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14 ottobre 2005
Terrorismo e democrazia in Asia Centrale
L'attacco dei guerriglieri ceceni alla
capitale della repubblica caucasica del Kabardino-Balkaria viene giudicato
un insuccesso da Liz Fuller di Radio Free Europe, che lo confronta con
precedenti operazioni della medesima matrice; il fatto però che l'attacco
sia avvenuto in pieno giorno può significare che l'obiettivo era di spargere
il terrore fra la popolazione e in questo senso l'operazione è riuscita. La
contraddittorietà del giudizio riflette la complessità della situazione nel
Caucaso settentrionale. Robert Bruce Ware prova a fare un po' di chiarezza:
il primo dato rilevante è che in Cecenia le cose migliorano, ossia il numero
degli attentati diminuisce e l'economia si riprende. Al contrario, nelle
repubbliche vicine, dal Dagestan al Kabardino-Balkaria, la situazione sta
peggiorando; la guerriglia cecena cerca di approfittarne, ma estendendo il
proprio raggio di azione perde in parte i caratteri della Jihad wahabita per
assumere quelli della ribellione contadina. E' infatti uno scontro fra città
e campagna quello in atto nell'area, secondo Bruce Ware; il rischio è che in
questo scenario medievale l'estemismo islamico prenda sempre più piede con
effetti destabilizzanti per la Federazione russa e per tutta l'Asia
Centrale. Una prospettiva, si potrebbe aggiungere, che sicuramente non
dispiace alla destra neocon americana, i cui esponenti più noti sono tra i
promotori dell'ACPC (American Committee for Peace in Chechnya),
un'organizzazione che sostiene la causa cecena. Basta leggere l'ultimo
lavoro dell'ACPC, un rapporto investigativo sulla strage alla scuola di
Beslan di un anno fa: la presentazione, anziché porre l'accento su uno dei
più odiosi atti di terrorismo degli ultimi anni, sottolinea il fatto che
molti dei terroristi non sarebbero ceceni e che molte delle vittime
dovrebbero la loro sorte alla cattiva pianificazione russa. Un'analisi degli
avvenimenti di Beslan può non essere tenera con le forze di sicurezza russe
-e quella di Jonathan Eyal, ad esempio, non lo è di certo- ma tentare di
ridurre o mettere in secondo piano le responsabilità dei terroristi è
come attribuire a Bush e non a Bin Laden la responsabilità degli attentati
dell'11 settembre. Bush infatti sapeva o doveva sapere molto di quel che
stava per accadere. Su una linea diversa, rispetto ai neocon, sembra essere
la Rice che ha appena concluso un giro delle repubbliche centro-asiatiche
per portare il verbo della democrazia. La differenza, spiega Paul Richter,
sta nel metodo: pur condividendo con i neocon la visione di un'America che
si muove aggressivamente per riformare gli altri paesi, la Rice preferisce
la diplomazia alla forza militare. Sono forse i "regime change" a buon
mercato in Georgia, Ucraina e Kirghizistan ad averle fatto cambiare idea: se
basta un po' di propaganda democratica, perché spendere di più?
•
L. Fuller, Kabardino-Balkaria: Was The Raid A Tactical Defeat Or A Change In
Tactics? [Radio Free Europe]
•
Nalchik Under Siege, Interview with Robert Bruce Ware [RussiaProfile]
•
J.B. Dunlop,Beslan:
Russia’s 9/11? [PeaceinChechnya]
•
J. Eyal, Analysis:
Russia's Caucasus quagmire [BBC]
•
A. Gearan, Rice Pushes for Democracy in Central Asia [Washington Post]
•
P. Richter, Under Rice, Powell's Policies Are Reborn [LA Times]
13 ottobre 2005
Modelli a confronto
Frank-Walter Steinmeier, che sarà il ministro
degli esteri del nuovo governo tedesco, viene definito dalla Reuters una "unknown
quantity"; neppure gli esperti conoscono le sue posizioni in politica
estera. Essendo un fedelissimo di Schroeder ci si dovrebbe aspettare che
confermi l'apertura alla Turchia, l'obiettivo del seggio al Consiglio di
Sicurezza, un po' di atlantismo, o alternativamente di europeismo, quando
servono alla Germania. A meno che, data la relativamente giovane età, 49
anni, non sia spronato dalla responsabilità a imprimere un nuovo corso. In
questo caso incrociamo le dita, sperando in un cambiamento per il meglio.
Più in generale, la nascita del governo di grande coalizione non suscita
entusiasmi fra i commentatori. Gli euroscettici britannici sono ovviamente
in prima fila nel prevedere l'insuccesso di un esperimento che ai loro occhi
seguirà linee alternative alle riforme del cosiddetto modello anglosassone.
Anatole Kaletsky va oltre e scrive che oggi la Germania, come la Francia e
l'Italia, è un paese senza leadership, quindi senza prospettive. Sono gli
elettori ad aver determinato questa situazione quando hanno respinto i
programmi di riforma e bocciato i proponenti, preferendo l'inerzia di un
confortevole declino. Ma per Kaletsky la colpa in fondo non è degli
elettori: sono piuttosto i governanti ad aver commesso l'errore di
presentare solo il lato spiacevole delle riforme senza farle precedere da
misure monetarie e fiscali espansive. E' un vecchio argomento di Kaletsky
che onestamente riconosce l'importanza nel modello anglosassone
dell'indebitamento privato e pubblico. Benché euroscettico, l'autore non si
compiace di questa situazione e conclude con un'affermazione forte: senza
l'Europa il materialismo degli americani e dei cinesi creerà grossi guai.
Anche gli euroscettici hanno un'anima! Non tutti però; per esempio Gordon
Brown è la dimostrazione che lo spirito umanitario può essere separato da
quello umanistico. L'ultimo documento del Tesoro inglese, redatto in
preparazione del Vertice UE di fine ottobre, ripropone infatti il tema della
"global Europe", un non-concetto che si può riassumere così: prima c'era il
mercato comune, quindi era giusto puntare all'integrazione interna, adesso
c'è il mercato globale che richiede l'impresa globale (senza integrazione
politica, ndr). Ma perché, Onorevole Ministro, non propone di sciogliere
anche il Suo governo e le istituzioni statali del Suo paese, così le imprese
potranno finalmente andare allo sbaraglio della competizione con Cina, India
e Stati Uniti? Sulle pseudo-idee di Brown ironizza anche Evan Davis della
BBC, che riporta una sintesi del rapporto OCSE, dal quale emergono le
debolezze della Gran Bretagna: alto indebitamento, bassa produttività e una
crescita che si sta avvicinando agli standard continentali. L'importanza
della finanza pubblica nelle economie americana e inglese è dimostrata dallo
studio di Eric Chaney, secondo il quale dal 1999 le politiche
finanziarie hanno dato alla crescita del PIL un contributo annuo dello 0,7%
in entrambi i paesi. Nell'Europa dell'unione monetaria invece, l'aumento
dell'indebitamento pubblico ha contribuito solo per lo 0,3%; qui la politica
finanziaria è dunque meno espansiva, anche dopo lo sforamento dei parametri
di Maastricht.
•
New German government cabinet takes shape [Reuters]
•
A.
Kaletsky, The people of Europe have voted for paralysis – and perhaps
obliteration [Times]
•
Global Europe: Full-Employment Europe [Treasury UK]
•
E. Davis, Brown's
battle plan for Europe [BBC]
•
Economic Survey of
United Kingdom, 2005 [OECD]
•
Euroland is crossing the Maastricht line. Does it matter? [Morgan Stanley]
12 ottobre 2005
Pesi e misure per la ex-Yugoslavia
Alla riammissione della Croazia ai negoziati con l'UE -
avvenuta a sorpresa il 3 Ottobre - ha fatto seguito - il 10 - l'apertura
ufficiale dei colloqui tra Unione Europea e Serbia. La prima vicenda, avvenuta
contestualmente alla decisione di ammettere la Turchia ai negoziati preliminari
(Contropagina del 3/10/05), merita attenzione perchè la dice lunga
sull'imparzialità e l'indipendenza dei magistrati del Tribunale Internazionale
per la ex-Yugoslavia (ICTY). I fatti sono noti: la ragione per cui i negoziati
tra UE e Croazia erano sospesi da più di un anno era la scarsa collaborazione
del paese nella cattura dei criminali di guerra (Contropagina del 22/9/05), un
fatto ribadito con forza dalla procuratore-capo dell'ICTY Carla Del Ponte meno
di due settimane fa. L'Austria, che per diretta ammissione del Cancelliere
Wolfgang Schuessel ha importanti interessi economici in Croazia, aveva posto il
veto all'apertura delle trattative con la Turchia e come via di uscita la
ripresa dei negoziati con il paese slavo. La questione è stata
sbloccata dall'improvvisa apparizione della Del Ponte che, nello
spazio di poche ore, ha registrato "progressi sul fronte della collaborazione"
croata. Un miracolo che non vale per la Serbia: M. Bozinovich sottolinea le
pressioni e i ricatti nei confronti di questo paese, a cui si ricorda che la
consegna del generale Mladic è condizione necessaria per avere voce in capitolo
sul futuro status politico del Kosovo. E' a questo proposito che il presidente
della Serbia, Boris Tladic, ricorda che il prezzo già pagato è: "since my
election (...) I have devoted considerable resources reforging a strategic
partnership based on common democratic and market principles and interests among
Serbia, the United States and Europe"; ma, soprattutto, dice che è venuta l'ora
di difendere la sovranità e l'integrità territoriale della Serbia. Integrità che
però non è tra i tre principii base fissati dal Gruppo di Contatto per le
trattative tra serbi e kosovari: no al ritorno alla piena sovranità serba, no
alla partizione in stile Bosnia, no all'unificazione con l'Albania. Alla
situazione del Kosovo (istituzionale, economica e sociale) è dedicato il breve
ma chiaro rapporto di Kai Eide, inviato speciale dell'ONU. L'ambasciatore
norvegese riepiloga i progressi - pochi e incerti - ed elenca i nodi irrisolti:
aumento della povertà e della disoccupazione, aumento della criminalità e delle
violenze etniche, debolezza della situazione economica, soprattutto "mancanza di
volontà e capacità di fare rispettare la legge ad ogni livello". L'invito è a
sedersi al tavolo delle trattative il prima possibile: il rischio, infatti, è
che le cose peggiorino.
•
AP, Serbia-Montenegro
opens talks for closer ties with EU [Serbianna]
•
EU's
decision on Croatia might make capture of war criminals harder [Zaman Daily
/ Serbian Unity Congress]
•
L. Langenau, Intervista a Tom Koenigs: 'Carla Del Ponte didn't cave in' [Der
Spiegel]
•
M. Bozinovich, Kosovo:
standards by the wayside [Serbianna]
•
B. Tladic,
Securing Kosovo's future [The Wall Street Journal Europe / Serbian Unity
Congress]
•
H. Binnendijk, Kosovo's difficult road [International Herald Tribune]
•
K. Eide, A
comprehensive review of the situation in Kosovo - Executive summary [KIM
Info Service]
11 ottobre 2005
La svolta di Hu Jintao
Si è conclusa oggi a Pechino la sessione
plenaria del Comitato Centrale del PCC, che ha lanciato l'undicesimo piano
quinquennale. Questo riflette le idee del nuovo leader Hu Jintao, che si
ripromette di "dare più enfasi alla giustizia sociale, moltiplicare gli sforzi
per modificare la distribuzione del reddito e lavorare sodo per ridurre le
differenze fra regioni ricche e povere e fra le classi"; un programma che si
riassume nell'obiettivo di "una società armoniosa". Dopo anni di crescita
impetuosa, la Cina intende dunque prestare più attenzione alla qualità dello
sviluppo e questo cambiamento, come osserva il dispaccio della Reuters, farà
sentire i suoi effetti anche sul resto del mondo. Lo stesso servizio sottolinea
il fatto che Hu Jintao, al suo primo Comitato Centrale nella pienezza dei
poteri, non ha ancora il totale controllo del partito. Quando si avrà la chiara
indicazione da parte di Hu del suo delfino si potrà dire che la sua leadership è
incontrastata. Questo fatto offre lo spunto ad Arthur Waldron per fare un
parallelo con le dinastie imperiali del passato: il passaggio del potere da un
imperatore all'altro era infatti il momento più delicato. Il tracollo della
dinastia manciù nel 1912 ebbe sicuramente tra le proprie cause, scrive Waldron,
il colpo di stato del 1898, che la delegittimò. I segretari del PCC sono dunque
dei nuovi imperatori? La risposta di Waldron è naturalmente "no". Gli imperatori
regnavano per mandato del Cielo, i leader odierni sono legittimati dal popolo,
che intende far sentire sempre più la propria voce. E un popolo che, se si
guarda all'economia, non comprende solo gli abitanti della Cina continentale, ma
anche quelli di Taiwan e le fiorenti comunità cinesi del sud-est asiatico. Lo
spiega il coreano Hyun Oh-seok che mette in evidenza il contributo dei cinesi
d'oltremare allo sviluppo della madrepatria: da dati del 2003, il 70% delle
imprese a partecipazione estera sono state costituite da cinesi non residenti.
Se si sommano i prodotti interni di Cina, Hong Kong, Taiwan e delle comunità
cinesi del sud-est asiatico si ottiene già oggi la seconda economia mondiale.
Sono dati che hanno un valore particolare per noi europei, retrocessi al terzo
posto e fedeli al motto "ognuno per sè e l'America per tutti".
•
3-China's Hu tightens power with economic blueprint [Reuters]
•
A. Waldron, China's Coming People Power [Washington Post]
•
H. Oh-seok, Is ¡®Greater China¡¯Challenge or Chance? [Korea Times]
Attualità della Jihad
Bernard Haykel e Fawaz Gerges concordano sul
fatto che Al Qaeda è in declino e che ha fallito l'obiettivo di conquistare
il cuore dei musulmani. La conclusione del primo è che i governi occidentali
non devono ostacolare il dibattito fra i jihadisti, perché è l'emergere
delle loro contraddizioni a indebolirli. Quella del secondo è che resta solo
il trauma irakeno a motivare l'azione dei terroristi suicidi.
•
B. Haykel,
Terminal Debate [NY Times]
•
F.A. Gerges, Al Qaeda's
Golden Opportunity [AlterNet]
10 ottobre 2005
Fumata nera a Gerusalemme
Il rinvio del vertice Sharon-Abbas previsto
per domani sorprende forse solo gli americani, che sperano che Abbas
li agevoli nel ruolo di mediatori arrendendosi alla realtà dell'occupazione
israeliana. Dopo il ritiro dei coloni da Gaza i segnali provenienti da
Gerusalemme non sono infatti positivi, come sottolineano Gideon Levy, Jeff
Halper e Anne Barnard. Il primo costata che la scomparsa di Arafat non ha
modificato la linea israeliana volta a delegittimare e indebolire l'Autorità
Palestinese. Halper ripropone il quadro di una Cisgiordania divisa in
piccoli cantoni -come li chiama Sharon- senza libertà di movimento per i
palestinesi, e conclude con la considerazione che anche l'unilateralismo del
ritiro da Gaza dimostra la volontà di non trattare con l'AP. La Barnard fa
il punto sul piano che mira a isolare Gerusalemme dalla Cisgiordania e
spiega le ragioni economiche e territoriali che rendono impossibile uno
stato palestinese separato dalla capitale. Infine Yacov Ben Efrat ci riporta
a Gaza per ricordare che se la striscia è stata sgomberata dai coloni, essa
resta formalmente sotto occupazione militare. In questo senso la
responsabilità israeliana non è venuta meno -come vorrebbe Sharon- in
particolare nell'economia: Gazans cannot survive without access to jobs and
export markets in Israel.
•
Official: Sharon-Abbas Meeting Postponed [AP]
•
G. Levy, The beautiful
life without Arafat [Haaretz]
•
J. Halper, Setting Up
Abbas [Counterpunch]
•
A. Barnard, West Bank conflict brews after Gaza [Boston Globe]
•
Y. Ben Efrat,
Hurricane Gaza [EI]
Il collasso dell'impero
Citando Arnold Toynbee, Brzezinski assegna a
Bush il ruolo di ultimo imperatore, quello che causa il suicidio
dell'impero. Le ragioni di questo giudizio sono note all'opposizione e
all'opinione pubblica mondiale: l'errore della guerra, l'estensione del
terrorismo islamico, il mancato rispetto dei trattati, a cominciare da
quello di non proliferazione, la decadenza morale, le spese folli per gli
armamenti. La conclusione è però sorprendente: invece di arringare il suo
partito per spingerlo ad un'opposizione frontale, Brzezinski lo invita alla
bipartisanship, cioè all'inciucio, come si dice più correttamente da noi. Il
declino è davvero bipartisan!
Se Brzezinski parla della fine dell'impero,
Murray Rothbard, economista e teorico dei "libertarians" scomparso dieci
anni fa, parla dei suoi inizi, nel corso della prima guerra mondiale, quando
si ha l'impostazione di quello che poi diventerà l'apparato industrial
militare, per usare le parole di Eisenhower. Una storia di cartelli, di
protezioni, di repressione, di propaganda: insomma una storia di sacrifici
collettivi e di interessi privati, come oggi.
•
Z. Bzrezinski,
American Debacle [CommonDreams]
•
M.N. Rothbard, War
Collectivism in World War I [LewRockwell]
7 ottobre 2005
L'Irak in attesa del referendum
Per trovare la notizia del giorno dall'Irak
bisogna andare su quotidiani africani o sul blog Daily Kos, che riporta
anche il commento di un ufficiale americano. La notizia è questa: gli
americani hanno bombardato 8 ponti sull'Eufrate a ovest di Baghdad.
Commento: con questi atti, noi americani stiamo dicendo che il valore dei
ponti per gli insorti (categoria che comprende sia sia la resistenza, sia il
terrorismo) è superiore alla somma del valore militare che essi hanno per
noi e di quello economico-sociale per la popolazione. "For the first time I
believe we have lost" conclude amareggiato l'ufficiale. Da un ex militare,
il Colonnello Robert Bartos, giungono giudizi altrettanto pessimistici a
proposito dell'addestramento dell'esercito irakeno; lo spunto è offerto dal
rientro in patria del generale Petraeus che ne aveva la responsabilità. La
sua partenza è stata coperta a Washington da un po' di fumo negli occhi,
vale a dire dall'annuncio che tre battaglioni irakeni erano già stati
addestrati; una notizia quasi subito smentita dai comandi militari
che parlano di un solo battaglione pronto. L'opinione di Bartos è che il
fallimento di Petraeus non sia dipeso dalle sue capacità, ma dall'irrealismo
della missione, per i tempi troppo stretti e per i mezzi inadeguati. Ma il
problema principale è che quando tornano a casa, i soldati irakeni si
ritrovano spesso a contatto con l'insurrezione e ciò facilita le diserzioni.
Dell'importanza del fenomeno parla anche Ramtanu Maitra, che estende
l'analisi all'Afghanistan e alle repubbliche centro-asiatiche. Pessimista è
il Washington Post a proposito del referendum sulla costituzione che si
terrà fra una settimana: sia in caso di approvazione, sia in caso di
bocciatura è probabile che le tensioni fra sunniti da una parte e sciiti e
curdi dall'altra aumenteranno. Meglio comunque la bocciatura, sostiene
Andrew Arato. Le ragioni sono diverse: la costituzione è nata male, ossia le
procedure non sono state rispettate e il ruolo degli americani è stato tanto
evidente quanto illegittimo in base alla Convenzione dell'Aja; il governo
centrale è debole e forte è l'incentivo alla secessione; inaccettabile è il
peso della legge islamica. Arato spiega poi perché, non solo dal punto di
vista dei sunniti, ma anche da quello di curdi e sciiti sia preferibile
votare No. Dello stesso avviso è Robert Collier, che raccomanda come via
d'uscita il programma in quattro punti dei sunniti moderati: 1) fuori gli
americani dalle zone urbane e fine dei posti di blocco, 2) rilascio dei
prigionieri e blocco del processo di de-baathificazione, 3) epurazione dei
ranghi della polizia e dell'esercito dalle milizie curde e sciite, 4)
apertura di trattative con la resistenza. A questo dovrebbe seguire il
graduale ritiro delle truppe di occupazione. I moderati sunniti credono
insomma che sia possibile evitare la guerra civile e invitano americani e
terroristi ad andare a combattersi da un'altra parte.
•
Huge change in
Iraq [Daily Kos]
•
R. E. Bartos, An
Unrealistic Mission in Iraq [CommonDreams]
•
R. Maitra,
Western-trained, Western-armed, enemies [AsiaTimes]
•
Iraq Slips Away [Washington Post]
•
Guest Editorial: Arato on Iraqi Constitution [JuanCole]
•
R.
Collier, Don’t Know How to Exit Iraq? Ask the Sunnis [FP]
Nile Gardiner, un intellettuale impegnato,
come si sarebbe detto una volta, immagina quali immani disastri accadrebbero
se gli inglesi si ritirassero dall'Irak anzitempo e
unilateralmente. Spiega inoltre perché Blair non possa lasciare Downing
Street: Gordon Brown remains an enigma on Iraq.
•
N. Gardiner, The
Case Against British Withdrawal from Iraq [Heritage Foundation]
6 ottobre 2005
Segnali, voci e sparate a proposito della
Siria
Mentre il procuratore dell'ONU, il tedesco
Detlev Mehlis, in Siria cerca di capire se gli indizi nei confronti di
Damasco per l'assassinio di Hariri siano più consistenti di quanto non siano
stati quelli nei confronti degli anarchici per Piazza Fontana -l'accostamento
è dettato dall'unilateralità di indirizzo con cui l'indagine è partita e
dallo sfondo di interessi internazionali che incombe sulla scena libanese-
si fa più incerto, a quanto pare, l'orientamento del governo americano.
Strobel e Walcott del gruppo editoriale Knight Ridder riferiscono che sabato
scorso ci sarebbe stata una riunione del Consiglio per la sicurezza
nazionale a Washington per discutere le misure da adottare nei confronti
della Siria; il servizio mette in evidenza l'esistenza di punti di vista
diversi sul metodo, ma soprattutto di riserve sull'opportunità del "regime
change", vista la mancanza di valide soluzioni alternative. Dalla riunione
non sono emerse decisioni. Lunedì il portavoce del Dipartimento di Stato,
McCormack, è sembrato però confermare il cambiamento quando ha detto che gli
Stati Uniti sono interessati a un "change in behavior", quindi non a un
"regime change". L'edizione inglese di Asharq Al-Awsat riporta inoltre la
voce che una delegazione non ufficiale di esponenti repubblicani ed ex
ufficiali delle forza armate avrebbe avuto incontri incoraggianti col
governo siriano per favorire un accordo che aiuti a risolvere il difficile
problema irakeno. Questi segnali di ammorbidimento della posizione americana
hanno subito provocato le reazioni dei duri della destra, come il conduttore
della rete televisiva Fox News che vorrebbe Assad assassinato se non
collabora, e degli araldi dell'esportazione della democrazia. L'Herald
Tribune ha dato spazio a un paio di interventi di questi ultimi: Edward
Walker paragona la situazione del Libano a quella della Cecoslovacchia del
1968, quindi bisogna dedurre che si aspetta che la Siria si appresti a
invadere di nuovo il paese dei cedri, aspettativa davvero controtendenza,
come si dice in borsa. Poi lamenta il deteriorarsi della sicurezza, sempre
in Libano, e qui la responsabilità della Siria è evidentemente quella di
essere assente. Infine sospetta che la contropartita americana per la
collaborazione siriana sia l'assoluzione per il caso Hariri, forse
un'involontaria anticipazione del risultato dell'indagine. Volker Perthes le
spara meno grosse e concede ad Assad qualche chance, sebbene il suo destino
sia segnato. Il problema è che a Damasco non c'è -per fortuna, ndr- uno
Yushchenko, una Tymoshenko o uno Saakashvili. Ma un'affermazione forte
Perthes la fa: Europe has a strong interest that change takes place in
Damascus. Ora, uno si aspetterebbe che l'autore argomentasse la propria
opinione chiarendo anche, se possibile, che la riuscita del cambiamento non
è indipendente dalle modalità con cui avviene. Invece niente. Purtroppo
buona parte degli intellettuali sono sensibili alle mode imposte dal potere
politico o culturale; non è una novità. Oggi il fenomeno si distingue
forse per una maggiore superficialità. Bruce Bartlett ne dà un esempio nella
trasformazione del lavoro dei "think tank", i centri studi. Una volta la
loro produzione era concentrata su ricerche che richiedevano molto tempo e
denaro; poi è arrivata la Heritage Foundation con l'idea che per essere
efficaci occorre essere tempestivi. Quindi meglio una nota scritta in poche
ore di un paper che richiede qualche settimana, se questo arriva troppo
tardi. La pratica si è diffusa e il risultato, secondo noi, è che insieme
all'efficacia aumentano le sparate.
•
W.P. Strobel -
J. Walcott, Bush administration to examine new measures against Syria
[Knight Ridder]
•
US awaits 'change of behaviour' from Syria [AFP]
•
US delegation
Holding Secret Talks with Syria [aawsat]
•
O'Reilly endorsed
assassinating Syrian leader if he "doesn't help us out" [MediaMatters]
•
E.S.
Walker, Endgame in Syria: This time, no deal [IHT]
•
V.
Perthes, Syria: It's all over, but it could be messy [IHT]
•
B. Bartlett,
Think tank evolutions [Washington Times]
5 ottobre 2005
Falsi scandali e veri insuccessi
Un mese fa è stato presentato alle Nazioni
Unite il rapporto della Commissione Volcker sul cosiddetto scandalo
oil-for-food. Dopo una campagna di stampa che Joshua Holland documenta con
dati esaurienti e che ha visto coinvolti i principali organi di informazione
-che meglio sarebbe definire organi di propaganda- ci si sarebbe aspettati
rilievi sufficientemente gravi da costringere Kofi Annan alle dimissioni.
Invece il rapporto si limita a raccomandare una riorganizzazione
amministrativa e la separazione delle responsabilità manageriali da quelle
politiche; soprattutto non offre alcun supporto alla denuncia di una
maxi-rapina da dieci miliardi di dollari operata da Saddam con la complicità
dei funzionari dell'ONU. Come quella delle armi di distruzione di massa
anche questa storia ha la sua fonte originale in Ahmad Chalabi, racconta
Holland, il quale, oltre a dimostrare l'infondatezza dell'accusa, sottolinea
due cose: 1) la vera rapina l'hanno compiuta gli americani facendo sparire
8,8 miliardi di dollari dal Fondo per l'Irak durante l'Amministrazione
provvisoria di Paul Bremer, 2) il programma oil-for-food è stato un successo
che ha ridotto gli effetti letali delle sanzioni. La negazione di questo
successo fa parte del disegno di delegittimazione dell'ONU perseguito da chi
alla legalità internazionale preferisce la legge della giungla.
•
Annan
accused of lapses in oil-for-food program [Xinhua]
•
Independent
Inquiry Committee into the Oil-for-Food
program
•
J. Holland, Kofi and the Scandal
Pimps [Alternet]
Voi vi aspettereste, scrive Ralph Nader, che
con tutti i problemi che si ritrova Bush -dall'Irak a Katrina, agli scandali
che coinvolgono personaggi del suo partito- i democratici fossero in
ripresa. Invece non è così: anche stimati sondaggisti di area democratica,
come Stan Greenberg, danno infatti il partito in discesa e ai minimi da
oltre quattro anni. La ragione per Nader è semplice: i democratici, salvo
rare eccezioni, non fanno opposizione. Sull'Irak per esempio, è più facile
ascoltare critiche o la richiesta di una "exit strategy" da parte di
esponenti repubblicani. I democratici si confermano insomma partito di
regime; l'opposizione ormai è extra parlamentare.
•
R. Nader, Dems:
Seriously Hapless [CommonDreams]
4 ottobre 2005
Il
tentativo di ucrainizzare la Russia
Come
osservano Rahr e Petro, nel guardare alla Russia di Putin l’Occidente
sembra affetto da strabismo: la “business community” ha infatti
applaudito alla modernizzazione dell’economia, mentre gli intellettuali
e gli organi di stampa denunciano una deriva antidemocratica.
L’editoriale del New York Times e i commenti di Fred Hiatt e Anders
Aslund sono un esempio puntuale di questo secondo punto di vista, anche
se, a dire il vero, più che commenti sono pezzi di bassa propaganda. Il
NYT sente evidentemente un imperativo categorico a scrivere contro Putin,
perché l’articolo è senza capo né coda: parte da un’affermazione e da un
sospetto -e in ciò sintetizza la lunga conversazione del Presidente
russo con gli ascoltatori in diretta televisiva-, prosegue con un
accenno rituale ai casi di Ucraina, Georgia e Kirghizistan –come di
consueto agitati a mo' di minaccia- e conclude ricordando che a San
Pietroburgo, l’anno prossimo, per il vertice del G8 arriveranno 7.000
giornalisti... e allora? Hiatt racconta il caso di un avvocato canadese
della difesa di Mikhail Khodorkovsky, il magnate petrolifero
incarcerato, che sarebbe stato espulso dalla Russia senza
giustificazione, per concludere che Putin è uguale Stalin, solo meno
sanguinario. Se si applicasse lo stesso metodo agli Stati Uniti, per
esempio considerando i casi di Josè Padilla incarcerato da tre anni
senza processo per sospetto terrorismo, o di Guantanamo, che giudizio si
dovrebbe trarre sull'Amministrazzione? Aslund è di "quelli che la
rivoluzione in Ucraina" e visti i successi di Yushchenko (Contropagina
del 30/9) ne ritiene inevitabile l'esportazione in Russia. Infatti il
suo dubbio non è se Putin cambierà la costituzione per poter essere
eletto una terza volta, ma se riuscirà a restare al potere fino alle
elezioni. I suoi argomenti contro Putin sono tenuti insieme da una
logica rivoluzionaria e si traducono nelle richieste standard che Rahr e
Petro riassumono così: indipendenza alla Cecenia, liberazione di
Khodorkhovski, indebolimento del potere centrale (Aslund aggiunge la
presenza di osservatori internazionali alle elezioni; ma perché non
proporli anche per gli Stati Uniti?), deregolamentazione dei media. Gli
autori spiegano perché queste richieste siano sbagliate: semplicemente
farebbero ripiombare la Russia nel caos degli anni '90. La scelta cui si
è trovato di fronte Putin non è stata tra democrazia e dittatura, ma tra
indebolimento e rafforzamento delle istituzioni e della legalità. La
creazione di uno spazio legale unificato ha posto le basi per la riforma
fiscale e la lotta alla corruzione; riforme liberali come l'introduzione
di un'aliquota fissa del 13% sul reddito personale hanno contribuito a
ridurre l'evasione fiscale a livelli tra i più bassi nel mondo. Grazie
anche a una congiuntura favorevole, la finanza pubblica è in attivo, la
produzione ha ripreso a salire e il paese è ormai in grado di azzerare
il proprio debito estero. Oltre a ciò, Rahr e Petro mettono in evidenza
l'impegno di Putin nel promuovere la legalità internazionale attraverso
l'adesione a trattati e la ricerca di accordi. Infine, Peter
Clateman ribadisce che il magnate Khodorkovskij è reo di frode ed
evasione fiscale in maniera così evidente che in ogni sistema legale
occidentale sarebbe stato passibile di arresto.
•
Editoriale, Mr. Putin's clouded promise [The New York Times]
•
F. Hiatt, Silent on Putin's slide [Washington Post]
•
A.
Åslund, Putin's decline and America's response [Carnagie Endowment for
International Peace]
•
A. Rahr e N. N.
Petro, Our man in Moskow [The Fletcher School - Tufts University
•
P. Clateman, Legal
observations on the Yukos affair: part V [Center for Defense Information]
Tra Russia e Turchia
Ancora di Russia parliamo, perché oggi è in
corso a Londra il periodico vertice con l'UE. L'argomento più rilevante, a
quanto pare, è l'energia, ma è interessante notare il diverso tono della cronaca
del Financial Times rispetto a quella di Deutsche Welle. Questa non si esime
dall'ironizzare sui successi economici di Putin, ma come può accadere tra
partners in affari; quello sottolinea il contrasto politico che starebbe
maturando, soprattutto a causa dei russi. A questo scopo l'articolo cita anche
Rahr che, visto quanto ha scritto sopra (vedi link), immaginiamo intendesse
manifestare disappunto per una decisione attribuibile in gran parte alle
chiusure europee. Rahr e Petro ironizzano infatti su un'Europa che
nell'architettura della propria sicurezza dà più peso all'Estonia e al
Lussemburgo che alla Russia. Gli autori sottolineano anche che la separazione
dalla Russia equivale per l'Europa a tagliare le proprie radici greco-bizantine.
Questa affermazione ripropone naturalmente la questione dell'allargamento:
perché la Turchia? L'unica risposta possibile è: gli americani. Ieri la loro
volontà si è espressa chiaramente, non solo nelle pressioni dirette; infatti il
voltafaccia della Del Ponte sulla questione croata non ha altra spiegazione e
dimostra ancora una volta che il tribunale speciale per l'ex Yugoslavia è
un'offesa alla legalità internazionale. Purtroppo nella politica di allargamento
si è perso di vista lo spirito del Trattato di Roma; da un'unione per la pace si
è passati a un'espansione che riflette disegni imperiali e che ricorda un
passato non troppo lontano. Un ricordo richiamato da un passaggio dell'articolo
di Barbara Spinelli, quando definisce Austria e Turchia nazioni post imperiali.
Il loro è un piccolo gioco, ma evocativo dei grandi giochi che vedevano i
protagonisti fare e disfare alleanze, fino ai due botti delle guerre mondiali.
Oggi il grande gioco è condotto dagli Stati Uniti, l'allargamento dell'UE sulle
orme della NATO è un loro strumento, il confronto con la Russia e il riproporsi
dei piccoli giochi rimettono in discussione la pacifica costruzione del
dopoguerra.
•
Energy Key as
EU and Russia Meet [DW]
•
S. Wagstyl, Putin glosses over tensions between EU and Russia [FT]
•
A.
Browne, Path to EU opens for Turkey after last-minute deal [Times]
•
Les principaux points de l'accord entre la Turquie et l'UE [Le Monde]
•
B. Spinelli,
La Turchia specchio d’Europa [La Stampa]
3 ottobre 2005
L'adesione della Turchia
Mentre andiamo online non è ancora chiaro
cos'abbia indotto l'Austria a cambiare idea, se cambiamenti significativi
nella dichiarazione comune che formalizza l'apertura del negoziato, o il
crescendo di pressioni. In ogni caso il negoziato parte male e questo non è
che l'ultimo di una serie di fattori che ne rendono improbabile la
conclusione positiva. I commentatori del Christian Science Monitor e dell'Economist provano
a elencarli: la Merkel in Germania è sulla posizione del governo austriaco,
le dichiarazioni di Sarkozy in Francia sono state ancor più negative, la
Commissione europea non ha manifestato un orientamento chiaro, il Parlamento
europeo la settimana scorsa ha espresso riserve, dopo che a dicembre aveva
promosso Ankara, infine i sondaggi sono decisamente sfavorevoli in tutta
Europa e gli eventuali referendum non lasciano dubbi sul loro esito. Il CSM
raccomanda un rafforzamento comunque dei legami economici e militari con la
Turchia sulla falsariga della proposta austriaca, e questo potrebbe essere
l'obiettivo realistico dei colloqui. Al di là dell'opposizione popolare, due
questioni hanno motivato le riserve del Parlamento europeo e l'atteggiamento
dell'Austria: il riconoscimento di Cipro e del genocidio armeno. Della prima
parla Semih Vaner, che ne ricorda rapidamente i termini: nel 2004 l'UE ha
sponsorizzato l'iniziativa dell'ONU volta alla riunificazione dell'isola e
al referendum i turchi hanno risposto sì, i greci no. Invece che quelli,
l'UE ha premiato questi con l'ammissione. Vaner e con lui i turchi
hanno dunque ragione a dire che l'Europa ha sbagliato. A proposito della
questione armena, l'Economist accenna al convegno tenutosi tra molte
difficoltà la settimana scorsa a Istanbul. Si tratta sicuramente di un passo
avanti, ma solo di un primo passo. Per chi, come noi, crede che il
pentimento sia materia di giudizio esclusivo del Padreterno, alla Turchia
l'Europa dovrebbe chiedere due cose: piena libertà di parola e
normalizzazione dei rapporti con l'Armenia. Dovrebbero essere evidentemente
condizioni preliminari all'avvio del negoziato, come preliminare dovrebbe
essere l'approfondimento dell'integrazione politica dell'Unione, senza il
quale l'aggiunta della Turchia, anziché produrre un gigante, come vorrebbe
Erdogan, allarga soltanto un club di nani sotto la tutela di Biancaneve
della Casa Bianca.
•
EU and
Turkey agree terms [Guardian]
•
J.C. Hulsman, A.
Skiba, Turkey is too important to leave completely out of the European Union
[CSM]
•
Better late than never [The Economist]
•
S. Vaner, Turquie:
mauvais prétextes [Libération]
•
Frequently Asked
Questions about the Armenian Genocide [ANI]
30 settembre 2005
Bilancio della Rivoluzione
Arancione
La visita del nuovo primo ministro ucraino a
Mosca a pochi giorni dall'elezione è un segno significativo dei cambiamenti
avvenuti a Kiev: il governo "rivoluzionario" è infatti caduto e al posto della
Tymoshenko è andato Yuri Yekhanurov che è appoggiato da Yanukovych, l'avversario
di Yushchenko alle presidenziali del dicembre scorso. Sfogliando commenti e
dispacci di agenzia è difficile trovare voci positive nel bilancio dei nove mesi
di governo della Tymoshenko. Neppure i più zelanti ideologi dell'esportazione
della democrazia ci riescono: per esempio, Flanagan e Rumer elencano una serie
di progressi fatti dall'Ucraina, ma questi, ammesso che lo siano, si concludono
con le manifestazioni di un anno fa. E Maksymiuk si limita a una convinzione,
più che a una costatazione: la Rivoluzione Arancione farà presto pendere la
bilancia del potere dal lato del parlamento e del primo ministro, invece che da
quello del presidente. Speriamo allora che una rivoluzione arancione avvenga
anche negli Stati Uniti! Più facile è elencare i fallimenti e a questo si dedica
Andrew Osborn: nell'economia, dove il tasso di crescita è sceso dal 12,1 al
2,8%, nella lotta alla corruzione, nella giustizia, dove il caso Gongadze è
rimasto al punto in cui era e dove, aggiungiamo noi, non si sono visti progressi
neppure in merito al presunto avvelenamento di Yushchenko. Ma la notizia cui
Osborn dà più rilievo è che neppure Amnesty International vede miglioramenti. Il
rapporto dell'organizzazione umanitaria sottolinea infatti gli impegni presi in
più occasioni da Yushchenko, per poi concludere: However, Amnesty International
is concerned that, despite promising words, allegations of torture and
ill-treatment in police detention persist. Yekhanurov farà meglio? Alexei
Makarkin non si aspetta grandi cose, ma neppure vede alternative -né ora, né
dopo le elezioni legislative di marzo- a governi di coalizione e al compromesso.
Una prospettiva che non piacerà ai rivoluzionari dell'esportazione della
democrazia, ma che sembrerà preferibile agli ucraini.
•
Ukraine's PM in key
Moscow talks [BBC]
•
J.
Flanagan, Ukraine: Don't go wobbly on the orange [IHT]
•
J. Maksymiuk, Ukraine:
Orange Revolution Drowns Amid Mutual Recriminations [TruthNews]
•
Democracy in
Ukraine: The bitter taste of the orange revolution [Independent]
•
Ukraine Time for
Action:Torture and ill-treatment in police detention [Amnesty]
•
A. Makarkin,
Ukraine: pragmatic interim government [RIAN]
Jim Lobe commenta il sondaggio
sull'esportazione della democrazia prodotto dall'autorevole Chicago Council on
Foreign Relations, da cui emerge che l'idea non tira più, neppure
nell'elettorato repubblicano.
•
J. Lobe, Public skeptical
about Bush's democracy crusade [Antiwar]
•
Program on International Policy Attitudes, Americans on promoting democracy
[Chicago Council on Foreign Relations]
Democrazia blairiana
La conferenza del Partito Laburista è stata più
un'esercitazione sulla sicurezza che un'occasione di discussione politica. Lo
sostengono diversi commentatori e lo dimostra il clamoroso caso del pacifista
ultra-ottantenne Walter Wolfgang che, per aver apertamente criticato il
passaggio sull'Iraq del titolare del Foreign Office, Jack Straw, è stato
letteralmente portato via dagli uomini della sicurezza. Racconta il deputato
laburista Bob Marshall Andrews che Blair e i suoi fedelissimi oramai uguagliano
il dissenso e la pluralità delle opinioni all'indisciplina, che come tale deve
essere sanzionata, meglio prevenuta, perchè mina il consenso elettorale. Un
comportamento che, oltre al mancato riconoscimento degli errori, sta
letteralmente dissanguando il partito, con la perdita di oltre 200mila iscritti
(pari a circa il 50% del totale). E' lo spunto per David Clark per chiedere che
il cambio della guardia alla testa del partito sia il più rapido possibile.
Fatto su cui è tuttavia scettico: per dimostrare che la sua politica è la
migliore, Blair userà gli ultimi tre anni di legislatura per fare terra bruciata
intorno a Gordon Brown e minare ogni sua iniziativa. A partire dal programma di
riforme sociali illustrato qualche giorno fa che, per non risultare in una nuova
operazione di mercato senza vera contropartita sociale, richiederebbe una virata
a sinistra.
•
B. Marshall Andrews, Our PM is nothing but a bully - just ask old Walter [Telegraph]
•
D.
Clark, Blair's selfish vanity risks poisoning Labour's future [Guardian]
29 settembre 2005
Turchia in sospeso fino all'ultimo
Il Parlamento europeo ha finalmente battuto un
colpo e si è dissociato dalla fabbrica del consenso anglo-americana; è
successo ieri, quando a maggioranza ha espresso riserve sull'estensione
dell'accordo di associazione alla Turchia -un passo preliminare all'avvio
del negoziato sull'adesione- stante il rifiuto del governo di Ankara di
riconoscere uno dei paesi membri, cioè Cipro. I casi sono due infatti: o
l'UE ha sbagliato ad ammettere solo la metà greca del paese, e in questo
caso l'entrata della Turchia dovrebbe essere l'occasione per risolvere
definitivamente la questione cipriota, o la decisione è stata giusta, e
allora il riconoscimento di tutti i membri dell'Unione deve essere conditio
sine qua non per avviare negoziati. I pasticci diplomatici proposti dagli
inglesi rivelano solo la vaghezza dell'europeismo blairiano. Con un'altra
risoluzione, il Parlamento ha affermato che le condizioni necessarie per
l'apertura del negoziato sono state soddisfatte solo formalmente e ha
chiesto alla Turchia di riconoscere il genocidio armeno. Si tratta di prese
di posizione forti, di cui i governi dovranno tenere conto. Intanto oggi a
Bruxelles la riunione degli ambasciatori Ue che doveva sbloccare il
negoziato, la cui apertura è fissata per lunedì, si è conclusa con un nulla
di fatto. Resta ormai solo l'Austria a opporsi, ma data la regola
dell'unanimità, è sufficiente. Il Cancelliere austriaco è sensibile ai
sondaggi di opinione, ma motiva la sua posizione anche con la denuncia del
doppio standard applicato a Turchia e Croazia: se si dà fiducia alla prima
per i crimini contro gli armeni, perché non darla alla seconda per quelli
contro i serbi? L'obiezione è logicamente fondata, ma se Schlussel intende
dire che darebbe il proprio assenso all'una in cambio del via libera
all'altra, non fa che aumentare la confusione e l'improvvisazione della
politica di allargamento. E a questo proposito, l'ottimismo di Gianfranco
Fini è prossimo all'azzardo di quei giocatori che per recuperare le perdite
si giocano tutto, e anche di più, raddoppiando la posta.
•
Le Parlement européen signifie son mécontentement à Ankara [Le Monde]
•
Austria pushes EU Turkey wrangling to 11th hour [Reuters]
•
Austria
demands Turkey's sights be lowered in talks on EU participation [IHT]
•
G. Fini, Ankara rispetta i patti [Corriere]
Il Giappone, tra spinte nazionaliste e
integrazione regionale
Nell'intervista rilasciata al Times, Koizumi
dice e non dice. Tra le cose dette, l'orgoglio per come ha battuto la vecchia
guardia del partito, il LDP, e la conferma della privatizzazione delle poste, il
proprio cavallo di battaglia elettorale; tra quelle non dette c'è tutto il
resto, politica estera come politica interna. Lloyd Parry e Thomson sottolineano
ironicamente, ma forse neppure tanto, il riferimento a Obe Nobunaga, un samurai
del Cinquecento dalla cui vita Koizumi ha detto di trarre ispirazione. Paragona
la propria vittoria elettorale a quella del samurai che ha unificato un Giappone
frammentato in vari potentati o ne interpreta le ambizioni nazionalistiche?
All'anima riformatrice di Koizumi crede Margarita Estévez-Abe: il leader
giapponese ha vinto a mani basse perchè è stato il primo a capire appieno e a
sfruttare la riforma elettorale del 1994. Questa favorisce l'accentramento del
potere nelle mani dell'esecutivo a scapito del Parlamento; il paragone che fa la
studiosa è con la Gran Bretagna di Blair. E' interessante notare che per gli
strateghi del Dipartimento di Stato ai tempi di Powell, il Giappone doveva
essere l'equivalente della Gran Bretagna nel Pacifico. La Estévez-Abe è
naturalmente ottimista sulle riforme di Koizumi. Diversa è l'opinione di Yoshi
Funabashi, per il quale non è il programma economico ad aver dato la vittoria a
Koizumi, ma la politica estera, sebbene di questa si sia parlato molto poco. E'
stata insomma l'immagine dell'uomo che ha risollevato l'orgoglio giapponese nei
confronti della Cina e del resto del mondo, a prevalere. Dei possibili effetti
internazionali del risveglio giapponese parla William Pfaff, che ricorda che il
Giappone, quando cambia, lo fa "drammaticamente, in massa, e in maniera
radicale", come dopo il 1945, ma anche durante l'era Meiji, un periodo che è
l'emblema del sentimento nazionalista. A mitigare gli scenari pessimisti
contribuisce l'analisi di Andy Xie, economista di Morgan Stanley, che fa il
punto sull'economia: bene la crescita interna, importante la ripresa delle
importazioni dagli altri paesi asiatici. Proprio per questi due motivi, nei
prossimi anni il Giappone ha buone probabilità di diventare il mercato dei
capitali di riferimento per gli altri paesi asiatici, favorendo un'ulteriore
integrazione economica dell'area.
•
R.
Thomson, Intervista a Junichiro Koizumi, Primo Ministro del Giappone [Times
Online]
•
R.
Lloyd Parry e R. Thomson, How a lowly samurai inspired Koizumi to put rebels at
sword [Times Online]
•
M. Estévez-Abe, Koizumi's new party [International Herald Tribune]
•
Y.
Funabashi, Koizuni landslide: the China factor [Independent Bangladesh]
•
W. Pfaff, Changing Asia [International Herald Tribune]
•
A. Xie, Japanese demand spreads [Morgan Stanley]
28 settembre 2005
Delegificazione europea
Ieri la Commissione ha presentato al
Parlamento Europeo la richiesta di ritirare 68 proposte di direttiva
attualmente in discussione. L'iniziativa rientra nel progetto avviato lo
scorso marzo col nome di "Una migliore regolamentazione per la crescita e il
lavoro nell'Unione Europea"; l'obiettivo è quello di semplificare la
legislazione esistente, nota come "acquis communautaire". Un obiettivo
qualitativo, ma anche quantitativo, perché il programma triennale che verrà
presentato il 17 ottobre prossimo dovrebbe ridurre l'acquis dalle attuali
80.000 pagine a non più di 50.000. L'attenzione dei media si è concentrata
su questo aspetto del progetto, riassumibile nella parola delegificazione,
con toni in generale soddisfatti, ma talvolta venati di euroscetticismo.
Contro la calunnia che l'eccesso di produzione legislativa sia un male
congenito delle istituzioni europee scrive Tommaso Padoa-Schioppa. La
maggior parte delle leggi inutili sono attribuibili alla responsabilità dei
governi nazionali, sia per il rifiuto di "dare poteri discrezionali di
applicazione e controllo a un'autorità comune", sia per "l'abitudine dei
ministri di secondo rango di coalizzarsi per promulgare leggi e regolamenti
che non riescono a far passare nei rispettivi paesi", afferma Padoa-Schioppa,
che aggiunge: l'iniziativa della Commissione è poi la smentita più eloquente
delle calunnie e dei ritornelli sul suo conto. Ma, oltre a rigettare i
luoghi comuni dell'euroscetticismo, l'autore rivolge un ammonimento a
Bruxelles: "si buttino le leggi inutili, ma si tenga l'unità dello spazio
economico", altrimenti c'è il rischio che alla norma europea si
sostituiscano venticinque prontuari nazionali. E tra le direttive che la
Commissione intende ritirare ce n'è almeno una che mette in discussione lo
spazio comune: quella che regola il traffico degli autotreni nel
weekend. Quelle il cui ritiro suscita le reazioni più forti sono però le due
che trattano la materia del lavoro: una che, fra l'altro, limita
l'esposizione dei lavoratori al sole e una che riguarda il lavoro
temporaneo. Su quest'ultima in particolare si è concentrata la soddisfazione
delle organizzazioni imprenditoriali e la protesta dei sindacati. La
semplificazione non ha dunque l'aria di essere neutrale; vista l'ispirazione
blairiana di Barroso, c'è da temere una fregatura.
Passi indietro e passi
avanti nella legislazione sul lavoro
Per i
sindacati americani aderenti alla nuova confederazione Change to Win,
l'uragano Katrina ha avuto anche l'effetto collaterale di dare una nuova
spallata allo stato sociale. Con la scusa di incentivare le imprese ad una
più rapida ricostruzione, Bush ha sospeso il Davis-Bacon Act nelle zone
colpite. Questa legge, varata nel 1931, prevede che ai lavoratori nel
settore delle costruzioni sia riconosciuto un salario almeno pari a quello "prevalente"
nel settore. La misura, ricorda la nota di
Solidarity.com,
non è parte del pacchetto di stimolo per l'uscita dalla Grande Depressione,
ma è il punto di arrivo di una legislazione del lavoro che ha origine alla
fine del 1800 e che mira, prima ancora della protezione del lavoratore, a
garantire l'equa concorrenza nel settore delle costruzioni pubbliche,
caratterizzato da forte immigrazione, sommerso, e gara al ribasso salariale.
Elana Schor sottolinea che adesso si è aperta la strada per chi, come Grover
Norquist del movimento anti-tasse, vuole la completa soppressione della
legge: il prossimo obiettivo potrebbe essere il settore dei servizi federali,
dove pure si fa riferimento al "salario prevalente".
Sul fronte dei progressi
c'è invece da registrare l'approvazione con voto unanime da parte del
consiglio comunale di San Francisco di una nuova legge contro gli abusi nel
settore delle aziende tessili, non per nulla note come "sweatshops", fabbriche
del sudore. La nuova legislazione, che rafforza una tendenza in atto già da
qualche anno, prevede che il settore pubblico della città si rifornisca
esclusivamente da aziende dotate di un bollino "sweat-free". Due sono gli
aspetti più innovativi. Il primo è il riferimento al "living wage", ovvero
ad un salario che, tenendo conto del costo della vita, garantisca il
mantenimento del lavoratore al di sopra della soglia di povertà, un aspetto
che nè il salario minimo, nè quello sindacale, nè quello "prevalente"
assicurano. Il secondo punto riguarda una clausola che favorisce gli
acquisti da aziende dell'area: non solo genera lavoro e giro d'affari per la
comunità locale, osserva un esponente del sindacato, ma rende più facile
controllare che tutto sia in regola. Della peculiarità del settore del
tessile, dominato dalle grandi catene di distribuzione e dalla pressione al
ribasso dei costi che discende dal loro potere di mercato, parla in maniera
appassionata e con ampia casistica il sociologo Robert Ross nel libro
"Slaves to fashion". L'autore mette in evidenza la progressiva erosione
della legislazione sociale in materia di protezione del lavoro, e di quanta
parte in questo abbia giocato l'indebolimento della struttura ispettiva
federale sia attraverso la riduzione del personale sia soprattutto
attraverso la sua privatizzazione. Un fenomeno che Ross riassume così:
firing dogs, hiring foxes.
•
UBC, LIUNA e IUOE, Lettera ai Presidenti di Camera e Senato [Laborers'
International Union of North America]
•
The Davis-Bacon Act of 1931
[Solidarity.com]
•
E. Schor, Labor fights to preserve Davis-Bacon [The Hill]
•
M. Trombetta, Anti-sweatshop law to take effect in 90 days in San Francisco
[Inside Bay Area]
•
R. J. S. Ross, Slave to fashion: poverty and abuse in the new sweatshops
[The University of Michigan Press]
27 settembre 2005
Stati sociali a confronto
All'ECOFIN di Manchester (9/9/2005),
l'economista Andrè Sapir ha presentato uno studio sui modelli di stato sociale,
in cui analizza la casistica europea e fa alcune proposte. Partendo dalla
considerazione che "una delle ragioni dell'assenza di dinamismo economico in
Europa è che la velocità e l'intensità delle riforme istituzionali sono state
insufficienti a paragone della velocità e dell'intensità della globalizzazione e
del cambimento tecnologico", Sapir invita l'Europa e i singoli paesi a
coordinarsi di più ed accelerare le riforme. Verso dove? Allo stato attuale, il
quadro europeo è composito: ci sono quattro modelli - Nordico, Anglo-Sassone,
Continentale e Mediterraneo - che Sapir confronta in termini di efficenza nella
protezione sociale e impegno pubblico nel fornirla; tra questi il modello N è al
primo posto, quello M - adottato anche dall'Italia - all'ultimo. La ragione è
che una politica sociale efficace promuove la partecipazione al mercato del
lavoro, riducendo di conseguenza disoccupazione e povertà.
Come scrivono Dixon e Reed, la Gran Bretagna di
Blair guarda con sempre più insistenza al modello N, ma lo ha opportunamente
ribattezzato Anglo-Social sia per accaparrarsi un copyright, sia per la modestia
che caratterizza il New Labour, ironizza David Clark nella sua impietosa analisi
del modello inglese. Continua Clark: i buoni risultati raggiunti in campo
sociale sono frutto o di modelli mutuati da altri paesi europei o derivanti
dagli obblighi della legislazione europea. Poi l'affondo: la crescita economica
che ha permesso in questi anni di abbattere disoccupazione e povertà è avvenuta
al costo di schiacciare l'economia sul modello americano del "compra ora, paga
domani", terziarizzandola e smantellandone il tessuto manifatturiero e la
capacità di esportazione. Quando arriverà il momento di pagare i debiti, il
rischio, anzi la previsione, è che il paese faticherà a stare dietro al resto
d'Europa. Ai risultati ottenuti da Blair in questi anni è dedicato l'articolo di
Andrew Haldenby, che punta il dito sugli eccessi di spesa pubblica a cui, a
differenza del caso svedese, non sono seguite le riforme strutturali nella
sanità e nell'educazione. Eccessi che si sono tradotti in una disavanzo fiscale
oltre il 3% del PIL per il secondo anno consecutivo e in un richiamo della
Commissione europea, dopo che nel 2000 la Gran Bretagna aveva registato un
avanzo fiscale del 4% del PIL, a cui sono seguiti anni di crescita economica
intorno al 5% nominale.
•
A. Sapir, Executive summary - Globalisation and the reform of European social
models [Bruegel]
•
A. Sapir, Globalisation and the reform of European social models [Bruegel]
•
M. Dixon e
H. Reed, Tony Bair's opportunity: an Anglo-Social Eruopean model [openDemocracy]
•
D.
Clark, Britain's claim to economic superiority is built on sand [Guardian]
•
A. Haldenby, Will he give us value for money as PM? [The Daily Telegraph]
•
Xinhua,
European Commission warns Britain over government deficit [People's Daily
Online] Il modello svedese, le sue
origini e le sue trasformazioni sono il tema del libro di Mauricio Rojas, "Sweden
after the Swedish Model". L'autore, esule cileno e parlamentare svedese, prende
in esame il passaggio dalla fase egualitarista - prevalsa tra gli anni Trenta e
gli anni Novanta - a quella attuale, caratterizzata dall'introduzione della
competizione nella fornitura di servizi sociali e da una certa dose di
differenziazione dei redditi. Rojas, che, trattandosi di uno studioso di stampo
liberale, vedrebbe con favore un'ulteriore fase di privatizzazione del modello
sociale volta a favorire una riduzione degli oneri pubblici che lo finanziano,
riconosce il dilemma alla base di ciò: No one wants people to live in absolute
poverty in Sweden, but it is clear that the general level of welfare will
decline unless there are more incentives to work and disincetives to 'living off
other people's work'. Un dilemma che nel caso dell'Italia è ancora più urgente
da affrontare e risolvere.
•
M. Rojas, Sweden
after the Swedish model [Timbro]
Novità e vecchie abitudini in Israele
Con il voto di ieri al comitato centrale del
Likud, Sharon ha evitato le elezioni anticipate e ha di fronte così un altro
anno di governo. Il servizio del Guardian riassume il senso della
contrapposizione con le parole dello stesso Sharon: It is impossible to have
a Jewish, democratic state and at the same time to control all of the
ancient land of Eretz Israel. Quindi chi, come Netanyahu, persegue ancora
l'ideale della Grande Israele, sbaglia. Parole che confermano la svolta di
Sharon -il tradimento secondo gli estremisti- anche se resta la volontà di
mantenere il controllo dei maggiori insediamenti di coloni in Cisgiordania.
Uri Dromi spiega con le ragioni della demografia l'impossibilità del sogno
di Netanyahu; le stesse ragioni impongono tuttavia, aggiunge Dromi, dopo
quello da Gaza, anche il ritiro dalla Cisgiordania. Un obiettivo,
quest'ultimo, sul quale non vi è ancora il consenso della maggioranza degli
israeliani, ma, afferma Uri Avnery, l'opinione pubblica è in movimento e ciò
che sembrava impossibile ieri, oggi è realtà. Fino all'Accordo di Oslo la
posizione israeliana era che non si potesse neppure parlare di popolo
palestinese, mentre oggi l'idea di una spartizione del paese è comunemente
accettata. Dopo la fine del sogno della Grande Israele e il ritiro da Gaza,
conclude Avnery, occorre ora convincere l'opinione pubblica che il negoziato
è possibile e necessario. E negoziare con i palestinesi vuol dire parlare
anche con Hamas, ricordano H. Greenway e Gideon Levy. Il primo condanna
senza mezzi termini la dichiarazione di Sharon, secondo la quale se Hamas si
presenterà alle elezioni di gennaio, Israele ne impedirà lo svolgimento.
Levy prende lo spunto dal cambio alla testa dei servizi di sicurezza per
mettere in evidenza gli scarsi risultati della strategia degli assassini
mirati ai vertici e ai militanti di Hamas, oltre al fatto che dopo
aver tentato di indebolire in ogni modo l'Autorità Palestinese non si può
attribuirle "a lack of motivation and legitimacy". Purtroppo gli assassini
mirati sono cronaca di questi giorni e il Palestinian Centre for Human
Rights accusa esplicitamente le forze israeliane di continuare di fatto
l'occupazione di Gaza. Che la situazione per i palestinesi continui a
peggiorare lo sottolinea la Reuters parlando della pulizia etnica in atto a
Gerusalemme Est. Adesso però anche i coloni avvertono un senso di
insicurezza e di disagio e, come racconta Ilene Prusher, la maggiore
incertezza delle prospettive ha spinto alcuni a riunirsi in associazione per
promuovere il ritiro volontario in cambio di compensazioni. Chi pagherà?
•
Sharon narrowly survives attempt to oust him as Likud leader [Guardian]
•
U. Dromi, West Bank: still ticking [IHT]
•
A new consensus —Uri Avnery [Daily Times]
•
H. D. S. Greenway, Hands off the Palestinian elections [Boston Globe]
•
G. Levy, The Dichters and Diskins [Haaretz]
•
More Israeli raids
as Palestinians bury dead [EI]
•
Israel pushing Palestinians out of Jerusalem -UN [Reuters]
•
I. R. Prusher, After Gaza, some other settlers ready to move [CS Monitor]
26 settembre 2005
Prospettive tedesche e allargamento alla
Turchia
In attesa delle elezioni a Dresda, domenica
prossima, che completeranno il nuovo parlamento tedesco, sono cominciati gli
incontri tra i partiti. Per il momento i segnali sono pochi e probabilmente
fuorvianti. Herbert Brucker esamina le cinque soluzioni possibili e ciò
che sottolinea è che i programmi delle varie coalizioni sarebbero alla fine
non così diversi e tutti col respiro corto. La cosiddetta grande coalizione
avrebbe un vantaggio sulle altre: godrebbe della maggioranza anche al
Bundesrat e sarebbe in grado di varare la riforma fiscale. L'obiettivo di
Schroeder potrebbe però essere quello di nuove elezioni. Una prospettiva non
condivisa da Barbara Spinelli, per la quale l'elettorato ha espresso una
maggioranza, quella di centro-sinistra, con oltre il 51% dei voti. il
suggerimento implicito della Spinelli è: se Schroeder non intende rispettare
la volontà degli elettori lasci il posto a qualcun altro. Come osserva l'Independent,
a Schroeder piacerebbe avere la botte piena dei voti della sinistra e la
moglie/partner ubriaca per poter andare dalla Merkel e vantare il proprio
diritto al cancellierato. La Spinelli insiste anche sulla superficialità dei
richiami alla Thatcher, che servono solo a mascherare un vuoto di idee e di
programmi, tanto a destra che a sinistra. Schroeder, aggiungiamo noi, cerca
di saltare oltre il vuoto dandosi un'immagine decisionista à la Berlusconi o
à la Blair, ma per fortuna non ha né i soldi dell'uno, né il sistema
elettorale che consente all'altro di governare con la sua stessa percentuale
di voti. Dei disastri dei capi carismatici i tedeschi faranno volentieri a
meno.
•
H.
Bruecker, Giochi di potere in Germania [La Voce]
•
B. Spinelli,
Cercasi politico flessibile [La Stampa]
•
T. Paterson,
Quit first then we'll talk, Merkel tells Schröder [Independent]
L'avvio del negoziato con la Turchia, lunedì
prossimo, è probabile sebbene vi sia ancora qualche resistenza fra i membri
UE. La questione del riconoscimento di Cipro è l'ultimo appiglio dei
contrari. Tra questi c'è Pierre Lellouche, deputato francese, che dubita che
l'Europa sia in grado di gestire un allargamento altrettanto e forse
più importante di quello appena operato. Anche Lellouche insiste
sull'assurdità di ammettere nell'unione un paese che si rifiuta di
riconoscere uno dei membri (come dargli torto?); poi aggiunge che la Turchia
deve fare preventivamente i conti con la propria storia, in particolare con
l'eccidio degli armeni nella prima guerra mondiale. Perché alla Croazia si
dice di no fintanto che non consegna Gotovina al tribunale speciale dell'ONU
e alla Turchia si abbona un crimine così grande? (Forse perché ce lo dicono
gli americani? chiediamo noi). All'eccidio degli armeni è legata la
questione della giustizia, come mette in evidenza Vincent Boland: due
sentenze recenti, una relativa a un convegno accademico, l'altra riguardante
uno scrittore, danno lo spunto all'autore per esprimere un giudizio molto
negativo sui tribunali turchi, nonostante le riforme. Lo scrittore è stato
accusato di tradimento per aver criticato il negazionismo a proposito delle
sofferenze armene, il convegno sullo stesso argomento è stato vietato, ma si
è tenuto ugualmente in forma non autorizzata. Il fatto che un dibattito alla
fine ci sia stato induce Scott Peterson a guardare al futuro con più
ottimismo. Ottimismo americano?
•
P. Lellouche, Le
rendez-vous manqué turc [Libération]
•
V. Boland,
Turkish justice doubts weigh on EU talks [FT]
•
S. Peterson, In
Turkey, a first-ever debate about Armenian mass killings [CS Monitor]
Pentiti e infiltrati
La prima visita si è conclusa e sugli
interrogatori dei vertici siriani dell'intelligence non trapela nulla di
ufficiale. Per i reporter del Guardian, tuttavia, l'indagine delle Nazioni Unite
sull'assassinio di Hariri (Contropagina 19/9/2005) avrebbe fatto un passo
avanti, grazie a quello che noi chiameremmo un pentito. Il comportamento degli
altri paesi arabi sembra dare Assad per spacciato, visto che dietro le parole di
supporto dell'Egitto viene in realtà smentita un'eventuale iniziativa
egizio-saudita di mediazione con gli Stati Uniti. Questi ultimi chiedono alla
Siria riforme politiche e controllo del confine con l'Iraq. La prima richiesta è
del tutto arbitraria, sulla seconda il Center for Strategic and International
Studies conferma che è vero che questo confine è la via preferita dagli
infiltrati stranieri, ma questi ultimi sarebbero una netta minoranza: circa
3mila (il 10% dell'intera guerriglia irachena), di cui la metà sauditi (quindi
non necessariamente transitati per la Siria). E su questa componente della
guerriglia la conclusione del CSIS è perentoria: l'85% di essi era sconosciuto
alle autorità saudite, non sono quindi dei professionisti, e la loro
radicalizzazione è frutto dell'occupazione dell'Iraq. Nafeez Ahmed va oltre: il
terrorista Al Zarqawi è un'invenzione della propaganda delle forze di
occupazione, che ha l'obiettivo di fomentare divisioni per governare a proprio
piacimento. Un'ipotesi a supporto della quale Ahmed dà la propria lettura
dell'incidente di Bassora (Contropagina 23/9/2005): gli agenti segreti
britannici stavano preparando un attentato. Una versione venata di dietrologie e
che forse non convince pienamente, come d'altronde quella ufficiale, riportata
dal Science Daily. La morale di entrambe le vicende è che dove sono implicati i
servizi segreti, i confini con il terrorismo non sono sempre definiti, e
l'interpretazione dei fatti può essere condotta su binari politicamente utili o
deviati.
•
E.
MacAskill, R. McCarthy e B. Whitaker, Middle East tension rises as UN prepares
to accuse Syria of Hariri assassination [Guardian]
•
Reuters, Egypt against isolating Syria [Aljazeera]
•
CSIS, Saudi militants in
Iraq - Web flash [Center for Strategic and International Studies]
•
N. Obaid e A.
Cordesman, Saudi militants in Iraq: assessment and kingdom's response
[Center for Strategic and International Studies]
•
N. Mosaddeq
Ahmed, Caught red-handed: British undercover operatives in Iraq
•
UPI, Soldiers wage secret war at Iraq border [Science Daily]
L'editoriale del New York Times la dice tutta
sul successo dell'iniziativa europea sul nucleare iraniano: la mozione
votata sabato a Vienna è inconcludente. Se a questo si aggiunge il fatto che
gli Stati Uniti hanno fatto all'Iran il favore di eliminare Saddam e di
consegnare agli sciiti il potere politico e la ricchezza petrolifera dell'Irak,
e se si considera che il risultato delle pressioni sull'Iran è stato
finora quello di emarginare i riformisti, si ha un'idea della lungimiranza
della politica americana.
•
Empowering Iran
[NYT]
•
International consensus against Iran fails [Teheran Times]
23 settembre 2005
La mediazione cinese
L'accordo a sei sulla Corea del Nord con la regia cinese non
poteva non suscitare la reazione della destra neocon americana. Se ne fa
portavoce Charles Krauthammer che scrive: se l'accordo andrà a buon fine, la
Cina avrà dimostrato che la strada per concludere qualcosa in Asia passa per
Pechino. Poi, alzando il tono, aggiunge: l'ambizione della Cina è di scalzare
l'America come maggior potenza del Pacifico. La conclusione è implicita: se non
vogliamo perdere il primato dobbiamo contenere Pechino, impedendone il successo.
E' Robert Zoellick, l'internazionalista del Dipartimento di Stato, a rispondere
indirettamente a Krauthammer. Il Financial Times riassume le sue dichiarazioni
così: 1) Stati Uniti e Cina sono troppo legati l'uno all'altra perché si possa
disporre di questa a piacimento; 2) la crescita economica per la Cina è un
imperativo interno, non una sfida agli Stati Uniti; 3) il disavanzo commerciale
con la Cina di 162 miliardi di dollari non è che una parte di un deficit delle
partite correnti vicino ai 700 miliardi, quindi il problema è in America; 4) gli
Stati Uniti devono lavorare per la Cina democratica di domani, ma cooperare con
quella di oggi. Conclusione di Zoellick: We do not urge the cause of freedom to
weaken China. Intanto Pechino non perde tempo e, vista la posizione di stallo
del negoziato sul nucleare tra Stati Uniti e Europa da un lato e Iran
dall'altro, si propone come mediatore. Il linguaggio del Quotidiano del Popolo è
molto diplomatico, ma alla fine l'offerta dell'ambasciatore cinese è abbastanza
esplicita. Il ruolo di mediatore doveva essere svolto dall'Europa, ma l'Europa
non c'è; al suo posto ci sono paesi che pensano di contare ancora qualcosa -per
questo pretendono anche il seggio all'ONU- e che al dunque si appiattiscono
sulle posizioni americane. I ministri europei hanno riproposto le loro ragioni
in un articolo per il Wall Street Journal; queste ragioni sono state
contraddette in più occasioni dall'esperto nucleare Gordon Prather, del quale
proponiamo un intervento. In sostanza, l'Iran non ha violato il Trattato di Non
Proliferazione; se l'avesse fatto, El Baradei, direttore dell'IAEA, avrebbe
preso lui l'iniziativa, senza aspettare le sollecitazioni euro-americane. Si
tratta dunque di un processo alle intenzioni; gli Stati Uniti vogliono la
sicurezza assoluta che non si stia lavorando per l'arma, l'Iran è disposto a
negoziare ulteriori condizioni rispetto a quelle previste dal Trattato e dai
Protocolli aggiuntivi, gli europei si propongono come mediatori, ma non hanno
margini sufficienti né garanzie da offrire. Morale: il negoziato si sposterà in
Asia, dove anche Russia e India intendono giocare un ruolo attivo.
•
C. Krauthammer, China's Moment [Washington Post]
•
Editoriale, Double message on China's rising power [Financial Times]
•
Chinese ambassador expounds China's position on Iran nuke issue [People's
Daily]
•
G. Jahn, EU offers to delay push to bring Iran before U.N. Security Council if
resolution can be brokered [Jacksonville.com]
•
P. Douste-Blazy, J. Fischer, J. Solana, J. Straw, Iran's nuclear policy requires
a collective response [The Wall Street Journal - RegimeChangeIran]
• G.
Prather, Unratified additional protocol [WorldNetDaily]
• T. Deen, Iran's Nuclear
Dispute Sparks East-West Rivalry [Inter Press Service]
Ritirarsi o restare?
La situazione in Iraq migliorebbe o peggiorerebbe se gli
americani annunciassero il ritiro immediato e totale delle truppe? Favorevoli al
ritiro sono Tarik Alì e Michael Schwartz, che vedono nell'occupazione americana
il catalizzatore della guerra civile. Secondo Alì la costituzione approvata
qualche settimana è la prova della strategia americana di dividere per
governare: favorendo la secessione delle regioni curde e sciite, scatena la
reazione degli arabi sunniti. Michael Schwartz ritiene che le forze di
occupazione si siano alienata la fiducia della popolazione e che il vuoto
politico conseguente contribuisca ad accentuare il terrorismo e le divisioni fra
gli irakeni. Una posizione non condivisa da Juan Cole, per il quale la guerra
civile è già in corso e solo le forze di occupazione possono contenerla. Quindi
meglio un ritiro in più stadi, che può accelerare man mano che il rischio di
guerra civile recede. Sulla questione intervengono anche Zeev Shiff, che dà voce
alle preoccupazioni israeliane, e il Ministro degli esteri dell'Arabia Saudita.
Il primo vede nel ritiro il rischio che la situazione precipiti in tutto il
Medio Oriente, con l'intervento dei paesi confinanti nella probabile guerra
civile irachena. Il secondo chiede essenzialmente agli americani di tutelare
maggiormente gli interessi sunniti. Gli iraniani non dicono niente; il vento
soffia a loro favore.
•
T. Alì,
The logic of colonial rule [Guardian]
•
M. Schwartz, Why immediate withdrawal makes sense [Mother Jones]
•
J. Cole, Schwartz: Us out now [Informed Comment]
• Z. Schiff, The costs
of a hasty US withdrawal [Haaretz]
• Reuters, US policy handing
over Iraq to Iran: Riyadh [Dawn.com]
Juan Cole fa una ricostruzione attendibile dei disordini di
Bassora, dove le truppe inglesi hanno attaccato una prigione per liberare due
commilitoni, mettendo in luce il caos che cova sotto l'apparente tranquillità
delle regioni sciite e gli arbitri dell'occupazione.
•
J. Cole, British storm Basra jail with tanks [Informed Comment]
22 settembre 2005
L'Afghanistan in attesa dei risultati
elettorali
L'editoriale del New York Times si chiede
perché a differenza dell'Irak, che precipita nella guerra
civile, l'Afghanistan dia segni di progresso, da ultimo con
le elezioni parlamentari appena svolte. Le ragioni, secondo
il giornale, sono tre: l'Afghanistan ha una storia più lunga
come nazione, la ricostruzione avviene sotto l'egida delle
Nazioni Unite, il Presidente Karzai è un vero leader. Di
queste ragioni, la più solida è senza dubbio la seconda;
andrebbe poi aggiunto, o meglio anteposto, il fatto che
l'attacco aereo americano mirò a favorire l'avanzata
dell'Alleanza del Nord, un movimento di opposizione, ed ebbe
motivazioni meno pretestuose dell'invasione dell'Irak, dove,
anziché le coltivazioni di papavero indiano, ci sono i pozzi
petroliferi. L'editoriale giustifica il giudizio su Karzai
col fatto che questi non ha esitato a criticare gli Stati
Uniti quando necessario. Una delle dichiarazioni più forti
in questo senso è stata fatta nei giorni scorsi e la
commenta M K Bhadrakumar su Asia Times. In sostanza Karzai
ha chiesto una riduzione dell'attività militare, in
particolare di quella aerea, perché non c'è più una seria
minaccia terrorista in Afghanistan. L'audacia di questa
affermazione è stata sottolineata dalla contemporanea
dichiarazione del comandante americano che ha lapidariamente
detto: We can expect more fighting in the weeks ahead. Per
Bhadrakumar le parole di Karzai sono rivolte all'elettorato
pashtun e evidenziano il timore che la relativamente bassa
affluenza alle urne -53% il dato nazionale, ma soltanto il
36% a Kabul, la città più sicura dal punto di vista
dell'ordine pubblico- anticipi un risultato negativo per il
governo. E' dunque probabile, conclude l'autore, che il
nuovo parlamento, più che discutere dello sviluppo del
paese, darà sfogo alle critiche a Karzai indebolendone
l'azione di governo. Chi ha raccolto immediatamente l'invito
di Karzai è Zapatero, che ha annunciato il ritiro delle
forze spagnole. La Germania, come era prevedibile, ha invece
confermato l'impegno per un altro anno. Visto che il
contingente internazionale di pace (ISAF) non partecipa alle
azioni contro la guerriglia talebana, né, a quanto pare, si
occupa dei trafficanti di droga, ci si chiede se la sua
presenza sia giustificata. Mitchell Prothero riferisce come
leggono l'acronimo i negozianti di Kabul: International
Shopping in Afghanistan for Foreigners. Prothero parla
estesamente della guerriglia e dei traffici di droga: della
prima dice che è in crescita ed è supportata dal Pakistan.
La ragione per cui il paese, alleato degli Stati Uniti, lo
farebbe (come ieri appoggiava il regime talebano) è che un
Afghanistan stabile e democratico tende naturalmente verso
l'India, quindi rappresenta un pericolo. Del traffico di
droga l'autore fa parlare il dilomatico italiano Antonio
Maria Costa, per il quale la possibilità che l'Afghanistan
divenga un "narco-state" è più preoccupante di un ritorno
dei talebani. Il fatto che ora i cosiddetti signori della
guerra, che controllano il traffico, siederanno con tutta
probabilità in parlamento aumenta il rischio. Ma per fortuna
tra gli eletti ci sarà anche qualche comunista che parlerà
non in nome di una tribù, di una setta religiosa o di una
regione, ma per proporre idee e programmi, nel ricordo dei
bei tempi che furono.
•
Editoriale, The Afghan Difference [New York Times]
•
M. K. Bhadrakumar , Karzai grabs a tiger by the tail
[Asia Times]
•
Afghanistan: al voto il 53% [ANSA]
•
Spain announces troops withdrawal from Afghanistan [Xinhua]
•
Germany extends troops mission in Afghanistan [Xinhua]
•
M. Prothero, Afghanistan: Mission Not Yet Accomplished [Salon-Truthout]
•
G. Smith, Afghans may vote in Communists they drove out
[Globe and Mail]
Connivenze, supposte o documentate
Il procuratore capo del Tribunale
Internazionale per la Yugoslavia (TPI) Carla del Ponte non
ha mezzi termini: il Vaticano, che sa, non collabora alla
cattura di Gotovina, il principale ricercato croato per
crimini di guerra. Secondo la Del Ponte, infatti, il
generale si nasconderebbe in un convento francescano in
Croazia, ma di fronte alle ripetute richieste della Santa
Sede di fornire indizi più precisi, il procuratore non sa
cosa dire, così la Santa Sede ha fatto sapere di non essere
in grado di aiutarla. Per Nebojisa Malic, l'atteggiamento
del procuratore è come un tic: nel caso della Serbia aveva
detto che era la Chiesa Ortodossa a coprire i criminali di
guerra, e anche in questo caso il TPI non è mai stato in
grado di fornire ulteriori conferme alle proprie
supposizioni. E l'atteggiamento ricattatorio della Del Ponte
nei confronti della Croazia -senza Gotovina nessun
negoziatocon l'UE- non si discosta in fondo da quello di
Paddy Ashdown, vicerè di Bosnia, che di fronte alla
bocciatura da parte del parlamento serbo di Bosnia della
riforma pre-confezionata della polizia dice: "gli abbiamo
dato le chiavi dell'Europa, e loro le hanno gettate via".
Predrag Matvejevic, pur non condividendo le supposizioni
della Del Ponte, ne comprende l'origine: nei paesi balcanici
le Chiese hanno tradizionalmente sposato le cause
nazionaliste. Nel caso della Croazia, poi, ci sono dei
precedenti da non dimenticare, come la rocambolesca fuga di
Ante Pavelic in Paraguay grazie ai buoni uffici del Vaticano
e la figura dell'arcivescovo di Zagabria Aloizije Stepinac,
un integralista, sostenitore del regime ustasha durante la
Seconda Guerra Mondiale.
•
N.
Malic, Theater of the absurd [Antiwar]
•
D. Rennie, Vatican accused of shielding 'war criminal' [Daily
Telegraph]
•
J. Navarro-Valls,Dichiarazione alla stampa del 21/9/05
[Santa Sede]
•
AFP, Gotovina: le Vatican confirme son manque de coopération
(procureur) [Le Monde]
•
P. Matvejevic, Le Haye et le Vatican [Le Courrie des
Balkans]
•
The Pavelic Papers: Aloizije Stepinac, con 10 documenti
[The Pavelic Papers]
Il lungo reportage di Christopher
Deliso riguarda il Kosovo. Il protagonista è la Revival of
Islamic Heritage Society, che è sulle liste nere del Tesoro
americano e dell'ONU da oltre due anni perchè ne è
documentato il coinvolgimento nel finanziamento e nel
reclutamento di terroristi. I suoi impiegati girano però
apertamente con permessi concessi dalla forza di pace
targata ONU. Un coraggioso funzionario dell'OSCE, ora ex,
cerca di mettere in allarme sia i militari sia la FBI ma gli
viene ripetutamente chiesto di farsi da parte e tacere.
Deliso sottolinea come l'intera zona dei Balcani del Sud
(Bosnia, Kossovo, Macedonia e Albania) sia diventato un
immenso buco nero, dove l'assenza di istituzioni e
l'inettitudine delle forze di pace contribuiscono a
nascondere le connivenze.
•
C.
Deliso, Has the UN let a blacklisted islamic charity roam
free in Kosovo? [Antiwar]
21 settembre 2005
Elezioni tedesche e leadership europea
Le elezioni tedesche vengono associate al
referendum francese da diversi commentatori: gli europeisti vi vedono la
perdita di un altro motore dell'unificazione politica del continente, i
liberisti anglosassoni un'altra prova dell'incapacità europea "to reform".
Tra i primi, Carlo Bastasin unisce i due temi e dichiara apertamente il
proprio disappunto per il mancato successo della Merkel; per i secondi,
l'editoriale del Washington Post non nasconde la delusione per la
mancata sconfitta di Schroeder, ma gli riconosce il merito di essere
dalla parte giusta sulla questione del nucleare iraniano. Anche Jonathan
Steele condivide l'associazione dei due eventi elettorali, ma da un
punto di vista di sinistra; per lui il fatto significativo è il successo
del nuovo raggruppamento di Lafontaine e Gysi, che conferma la crescita
della protesta contro il neoliberalismo. Ciò che unisce questi tre
commentatori è il giudizio negativo su Schroeder: non è europeista, è un
demagogo, è un "Blairite". Forse quest'ultima definizione è la più
centrata, in quanto comprende la prima e almeno in parte la seconda.
Mostrando simpatia per Blair e per Sarkozy, la Merkel non si è così
distinta chiaramente da Schroeder e ciò contribuisce a spiegare il
risultato di parità: in sostanza le è mancato il coraggio, che è
intelligenza, di dichiararsi apertamente europeista. Barroso è un altro
esempio di non-leader europeo; il suo articolo di oggi sembra infatti
l'intervento di un professore universitario che vuol dimostrare di
essere più bravo degli altri a spiegare i vantaggi della globalizzazione.
Può un leader europeo tacere sulla questione iraniana e non chiarire
perché l'Europa abbia deciso di seguire gli americani su una via
costellata di disastri?
•
C. Bastasin, Dopo il no francese, il nulla di fatto tedesco blocca l’Europa
[La Stampa]
•
A Mess in Germany [Washington Post]
•
J.
Steele, Above all, this was a vote against neoliberalism [Guardian]
•
J.M. Barroso, Europe must open up to the globalized world [IHT]
Un conservatore inglese europeista spiega
perché Blair passerà alla storia come un "brave defender of the Bush
agenda". Ci permettiamo di aggiungere "and of the Clinton agenda".
•
C. Patten,
History will judge Blair as a defender of Bush's agenda above Britain's
[Guardian]
La Cina potenza
L'OCSE, a cui la Cina partecipa in qualità di osservatore, ha
appena pubblicato un rapporto sull'economia cinese. I notevoli progressi degli
ultimi anni, scrive il rapporto, sono il frutto delle riforme che hanno
consentito agli investitori privati e ai prezzi di mercato di giocare un ruolo
sempre più importante nella produzione e nel commercio. A questo si è aggiunto
un grande sforzo da parte del governo centrale nel semplificare, uniformare e
rendere più trasparente il contesto legale e della regolamentazione. Gli
economisti dell'OCSE indicano poi la strada su cui proseguire: rafforzare
ulteriormente il settore privato, portare a termine le riforme nel settore
finanziario, utilizzare il buono stato di salute del bilancio pubblico per
rendere più equo il sistema fiscale e migliorare la qualità della spesa
pubblica. La previsione? Entro il 2010 la Cina diverrà il primo esportatore al
mondo, superando Stati Uniti e Germania. Uno scenario che, dicono a loro volta
gli economisti del Levy Institute, fa perno sull'industria e che vede nel
contempo "l'accumulazione di un immenso stock di attività finanziarie liquide,
che, considerate come una fonte di sicurezza e potere, sono utilizzate per
accaparrare petrolio e altre risorse naturali in giro per il mondo". Nelle
parole di questi economisti, il modello è reminiscente del "mercantilismo" di
Colbert, con le obbligazioni governative americane nel ruolo dell'oro. Agli
Stati Uniti, ai cui crescenti sbilanci è in realtà dedicato lo studio, rimangono
poche vie di uscita: un ridimensionamento della crescita o un forte aumento
delle esportazioni. Il primo caso è da eslcudere perché, diciamo noi,
equivarrebbe ad un volontario ridimensionamento del ruolo imperiale
dell'America. Sul secondo, sono gli stessi economisti ad essere scettici, e la
ragione è: con una base manifatturiera oramai erosa a favore dei paesi asiatici,
cosa può esportare oggi l'America? Un'opinione che avrebbe probabilmente
condiviso anche l'economista Firedrich List (Contropagina del 7/9/2005) che
nella prima metà dell'Ottocento ammirava l'America per la sua politica di
proteggere la crescita dell'industria manifatturiera e farne nel tempo un
fattore di potenza del paese.
•
OECD:
China to become largest exporter in five years [People's Daily Online]
•
OCSE, Policy Brief -
Economic survey of China 2005 [OCSE]
•
W. Godley, D.
Papadimitriou, C. Dos Santos e G. Zezza, The US & her creditors: can the
symbiosis last? [The Levy Economics Institute of Bard College]
20 settembre 2005
Mediatori a confronto
E' un colpo tipo la Libia, dice un analista
citato dal Christian Science Monitor: il riferimento è all'accordo siglato
ieri a Pechino con la Corea del Nord. Il paragone sembra però improprio,
perché la Libia rinunciò al programma nucleare senza contropartite
apparenti, forse per effetto della politica muscolare di Bush; la decisione
della Corea del Nord di accettare un compromesso che la vincola a rinunciare
alle armi nucleari e a rientrare nel Trattato di Non Proliferazione (NPT) è
invece un successo diplomatico della Cina, come mette in evidenza il
servizio del Washington Post. L'editoriale del New York Times preferisce
parlare di successo del NPT, ma conclude dicendo che dopo quattro anni di
disprezzo per i trattati internazionali il governo Bush ha finalmente dovuto
riconoscere il valore della pacifica diplomazia. Sulla stessa linea è Fred
Kaplan, che si concentra sui danni prodotti dal ritardo con cui è avvenuta
la svolta diplomatica americana.
•
North Korea's
agreement to scrap its nukes [CSM]
•
N. Korea, U.S. Gave Ground to Make Deal [Washington Post]
•
Diplomacy at
Work [NY Times]
•
F. Kaplan, No Nukes Is Good Nukes [Slate]
Diversa è la storia del nucleare iraniano. In
queste ore a Vienna il Board dell'Agenzia atomica (IAEA) è chiamato a
decidere se deferire Teheran al Consiglio di Sicurezza dell'ONU per
violazione del NPT. L'iniziativa è di tre paesi europei, Francia, Germania e
Gran Bretagna, ma per estensione tutte le agenzie parlano di iniziativa UE;
francamente in tempi di accountability sarebbe auspicabile che decisioni di
politica estera così importanti venissero discusse al parlamento europeo e
magari anche in quelli nazionali. Il dispaccio Reuters accenna alla
possibilità che il voto venga rinviato, perché la maggioranza è incerta e si
spera di coinvolgere la Russia, e al fatto che il deferimento non
preluderebbe a sanzioni. Ma se l'Iran è davvero colpevole perché non è lo
stesso El Baradei, direttore generale dell'IAEA, a prendere l'iniziativa e
perché non vengono previste le sanzioni, ammesso che lo strumento sia
proponibile dopo la disastrosa esperienza irakena? E proprio al precedente
irakeno fa riferimento l'esperto nucleare Gordon Prather: questa volta
Francia e Germania sono però dalla parte sbagliata e insieme alla Gran
Bretagna trascinano l'Europa in un vicolo cieco. Questa è la differenza dal
caso coreano: là c'è un mediatore autorevole, la Cina, qua c'è un gruppo di
paesi che cercano di moderare la Superpotenza ma non osando tenerle testa
finiscono per esserne semplici emissari. Insomma, un cattivo servizio.
•
EU ratchets up pressure
on Iran, Russia opposes [WirePost]
•
G. Prather, Weapons of mass murder [WorldNetDaily]
Katrina e i mercati finanziari
L'impatto economico e finanziario di Katrina
rischia di essere assai elevato. Le ultime stime parlano di un costo intorno ai
200 miliardi di dollari, ma non è da escludere una revisione verso l'alto.
Racconta infatti Geoffrey Lean che secondo un alto funzionario dell'EPA,
l'agenzia federale per l'ambiente, il governo minimizza la realtà:
l'inquinamento provocato dalla fuoriuscita di materiale chimico dai depositi
della zona circostante New Orleans - non per nulla nota come Cancer Alley (il
Viale del Cancro) - è immenso e secondo le vere stime la città tornerà abitabile
non prima di 10 anni. Chi pagherà? Rumpen e Fidis spiegano perché le industrie
chimiche e petrolifere non lo faranno: il fondo finanziato da queste industrie e
destinato alla bonifica delle zone inquinate è in bancarotta ma soprattutto la
legge che lo ha istituito prevede che le medesime industrie siano esentate dal
pagare i danni se questi sono conseguenza di disastri naturali. Che ci possa
essere un assalto alla diligenza del bilancio pubblico è oramai più di una
semplice ipotesi, come mostrano sia la nota della Heritage Foundation, sia i
tentativi di alcuni congressmen conservatori di legare le erogazioni a
contestuali tagli in altri capitoli di spesa. E' molto probabile che i loro
suggerimenti rimangano inascoltati: secondo Weisman e VandeHei, la ragione è che
Bush farà di tutto per riguadagnare i consensi persi. Robert Novak aggiunge che
l'avvicinarsi delle elezioni del 2006 spingerà i senatori ad essere di manica
larga. Come reagiranno i mercati finanziari a questo scenario? E' verosimile che
i movimenti di questi giorni ne siano un'indicazione: il prezzo dell'oro,
tradizionale strumento di copertura dall'inflazione, si è alzato e i rendimenti
a lungo termine delle obbligazioni governative sono saliti. Una combinazione non
giustificata, nota Peter Schiff, dai dati sull'economia reale (produzione
industriale, ordini all'industria, disoccupazione) che nel
frattempo peggioravano, ma dalle aspettative di aumento dell'inflazione. Uno
scenario che trova conferma nell'analisi di Richard Berner, economista di Morgan
Stanley, che segnala come, dalle rilevazioni dell'Università del Michigan, le
aspettative di inflazione a lungo termine siano salite improvvisamente e
significativamente.
•
G. Lean,
Cover-up: toxic waters 'will make New Orleans unsafe for a decade' [The
Independent UK / Truthout]
•
J. Rumpler e A. Fidis,
Toxic gumbo [TomPaine.com]
•
B. M.
Riedl, Deeper into the red [The Heritage Foundation]
•
J. Weisman e J. VandeHei, Bush to request more aid funding [Washington Post]
•
R. Novak,
Senator's attempt to hold line on spending rebuffed [Chicago Sun-Times]
•
R. Berner, United States: new challanges for the Fed [Morgan Stanley]
•
P. Schiff, Gold or the government, which do you believe? [PrudentBear.com]
L'articolo di Ryan Parry racconta la fine
ingloriosa degli aiuti alimentari inglesi.
•
R. Parry, Up in flames [Mirror]
19 settembre 2005
Responsibility to protect
Dopo i lamenti per le occasioni perdute, è ora la volta di qualche apprezzamento. Parliamo dei risultati del recente Vertice delle Nazioni Unite e l'apprezzamento viene in particolare da Ian Williams, per il quale il capitolo del documento finale sulla responsabilità di proteggere le popolazioni da genocidi, crimini di guerra, pulizie etniche e crimini contro l'umanità, rappresenta il più significativo cambiamento nel diritto internazionale dopo la nascita dell'ONU. Williams vede nella dichiarazione l'affermazione della dottrina dell'intervento umanitario, quindi la negazione del principio della sovranità assoluta degli stati. Lee Feinstein condivide l'importanza e la novità di questa negazione e aggiunge che la formulazione del testo apre la questione se l'invio di forze richieda una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Da non esperti ci chiediamo: chi, se non il Consiglio di Sicurezza, dovrebbe legittimare l'azione di forza? La Casa Bianca? Più scettico è James Steinberg, il quale inquadra il capitolo sulla "responsibility to protect" in una più generale e interessante valutazione del documento uscito dal Vertice. In sostanza, dice Steinberg, all'origine del documento c'era l'idea di uno scambio: i paesi sviluppati, leggi gli Stati Uniti, ottenevano più libertà di azione in materia di lotta al terrorismo, prevenzione della proliferazione nucleare e difesa dei diritti umani e in cambio i paesi in via di sviluppo ricevevano più aiuti contro la povertà. Ma lo scambio è fallito per la vista corta degli uni e degli altri, così anche l'affermazione di un principio importante come la "responsibility to protect" si perde in un brodo di "old think" ONU. Chi spara invece a zero contro questo pateracchio è Robert Skidelsky sul Times, per il quale, fintanto che gli Stati Uniti sono i soli a godere del potere di azione unilaterale, è comprensibile che ci sia poco entusiasmo ad abbandonare la vecchia dottrina della sovranità. E indipendentemente dal tornaconto americano, è un grave errore legare i motivi umanitari e la democrazia alla sicurezza, come Bush e Blair fanno di continuo: alla fine a prevalere sono la logica militare e gli interessi che essa copre.
•
I. Williams, A Triumph for Decency at the U.N.
[Alternet]
•
Intervista a Lee Feinstein
[Council of Foreign Relations]
•
J. B. Steinberg, UN Summit: More than a missed opportunity--a fumbled ball
[TPM Cafe]
•
R. Skidelsky, A fatal flaw at the heart of Bush and Blair's democratic crusade
[The Times]
Siria sotto pressione
E' un alto funzionario del Dipartimento di Stato a dirlo: l'obiettivo dell'incontro odierno sul Libano in sede ONU è quello di aumentare l'isolamento della Siria. Grazie anche all'appoggio francese, da alcuni mesi si moltiplicano le pressioni sul paese arabo. Come ricorda Ferry Biedermann, l'ambasciatore americano in Iraq ha appena rinnovato le accuse al paese di tollerare le infiltrazioni che alimentano guerriglia irachena. Ci sono poi gli sviluppi dell'inchiesta sull'assassinio dell'ex-Primo Ministro libanese Rafik Hariri, condotta per l'ONU dal giudice tedesco Detlev Mehlis, con la soprendente richiesta di interrogare alti esponenti del governo siriano, forse lo stesso presidente Bashar Assad. Un fatto, quest'ultimo, che, in quanto a rispetto della sovranità nazionale, si lega alla decisione arbitraria della Rice di negare al presidente siriano, unico tra i capi di stato, il visto per partecipare al Vertice delle Nazioni Unite. La morale della vicenda potrebbe rissumersi così: visto che la Siria è l'anello debole dello scacchiere medio-orientale - non avendo nulla da offrire all'America al tavolo delle trattative - o Assad accetta le condizioni americane o sarà "cambio di regime". Le condizioni, pari ad una richiesta di asservimento, le riporta un quotidiano libanese, passandole come oggetto di un fantomatico negoziato Siria-Francia: schieramento di 50.000 uomini sul confine siro-iracheno, riconoscimento dello Stato di Israele, cessione permanente delle alture del Golan a quest'ultimo. A questo spiegamento di pressioni e di arroganza risponde, con equilibrio, Bashar Assad nell'intervista a Der Spiegel. Dopo aver affermato che sono il progresso e la crescita gli obiettivi del suo governo, il presidente siriano pone l'accento sulla peculiarità della società siriana, caratterizzata da un delicato equilibrio tra una molteplicità di etnie e religioni. Un equilibrio che richiede un ulteriore consolidamento - e quindi tempo e niente ingerenze esterne - per progredire verso riforme di natura politica. Un'opinione condivisa da Joshua Landis, che sottolinea come la tolleranza religiosa della Siria ne abbia fatto uno dei paesi più sicuri della regione e che spiega come sia la stessa opposizione liberale al regime a dire di non essere ancora pronta a prendere le redini del governo. Due aspetti degni di nota.
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AFP, US to convene multilateral meeting on Lebanon
[Yahoo!]
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F. Biedermann, A new Iraq in the making
[Inter Press Service]
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T. Sfeir, Kuwaiti paper claims Syria ready to cut deal with France over Hariri investigation
[The Daily Star]
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"Poverty is a greater concern for most than a democratic constitution" - Intervista a Bashar Assad
[Der Spiegel]
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J. Landis, Don't push Syria away
[SyriaComment.com]
16 settembre 2005
Prospettive irakene
Con una procedura arbitraria e ben oltre i tempi supplementari sembra essersi conclusa l'elaborazione della costituzione irakena. Il testo finale deve ora essere approvato dal parlamento per poi venir stampato in 5 milioni di copie a cura dell'ONU (che cosa non farebbe l'ONU?); essendo il 15 ottobre, data del referendum, ormai prossimo, è prevedibile che ben pochi avranno la possibilità di leggere e farsi un'idea diretta della carta. Si potrebbe però aggiungere che se anche l'avessero, non necessariamente sarebbero in grado di sottrarsi all'influenza delle fazioni, come l'esperienza europea dei mesi scorsi ha dimostrato. Le pressioni americane e i tentativi di mediazione non sono comunque riusciti a conquistare il consenso degli ambienti moderati sunniti. Roger Myerson spiega la fondatezza di una delle obiezioni dei sunniti, quella al federalismo. Due sono i punti che Myerson mette in evidenza: un governo centrale debole e l'incentivo a formare delle regioni unendo più provincie. Quando l'aggregazione è sufficientemente ampia si crea la massa critica per la secessione. Non a caso da noi la Lega insiste sulla cosiddetta Padania. E la secessione è un obiettivo esplicito dei curdi, non escluso dagli sciiti e osteggiato dai sunniti. Quattro giorni dopo il referendum, forse con un paese ancora senza costituzione, è stato fissato l'inizio del processo a Saddam; un processo limitato a fatti del 1982, gli unici sui quali esistano, a quanto pare, prove sufficienti. Il tribunale speciale chiamato a giudicare è tutt'altro che un esempio di legittimità e di indipendenza: è stato istituito dagli americani, non ha ancora il riconoscimento ufficiale del parlamento, il personale viene selezionato da un maestro di imbrogli come Ahmad Chalabi. E sulla legittimità del tribunale si concentrerà inizialmente il fuoco della difesa, riferisce la Reuters: dovrebbe avere buon gioco. Intanto in America i sondaggi dicono che la maggioranza chiede una "exit strategy" e a Washington l'unica iniziativa in proposito, come mette in evidenza Robert Dreyfuss, è quella della democratica Lynn Woolsey, che ha organizzato delle audizioni sull'argomento. L'iniziativa della Woolsey non riflette però la linea del partito, i cui capi, dalla Clinton a Biden, preferiscono aspettare la vittoria. Ciò che stupisce Dreyfuss è che dei "think tank", i centri studi, nessuno, neppure quelli di ispirazione liberal o realista, abbia prodotto lavori in proposito. L'autore si limita così a riportare delle opinioni, anche di ambiente repubblicano: il filo conduttore è il riconoscimento che l'incertezza sulle intenzioni americane, ossia il sospetto che l'occupazione sia permanente, alimenta la resistenza e il terrorismo, quindi allontana la pacificazione.
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AP, U.N. to Help Iraqis Print Constitution
[NY Times]
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R.B. Myerson, Federalism and the Iraqi Constitution
[Informed Comment]
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L. Baker, As Saddam's day in Iraq court nears, hiccups emerge
[Reuters]
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R. Dreyfuss, Iraq: No Exit?
[TomPaine.com]
Le elezioni in Afghanistan
Domenica, in Afghanistan si vota per il rinnovo del parlamento e dei consigli provinciali. L'editoriale del Washington Post si fa interprete delle voci degli entusiasti del "nation building": per questi, il solo fatto che le elezioni si tengano è la prova del successo del loro modello. Più distaccata - e realistica - è l'analisi di Jean-Pierre Perrin: dei 6mila candidati in corsa, una bella fetta è rappresentata da signorotti locali, talebani, criminali arricchitisi, chi con il commercio della droga chi con quello delle armi, che vedono nell'immunità parlamentare, più che nell'avanzamento della democrazia, il vero obiettivo delle elezioni. D'altronde, come rileva Hamish Nixon, è grazie ai dazi affluiti dalle regioni di confine governate dai signori della guerra che le casse dello stato si sono rimpinguate, consentendo a Karzai di avviare un processo di ricostruzione. E' probabile che un andamento senza eccessivi problemi delle elezioni possa essere l'occasione per gli Stati Uniti di ridurre le proprie truppe, come suggerisce lo stesso generale John Abizaid, capo delle forze americane nella regione. Le ragioni non mancano: la penuria di truppe da utilizzare a fronte di eventi come Katrina, l'aumento dei morti americani sul campo, e, non ultima, la crescente inefficacia delle operazioni mirate contro l'insurrezione talebana, come lamenta l'esercito pakistano nell'articolo di Matthew Pennington. Una riduzione di uomini che, secondo le intenzioni di Rumsfeld, non dovrebbe comportare un ridimensionamento degli scopi della missione: sarebbero infatti le truppe NATO, presenti in Afghanistan con una missione di peacekeeping, a doversi accollare le operazioni di combattimento. La prospettiva ha fatto scattare la pronta opposizione dei Ministri della Difesa di molti paesi europei, Gran Bretagna compresa. Se questa unità di intenti rimarrà anche quando si dovranno prendere le decisioni, non è dato sapere; intanto, rappresenta una novità.
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Editoriale, Afghanistan votes
[Wahington Post]
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J.-P. Perrin, 12 milions d'Afghans en apprentissage électoral
[Libération]
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H. Nixon, Afghanistan's election world
[Open Democracy]
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B. Graham, US considering troop reduction in Afghanistan
[Wahington Post]
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M. Pennington, US blamed for not ending Afghan attack
[AP / Yahoo]
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L. Zecchini, Plusiers pays européens s'opposent aux Etats-Unis sur la mission de l'OTN en Afghanistan
[Le Monde]
15 settembre 2005
ONU: il vero insuccesso
Il documento che l'Assemblea Generale dell'ONU approverà domani non soddisfa la maggior parte degli osservatori: doveva essere il Vertice della Grande Riforma, come racconta il servizio del Los Angeles Times, invece la montagna avrebbe partorito il proverbiale topolino. La delusione nasce innanzitutto dal rinvio della riforma del Consiglio di Sicurezza, ma si è accresciuta in seguito all'intervento dell'ambasciatore americano Bolton, che poco più di un mese fa ha rimesso in discussione un testo che sembrava ormai definitivo. I cambiamenti apportati giustificano questa delusione? A una lettura non da esperti e neppure da simpatizzanti per il focoso diplomatico americano, il nuovo testo -versione 13 settembre, forse ancora suscettibile di ritocchi- saremmo tentati di definirlo sorprendente. Ci aspettavamo tagli drastici, invece il numero di articoli è addirittura aumentato, con beneficio per la precisione. Purtroppo fra i tagli ce n'è uno gravissimo ed è quello che riguarda l'intero capitolo che nella versione del 5 agosto si intitolava "Disarmament and Non-proliferation". Dal testo è sparita anche una definizione di terrorismo che comprendeva il bombardamento di popolazioni civili allo scopo di costringere i governi alla resa (Hiroshima in primis). La gravità di questi tagli è tanto maggiore se si crede che l'ONU, prima che un'agenzia per lo sviluppo, o un tutore dell'ordine mondiale, sia il fondamento della legalità internazionale. Dopo l'omissione del capitolo sulla non proliferazione, il fallimento della conferenza di maggio e la pubblicazione dei documenti del Pentagono sull'impiego preventivo delle armi nucleari, è chiara la volontà americana di non rispettare il Trattato di Non Proliferazione. Hans Kristensen in un'acuta analisi della nuova dottrina sul ruolo delle armi nucleari mette in evidenza che questi indirizzi strategici vanno anche contro una sentenza dell'Alta Corte di Giustizia, che ha dichiarato illegittima perfino la semplice minaccia dell'uso della bomba. Kristensen spiega inoltre perché la nuova dottrina non abbia una solida giustificazione e renda più insicuro il mondo e la stessa America, accrescento il rischio di confronti nucleari. Avranno mai le Nazioni Unite il coraggio di dichiarare gli Stati Uniti fuori legge? Chissà! Intanto accontentiamoci con Le Monde che l'ONU esista , che esista una tribuna dove tutti possono fare sentire la propria voce.
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M. Farley, U.N. Reform Bid Exposes Its Woes
[LA Times]
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Draft outcome document - 13 September 2005
[Global Policy]
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At-a-glance: UN World Summit
[BBC]
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H. M. Kristensen, The Role of U.S. Nuclear Weapons: New Doctrine Falls Short of Bush Pledge
[Arms Control Association]
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Chère ONU
[Le Monde]
La fiera delle armi
Come il Dipartimento di Stato, anche il Foreign Office usa stilare una lista dei cattivi in materia di rispetto dei diritti umani, ma ciò non ha impedito che alcuni di questi paesi fossero invitati a Londra alla Defence Systems and Equipment International, una delle più importanti fiere di equipaggiamento militare: sponsor e co-organizzatore della fiera è il Ministero della Difesa britannico! Terry Kirby nota che tra i prodotti in mostra ci sono le famigerate "bombe a grappolo", che possono finalmente avvalersi dell'etichetta "testati in battaglia". Tra i paesi bocciati dalla diplomazia ma promossi dal mercato ci sono, ad esempio, l'Indonesia - il cui esercito, come racconta Bob Terrall, è sistematicamente accusato di violazione dei diritti umani - e la Cina - sottoposta all'embargo europeo per la vendita di armi. La ragione principale di questa apertura si trova nel dettagliatissimo rapporto del Congressional Research Service: negli ultimi tre anni, l'Asia è diventato il primo mercato di esportazione delle armi convenzionali per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo, superando di slancio il Medio Oriente. Il fatto, sottolinea Jim Lobe, è che mentre il maggior fornitore di armi del Medio Oriente resta l'America, l'espansione del mercato asiatico ha trovato il suo principale fornitore nella Russia e nella sua abile politica di finanziamento. Della spregiudicatezza che regna nel campo testimoniano sia l'indagine del Guardian sulle mazzette pagate a Pinochet dalla principale industria britannica della difesa, la BAE Systems, sia l'editoriale dell'autorevole rivista medico-umanitaria The Lancet, che accusa il proprio editore, la Reed Elsevier, di pubblicare la maggior parte delle riviste del settore medico con una mano e di finanziare la fiera delle armi londinese con l'altra, con la scusa che "la vendita di equipaggiamento militare è legale, promossa dal governo, e strettamente regolata". Insomma, business is business.
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T. Kirby, Arms fair criticised for using Iraq war to market weapons
[The Independent]
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B. Terrall, Brothers in arms
[In These Times]
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R. Grimmet, CRS Report: Conventional arms transfers to developing nations, 1997-2004
[Congressional Research Service]
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J. Lobe, Asia the world's top arms importer
[Asia times]
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D. Leigh e R. Evans, Revealed: BAE's secret £1m to Pinochet
[Guardian]
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Editoriale, Reed Elsevier and the arms trade
[The Lancet - Registrazione gratuita]
14 settembre 2005
L'Algeria tra pacificazione e giustizia
Il 29 settembre verrà sottoposta a referendum in Algeria la "Carta per la pace e la riconciliazione nazionale", in sostanza un'amnistia, con la quale il governo intende chiudere il capitolo della guerra civile. Questa, dopo l'amnistia del 1999, si è ridotta di intensità, ma non è risolta, come dimostra il dispaccio della Reuters. Il rapporto di Human Rights Watch e l'articolo di José Garcon sono molto critici dell'iniziativa: il provvedimento estende di fatto l'impunità degli ufficiali dell'esercito e delle forze di sicurezza che si sono resi colpevoli di gravi crimini, esclude dall'amnistia gli autori di massacri, stupri e atti dinamitardi -ma la genericità dell'enunciazione favorirà un'applicazione arbitraria- soprattutto intende mettere una pietra sul passato escludendo quindi che venga fatta luce sulle atrocità commesse e resa giustizia alle vittime. A questo fine viene chiesta una commissione di inchiesta, meglio se internazionale. Delle responsabilità dei servizi di sicurezza algerini parla Naima Bouteldja a proposito degli attentati di Parigi del 1995 attribuiti al tempo agli estremisti islamici. La Bouteldja sottolinea che il comportamento delle autorità francesi nell'occasione non è da prendere, come qualcuno vorrebbe, a modello nella lotta al terrorismo. Gamal Nkrumah su Al Ahram propone invece il punto di vista, per così dire, realista, che è anche quello dei grandi clienti dell'Algeria: Bouteflika merita fiducia, il paese ha bisogno di tranquillità per progredire. Secondo Nkrumah il referendum avrà successo. Conclusione? Sicuramente l'Algeria ha bisogno della pacificazione più che delle commissioni internazionali; per processare Pinochet non è mai troppo tardi.
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Al Qaeda allies kill four Algerian soldiers -reports
[Reuters]
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Algeria: Impunity Should Not be Price of Reconciliation
[Human Rights Watch]
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J. Garcon, Bouteflika veut enterrer la «sale guerre» dans les urnes
[Liberation]
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N. Bouteldja, Who really bombed Paris?
[The Guardian]
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G. Nkrumah, Beyond violence
[Al-Ahram]
Il confronto si avvicina
Quale sia il testo finale dell'accordo sulla riforma della Nazioni Unite lo si vedrà solo nelle prossime ore, ma che da questa siano stati tolti i riferimenti al disarmo e alla proliferazione nucleare sembra certo. Questa è sì un'occasione mancata, ma che si muove nel solco del mancato accordo alla Conferenza sul Trattato di Non Proliferazione Nucleare della primavera scorsa (Contropagina 26/5/05). Come allora, gli Stati Uniti da un lato chiudono gli occhi sui programmi nucleari militari di Israele, India, Pakistan, e dall'altro lato concentrano i propri attacchi sull'Iran insistendo che il vero scopo del programma nucleare di questo paese è militare e non civile. E' in questo contesto che il 19 Settembre si riunirà il board dell'IAEA, ed è in quella sede che gli Stati Uniti, con l'appoggio di un'Europa in ordine sparso, spingeranno per il deferimento dell'Iran al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Un passo che ricorda il copione seguito per l'Irak, per i centri di propaganda coinvolti (PNAC, IISS) e le tecniche adottate (le presentazioni a base di slide), come raccontano Afrasiabi di Asia Times e Linzer del Washington Post: certo, questa volta le reazioni del pubblico sono decisamente più scettiche, forse per l'assenza di Powell. Nel frattempo l'Iran non sta a guardare e si prepara al confronto: ribadisce il proprio diritto al programma nucleare civile, fa le pulci all'Agenzia per l'Energia Atomica (IAEA) e muove la propria diplomazia a tutto campo allo scopo di assicurarsi un fronte amico in seno al board dell'IAEA.
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D. Linzer, US deploys slide show to press case against Iran
[Washington Post]
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K. l. Afrasiabi, Building a case, any case, against Iran
[Asia Times]
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Gary Schmitt, Memorandum to opinion leaders: A new estimate on Iarn's nukes
[Project for the New American Century]
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Editoriale, Uranium on his cranium
[Asia Times]
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AFP, Iran insists on nuclear
[Iran News Daily]
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Xinhua, Iran's shift to east in nuclear diplomacy draws controversy at home
[People's Daily]
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M. Zygar e D. Sidorov, Kremlin ready to defend Iran
[Mosnews.com]
13 settembre 2005
Giudici vecchi e nuovi
Al Senato americano sono iniziate ieri le audizioni del giudice Roberts, designato da Bush a presiedere la Corte Suprema. I democratici stanno affilando i coltelli, ma la nomina sembra fuori discussione. Roberts non è un Bolton qualsiasi mandato allo sbaraglio e il suo abile discorso di presentazione lo dimostra. Non è questo il luogo per approfondire il curriculum professionale di Roberts, le sue convinzioni, i possibili indirizzi della sua presidenza; l'unico elemento critico che mettiamo in evidenza è un episodio oggetto del commento di Gillers, Luban e Lubet. Gli autori raccontano che nei giorni in cui maturava la sua designazione, il giudice ha emesso una sentenza favorevole al governo nel processo che doveva decidere della legittimità dei tribunali speciali militari e dell'applicazione della Convenzione di Ginevra nel trattamento dei detenuti di Guantanamo. A parte il merito discutibile della sentenza, gli autori si chiedono se "his impartiality might reasonably be questioned", quindi se non dovesse astenersi. Sulla base di questo precedente, Bob Egelko suggerisce indirettamente il nome del prossimo candidato alla Corte Suprema: Michael Luttig. Questi ha infatti appena emesso una sentenza che riconosce il diritto dell'amministrazione di detenere a tempo indeterminato, senza processo, cittadini americani sospettati di terrorismo.
Del giudice William Rehnquist scomparso da pochi giorni, che ha presieduto la Corte Suprema per quasi vent'anni, sono apparsi numerosi profili, alcuni dei quali fortemente critici. Abbiamo scelto il commento di William Watkins perché propone la questione del federalismo. L'autore attribuisce a Rehnquist il merito di aver impresso alla legislazione americana una svolta federalista che la riavvicina al progetto dei costituenti. Dai casi che egli cita, il federalismo appare però come una forza disgregatrice non molto diversa da quella interpretata in Italia dalla Lega. Rompere l'unità della legislazione sul lavoro mentre finiva il ciclo di crescita della grande industria e aumentava la concorrenza nel mercato del lavoro per effetto della globalizzazione e dell'immigrazione avrebbe certamente contribuito all'aumento delle disuguaglianze e all'indebolimento del tessuto sociale. Anche la proibizione di girare armati in prossimità delle scuole riflette uno standard minimo di civiltà.
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Roberts's Opening Statement Before Senate Panel
[NY Times]
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S. Gillers, D. Luban e S. Lubet, Roberts' bad decision
[LA Times]
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B. Egelko, Court rules against terror suspect U.S. can continue to detain citizen without charging him with a crime
[SFGate]
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W. J. Watkins Jr., William Rehnquist’s Federalist Legacy
[The Independent Institute]
I funerali di Rehnquist sono stati una manifestazione di ecumenismo un tempo inimmaginabile. La cerimonia si è infatti svolta nella cattedrale cattolica di Washington: il particolare è che Rehnquist era luterano, come il ministro che ha officiato il rito.
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M. MCGough, A more tolerant 'one true church'
[LA Times]
Tutto sotto controllo
Due sono i canali di intervento tradizionalmente preferiti dall'America a difesa dei propri interessi strategici: i movimenti di opposizione e le basi militari. Il primo canale ha l'obiettivo di scalzare governi poco compiacenti, un modello del quale non sempre è possibile dimostrare l'impiego. Ci riesce Phillip Agee, che analizza l'unico caso recente di fallimento, il Venezuela di Chavez. Nel suo reportage, Agee descrive con ampi dettagli come funziona il meccanismo sulla base di inconfutabili prove documentali: i contratti stipulati dalla Development Alternative Inc, un'agenzia mascherata da impresa e che fa capo al Dipartimento di Stato. Il secondo canale ha l'obiettivo di presidiare le vie strategiche di rifornimento di materie prime, energia in particolare. Tipicamente le basi nascono come semplici punti di appoggio ad operazioni circoscritte nel tempo e negli obiettivi e solo successivamente si trasformano in strutture dotate di tutte le attrezzature più sofisticate e di obiettivi a più ampio raggio (vedi Contropagina del 18/2/05); parte integrante degli accordi con il paese "ospite" è poi la completa immunità delle truppe americane da qualsivoglia crimine commesso nel territorio, anche contro la popolazione civile. Un copione che sembra essere seguito anche nel caso di Boqueròn (Paraguay) e di cui parla Progreso Weekly. L'ipotesi del giornale è che la vera ragione dietro la fornitura di mezzi, assistenza e uomini sia relativa alla posizione strategica della zona appaltata ai militari americani: essa si trova infatti al confine con le due regioni della Bolivia maggiormente ricche di gas e petrolio, e che paventano la secessione all'indomani delle elezioni presidenziali boliviane del 4 Dicembre. Lo scrittore argentino Victor Ductor aggiunge un'ulteriore motivazione: nella regione si trova uno dei bacini più ricchi di acqua al mondo, il Guarani Aquifer. E nel Caucaso, all'approssimarsi delle elezioni presidenziali in Azerbaijan, la discussione se trasformare in una nuova base militare la fantomatica Caspian Guard - che ha recentemente ricevuto dal Pentagono un finanziamento di ben 130 milioni di dollari per intercettare trafficanti di droga e armi - sembra solo questione di tempo: prima o dopo le elezioni?
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P. Agee, How United States intervention against Venezuela works - Parte 1
Parte 2
Parte 3
[Venezuelanalysis.com]
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USAID grants in Venezuela
[Venezuelafoia.info]
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Paraguay, the Pentagon's new beachhead
[Progreso Weekly]
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H. Scandizzo, "The US plan to militarize the region is their strategic need" - Intervista a Victor Ducrot
[Latinamerica Press]
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A. Mir Ismail, A base or not a base for Azerbaijan?
[Eurasianet.org]
12 settembre 2005
Multiculturalismo cieco
Il governo dell'Ontario ha finalmente preso la decisione di respingere la raccomandazione di riconoscere valore legale alle sentenze dei tribunali islamici in materia di diritto di famiglia. La raccomandazione proveniva da una commissione presieduta dalla signora Marion Boyd, ex procuratore generale, per la quale multiculturalismo significa evidentemente negazione del principio che la legge è uguale per tutti. A quanto pare si è trattato di una decisione sofferta, sollecitata da manifestazioni in tutto il mondo con significativa presenza di donne musulmane. Il servizio del Globe and Mail spiega i motivi del travaglio: dal 1991 esiste in Ontario una legge, l'Arbitration Act, che consente a cristiani e ebrei di regolare al proprio interno questioni relative al diritto di famiglia. Per coerenza il governo ha dovuto annunciare che anche l'Arbitration Act verrà abolito, suscitando le prevedibili reazioni degli ambienti cristiani ed ebrei più integralisti, alleati in questa occasione ai fondamentalisti islamici.
Al tema della modernizzazione dell'Islam è dedicato l'articolo dello scrittore Salman Rushdie, il quale invita i musulmani della diaspora a recuperare le tradizioni cosmopolite della loro civiltà. L'appello è rivolto in particolare ai musulmani inglesi, in maggioranza originari del Sud dell'Asia, ai quali viene ricordato il carattere laico dell'Islam indiano. Questa affermazione viene contraddetta da Yoginder Sikand, il quale riferisce del tentativo di difesa della sharia da parte dei musulmani indiani. Non si tratta di un confronto a tutto campo con lo stato, perché la sharia viene invocata per risolvere questioni minori e per alleggerire il lavoro delle corti, ma questa sembra una scelta tattica.
Della legge islamica non sembrano preoccuparsi gli americani, che continuano a premere sulle fazioni irakene per un accordo a tutti i costi sulla costituzione. Come è noto, benché l'assemblea costituente abbia terminato i lavori da più di due settimane, la carta è ancora oggetto di aggiustamenti e intrallazzi. Insieme all'occupazione del paese, il riferimento nella costituzione alla sharia come limite alle leggi dello stato contribuisce a rendere più difficile l'integrazione della diaspora islamica in Occidente.
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Sharia law move quashed in Canada
[BBC]
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C. Freeze e K. Howlett, McGuinty government rules out use of sharia law
[Globe and Mail]
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S. Rushdie, Lesson One for the modern Muslim: remember, this is not the 8th century
[Times]
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Y. Sikand, Sharia courts. controversy in India: Countering the ulema.s argument
[Daily Times]
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M. Karouny e A. Macdonald, Iraq constitution talks go on as referendum nears
[Reuters]
Continuità bellicosa
A giorni dovrebbe essere approvato dal Segretario alla Difesa Rumsfeld il documento intitolato "Dottrina per le operazioni nucleari congiunte"; ne dà notizia Walter Pincus, che sottolinea come la novità, rispetto alla versione del 1995, stia nella non tanto velata possibilità dell' utilizzo di armi nucleari a scopo preventivo. Come reagiranno i parlamentari democratici, ultimamente più critici dell'avventurismo militare dell'Amministrazione? La risposta non è scontata: per convincersene basta leggere i commenti di Robert Kagan e Andrew Bacevich. Il primo ricorda, se mai fosse sfuggita, la continuità della linea della politica estera americana negli ultimi 15 anni sulla questione irakena, indipendentemente, quindi, dal partito a cui appartiene il presidente di turno. Quello che cambia sono le forme: dalla facciata umanitaria dell'epoca Clinton al pugno di ferro dell'epoca Bush. Una continuità che viene da lontano e che trova il proprio cantore nel giornalista Robert Kaplan, il cui ultimo libro, "Imperial Grunts" è recensito con ironia da Andrew Bacevic. Il libro racconta la vita nelle basi militari americane in giro per il mondo e i suoi protagonisti sono i soldati, per RK il simbolo vivente delle "antiche, semplici virtù" della nazione americana, garanti della continuità con un passato eroico e profondamente religioso e quindi gli unici a potersi fare carico del "fardello dell'uomo bianco" - l'espressione è di RK - "di far avanzare i confini della libera società". Sottolinea Bacevic che la continuità, nella realtà, la si vede soprattutto nei risultati, magri rispetto ai propositi, e nelle molte perdite di vite e di denaro, dalla "pacificazione armata" di Zamboanga (Filippine) ai tempi della prima espansione dell'impero a inizi Novecento, alla messa a ferro e fuoco di Fallujah (Iraq) nell'autunno 2004.
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W. Pincus, Pentagon revises nuclear strike plan
[Washington Post]
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Joint Chiefs of Staff, Doctrine for Joint Nuclear Operations
[globalsecurity.org]
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R. Kagan, On Iraq, short memories
[Washington Post]
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A. J. Bacevich, Robert Kaplan: empire without apologies
[The Nation]
9 settembre 2005
Turchia, Europa, elezioni tedesche
Il 3 ottobre è ormai prossimo e l'Unione Europea è ancora alla ricerca di un accordo sull'avvio del negoziato per l'adesione della Turchia. Questa ha soddisfatto gli adempimenti fissati dal Consiglio europeo di dicembre, ma, come spiega Thomas Ferenczi, nel frattempo si è riproposta la questione di Cipro, che la Turchia si rifiuta di riconoscere. Ammettere nell'Unione un paese che non vuole rapporti diplomatici con uno dei membri è in effetti un po' strano. Oltre alla stessa Cipro, è la Francia a chiedere di ridiscutere il caso: è l'effetto del referendum sulla costituzione e dell'emergere di Sarkozy come nuovo astro del centro-destra. La corrispondenza del Guardian segnala che in prima fila a battersi per le ragioni della Turchia ci sono Gran Bretagna e Stati Uniti, una coppia fissa, per così dire, anche se impropria in questo caso, visto che gli americani non hanno manifestato l'intenzione di aderire all'UE. Anzi il dubbio è che spingano per l'ingresso della Turchia più per indebolire l'Europa che per consolidare l'alleato; se l'Europa fosse davvero una potenza, ne favorirebbero l'espansione in un'area strategica? A complicare i giochi diplomatici c'è l'annuncio dell'intenzione del papa di visitare la Turchia. La domanda che ricorre infatti nei dispacci di agenzia è: che Ratzinger abbia cambiato idea sull'adesione? Una domanda che si porranno anche i protagonisti delle elezioni tedesche, il cui risultato appare sempre più incerto. L'incertezza nasce dalla difficoltà di capire le differenze tra i due candidati alla Cancelleria, in particolare in politica estera. Richard Bernstein offre un'interpretazione originale e dice: il vero filo-americano è Schroeder, le cui uscite demagogiche sono solo a scopo elettorale e che nei fatti che contano -Turchia e Iran- è allineato a Washington. La Merkel dice di voler rafforzare i legami con gli Stati Uniti, ma si circonda di persone come il liberale Wolfgang Gerhardt, candidato al posto di ministro degli esteri, e Wolfgang Schauble, consigliere per la politica estera, che sulle stesse questioni hanno opinioni diverse dagli americani e in più, aggiungiamo noi, fanno dichiarazioni di prudente europeismo. Queste ultime mancano ormai del tutto nei discorsi non solo di Schroeder, ma anche di Joschka Fischer, che al suo curriculum di ex potrebbe ora aggiungere: ex-europeista.
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T. Ferenczi, Divisés, les Vingt-Cinq s'apprêtent à ouvrir les négociations d'adhésion avec la Turquie
[Le Monde]
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Verbal French Duel over Turkey
[Zaman]
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E. MacAskill e N. Watt, Britain pushes for Turkey EU talks to go ahead
[Guardian]
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Pope intends to visit Turkey
[ANSA]
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R. Bernstein, Europa: Would Merkel bridge a trans-Atlantic divide?
[International Herald Tribune]
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Intervista a W. Gerhardt
[Der Spiegel]
Silenzio imbarazzato
Mentre continuano a fare la voce grossa nei confronti di Iran e Corea del Nord, gli Stati Uniti sembrano aver attutito i toni nei confronti di Cuba, che da paese accusato di nascondere armi biologiche - era l'opinione del neo-ambasciatore all'ONU John Bolton - è stato declassato al rango di minaccia di cui si preferice tacere. Come mai? La ragione è verosimilmente legata a due vicende recenti, quella dei cosiddetti "Cuban 5" e quella di Luis Posada Carriles, oriundo cubano. I C5 sono agenti cubani che negli anni Novanta si sono infiltrati nelle file dei gruppi terroristici anti-castristi con base in Florida, una missione che, come afferma Anita Joseph, era nota agli stessi americani che poi però li arrestarono per spionaggio. La giuria che ha emesso il verdetto di colpevolezza è stata ripetutamente accusata di essere mossa più dall'ideologia che non dal senso di giustizia, un fatto che, il 9 Agosto scorso, l'11ma Corte di Appello ha esplicitamente riconosciuto, insieme al diritto ad un nuovo, equo processo per i C5. L'imbarazzo che questa sentenza ha portato al governo americano è duplice. Da un lato, mette in evidenza la debolezza delle accuse: riportano infatti Landau e Hassen che durante le udienze gli stessi avvocati del Dipartimento della Giustizia americano non hanno neppure contestato l'operazione cubana di infiltrare presunti gruppi terroristici! Dall'altro lato, mette in evidenza Carol Williams, in un nuovo processo, la difesa potrebbe incalzare il Dipartimento della Giustizia sul trattamento riservato ad un certo Luis Posada Carriles, tuttora detenuto negli Stati Uniti per violazione delle leggi sull'immigrazione, ma terrorista conclamato e di cui il Venezuela ha chiesto l'estradizione per l'abbattimento di un suo aereo civile (1976). Del possibile potere di ricatto di Carriles nei confronti del governo americano parla Tom Crumpacker, che offre un quadro della lunga carriera del terrorista cubano, dalla Baia dei Porci (1961) ai giorni nostri, e dei suoi verosimili, inconfessabili legami.
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D. Adams, Cuba, previously a 'threat', drops from radar
[St. Petersburg Times]
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A. Joseph, Justice for the Cuban Five
[Council on Hemispehric Affairs]
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S. Landau e F. Hassen, The Cuban 5 and sleazy lawyers satisfying Bush's political desires
[Progreso Weekly]
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C. J. Williams, Cuban spy case poses dilemma for US
[Los Angeles Times]
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T. Crumpacker, When injustice is justice
[Counterpunch]
8 settembre 2005
Chi ha meno da perdere?
A trentacinque anni dal proprio picco di produzione petrolifera, gli Stati Uniti sono in grado di soddisfare solo poco più del 25% della domanda interna, e circa un terzo dell'estrazione viene proprio dalle zone colpite da Katrina: nel Golfo del Messico si trovano infatti i pozzi ultra-profondi che negli ultimi anni avevano consentito di contenere il declino estrattivo, sipega Michael Klare. La considerazione finale è che dopo Katrina, l'America è ancora più dipendente dalle importazioni da paesi produttori dove è alto il rischio di instabilità politica e dove è quindi prevedibile un aumento dell'impegno militare. James Kunstler ricorda la connessione tra globalizzazione e energia a buon mercato (vedi anche Contropagina 4 Agosto), con un preciso riferimento alle prospettive dell'America. Oltre a mettere in evidenza come il primo shock petrolifero (1973) sia avvenuto all'indomani del picco della produzione petrolifera americana, Kunstler sottolinea che è stata l'illusione di un prezzo dell'energia perennemente basso a favorire la transizione della società americana da un modello basato sull'industria e la produzione ad uno fatto di opulenza e consumi a debito. Il risultato? Quando verrà il momento - per Kunstler molto vicino - in cui la produzione mondiale di petrolio toccherà il picco, cadrà il castello di carte: l'America avrà problemi a finanziare la crescita e subirà ancora di più la concorrenza delle altre economie, Cina, India, ma anche Europa e Giappone, forzando un rimescolamento delle carte a livello geopolitico. Chietigj Bajpaee analizza i movimenti in corso in Asia per assicurarsi le fonti di energia e conclude: "Power blocs are gradually coalescing around shared interests. At present the fulcrums of these power blocs could swing in a number of directions. The real threat will emerge when there is the solidification of these alliances." E Guy de Jonquieres, a questo proposito, nota i primi segni di cedimento nelle economie asiatiche, dove finora il rialzo del prezzo del petrolio era stato bilanciato dai sussidi statali a imprese e consumatori. L'autore sembra quindi suggerire che l'Asia, più dell'America, potrebbe nel breve termine soffrire per gli alti prezzi del petrolio. Insomma il gioco si fa pesante.
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M. Klare, Katrina and the coming oil crunch
[The Nation]
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J. H. Kunstler, End of the binge
[The American Conservative]
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C. Bajpaee, The catalyst for conflict
[Asia Times Online]
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G. de Jonquieres, Oil brings risk back to Asia
[Financial Times - a pagamento]
Now is not the time
I commenti della destra filo-governativa al disastro di New Orleans e in reazione alle critiche all'operato dell'amministrazione coprono un ampio spettro di colori: dal rosso-fuoco di chi accusa l'opposizione di sciacallaggio al violetto di chi la mette in religione. Tra questi ultimi, Niall Ferguson e Timothy Garton Ash: il primo per dire che i disastri naturali non hanno un significato morale, "they just happen" (quindi non dobbiamo dividerci), il secondo per ricordarci che le scene di inciviltà viste a New Orleans possono succedere ovunque, in particolare in Europa, dove l'autore vede avvicinarsi l'ombra di una nuova barbarie! Quello che non si capisce è perché due pezzi di spazzatura apocalittica come questi siano stati tradotti e pubblicati anche in Italia (dal Corriere il primo, dalla Repubblica l'altro): forse perché i nostri commentatori filo-americani sono troppo scoperti? Su una linea provvidenzial-storicistica si trova David Brooks che sul New York Times afferma perentoriamente: Katrina è un'opportunità. L'occasione è quella di distruggere i quartieri dove la povertà si accumula su sè stessa, per ricollocare gli sfollati fra gente che offra loro un esempio di vita diverso. Almeno Brooks dà un suggerimento utile, anche se con questo governo è probabile che esso cada nel vuoto, quindi che il tutto si risolva in un parlar d'altro. Chi non è sicuramente d'accordo con Brooks è Daniel Henninger il quale dice: noi sappiamo cosa bisogna fare per evitare le conseguenze dei disastri naturali, ma non sappiamo utilizzare le nostre conoscenze. Perché? Perché c'è troppa burocrazia (sebbene non tutte le burocrazie siano uguali: per esempio quella di Jeb Bush in Florida...). Quindi, secondo Henninger, agenzie come la FEMA (Protezione Civile) non vanno riorganizzate e potenziate, ma sciolte, e al loro posto vanno impiegate imprese private. Cosa curiosa, l'elenco di imprese che l'autore fornisce a titolo di esempio non comprende l'Hulliburton. La linea realista è interpretata dall'autorevole Robert Novak, per il quale qualcuno deve pagare. Il suo suggerimento - che potremmo estendere a Berlusconi - è di far fuori gli avvocati; questo è infatti il titolo professionale del capo della FEMA e del responsabile del ministero di cui la FEMA fa parte. La linea del governo, che Novak giudica ridicola, è monotamente ripetuta dal portavoce della Casa Bianca: Now is not the time...
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N. Ferguson, Don't call them 'acts of God'
[LA Times]
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T. G. Ash, It always lies below
[Guardian]
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D. Brooks, Katrina's Silver Lining
[NY Times]
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D. Henninger, Bureaucratic Failure
[Opinion Journal]
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R. Novak, First, get rid of the lawyers
[Chicago SunTimes]
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White House Press Briefing: Angry Reporters Hit McClellan Hard on Hurricane, Ask if Heads Will Roll
[Editor&Publisher]
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