11 luglio 2005

 

Srebrenica

Il decimo anniversario dei massacri viene celebrato dalla stampa in generale con un giudizio che criminalizza i serbi, colpevoli allora dei fatti e oggi di non riconoscere le proprie responsabilità, e con un malriposto senso di colpa: malriposto perché sottintende l'idea che con un bombardamento si sarebbe potuto prevenire. Questa idea ha poi giustificato gli interventi in Kossovo e in Irak, coi risultati che sappiamo. Chi si distingue parzialmente dal coro è William Montgomery, che sull'IHT invita tutti a disfarsi del cliché della colpa collettiva (dei serbi) e a riconoscere anche le proprie responsabilità: le milizie bosniache e il loro capo Oric, in primo luogo, che coi loro crimini hanno provocato la reazione serba, e l'ONU. Delle responsabilità del governo americano e degli alleati che hanno favorito diplomaticamente e militarmente le forze secessioniste di Croazia e Bosnia non c'è menzione: naturalmente erano i secessionisti a essere nella legalità e Milosevic, col suo mito della Grande Serbia, nel torto. Neanche il Rapporto olandese su Srebrenica si sottrae a questo cliché propagandistico, ma poi, oltre a spiegare ingenuità, problemi e fallimenti della missione di pace, dice chiaramente che il termine genocidio è inappropriato, che non c'è prova che i massacri siano stati pianificati (quindi che le responsabilità risalgano ai vertici della catena di comando serba), che gli americani hanno violato l'embargo inviando armi a croati e bosniaci. L'ex ministro della difesa olandese in un'intervista alla televisione aggiunge che inglesi e americani sapevano dell'imminenza dell'attacco serbo, ma non hanno avvertito il contingente ONU sul posto. Questa affermazione fornisce ulteriore supporto alla tesi di Edward Herman, in sostanza che i serbi siano caduti in un tranello: una tesi spregiudicata e cinica, ma che Herman documenta e che lo sfruttamento propagandistico successivo giustifica. Herman contesta anche le cifre del massacro e più in generale propone una difesa convinta della causa serba.

•  W. Montgomery, There's plenty of blame for us all [IHT]

•  Srebrenica, a 'safe' area [Srebrenica.nl]

•  US and UK allegedly withheld vital information about Srebrenica [Radio NL]

•  E. S. Herman, The Politics of the Srebrenica Massacre [Global Research]

 

 

G8: le ricette degli altri

Cosa ha concluso il G8? La domanda sorge spontanea leggendo i resoconti della stampa: sui temi centrali del summit - Africa, commercio, clima - o si è preferito coprirsi dietro formule generiche, o, come nel caso del debito dei paesi africani, si sono fatte passare come grande successo misure già decise nei mesi scorsi e la cui valenza economica è messa in dubbio dai più. Tra questi, Tommaso Padoa-Schioppa che parla di una politica dell'immagine in contrasto con quanto avveniva nei vecchi summit, snelli e poco pubblicizzati: quelli, per intendersi, che portarono a importanti misure di aggiustamento finanziario come gli accordi del Plaza e del Louvre. Kenneth Rogoff, ex-capo economista al Fondo Monetario, mette il dito nella piaga, ovvero l'incapacità, o peggio il disinteresse, dei leader del G8 ad analizzare perchè, ad un quadro di crescita economica buono e a borse in rialzo, si accoppino tassi reali a lungo termine in discesa. Per Rogoff infatti questo è un campanello di allarme. La spiegazione della disattenzione è convincente: i tassi bassi, da un lato alleviano le conseguenze di ciò che non va (debiti in aumento, prezzo del petrolio alle stelle, paralisi politica in Europa) e rendono così compiacenti i politici; dall'altro riflettono la crescente paura degli investitori per un quadro geopolitico e militare in forte deterioramento, fenomeno di cui c'è invece poco da compiacersi.

•  T. Padoa-Schioppa, La status quo è pericoloso [Corriere della Sera]

•  K. Rogoff, An economy of fear [TomPaine.com]

L'economista Robert Reich e Chukwu-Emeka Chikezie di Afford propongono due ricette per aumentare il flusso di capitali africani verso l'Africa. Il primo vede nell'eliminazione dei sussidi agricoli americani ed europei la migliore arma per aumentare i proventi dell'esportazione agricola; il secondo suggerisce alcune misure per favorire le rimesse degli emigrati africani. Kapoor e Christiansen, consulenti di due NGO americane, puntano invece il dito sulla fuoriuscita dei capitali, che in Africa, secondo i loro dati, è oramai intorno ai 50 miliardi dollari annui - il doppio delle promesse di aiuto fatte dal G8 - e in rapida crescita. Gli strumenti con cui questo fenomeno avviene sono noti: i prezzi di traferimento delle materie prime e i paradisi fiscali. Un'esperienza che la Russia ha vissuto sulla propria pelle e quindi un tema che, ospitando il prossimo G8, farebbe bene a mettere in agenda.

•  R. Reich, What Africa really needs [TomPaine.com]

•  C.-E. Chikezie, Africa agency vs the aid industry [OpenDemocracy.net]

•  S. Kapoor e J. Christiansen, Plug the leaks - or waste the aid [Guardian]

 


 

8 luglio 2005

 

Il dramma di Londra nei commenti

Le cronache mettono in rilievo il sangue freddo e il comportamento esemplare dei londinesi; chi ha ceduto al panico sono stati sorprendentemente gli speculatori di borsa, almeno fino all'entrata in scena di New York. Del primo parla con orgoglio lo storico Niall Ferguson, che dopo la commozione per i funerali di Diana e l'entusiasmo per la conquista delle olimpiadi aveva perso un po' fiducia nella città. Ferguson ricorda in particolare i bombardamenti tedeschi e da buon ideologo dell'impero -quello americano- conclude con la certezza che gli attentatori pagheranno caro il loro gesto, come a suo tempo le città tedesche. Gli esemplari  animal spirits dello speculatore americano sono invece rappresentati dalla reazione di un intervistatore della catena Fox News, riportata dal blog Media Matters: Hmmm, time to buy. Tra gli altri commenti, Tariq Alì contesta a Blair che sia la povertà alla radice del terrorismo: la principale causa, secondo lui, è la violenza cui sono soggetti i popoli del mondo islamico. A una conclusione simile giunge Juan Cole, dopo aver analizzato i fatti di Londra alla luce della strategia di Al Qaeda: se si risolve il conflitto palestinese-israeliano, si pone termine all'occupazione dell'Irak, si opera seriamente per la ricostruzione dell'Afghanistan, dice Cole, al 90% il terrorismo islamico non avrà più basi. Sul fronte opposto, Peter Bergen ritiene che il radicalismo islamico europeo, e britannico in particolare, abbia proprie radici nell'emarginazione degli immigrati musulmani. La sua preoccupazione quindi è: come proteggere gli Stati Uniti da questa minaccia europea? Una domanda da Fox News, che infatti si chiede: a che scopo i leader del G8 discutono di clima e aiuti all'Africa, non hanno ancora capito che il problema numero uno è il terrorismo? Ormai anche gli americani contestano Blair.

•  N. Ferguson, London, Bloody but Unbowed [LA Times]

•  Hume's "first thought" on hearing of London attacks: It's "time to buy" futures [MediaMatters]

•  T. Ali, The price of occupation [Guardian]

•  J. Cole, The Theater of Sacred Terror [Beliefnet]

•  P. Bergen, Our Ally, Our Problem [NY Times]

•  Fox News' Brian Kilmeade: London terror attack near G8 summit "works to ... Western world's advantage, for people to experience something like this together" [MediaMatters]

 

 

Prigionieri legali e illegali 

Secondo l'ultimo rapporto del King's College di Londra, la popolazione carceraria nel mondo ha superato i 9 milioni di persone; di queste, più di 2 milioni sono negli Stati Uniti, che di conseguenza hanno il più alto tasso di popolazione carceraria, 7 persone ogni 1000 abitanti, da confrontarsi con una media mondiale di appena 1,5 persone. Di questo conto non fanno parte i prigionieri, per così dire, all'estero (Afghanistan, Iraq, Guantanamo Bay). Secondo fonti internazionali ma anche rapporti interni allo stesso Pentagono, di cui riferisce Arlie Hochschild, in questi luoghi di detenzione sarebbero incarcerati anche minorenni. Si tratta di carcerazione senza processo, che per circa l'80% dei casi, come affermano anonimi "coalition intelligence officers", si risolve nella liberazione, anche se non è dato sapere quando. L'Agence France-Press riporta infine delle indagini che l'ONU, nella persona di Manfred Nowak, vorrebbe condurre su Guantanamo, ma non solo: secondo Nowak infatti le accuse circa l'esistenza di prigioni provvisorie su navi al largo dell'Oceano Indiano e nella base militare anglo-americana dell'isola di Diego Garcia sono sufficientemente serie da meritare un approfondimento.

•  R. Walmsley, World Prison Population List - 6th edition [International Centre for Prison Studies - King's College London]

•  A. Hochschild, Arrested development [The New York Times]

•  AFP, US suspected of keeping prisoners on warships: UN official [Bernama]

Il giornalista freelance John Pilger racconta come e perchè l'isola di Diego Garcia sia divenuta una delle più grandi basi militari americane. Un regalo fatto negli anni sessanta agli Stati Uniti dal laburista Harold Wilson, che nulla avrebbe da invidiare a Blair per ipocrisia e cinismo.

•  J. Pilger, Diego Garcia: paradise cleansed [Antiwar]

 


 

 

7 luglio 2005

 

Barbarie

It's particularly barbaric that this has happened on a day when people are meeting to try to help the problems of poverty in Africa and the long terms problems of climate change and the environment.

 

Questo il concetto espresso da Blair nel discorso fatto alla televisione e ripreso da Bush nelle dichiarazioni riportate dal New York Times:
On the one hand, you have people working to alleviate poverty and rid the world of pandemic of AIDS and ways to have clean a environment, and on the other hand, you have people working to kill other people.

 

E' davvero questa la sostanza della barbarie degli atti terroristici di Londra?

•  In full: Blair on bomb blasts [BBC]

•  S. Lyall, More Feared Dead as Toll Is Compiled; Blair Sees G-8 Link [NY Times]

 

 

 

Dubbi e riflessioni sul ritiro da Gaza

Condoleeza Rice a conclusione della sua visita in Israele e Palestina aveva annunciato compiaciuta l'accordo -a dire il vero, sconcertante- per la distruzione delle case dei coloni a Gaza. Adesso funzionari israeliani smentiscono la notizia, e Steven Erlanger riferisce che questo è solo uno degli aspetti che restano ancora da chiarire. La confusione è tale che già si levano voci per l'intervento di mediatori americani, meglio se provvisti di qualche centinaio di milioni di dollari che aiutino a risolvere i problemi finanziari dell'evacuazione, come suggerisce l'anonimo ispiratore del dispaccio AP. Ma se anche le case e le serre restassero in piedi, conclude Erlanger, i palestinesi non saprebbero poi a chi vendere i prodotti, perché Gaza è isolata. Delle ferme intenzioni del governo israeliano di procedere allo sgombero alla data prevista di metà agosto è convinto Ofer Shelah, che cita i più recenti sondaggi, secondo i quali i favorevoli all'evacuazione sono ora in netta maggioranza; a determinare il cambiamento di tendenza sono stati i blocchi stradali operati per protesta dai coloni. L'episodio induce Gideon Levy a riflessioni amare: due giorni di disagi per il traffico hanno avuto più effetto sull'opinione pubblica israeliana di anni di ingiustizie, soprusi e brutalità a danno dei palestinesi. Apriranno finalmente gli occhi i media israeliani (e non solo) sulla natura dell'occupazione dei territori palestinesi?

•  S. Erlanger, Israelis in Gaza: Departure Is Certain, Details Are Not [NY Times]

•  Israel to ask US to fund Gaza pullout [Daily Times]

•  O. Shelah, Settlers Overplay Hand With Violence, Protests [Forward]

•  G. Levy, They broke the public's heart [Haaretz]

 


 

6 luglio 2005

 

Il militarismo americano

Il documento del Pentagono di cui parla il Washington Post -Strategy for Homeland Defense and Civil Support- rappresenta l’evoluzione del pensiero militare americano del dopo 11/9. Di fronte alla minaccia di attacchi terroristici multipli e simultanei sul suolo degli Stati Uniti, dice il documento, occorre che anche l’esercito sia pronto ad intervenire. Di fatto esiste già, dal 2002, il Northern Command che ha la responsabilità del territorio americano; il documento quindi non fa che dare una veste teorica a pratiche in corso. Il giornale riporta anche le prime reazioni dei gruppi per le libertà civili, che naturalmente vedono nel coinvolgimento dell’esercito in operazioni di polizia un pericolo per le istituzioni democratiche. Tra le opinioni riportate c’è quella di Gene Healy del Cato Institute, che denuncia in particolare il rischio di un aumento dello spionaggio interno e delle schedature dei cittadini colpevoli di non pensarla come il governo. Healy ha scritto nel 2003 un pregevole saggio sull’impiego dell’esercito in funzioni di ordine pubblico nella storia americana. Esso fa vedere come gli Stati Uniti abbiano una lunga esperienza in proposito: i primi casi risalgono agli anni 50 dell’800, l’ultimo al 1993 con il massacro di Waco. In mezzo ci sono stati la prima guerra mondiale, che ha visto un assaggio di militarizzazione della società americana, e il Vietnam, con l’assalto a un campus universitario. Healy spiega anche perché “the notion that the military is the appropriate institution for fighting terrorism at home, as well as abroad, is ill conceived”: una delle ragioni è che la guerra al terrorismo, come la guerra alla droga, finisce per militarizzare le stesse forze dell’ordine, tentate dai metodi sbrigativi dei militari e giustificate dall’impunità di cui essi godono. Il saggio di Healy si collega idealmente ai lavori di Anatol Lieven sul nazionalismo e di Andrew Bacevich sul militarismo, recensiti da Jim Lobe.

Di fronte ai progetti megalomani del bilancio della difesa è poi sorprendente scoprire che alla Guardia Costiera manca l’equipaggiamento elementare, come mette in evidenza USA Today

•  B. Graham, Military Expands Homeland Efforts [Washington Post]

•  G. Healy, Deployed in the USA [Cato Institute]

•  J. Lobe, Militarism and Nationalism [LewRockwell]

•  Coast Guard plagued by breakdowns [USA Today]

 

 

Alleanze militari in Asia

Ad Astana (Kazakhstan) si è concluso ieri l'incontro del Gruppo di Cooperazione di Shangai (SCO) - Cina, Russia, Kazakhstan, Uzbekistan, Tajikistan e Kirgizstan, con Iran, India e Pakistan in veste di osservatori. L'organizzazione si occupa principalmente di sicurezza, ma nelle riunioni si parla sempre di più cooperazione economica. Ariel Cohen dell'Heritage Foundation, che elogia il Kazakhstan per le sue aperture all'Occidente, si augurava un fallimento dell'incontro, con una presa di distanza dei piccoli paesi da Cina e Russia, e la condanna dell'Uzbekistan, reo forse di aver limitato i voli militari americani più che di aver represso insurrezioni interne di cui non sono ancora chiare nè l'origine nè le dimensioni. Nel comunicato finale l'organizzazione ha invece ribadito l'unità di intenti, una linea a favore del rispetto della sovranità dei paesi dell'area e, a sorpresa, ha chiesto che l'America indichi una data per lo sgombero della basi in Uzkbekistan e Kirgizstan perchè "la fase attiva dell'operazione militare anti-terrorismo in Afghanistan è sostanzialmente conclusa". Una richiesta alla quale il Dipartimento di Stato non sembra dare troppo peso, forse perchè ritiene che gli accordi bilaterali contino di più di una cooperazione regionale a cui l'America non è invitata a partecipare.

•  A. Cohen, The Shangai challenge [The Washington Times]

•  AFX, Central Asian security group demands deadline for Western bases to pull out [Forbes]

• AP, US rejects setting Central Asia withdrawal date [Radio Free Europe / Radio Liberty]

Gli articoli che seguono esprimono tutti un giudizio negativo sull'accordo militare tra India e Stati Uniti siglato la settimana scorsa. Per Sri Raman si tratta di una trappola tesa dagli americani al governo indiano che dà così avvio ad una corsa agli armamenti nella regione di cui i primi a beneficiare saranno gli americani stessi, che con la mano destra sponsorizzano gli accordi di pace tra India e Pakistan e con la sinistra vendono armi ad entrambi (prima all’uno, poi all’altro per pareggiare). Bahrat Karnad analizza invece i dettagli dell'accordo: le armi vendute o co-prodotte sono, per l'India, strategicamente inutili o troppo rischiose - missili che sbagliano bersaglio troppo spesso non possono certo portare testate nucleari. Il vero rischio è che, facendosi abbagliare dalla retorica bushiana che vuol farne "un grande paese", l'India si ritrovi semplicemente ad essere un grande cliente dell'America; dopo essere stata dagli anni Quaranta, aggiunge Rajghatta, un importante fornitore di materie prime essenziali all'industria militare americana, come terre rare, mica, talco e berillio.

•  J. Sri Raman, 'Star Wars' premiers in India! [Truthout]

•  B. Karnad, Does India really count? [The Asia Age]

•  Indiaspora / C. Rajghatta, India, the proliferator [The Times of India]

 


 

5 luglio 2005

 

Gli aiuti all'Africa

I leader dell'Unione Africana, che comprende 53 paesi, sono riuniti in Libia per discutere il documento da indirizzare al G8: chiederanno più aiuti, come vorrebbe il presidente nigeriano, o diranno che la soluzione è l'unità politica del continente, come vorrebbe Gheddafi? Sarebbe davvero sorprendente se passasse quest'ultima linea, ma la proposta non è casuale, come dimostra il fatto che la riunione ha deciso di chiedere per l'Africa due posti permanenti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. E' come se l'Europa avesse preso una decisione unitaria, invece che in ordine sparso, sulla propria rappresentanza.
Sulla linea delle opinioni controcorrente di ieri è l'intervista allo Spiegel dell'economista keniano Shikwati. Anche lui sottolinea lo spreco cui va soggetta gran parte degli aiuti governativi, perfino quelli della lotta all'AIDS, e la necessità di un cambio di mentalità degli africani. Chi non sembra credere alle terapie d'urto è Barroso, presidente della Commissione europea. C'è l'Africa delle opportunità e dei successi, dove il cambiamento viene dall'interno, dice Barroso, e c'è quella delle malattie e delle violazioni dei diritti umani. Quindi l'Europa continuerà a dare il buon esempio abbattendo entro il 2009 le residue barriere doganali e aumentando gli aiuti di 20 miliardi di euro entro il 2010. Peccato che l'Europa non possa essere per l'Africa anche un esempio di unione politica compiuta; speriamo di non dover imparare da loro.

•  Africa prepares G8 message on aid, debt, trade [Reuters]

•  J. Shikwati, "For God's Sake, Please Stop the Aid!" [Spiegel]

•  J. M. Barroso, L'Europe s'engage pour l'Afrique [Figaro]

 

 

Insofferenza per un mondo multipolare

398-15 non è un bizzarro risultato sportivo, ma la votazione con cui giovedì scorso è passata alla Camera dei Rappresentanti la risoluzione che invita Bush a bloccare l'acquisizione della società petrolifera americana Unocal da parte della rivale cinese CNOOC (Contropagina 1 Luglio). La ragione, come ha sintetizzato uno dei rappresentanti democratici della Louisiana, è che "we cannot afford to have a major US energy supplier controlled by the Communist Chinese". La risposta non si è fatta aspettare, e il Ministro degli Esteri cinesi ha osservato che le regole del mercato devono valere per tutti, americani compresi, quindi che i politici si tengano fuori.  Ma a soffiare sul fuoco c'è anche il Giappone, che fa trapelare il contenuto di due documenti. Il primo, sulla difesa nazionale, elenca i progressi cinesi in campo militare e invita il proprio governo ad una strategia militare più attiva; il secondo, sul commercio internazionale, invita le imprese giapponesi ad allontanarsi dalla Cina e investire nei paesi dell'ASEAN, un'alternativa a dir poco irrealistica, visto che la Cina è oggi il primo mercato di esportazione dei prodotti giapponesi. Infine, alla dichiarazione congiunta dei presidenti russo e cinese per un nuovo ordine mondiale basato sulla multipolarità e sul mutuo rispetto, rispondono piccati due studiosi russi anti-putiniani: un linguaggio da Guerra Fredda, dicono, che dimostra tutta l'incomprensione per i sinceri tentativi di Bush di favorire la cooperazione tra le nazioni ...

•  P. S. Goodman, China tells Congress to back off businesses [Washington Post]

•  China Daily, Japan's white paper adds chill to China ties [Xinhua]

•  China, Russia issue joint statement on new world order [Xinhua]

•  D. Holley, Russia, China team up to assail US foreign policy [Los Angeles Times]
 


 

4 luglio 2005

 

I chiaro-scuri dell'industria europea

La competitività dell'industria dell'area euro è il tema del rapporto prodotto da un gruppo di economisti appartenenti al Sistema Europeo della Banche Centrali. L'analisi è ricca di dati, spunti e indicazioni: prende in esame il periodo 1992-2002 e fa il punto sia sull'evoluzione relativamente alle altre macro-aree sia sulla dinamica dei singoli paesi all'interno dell'area euro. Ne esce un quadro che, per quanto riguarda il passato, è confortante: l'area euro si è mantenuta competitiva grazie alla forte concentrazione nei settori a media tecnologia che in questi ultimi dieci anni sono cresciuti in linea con la domanda mondiale. Guardando al futuro però è questo stesso punto a rivelarsi un fattore di rischio: da un lato per la crescente pressione che proviene da Cina e altri paesi che, risalendo la china della specializzazione tecnologica, diventano diretti concorrenti anche nei settori a media tecnologia; dall'altro perchè i settori in cui la domanda estera cresce di più sono quelli dei beni ad elevato contenuto tecnologico, e, per quanto riguarda i mercati di sbocco, la domanda proveniente dall'Asia Orientale: settori e mercati in cui l'Europa è in ritardo rispetto a Stati Uniti e Giappone. Dall'analisi per paesi emerge un quadro composito, dove ciascuno, pur presentando luci e ombre, offre una soluzione particolare alla questione della competitività: dal modello irlandese basato sull'afflusso massiccio degli investimenti esteri, al modello tedesco di delocalizzazione della produzione, al più tradizionale modello spagnolo che ha saputo tradurre il contenimento del costo del lavoro e il deprezzamento del cambio in guadagni di competitività. L'eccezione è l'Italia, che, da qualsiasi parte la si guardi - specializzazione tecnologica, investimenti diretti, mercati di esportazione - sembra essersi fermata al 1992.
L'analisi di Seth Jones mostra invece come la trasformazione dell'industria della difesa in Europa vada nella direzione giusta, anche per le implicazioni politiche dell'integrazione del settore. Il consolidamento, iniziato nel 1990, ha portato al raggiungimento di una massa critica in grado di fare concorrenza all'industria americana e ha consentito all'Europa una maggiore autonomia per quanto riguarda l'intera catena dell'offerta nel settore. A dimostrazione dell'accresciuta concorrenzialità europea, Mascolo e Hrawnek portano il caso della European Aeronautic Defence and Space Company, produttrice dell'Airbus: anche grazie ad un serie di eventi fortuiti, è probabile che l'EADS si aggiudichi una fetta consistente di un ordine del Pentagono stimato intorno ai 100 miliardi di dollari. Un fatto che aprirebbe la strada ad un riequilibrio delle forniture che attualmente vedono gli Stati Uniti detenere il 20% del mercato europeo e l'Europa solo l'1% di quello americano.

•  Task Force of the Monetary Policy Committee of ECBS, Competitiveness and the export performance of the euro area [Banca Centrale Europea]

•  S. G. Jones, The rise of Europe's defense industry [The Brookings Institution]

•  G. Mascolo e D. Hawranek, Dueling for the $100 Pentagon deal [Der Spiegel]

 

 

Opinioni controcorrente

Meno aiuti all'Africa e più commercio, dicono alcuni osservatori, distaccandosi dai cori poco armonici di Live8 e G8, solista Tony Blair. Gli aiuti corrompono istituzioni e società, riempiono le capitali africane di faccendieri e di SUV, mentre l'incremento dell'1% della quota africana sul totale delle esportazioni mondiali significherebbe un introito cinque volte superiore, che andrebbe direttamente nelle mani dei produttori e senza i vincoli che gli aiuti spesso comportano: lo sostiene con ottimismo George Alagiah, di ritorno da un viaggio in due tra i paesi di maggior successo, Ghana e Sud Africa. Contro i grandi piani si pronuncia William Easterly, che nota come i quasi 600 miliardi di dollari spesi a partire dal 1960 non abbiano prodotto risultati apprezzabili. E' in particolare il Millennium Development Goals promosso da Jeffrey Sachs sotto l'egida dell'ONU, l'oggetto della critica di Easterly: una pianificazione di tipo sovietico, al cui vertice una molteplicità di agenzie farà a gara per scaricarsi le responsabilità degli insuccessi. L'autore è invece favorevole a iniziative mirate e circoscritte, delle quali sia possibile verificare il successo o le cause dell'insuccesso. Sulla stessa linea si trova Jude Wanniski che commenta un articolo di Pat Buchanan. Jeffrey Sachs, dice Wanniski, è anche quello che ha suggerito a Gorbachev la terapia d'urto che è stata la causa della peggior inflazione della storia russa e che ha portato al collasso della federazione sovietica. Chi beneficerà in ultima istanza di questo piano di aiuti? Le grandi banche internazionali, è la risposta sicura di Wanniski.
Un'altra opinione controcorrente è quella di Josie Appleton che tenta di smontare i luoghi comuni intorno allo Zimbabwe e alla figura del suo presidente, erede di Milosevic e Saddam agli occhi di una propaganda sempre alla ricerca di incarnazioni del male.

•  G. Alagiah, Dreaming of a new dawn [Guardian]

•  W. Easterly, Tone Deaf on Africa [NY Times]

•  J. Wanniski, `Reviving the Foreign-Aid Racket`[Wanniski.com]

•  J. Appleton, Trashing Mugabe [Spiked Politics]

 

 


 

1 luglio 2005

 

Minaccia cinese o americana?

Secondo il centro di ricerca Globalsecurity.org, dal 1999 in poi il bilancio della difesa cinese è cresciuto a tassi reali annui compresi tra il 10% e il 15%; tuttavia, un valore realistico della spesa militare totale, comprendente cioè anche le diverse voci inscritte nel bilancio di altri ministeri (ricerca, pensioni, costruzioni di impianti, ecc.), è addirittura tre volte superiore, pari a circa 70 miliardi di dollari e al 5% del PIL. Lo studioso Robert Higgs ha fatto un esercizio simile per gli Stati Uniti giungendo alla conclusione che il totale della spesa militare americana è pari al doppio di quello inscritto nel bilancio del Pentagono, e pari al 7.3% del PIL. Bill Gertz riporta come in America si levino sempre più frequentemente voci che predicano un contenimento militare della Cina, e che ben si sintetizzano nell'uscita apocalittica di Richard Fisher dell'International Assesment and Strategy Center: "Sveglia. La pace del dopo-Guerra Fredda è finita. Siamo in una gara agli armamenti con una nuova superpotenza che ha l'obiettivo di contenere e battere gli Stati Uniti". Se questi sono i toni degli ideologi, non deve stupire l'attivismo di Rumsfeld che, dopo aver favorito l'ampliamento degli accordi militari con il Giappone (Contropagina 24 Febbraio), ora tratta con l'India contratti militari per 15 miliardi di dollari a condizioni, come quella della produzione congiunta di armamenti, mai concesse finora ad alcun altro paese, come racconta Siddarth Srivastava. Ovviamente di senso opposto sono le considerazioni dei cinesi, riassunte nell'articolo del China's People Daily, dove l'autore denuncia le manovre di rafforzamento militare del Giappone, indica la "teoria della minaccia militare cinese" come il vero rischio per gli equilibri dell'area, e invita l'America a non prestare ascolto all'establishmente militare sempre alla ricerca di un nemico. Tomohiko Taniguchi sottolinea invece il conflitto di interessi giapponese: da un lato la Cina è diventato il primo partner commerciale del Giappone e in questo paese la business community non è mai stata così aperta nei confronti del vicino; al tempo stesso la leadership politica si muove nella direzione opposta, mettendo in prima linea le questione della sicurezza nazionale, tra cui ora entra anche la difesa di Taiwan. Una faccenda, quella di Taiwan, che potrebbe portare ai ferri corti le potenze coinvolte intorno al 2008, quando la Cina ospiterà le Olimpiadi: TT prevede infatti che le forze secessioniste dichiarino l'indipendenza, un fatto inammissibile per la Cina che vede la riannessione di Taiwan come legittima e strategica per il controllo delle vie marittime.
•  Autori Vari, China military guide - Military spending [GlobalSecurity.org]

•  B. Gertz, Chinese dragon awakens [The Washington Times]

•  B. Gertz, Thefts of US technology boost China's weaponry [The Washington Times]

•  S. Srivastava, Defense the best attack for India [Asia Times]

•  Why does US preach "China military threat"? [People's Daily]

•  T. Taniguchi, A Cold Peace: the changing security equation in Northeast Asia [Orbis / The Brookings Institutions]

 

L'Europa incrocia le dita

Oggi si inaugura il semestre britannico alla presidenza europea e l'Independent dedica all'occasione un articolo e una scheda. La prima informazione è che fino a ottobre non ci saranno novità sul fronte del bilancio 2007-2013; per il momento Blair è impegnato al G8 dove tenta di rifarsi un'immagine umanitaria, poi ci saranno le vacanze, poi le elezioni in Germania. Intanto il ministro degli esteri Straw ha ribadito ai Comuni che la Gran Bretagna è disponibile a mettere in discussione il ristorno di cui gode solo nell'ambito di una riforma della politica agricola; ha però anche riconosciuto che sarebbe un errore ritrasferire la competenza del bilancio agricolo agli stati nazionali. Morale? "Adapt to survive and prosper" è la ricetta di Straw, naturalmente per chi vuol capire. Agli exploit di Blair come presidente di turno dell'UE nel 1998 è dedicata la scheda dell'Independent, che ricorda una gaffe col nostro governo (la rappresentazione dell'Italia con pizza e salame), la cattiva preparazione del vertice per la nomina del presidente della BCE, l'esibizione in stile berlusconiano dello spin-doctor Alistair Campbell quando elencò i meriti della presidenza britannica.

•  A. Grice, S. Castle, Blair delays reforms to repair rift with Brussels [Independent]

 

Il discorso di Bush tradotto in cifre

Sono i numeri a certificare l'insuccesso del tentativo di risollevare le sorti della guerra nel giudizio dell'opinione pubblica americana: l'audience è stata bassa, non ci sono stati fischi solo perché il pubblico era formato da militari, l'approvazione del governo non è salita, anzi è forse scesa. Il sondaggio Zogby mette inoltre in evidenza che il 42% dei votanti ritiene giusta la procedura di impeachment se si dimostrerà che Bush ha mentito. Il discorso è stato definito vuoto, di novità e di obiettivi concreti, e per ricostruirlo basta mettere insieme le parole chiave che lo compongono, che alcuni attenti ascoltatori hanno catalogato e trasmesso al blog Think Progress. La cosa incredibile è che un discorso del genere, come racconta il Washington Post, è frutto del lavoro di scienziati, esperti in "public opinion during wartime". Quando si dice della specializzazione! I commenti, salvo eccezioni, sono stati all'altezza del discorso, quindi ripetitivi: dell'eccezione più brillante è autore un irakeno, un certo Abdul Ridha al-Hafadhi, che ha detto: Why don't they find another place to fight terrorism?

•  Bush speech draws 23 million viewers [AP]

•  Zogby Poll [Zogby]

•  Bush Iraq Speech: By The Numbers [Think Progress]

•  P. Baker, D. Balz, Bush Words Reflect Public Opinion Strategy [Washington Post]

•  IRAQ WRAPUP 4-Iraqis give mixed response to Bush vow to stay on [Reuters]

 


 

30 giugno 2005

 

Pre-ritiro

Gli estremisti che si oppongono al ritiro dei coloni da Gaza hanno deciso di passare all'azione con blocchi stradali e l'occupazione di edifici in prossimità degli insediamenti da evacuare. Il loro obiettivo è di far salire la tensione in Israele, quindi di indurre il governo a cambiare programma. Il governo reagisce facendo intervenire l'esercito e proclamando la legge marziale a Gaza. I più danneggiati saranno sicuramente i palestinesi che, come racconta l'Electronic Intifada, hanno già cominciato a subire gli effetti collaterali dello scontro interno a Israele. Che fine farà il piano di disimpegno? Secondo Amir Oren, che ne ha previsto il rinvio, i giochi sono ancora aperti e l'esercito considera entrambi gli scenari. Per Neve Gordon la realizzazione del piano serve a Sharon per procedere in modo altrettanto unilaterale all'annessione di buona parte della Cisgiordania, inclusa naturalmente Gerusalemme Est. Questo obiettivo, che sarebbe stato confidato dal primo ministro stesso a un gruppo di ebrei americani nel corso dell'ultima visita, è chiaramente in opposizione a tutte le iniziative di pace, inclusa la roadmap, e renderebbe simbolica l'esistenza di uno stato palestinese. Ai costi dell'economia di guerra di Sharon è dedicato infine l'articolo di Ofer Kornfeld; costi che non hanno espressione solo nelle cifre di bilancio e della contabilità nazionale, ma in tutti gli aspetti della vita civile.

•  Israeli Troops Rout Jewish Extremists [Yahoo/AP]

•  Disengagement begins with destruction of Palestinian buildings [EI]

•  A. Oren, What if there is no disengagement? [Haaretz]

•  N. Gordon, No Negotiation [InTheseTimes]

•  O. Kornfeld, Condemning the wartime economy [Haaretz]

Jon Wiener riferisce della polemica fra due esponenti del mondo ebraico americano: Alan Dershowitz, famoso avvocato, e Norman Finkelman, studioso e autore de L'industria dell'Olocausto. Finkelman ha scritto un libro per smontare le affermazioni contenute nel saggio The case for Israel di Dershowitz, in particolare quelle relative alla politica dei diritti umani in Israele. Dershowitz ha attaccato Finkelman senza neppure attendere la pubblicazione del libro e, chiedendone il blocco, ha dimostrato la sua considerazione per la libertà di pensiero.

•  J. Wiener, Giving Chutzpah New Meaning [The Nation]

 

 

Il CAFTA al voto

Dopo oltre un anno di tentennamenti, la Casa Bianca ha presentato il CAFTA (Contropagina 16 e 25 Maggio) al Congresso che, sulla base della cosiddetta "fast-track authority", può solo approvare o respingere l'accordo senza modifiche; il tutto entro fine Ottobre. La legge, fortemente voluta dalla Casa Bianca, non ha tuttavia ancora i voti sufficienti per passare alla Camera (al Senato è previsto un voto favorevole, anche se di strettissima misura, entro la fine della prossima settimana). Bruce Bartlett ammette che il CAFTA ha poco a che fare con il libero commercio e molto con la politica estera americana, ma invita comunque ad approvarlo, se non altro per dare una tenue prova di quel liberismo tanto invocato da Bush in campagna elettorale ma altrettanto disatteso nella pratica. A questo proposito, Bartlett riporta l'opinione critica dell'economista Bhagwati, il quale sostiene che gli accordi bilaterali, come CAFTA e NAFTA, sono una vergogna perchè, a differenza di quelli multilaterali, minano le fondamenta del commercio internazionale ad esclusivo vantaggio dell'unica superpotenza. Diane Takvorian si augura invece che il CAFTA venga bocciato: vive nella regione di San Diego, al confine con quella messicana di Tijuana, e porta la testimonianza diretta del degrado sociale e ambientale che il NAFTA - padre putativo del CAFTA - ha generato nelle due regioni confinanti. Un degrado che, per quanto riguarda i paesi dell'America Centrale, potrebbe essere anche peggiore, almeno in materia di mercato del lavoro. Lo sostiene l'International Labor Rights Group che ha prodotto, in qualità di consulente del Dipartimento del Lavoro americano, una serie di rapporti fortemente critici sulle leggi e le condizioni di lavoro nei paesi dell'America Centrale, leggi che, secondo le procedure del CAFTA, rappresenterebbero gli standard minimi da adottare. Queste conclusioni non sono piaciute all'Amministrazione che prima le ha censurate, poi le ha attaccate bollandole come "parziali, senza prove e fondate su statistiche dubbie" e ora ha rescisso il contratto con l'ILFR. Come nel caso dell'Iraq, le prove non servono a provare ma devono essere costruite per corroborare i propositi politici.

•  K. G. Hall e J. Kuhnhenn, CAFTA expected to narrowly pass in Senate, face a battle in House [Knight Ridder]

•  B. Bartlett, CAFTA as catch can [The Washington Times]

•  D. Takvorian, CAFTA on the ropes: agreement must protect people and the environment [Voice of San Diego]

•  L. Margasak, AP: US blocked release of CAFTA reports [Washington Post]

•  Documenti dell'International Labor Rights Fund e del US Labor Department [AP]

 

 


 

29 giugno 2005

 

La dissociazione americana

Alla decadenza dell'impero americano sono dedicati alcuni articoli comparsi nei giorni scorsi. Lo storico Eric Hobsbawm osserva che il peso relativo dell'economia americana sta riducendosi da oltre cinquant'anni e che ormai il primato degli Stati Uniti è circoscritto alla potenza militare, per ora incontrastata. C'è un filo conduttore, dice Hobsbawn, tra i rivoluzionari che fondarono la repubblica, Wilson e i neocon al potere oggi: un senso di missione che nel corso della storia ha alternativamente ispirato tendenze espansioniste e isolazioniste. Wilson fece il primo tentativo di stabilire la supremazia globale degli Stati Uniti con risultati disastrosi; ai neocon il crollo dell'Unione Sovietica ha spianato la strada, ma la mancanza di idee li ha portati a sopravvalutare le capacità della potenza militare, con risultati politici altrettanto disastrosi. William Pfaff parla delle debolezze di questa potenza militare e mette in luce la dissociazione fra gli investimenti per le guerre stellari del futuro e l'inadeguatezza del reclutamento e dell'equipaggiamento della truppa. Se le guerre all'Irak e all'Afghanistan hanno fatto toccare in alcuni punti i limiti delle capacità operative dell'esercito americano, come potrà il Pentagono affrontare altri focolai di crisi nei 25 paesi tenuti sotto osservazione dal Dipartimento di Stato? La conclusione di Pfaff è che la dissociazione della politica di potenza americana ricorda i regimi totalitari del '900, che identificavano la realtà con le fantasie ideologiche. Se gli Stati Uniti, anziché portare ordine, contribuiscono al disordine, su chi si può contare? si chiede Tony Judt. La domanda non ha una risposta positiva: l'ONU infatti è debole e va riformato, l'Europa dopo i referendum è ancora più lontana dall'essere un attore politico internazionale. La conclusione pessimistica sottolinea la preoccupazione di Judt: come rispondere alle emergenze umanitarie? La riflessione parte dalla recensione dell'ultimo libro di David Rieff, un interventista pentito, per così dire. E' la guerra all'Irak a indurre Rieff a riconsiderare il suo appoggio agli interventi in Yugoslavia, interventi che considera ancora necessari, ma che non è più sicuro di condividere per il modo in cui si sono attuati e per le conseguenze che hanno prodotto. Il pregio del libro è per Judt quello di ricordare quanto angoscianti possano essere i dilemmi posti da tali situazioni.

•  E. Hobsbawm, America's neo-conservative world supremacists will fail [Guardian]

•  W. Pfaff, Phantom Menace [American Conservative]

•  T. Judt, The New World Order [The NY Review of Books]

 

 

Il petrolio, tra domanda e offerta

L'offerta della China National Offshore Oil Company di comprare in denaro contante la compagnia californiana Unocal è stata una duplice sorpresa: anzitutto la società americana aveva già accettato una precedente offerta di acquisto da parte delle Chevron-Texaco; in secondo luogo i cinesi non sembrano badare a spese, offrendo ben il 13% in più degli americani della C-T. Per la Cina, notano Wayne e Bonanza, il valore strategico di questa acquisizione sta nel fatto che le riserve di petrolio e gas di Unocal sono concentrate in Asia. Avendo sempre sullo sfondo il desiderio di approvigionamento energetico cinese, Patrick Doherty collega tra loro le prime dichiarazioni del neo-presidente iraniano Ahmadi-Nejad e le osservazioni di alcuni esperti di Medio Oriente, per arrivare alla conclusione che il legame Iran-Cina sul fronte della ricerca e dell'estrazione di petrolio sarà molto rafforzato in meno di un anno, a scapito di americani ed europei.

Di fronte a questo attivismo asiatico, la risposta americana è, per lo meno, incerta. E' l'opinione del Washington Post, che in un editoriale critica l'ultima versione del controverso pacchetto sull'energia approvata ieri dal Senato americano: una legge che continua a prevedere sussidi all'industria petrolifera nazionale, e non prende in seria consdierazione una virata verso le fonti alternative. Per il WP questo significa esporre il paese a gravi rischi. Rischi che, ad esempio, possono derivare da strozzature nella catena dell'offerta, come hanno simulato esperti del settore e funzionari governativi in un incontro tenutosi a Washington l'altra settimana e i cui risultati sono stati definiti "sconcertanti". A bilanciare le opinioni catastrofiste ci pensa invece il liberista Alan Reynolds che sostiene che l'elevato prezzo del petrolio è frutto di una domanda che sale più rapidamente dell'offerta, e ricorda che, come in passato, saranno i cicli di domanda e offerta a rallentare prima l'economia e a ridurre il prezzo del petrolio poi.

•  L. Wayne e D. Bonanza, Unocal deal: a lot more than money at issue  [The New York Times]

•  P. Doherty, Iranian oil maneuver [TomPaine.com]

•  Editoriale, Lost energy [Washington Post]

•  K. G. Hall, Simulated oil meltdown shows US economy's vulnerability [Knight Ridder]

•  A. Reynolds, Oil price cause and effect [The Washington Times]