11 luglio 2005
Srebrenica
• W. Montgomery, There's plenty of blame for us all [IHT]
• Srebrenica, a 'safe' area [Srebrenica.nl]
• US and UK allegedly withheld vital information about Srebrenica [Radio NL]
• E. S. Herman, The Politics of the Srebrenica Massacre [Global Research]
G8: le ricette degli altri
Cosa ha concluso il G8? La domanda sorge spontanea leggendo i resoconti della stampa: sui temi centrali del summit - Africa, commercio, clima - o si è preferito coprirsi dietro formule generiche, o, come nel caso del debito dei paesi africani, si sono fatte passare come grande successo misure già decise nei mesi scorsi e la cui valenza economica è messa in dubbio dai più. Tra questi, Tommaso Padoa-Schioppa che parla di una politica dell'immagine in contrasto con quanto avveniva nei vecchi summit, snelli e poco pubblicizzati: quelli, per intendersi, che portarono a importanti misure di aggiustamento finanziario come gli accordi del Plaza e del Louvre. Kenneth Rogoff, ex-capo economista al Fondo Monetario, mette il dito nella piaga, ovvero l'incapacità, o peggio il disinteresse, dei leader del G8 ad analizzare perchè, ad un quadro di crescita economica buono e a borse in rialzo, si accoppino tassi reali a lungo termine in discesa. Per Rogoff infatti questo è un campanello di allarme. La spiegazione della disattenzione è convincente: i tassi bassi, da un lato alleviano le conseguenze di ciò che non va (debiti in aumento, prezzo del petrolio alle stelle, paralisi politica in Europa) e rendono così compiacenti i politici; dall'altro riflettono la crescente paura degli investitori per un quadro geopolitico e militare in forte deterioramento, fenomeno di cui c'è invece poco da compiacersi.
• T. Padoa-Schioppa, La status quo è pericoloso [Corriere della Sera]
• K. Rogoff, An economy of fear [TomPaine.com]
L'economista Robert Reich e Chukwu-Emeka Chikezie di Afford propongono due ricette per aumentare il flusso di capitali africani verso l'Africa. Il primo vede nell'eliminazione dei sussidi agricoli americani ed europei la migliore arma per aumentare i proventi dell'esportazione agricola; il secondo suggerisce alcune misure per favorire le rimesse degli emigrati africani. Kapoor e Christiansen, consulenti di due NGO americane, puntano invece il dito sulla fuoriuscita dei capitali, che in Africa, secondo i loro dati, è oramai intorno ai 50 miliardi dollari annui - il doppio delle promesse di aiuto fatte dal G8 - e in rapida crescita. Gli strumenti con cui questo fenomeno avviene sono noti: i prezzi di traferimento delle materie prime e i paradisi fiscali. Un'esperienza che la Russia ha vissuto sulla propria pelle e quindi un tema che, ospitando il prossimo G8, farebbe bene a mettere in agenda.
• R. Reich, What Africa really needs [TomPaine.com]
• C.-E. Chikezie, Africa agency vs the aid industry [OpenDemocracy.net]
• S. Kapoor e J. Christiansen, Plug the leaks - or waste the aid [Guardian]
8 luglio 2005
Il dramma di Londra nei commenti
• N. Ferguson, London, Bloody but Unbowed [LA Times]
• Hume's "first thought" on hearing of London attacks: It's "time to buy" futures [MediaMatters]
• T. Ali, The price of occupation [Guardian]
• J. Cole, The Theater of Sacred Terror [Beliefnet]
• P. Bergen, Our Ally, Our Problem [NY Times]
Prigionieri legali e illegali
Secondo l'ultimo rapporto del King's College di Londra, la popolazione carceraria nel mondo ha superato i 9 milioni di persone; di queste, più di 2 milioni sono negli Stati Uniti, che di conseguenza hanno il più alto tasso di popolazione carceraria, 7 persone ogni 1000 abitanti, da confrontarsi con una media mondiale di appena 1,5 persone. Di questo conto non fanno parte i prigionieri, per così dire, all'estero (Afghanistan, Iraq, Guantanamo Bay). Secondo fonti internazionali ma anche rapporti interni allo stesso Pentagono, di cui riferisce Arlie Hochschild, in questi luoghi di detenzione sarebbero incarcerati anche minorenni. Si tratta di carcerazione senza processo, che per circa l'80% dei casi, come affermano anonimi "coalition intelligence officers", si risolve nella liberazione, anche se non è dato sapere quando. L'Agence France-Press riporta infine delle indagini che l'ONU, nella persona di Manfred Nowak, vorrebbe condurre su Guantanamo, ma non solo: secondo Nowak infatti le accuse circa l'esistenza di prigioni provvisorie su navi al largo dell'Oceano Indiano e nella base militare anglo-americana dell'isola di Diego Garcia sono sufficientemente serie da meritare un approfondimento.
• R. Walmsley, World Prison Population List - 6th edition [International Centre for Prison Studies - King's College London]
• A. Hochschild, Arrested development [The New York Times]
• AFP, US suspected of keeping prisoners on warships: UN official [Bernama]
Il giornalista freelance John Pilger racconta come e perchè l'isola di Diego Garcia sia divenuta una delle più grandi basi militari americane. Un regalo fatto negli anni sessanta agli Stati Uniti dal laburista Harold Wilson, che nulla avrebbe da invidiare a Blair per ipocrisia e cinismo.
• J. Pilger, Diego Garcia: paradise cleansed [Antiwar]
7 luglio 2005
Barbarie
• In full: Blair on bomb blasts [BBC]
• S. Lyall, More Feared Dead as Toll Is Compiled; Blair Sees G-8 Link [NY Times]
Dubbi e riflessioni sul ritiro da Gaza
• S. Erlanger, Israelis in Gaza: Departure Is Certain, Details Are Not [NY Times]
• Israel to ask US to fund Gaza pullout [Daily Times]
• O. Shelah, Settlers Overplay Hand With Violence, Protests [Forward]
• G. Levy, They broke the public's heart [Haaretz]
6 luglio 2005
Il militarismo americano
Il documento del Pentagono di cui parla il Washington Post -Strategy for Homeland Defense and Civil Support- rappresenta l’evoluzione del pensiero militare americano del dopo 11/9. Di fronte alla minaccia di attacchi terroristici multipli e simultanei sul suolo degli Stati Uniti, dice il documento, occorre che anche l’esercito sia pronto ad intervenire. Di fatto esiste già, dal 2002, il Northern Command che ha la responsabilità del territorio americano; il documento quindi non fa che dare una veste teorica a pratiche in corso. Il giornale riporta anche le prime reazioni dei gruppi per le libertà civili, che naturalmente vedono nel coinvolgimento dell’esercito in operazioni di polizia un pericolo per le istituzioni democratiche. Tra le opinioni riportate c’è quella di Gene Healy del Cato Institute, che denuncia in particolare il rischio di un aumento dello spionaggio interno e delle schedature dei cittadini colpevoli di non pensarla come il governo. Healy ha scritto nel 2003 un pregevole saggio sull’impiego dell’esercito in funzioni di ordine pubblico nella storia americana. Esso fa vedere come gli Stati Uniti abbiano una lunga esperienza in proposito: i primi casi risalgono agli anni 50 dell’800, l’ultimo al 1993 con il massacro di Waco. In mezzo ci sono stati la prima guerra mondiale, che ha visto un assaggio di militarizzazione della società americana, e il Vietnam, con l’assalto a un campus universitario. Healy spiega anche perché “the notion that the military is the appropriate institution for fighting terrorism at home, as well as abroad, is ill conceived”: una delle ragioni è che la guerra al terrorismo, come la guerra alla droga, finisce per militarizzare le stesse forze dell’ordine, tentate dai metodi sbrigativi dei militari e giustificate dall’impunità di cui essi godono. Il saggio di Healy si collega idealmente ai lavori di Anatol Lieven sul nazionalismo e di Andrew Bacevich sul militarismo, recensiti da Jim Lobe.
Di fronte ai progetti megalomani del bilancio della difesa è poi sorprendente scoprire che alla Guardia Costiera manca l’equipaggiamento elementare, come mette in evidenza USA Today
• B. Graham, Military Expands Homeland Efforts [Washington Post]
• G. Healy, Deployed in the USA [Cato Institute]
• J. Lobe, Militarism and Nationalism [LewRockwell]
• Coast Guard plagued by breakdowns [USA Today]
Alleanze militari in Asia
Ad Astana (Kazakhstan) si è concluso ieri l'incontro del Gruppo di Cooperazione di Shangai (SCO) - Cina, Russia, Kazakhstan, Uzbekistan, Tajikistan e Kirgizstan, con Iran, India e Pakistan in veste di osservatori. L'organizzazione si occupa principalmente di sicurezza, ma nelle riunioni si parla sempre di più cooperazione economica. Ariel Cohen dell'Heritage Foundation, che elogia il Kazakhstan per le sue aperture all'Occidente, si augurava un fallimento dell'incontro, con una presa di distanza dei piccoli paesi da Cina e Russia, e la condanna dell'Uzbekistan, reo forse di aver limitato i voli militari americani più che di aver represso insurrezioni interne di cui non sono ancora chiare nè l'origine nè le dimensioni. Nel comunicato finale l'organizzazione ha invece ribadito l'unità di intenti, una linea a favore del rispetto della sovranità dei paesi dell'area e, a sorpresa, ha chiesto che l'America indichi una data per lo sgombero della basi in Uzkbekistan e Kirgizstan perchè "la fase attiva dell'operazione militare anti-terrorismo in Afghanistan è sostanzialmente conclusa". Una richiesta alla quale il Dipartimento di Stato non sembra dare troppo peso, forse perchè ritiene che gli accordi bilaterali contino di più di una cooperazione regionale a cui l'America non è invitata a partecipare.
• A. Cohen, The Shangai challenge [The Washington Times]
• AFX, Central Asian security group demands deadline for Western bases to pull out [Forbes]
• AP, US rejects setting Central Asia withdrawal date [Radio Free Europe / Radio Liberty]
• J. Sri Raman, 'Star Wars' premiers in India! [Truthout]
• B. Karnad, Does India really count? [The Asia Age]
• Indiaspora / C. Rajghatta, India, the proliferator [The Times of India]
5 luglio 2005
Gli aiuti all'Africa
• Africa prepares G8 message on aid, debt, trade [Reuters]
• J. Shikwati, "For God's Sake, Please Stop the Aid!" [Spiegel]
• J. M. Barroso, L'Europe s'engage pour l'Afrique [Figaro]
Insofferenza per un mondo multipolare
398-15 non è un bizzarro risultato sportivo, ma la votazione con cui giovedì scorso è passata alla Camera dei Rappresentanti la risoluzione che invita Bush a bloccare l'acquisizione della società petrolifera americana Unocal da parte della rivale cinese CNOOC (Contropagina 1 Luglio). La ragione, come ha sintetizzato uno dei rappresentanti democratici della Louisiana, è che "we cannot afford to have a major US energy supplier controlled by the Communist Chinese". La risposta non si è fatta aspettare, e il Ministro degli Esteri cinesi ha osservato che le regole del mercato devono valere per tutti, americani compresi, quindi che i politici si tengano fuori. Ma a soffiare sul fuoco c'è anche il Giappone, che fa trapelare il contenuto di due documenti. Il primo, sulla difesa nazionale, elenca i progressi cinesi in campo militare e invita il proprio governo ad una strategia militare più attiva; il secondo, sul commercio internazionale, invita le imprese giapponesi ad allontanarsi dalla Cina e investire nei paesi dell'ASEAN, un'alternativa a dir poco irrealistica, visto che la Cina è oggi il primo mercato di esportazione dei prodotti giapponesi. Infine, alla dichiarazione congiunta dei presidenti russo e cinese per un nuovo ordine mondiale basato sulla multipolarità e sul mutuo rispetto, rispondono piccati due studiosi russi anti-putiniani: un linguaggio da Guerra Fredda, dicono, che dimostra tutta l'incomprensione per i sinceri tentativi di Bush di favorire la cooperazione tra le nazioni ...
• P. S. Goodman, China tells Congress to back off businesses [Washington Post]
• China Daily, Japan's white paper adds chill to China ties [Xinhua]
• China, Russia issue joint statement on new world order [Xinhua]
•
D. Holley, Russia, China team up to assail US foreign policy
[Los Angeles Times]
4 luglio 2005
I chiaro-scuri dell'industria europea
• Task Force of the Monetary Policy Committee of ECBS, Competitiveness and the export performance of the euro area [Banca Centrale Europea]
• S. G. Jones, The rise of Europe's defense industry [The Brookings Institution]
• G. Mascolo e D. Hawranek, Dueling for the $100 Pentagon deal [Der Spiegel]
Opinioni controcorrente
• G. Alagiah, Dreaming of a new dawn [Guardian]
• W. Easterly, Tone Deaf on Africa [NY Times]
• J. Wanniski, `Reviving the Foreign-Aid Racket`[Wanniski.com]
• J. Appleton, Trashing Mugabe [Spiked Politics]
1 luglio 2005
Minaccia cinese o americana?
Secondo il centro di ricerca
Globalsecurity.org,
dal 1999 in poi il bilancio della difesa cinese è cresciuto a tassi reali annui
compresi tra il 10% e il 15%; tuttavia, un valore realistico della spesa
militare totale, comprendente cioè anche le diverse voci inscritte nel bilancio
di altri ministeri (ricerca, pensioni, costruzioni di impianti, ecc.), è
addirittura tre volte superiore, pari a circa 70 miliardi di dollari e al 5% del
PIL. Lo studioso Robert Higgs ha fatto un esercizio simile per gli Stati Uniti
giungendo alla conclusione che il totale della spesa militare americana è pari
al doppio di quello inscritto nel bilancio del Pentagono, e pari al 7.3% del
PIL. Bill Gertz riporta come in America si levino sempre più frequentemente voci
che predicano un contenimento militare della Cina, e che ben si sintetizzano
nell'uscita apocalittica di Richard Fisher dell'International Assesment and
Strategy Center: "Sveglia. La pace del dopo-Guerra Fredda è finita. Siamo in una
gara agli armamenti con una nuova superpotenza che ha l'obiettivo di contenere e
battere gli Stati Uniti". Se questi sono i toni degli ideologi, non deve stupire
l'attivismo di Rumsfeld che, dopo aver favorito l'ampliamento degli accordi
militari con il Giappone (Contropagina 24 Febbraio), ora tratta con l'India
contratti militari per 15 miliardi di dollari a condizioni, come quella della
produzione congiunta di armamenti, mai concesse finora ad alcun altro paese,
come racconta Siddarth Srivastava. Ovviamente di senso opposto sono le
considerazioni dei cinesi, riassunte nell'articolo del China's People Daily,
dove l'autore denuncia le manovre di rafforzamento militare del Giappone, indica
la "teoria della minaccia militare cinese" come il vero rischio per gli
equilibri dell'area, e invita l'America a non prestare ascolto all'establishmente
militare sempre alla ricerca di un nemico. Tomohiko Taniguchi sottolinea
invece il conflitto di interessi giapponese: da un lato la Cina è diventato il
primo partner commerciale del Giappone e in questo paese la business community
non è mai stata così aperta nei confronti del vicino; al tempo stesso la
leadership politica si muove nella direzione opposta, mettendo in prima linea le
questione della sicurezza nazionale, tra cui ora entra anche la difesa di
Taiwan. Una faccenda, quella di Taiwan, che potrebbe portare ai ferri corti le
potenze coinvolte intorno al 2008, quando la Cina ospiterà le Olimpiadi: TT
prevede infatti che le forze secessioniste dichiarino l'indipendenza, un fatto
inammissibile per la Cina che vede la riannessione di Taiwan come legittima
e strategica per il controllo delle vie marittime.
•
Autori
Vari, China military guide - Military spending [GlobalSecurity.org]
• B. Gertz, Chinese dragon awakens [The Washington Times]
• B. Gertz, Thefts of US technology boost China's weaponry [The Washington Times]
• S. Srivastava, Defense the best attack for India [Asia Times]
• Why does US preach "China military threat"? [People's Daily]
• T. Taniguchi, A Cold Peace: the changing security equation in Northeast Asia [Orbis / The Brookings Institutions]
L'Europa incrocia le dita
• A. Grice, S. Castle, Blair delays reforms to repair rift with Brussels [Independent]
Il discorso di Bush tradotto in cifre
Sono i numeri a certificare l'insuccesso del tentativo di risollevare le sorti della guerra nel giudizio dell'opinione pubblica americana: l'audience è stata bassa, non ci sono stati fischi solo perché il pubblico era formato da militari, l'approvazione del governo non è salita, anzi è forse scesa. Il sondaggio Zogby mette inoltre in evidenza che il 42% dei votanti ritiene giusta la procedura di impeachment se si dimostrerà che Bush ha mentito. Il discorso è stato definito vuoto, di novità e di obiettivi concreti, e per ricostruirlo basta mettere insieme le parole chiave che lo compongono, che alcuni attenti ascoltatori hanno catalogato e trasmesso al blog Think Progress. La cosa incredibile è che un discorso del genere, come racconta il Washington Post, è frutto del lavoro di scienziati, esperti in "public opinion during wartime". Quando si dice della specializzazione! I commenti, salvo eccezioni, sono stati all'altezza del discorso, quindi ripetitivi: dell'eccezione più brillante è autore un irakeno, un certo Abdul Ridha al-Hafadhi, che ha detto: Why don't they find another place to fight terrorism?
• Bush speech draws 23 million viewers [AP]
• Zogby Poll [Zogby]
• Bush Iraq Speech: By The Numbers [Think Progress]
• P. Baker, D. Balz, Bush Words Reflect Public Opinion Strategy [Washington Post]
• IRAQ WRAPUP 4-Iraqis give mixed response to Bush vow to stay on [Reuters]
30 giugno 2005
Pre-ritiro
• Israeli Troops Rout Jewish Extremists [Yahoo/AP]
• Disengagement begins with destruction of Palestinian buildings [EI]
• A. Oren, What if there is no disengagement? [Haaretz]
• N. Gordon, No Negotiation [InTheseTimes]
• O. Kornfeld, Condemning the wartime economy [Haaretz]
• J. Wiener, Giving Chutzpah New Meaning [The Nation]
Il CAFTA al voto
Dopo oltre un anno di tentennamenti, la Casa Bianca ha presentato il CAFTA (Contropagina 16 e 25 Maggio) al Congresso che, sulla base della cosiddetta "fast-track authority", può solo approvare o respingere l'accordo senza modifiche; il tutto entro fine Ottobre. La legge, fortemente voluta dalla Casa Bianca, non ha tuttavia ancora i voti sufficienti per passare alla Camera (al Senato è previsto un voto favorevole, anche se di strettissima misura, entro la fine della prossima settimana). Bruce Bartlett ammette che il CAFTA ha poco a che fare con il libero commercio e molto con la politica estera americana, ma invita comunque ad approvarlo, se non altro per dare una tenue prova di quel liberismo tanto invocato da Bush in campagna elettorale ma altrettanto disatteso nella pratica. A questo proposito, Bartlett riporta l'opinione critica dell'economista Bhagwati, il quale sostiene che gli accordi bilaterali, come CAFTA e NAFTA, sono una vergogna perchè, a differenza di quelli multilaterali, minano le fondamenta del commercio internazionale ad esclusivo vantaggio dell'unica superpotenza. Diane Takvorian si augura invece che il CAFTA venga bocciato: vive nella regione di San Diego, al confine con quella messicana di Tijuana, e porta la testimonianza diretta del degrado sociale e ambientale che il NAFTA - padre putativo del CAFTA - ha generato nelle due regioni confinanti. Un degrado che, per quanto riguarda i paesi dell'America Centrale, potrebbe essere anche peggiore, almeno in materia di mercato del lavoro. Lo sostiene l'International Labor Rights Group che ha prodotto, in qualità di consulente del Dipartimento del Lavoro americano, una serie di rapporti fortemente critici sulle leggi e le condizioni di lavoro nei paesi dell'America Centrale, leggi che, secondo le procedure del CAFTA, rappresenterebbero gli standard minimi da adottare. Queste conclusioni non sono piaciute all'Amministrazione che prima le ha censurate, poi le ha attaccate bollandole come "parziali, senza prove e fondate su statistiche dubbie" e ora ha rescisso il contratto con l'ILFR. Come nel caso dell'Iraq, le prove non servono a provare ma devono essere costruite per corroborare i propositi politici.
• K. G. Hall e J. Kuhnhenn, CAFTA expected to narrowly pass in Senate, face a battle in House [Knight Ridder]
• B. Bartlett, CAFTA as catch can [The Washington Times]
• D. Takvorian, CAFTA on the ropes: agreement must protect people and the environment [Voice of San Diego]
• L. Margasak, AP: US blocked release of CAFTA reports [Washington Post]
• Documenti dell'International Labor Rights Fund e del US Labor Department [AP]
29 giugno 2005
La dissociazione americana
• E. Hobsbawm, America's neo-conservative world supremacists will fail [Guardian]
• W. Pfaff, Phantom Menace [American Conservative]
• T. Judt, The New World Order [The NY Review of Books]
Il petrolio, tra domanda e offerta
L'offerta della China National Offshore Oil Company di comprare in denaro contante la compagnia californiana Unocal è stata una duplice sorpresa: anzitutto la società americana aveva già accettato una precedente offerta di acquisto da parte delle Chevron-Texaco; in secondo luogo i cinesi non sembrano badare a spese, offrendo ben il 13% in più degli americani della C-T. Per la Cina, notano Wayne e Bonanza, il valore strategico di questa acquisizione sta nel fatto che le riserve di petrolio e gas di Unocal sono concentrate in Asia. Avendo sempre sullo sfondo il desiderio di approvigionamento energetico cinese, Patrick Doherty collega tra loro le prime dichiarazioni del neo-presidente iraniano Ahmadi-Nejad e le osservazioni di alcuni esperti di Medio Oriente, per arrivare alla conclusione che il legame Iran-Cina sul fronte della ricerca e dell'estrazione di petrolio sarà molto rafforzato in meno di un anno, a scapito di americani ed europei.
Di fronte a questo attivismo asiatico, la risposta americana è, per lo meno, incerta. E' l'opinione del Washington Post, che in un editoriale critica l'ultima versione del controverso pacchetto sull'energia approvata ieri dal Senato americano: una legge che continua a prevedere sussidi all'industria petrolifera nazionale, e non prende in seria consdierazione una virata verso le fonti alternative. Per il WP questo significa esporre il paese a gravi rischi. Rischi che, ad esempio, possono derivare da strozzature nella catena dell'offerta, come hanno simulato esperti del settore e funzionari governativi in un incontro tenutosi a Washington l'altra settimana e i cui risultati sono stati definiti "sconcertanti". A bilanciare le opinioni catastrofiste ci pensa invece il liberista Alan Reynolds che sostiene che l'elevato prezzo del petrolio è frutto di una domanda che sale più rapidamente dell'offerta, e ricorda che, come in passato, saranno i cicli di domanda e offerta a rallentare prima l'economia e a ridurre il prezzo del petrolio poi.
• L. Wayne e D. Bonanza, Unocal deal: a lot more than money at issue [The New York Times]
• P. Doherty, Iranian oil maneuver [TomPaine.com]
• Editoriale, Lost energy [Washington Post]
• K. G. Hall, Simulated oil meltdown shows US economy's vulnerability [Knight Ridder]
• A. Reynolds, Oil price cause and effect [The Washington Times]