asset Relief Program has channeled aid to bank holding companies rather than banks.' Il risultato è che il grosso delle somme erogate dal Tesoro non è finito nelle casse delle banche: 'The holding companies seem to have invested most of their TARP money in their other businesses or else retained the option to do so by keeping it in deposit accounts, even as the capital of their banks decreased.' Il piano Geithner, dal nome del nuovo ministro del Tesoro, non è ancora una realtà, tuttavia ha già prodotto effetti molto negativi in borsa. Ha anche sollecitato le critiche degli analisti che da sinistra e da destra ne hanno messo in evidenza le debolezze; Dean Baker, Robert Kuttner, John Hempton e James Hamilton rappresentano la categoria. Ma la conclusione più convincente la traggono Matthew Richardson e Nouriel Roubini: 'While it was not his intention, the reality is that Mr. Geithner is going to confirm the insolvency of the financial system. Once we face this truth, there really isn't much left to do but nationalize.' Dunque, secondo gli autori dell'articolo, la vaghezza è proprio il merito del piano perché fa capire ai banchieri che il tempo dei regali è finito; inoltre, la discesa delle quotazioni in borsa spiana la strada all'unica soluzione vera, la nazionalizzazione. Una nazionalizzazione temporanea, come è avvenuto in Svezia negli anni '90, precisano Richardson e Roubini. La loro ipotesi è sostenuta, o forse ispirata, da un servizio del Washington Post che spiega perché Geithner abbia preferito presentare un piano incompleto, piuttosto che uno provvisorio: 'they would rather disappoint the markets with vagueness than lay out a lot of details they might have to change later -- a failing they saw in the Bush administration's handling of the crisis.' Il motivo che rende necessaria la nazionalizzazione lo spiega Leif Pagrotsky che è stato ministro nel governo che ha risanato il sistema bancario svedese: 'My view is that this solution [lo scorporo delle attività tossiche e il loro conferimento a una "bad bank"] was only possible because the Government was already in possession of all the assets. The hopelessly difficult issue of pricing the assets thus became unimportant.' E' significativo che a favore della nazionalizzazione si sia espresso, oltre all'attuale governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan: 'It may be necessary to temporarily nationalise some banks in order to facilitate a swift and orderly restructuring.' Un approccio pragmatico il suo? Probabile, come irrazionale è stata la fiducia nel mercato. Diverso sarebbe il senso della dichiarazione se a parlare fosse stato Madison: la nazionalizzazione è la risposta razionale alle follie del mercato.