7 settembre 2005
I due binari
La politica americana verso la Cina sembra procedere su due binari: la minaccia e il dialogo. Non si tratta però questa volta della manifestazione delle divisioni fra Pentagono e Dipartimento di Stato; infatti l'Ammiraglio William Fallon, comandante del Pacifico, prima denuncia come priva di giustificazione la crescita della spesa militare cinese, poi aggiunge che la "one China policy" resta immutata e che il problema di Taiwan va risolto col dialogo. Così Zoellick, il vice della Rice, boccia la politica di accordi con paesi come l'Iran per la fornitura di petrolio, ma poi riconosce le ragioni dei cinesi nel voler dare al problema della Corea del Nord una soluzione complessiva, non limitata alla questione del disarmo nucleare. Anche in Cina si confrontano visioni diverse, ma, come mette in evidenza Chu Cheow, il confronto è circoscritto alla politica interna. La politica estera cinese è riassunta da Wang Jisi in un obiettivo di lungo termine: un mondo multipolare. La fine del primato americano non richiederà guerre, ma è estrapolabile dalle tendenze economiche e politiche in corso. Alla Cina conviene dunque sviluppare al massimo i rapporti con gli Stati Uniti, senza per questo rinunciare a rafforzarsi. Per Thomas Bickford Taiwan è un esempio di come il tempo giochi a favore della Cina. L'isola sarà sempre meno in grado di difendersi autonomamente, i suoi legami economici e culturali col continente sono sempre più stretti, il Kuomintang, storico partito dell'opposizione anticomunista, ha già iniziato la marcia di riavvicinamento: a un certo punto il ricongiungimento sarà inevitabile. I due binari riflettono le difficoltà americane a rinunciare al primato; ma la scelta che il paese ha di fronte è tra rinuncia controllata e abbandono precipitoso, sometime in the future. Le politiche sociali di cui parla il capitolo che segue fanno parte di questa scelta.
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Reuters, US sees China overspending on military
[Expressindia]
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Reuters, US warns China on Iran oil
[The Financial Express]
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G. Kessler, Zoellick Details Discussions With China on Future of the Korean Peninsula
[Washington Post]
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E. T. C. Cheow, China's leaders begin a crucial debate
[International Herald Tribune]
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W. Jisi, China's search for stability with America
[Foreign Affairs]
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T. J. Bickford, Opportunities, Risks, and the Issue of Taiwan
[Foreign Policy in Focus]
La transizione americana
Negli Stati Uniti, le statistiche sul mercato del lavoro di Agosto hanno confermato le tendenze espresse già da molti mesi: l'occupazione cresce, ma solo nel settore dei servizi, mentre si contrae sistematicamente in quello manifatturiero. Un fenomeno che, nella fase di crescita degli ultimi tre anni e mezzo, si riassume in una riduzione mensile di 33mila posti di lavoro nel settore manifatturiero a fronte di una creazione complessiva di 75mila unità. Qual è il significato di questo cambiamento nella composizione della forza-lavoro americana? Lo spiega con molta chiarezza Paul Craig Roberts, economista di area conservatrice, ma anti-Bush. E' anzitutto la progressiva depauperazione della forza-lavoro stretta tra le strategie di delocalizzazione delle compagnie americane e le politiche di immigrazione. L'outsourcing sposta infatti la produzione nei paesi dove il costo del lavoro è più basso e la regolamentazione minore ed è un fenomeno che oramai investe anche i settori a più elevata specializzazione, come confermano i dati riportati da Ed Frauenheim. Un processo regressivo che da un lato applica in maniera cieca i principi del libero scambio, secondo cui anche il lavoro è un bene "tradable", ma che, dall'altro lato, porta inevitabilmente al declino dell'economia e della società. Nota infatti Roberts che alla progressiva perdita di posti di lavoro nei settori più avanzati si associa lo spostamento della ricerca, del know-how, del reddito, privando così la società americana di stimoli e opportunità di progresso. Un rischio, questo del libero mercato a tutti i costi, da cui già nel 1841 metteva in guardia Friedrich List, capo della scuola storica tedesca. A differenza di Smith, List ritiene che lo sviluppo di un paese non stia nella ricchezza in quanto tale ma nella capacità di crearla attraverso i cosiddetti "poteri produttivi": non solo il lavoro inteso come sforzo fisico ma anche tutti gli aspetti immateriali di inventiva, ricerca, educazione e sacrificio in vista delle generazioni future; e, considerando l'industria manifatturiera come il luogo delle attività in grado di risvegliare e sviluppare "i poteri produttivi", ritiene che nella fase di sviluppo della propria industria un paese abbia il diritto-dovere ad una qualche forma di protezione dalla concorrenza impari della nazione economicamente e politicamente egemone. Questa posizione era allora occupata dall'Inghilterra e la combinazione, negli Stati Uniti, di un rapido sviluppo dell'economia ad una dose di protezionismo industriale, indusse List a prevedere che questo paese avrebbe verosimilmente conteso lo scettro dell'impero "di lì a tre generazioni". Una previsione, basata sull'analisi storica e non su modelli matematici, che si è puntualmente avverata e i cui elementi analitici vale la pena di prendere in considerazione per comprendere l'attuale fase di transizione dell'economia e della società americana.
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Bureau of Labor Statistic, The employment situation: August 2005
[US Department of Labor]
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P. C. Roberts, The vicious downward cycle of the American economy: resurrecting Karl Marx
[Counterpunch]
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E. Frauenheim, Labor group: techies less optimistic
[News.com]
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F. List, The national system of political economy, 1841
[McMaster University]
6 settembre 2005
Il nucleare iraniano
Pepe Escobar di Asia Times, fallito il tentativo di visitare l'impianto nucleare di Isfahan, ripiega su un saggio di promozione turistica. Al termine riepiloga comunque i termini della questione: l'Iran ha ripreso l'attività di arricchimento dell'uranio e la trattativa con Francia, Germania e Gran Bretagna si è pertanto interrotta, la posizione iraniana si è complessivamente indurita e il paese non sembra temere il deferimento al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Howard LaFranchi conferma la determinazione iraniana dando notizia del progetto di istituire a Teheran un mercato di contratti futures sul petrolio denominati in euro, in aperta concorrenza col Nymex di New York. Più che di una sfida, si tratterebbe di una provocazione ancor più grave del nucleare: è come mettere le dita negli occhi agli americani, commenta un esperto intervistato da LaFranchi. Ne sa qualcosa Saddam che alcuni mesi prima dell'invasione decise di farsi pagare in euro il petrolio. Scott Peterson spiega le ragioni per cui l'Iran si sente più sicuro e ritiene improbabile il deferimento al Consiglio di Sicurezza: Russia e Cina sono contrarie; Il rapporto che l'IAEA discuterà a Vienna il 19 settembre, pur lamentando un'ancor insufficiente trasparenza, esclude l'esistenza di programmi militari; le tensioni sul mercato del petrolio potrebbero aggravarsi; il nuovo presidente iraniano gode di un'ampia maggioranza nel paese; gli americani sono in difficoltà in Irak; gli stessi europei, che hanno minacciato l'iniziativa, non hanno nessun interesse a preparare il terreno per una sceneggiata come quella che ha preceduto l'invasione dell'Irak. Come era prevedibile, gli europei si trovano dunque in un vicolo cieco. Daniel Vernet su Le Monde si consola dicendo che gli europei sono dalla parte della saggezza: ben strana saggezza quella che porta a calpestare i trattati e a comportamenti politici poco accorti. Infine Dilip Hiro ripropone le ragioni degli iraniani e mette in evidenza come il risultato delle pressioni sia di aver coagulato intorno all'Iran un vasto schieramento di paesi emergenti.
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P. Escobar, A nuclear (mis)adventure in Isfahan
[Asia Times]
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H. LaFranchi , Iran's oil gambit - and potential affront to the US
[Christian Science Monitor]
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S. Peterson, Iran changes tack in nuclear standoff
[Christian Science Monitor]
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D. Vernet, Faut-il avoir peur de la bombe iranienne ?
[Le Monde]
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D. Hiro, Iran's Nuclear Ambitions
[The Nation]
La via dell'oppio
Una volta ci si sarebbe forse chiesti se Putin fosse panslavista, oggi invece la domanda è: Putin è eurasianista? Secondo Dmitry Shlapentokh, che passa in rassegna la letteratura in proposito, forse lo era. La conferenza stampa della quale rende conto il Times certamente mostra un Putin più europeo che asiatico o eurasiatico; anche quando parla dell'Ucraina, dove la rivoluzione arancione rivela giorno dopo giorno il proprio carattere di bluff. Verso i paesi dell'Asia Centrale Putin rispolvera la tradizionale poltica imperiale russa? Può darsi, ma bisogna riconoscere la difficoltà di gestire le relazioni con paesi confinanti insicuri, attraversati da inquietudini profonde e dai traffici di droga, prodotto non secondario delle imprese militari americane.
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D. Shlapentokh, Russia.s foreign policy and eurasianism
[Eurasianet]
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M. Binyon, Putin tells West not to interfere in ex-Soviet republics
[The Times]
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Presidential Aide Quits, Citing Corruption
[LA Times]
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S. S. Shazad, Opium gold unites US friends and foes
[Asia Times]
5 settembre 2005
Miti e realtà
Oltre a New Orleans, Katrina ha travolto il mito americano? Forse no, ma per chi ancora vive di questo mito, le immagini del caos di New Orleans si aggiungono a quelle di Baghdad e producono sicuramente, insieme alla sorpresa, riflessioni e dubbi. L'associazione fra le due città è ricorsa più volte nei media americani: al saccheggio di Baghdad nei primi giorni dell'occupazione si riferisce, per esempio, Frank Rich quando cita la battuta di Rumsfeld "stuff happens". "Cose che capitano" è sembrata appunto, adesso come allora, la fatalistica reazione del governo americano. Rich punta il dito in particolare su Bush, che da Crawford è volato nella direzione opposta, dando ancora una volta l'impressione di scarsa presenza di spirito: certo non un complimento per un commander in cif. La storia del disastro di New Orleans è raccontata nel lungo reportage di Newsweek: la notizia rilevante è che l'allarme sulla rottura degli argini fu dato dalla città già la domenica pomeriggio, 14 ore prima dell'arrivo dell'uragano. Richard Serrano e Nicole Gaouette parlano delle inadeguatezze del sistema di contenimento delle acque intorno a New Orleans, dei programmi di potenziamento, dei finanziamenti insufficienti e della confusione di competenze che ha contribuito a ritardare la macchina dei soccorsi. Ritardi comunque ingiustificabili, visto che il giudizio unanime dei tecnici attribuiva al sistema delle acque la capacità di sopportare un uragano forza 3, mentre Katrina veniva annunciato con forza 5, prima di essere "declassato" a forza 4. Evan Jones fa un ritratto essenziale del Genio militare, purtroppo impotente in questa occasione per mancanza di elicotteri, che nella sua lunga storia ha anche avuto la responsabilità del progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica. Paul Krugman denuncia invece le responsabilità del governo per l'inefficienza della FEMA, un'agenzia equivalente alla Protezione Civile, finita nel calderone del nuovo ministero per la sicurezza nazionale; la passione per il privato e per la guerra hanno indebolito lo stato e la sua capacita di fornire servizi essenziali. Alle condizioni delle infrastrutture americane e all'insufficienza degli investimenti pubblici nel settore è dedicato uno studio del 2005 dell'Associazione degli ingegneri civili, nel quale si prospettava un fabbisogno di 1.600 miliardi di dollari in 5 anni per i necessari adeguamenti. Anche nel servizio AP c'è l'eco della polemica contro la priorità della spesa militare. Infine Anne Rice propone un ricordo appassionato di New Orleans, della sua civiltà e della sua cultura che ne hanno fatto un patrimonio di tutti.
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F. Rich, Falluja floods the Superdome
[Herald Tribune]
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E. Thomas e altri, The Lost City
[Newsweek]
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R. Serrano - N. Gaouette, Despite Warnings, Washington Failed to Fund Levee Projects
[LA Times]
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E. Jones, Katrina and the Army Corps of Engineers: Manufacturing Disaster
[Counterpunch]
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P. Krugman, Killed by Contempt
[NY Times]
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Associated Press, Report: nation's infrastructures crumbking
[USA Today]
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American Society of Civil Engineers, 2005 Report Card for American Infrastructure
[ASCE]
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A. Rice, Do You Know What It Means to Lose New Orleans?
[NY Times]
11 Settembre: il caso non è chiuso
Tra i motivi di insoddisfazione dei civil servants americani, oltre alla scarsa considerazione del governo per la cosa pubblica, ci sono i rischi legati a un eccesso di zelo o di rigore nell'esercizio delle proprie funzioni. Un caso esemplare è quello di Sibel Edmonds, ex traduttrice presso l'FBI, licenziata dopo l'11 settembre perché voleva capire le ragioni per cui notizie importanti riguardanti gli attentati venivano archiviate senza un seguito. David Rose su Vanity Fair ne ricostruisce l'interessante storia. Sebbene non abbia rivelato le notizie per le quali si è giocata il posto, la Edmonds appartiene alla categoria dei whistle-blowers, cioè delle lingue lunghe che anonimamente o apertamente rivelano particolari imbarazzanti per l'amministrazione o ne criticano le decisioni. L'editoriale del New York Times denuncia l'orientamento punitivo del governo nei loro confronti e presenta alcuni casi di funzionari ai quali il paese dovrebbe essere riconoscente. Whistle-blowers virtuosi sono anche gli ufficiali che hanno rivelato che Atta era una vecchia conoscenza del Pentagono; il servizio della Reuters aggiunge che il dossier è purtroppo sparito. Non whistle-blower, ma avvocato, è invece Gerald Shea che dopo un'accurata indagine ha presentato alla Commissione sull'11 settembre un rapporto dal quale risulta evidente che i servizi segreti israeliani conoscevano il programma degli attentati. La domanda dell'autore è: gli israeliani hanno informato le autorità americane e in caso negativo non dovrebbero essere chiamati a spiegarne le ragioni?
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D. Rose, Vanity Fair
[Information Clearing House]
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Editoriale
[NY Times]
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Reuters, Three More Assert Pentagon Knew of 9/11 Ringleader
[truthout]
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Gerald Shea - Memorandum to the National Commission on terrorist attacks upon the United States
[antiwar]
2 settembre 2005
L'esordio di Bolton
L'Assemblea generale dell'ONU convocata a New York dal 14 al 16 settembre prossimi dovrebbe approvare una Dichiarazione in cui vengono fissate le linee guida per una riforma dell'Organizzazione, alla quale verrebbe riconosciuto un più attivo ruolo in tema di lotta alla povertà, all'ingiustizia e al degrado ambientale. La bozza provvisoria in circolazione è un documento ambizioso e in quanto tale sorprendente: sorprendente perché non è stato accompagnato da un adeguato dibattito pubblico. Per fortuna, si sarebbe tentati di dire, ci ha pensato Bolton, il contestato nuovo ambasciatore americano all'ONU, a richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale; sennonché Bolton ha presentato, a pochi giorni ormai dall'evento, un numero imprecisato di emendamenti -alcune fonti parlano di 450, altre di 750- che rendono improbabile un accordo. Julian Borger riferisce le interpretazioni del ritardo con cui gli americani si sono mossi e riporta i motivi principali del dissenso: a parte la nota opposizione a sottoscrivere l'impegno a versare lo 0.7% del PIL a favore delle popolazioni più povere, a riconoscere la validità del Trattato di Kyoto e la Corte penale internazionale, gli emendamenti riflettono le tendenze unilateraliste della politica estera di Washington. Significativi sono quelli riguardanti il terrorismo, gli interventi armati a difesa dei diritti umani, il Trattato di Non Proliferazione. La domanda che vien da porsi leggendo i commenti di Borger, Hudson e Bennis è: se l'obiettivo minimo della Dichiarazione è di delineare attraverso principi e trattati un quadro di legalità internazionale e se gli Stati Uniti si rifiutano di sottostarvi, che genere di accordo si può immaginare? L'editoriale del Washington Post risponde chiamando in causa la Rice e invitandola a operare un miracolo, naturalmente "with luck".
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Bozza della Dichiarazione dell'Assemblea generale dell'ONU
[UN]
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J. Borger, Road map for US relations with rest of world
[Guardian]
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K. Hudson, Nuclear hypocrisy
[Guardian]
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P. Bennis, A Declaration Of War
[TomPaine]
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Editoriale
[Washington Post]
L'ex-Yugoslavia fra fatti e propaganda
L'articolo senza capo né coda di Roger Cohen offre a Nebojsa Malic lo spunto per un aggiornamento sulla questione yugoslava. Il primo episodio di cui riferisce è l'assassinio di due serbi in Kossovo; Malic sottolinea ancora una volta come la reazione dei rappresentanti dell'Onu e in generale della stampa internazionale di fronte a fatti del genere sia di minimizzare. Il secondo riguarda il processo a Milosevic all'Aja, che ha visto la Corte in difficoltà nel definire il concetto di Grande Serbia, sul quale basa l'accusa. Il terzo riferimento è alle basi di terroristi islamici in Bosnia; a questo argomento è dedicato anche un articolo de La Stampa. La conclusione di Malic è che la propaganda imperiale continua a deformare la realtà, ma il fenomeno è destinato a esaurirsi.
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R. Cohen, Globalist: Years after Milosevic, Serbia's illusions persist
[International Herald Tribune]
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N. Malic, Rejecting Reality
[Antiwar]
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Islam a Sarajevo
[La Stampa]
1 settembre 2005
Era davvero peggio Saddam?
Dei due tormentoni politici su cui si è concentrata l'attenzione dei media internazionali in agosto, uno, il varo della costituzione irakena, non sembra ancora concluso. L'ambasciatore americano continua infatti a premere su sciiti e sunniti per un compromesso: è come se l'arbitro decidesse di mettere in discussione il risultato facendo continuare il gioco oltre il tempo regolamentare. Alla fine non si saprà più qual è il vero testo. Il comportamento irrituale di Khalizad è sottolineato dall'essere rimasto al fianco di un leader sunnita mentre questi accusava le forze speciali agli ordini del ministro dell'interno di aver compiuto massacri di sunniti. L'insistenza conferma che la mancata approvazione della carta costituzionale da parte della rappresentanza sunnita è un grave smacco per gli americani. Ne è convinto anche Noah Feldman, già consulente dell'amministrazione provvisoria a Baghdad, che comunque dà un giudizio positivo sul documento definendolo il più avanzato del mondo islamico. Un'affermazione che non trova d'accordo l'esperto Juan Cole che cita ad esempio la costituzione indonesiana, dove non si fa riferimento alla legge islamica. In realtà il testo liquidato dall'Assemblea irakena è un insieme di contraddizioni, come mette in evidenza Borzou Daraghai. Se gli Stati Uniti fossero super partes un accordo coi sunniti si sarebbe probabilmente raggiunto e anche un testo non risolutivo avrebbe potuto essere considerato un passo avanti in una situazione che ha visto finora solo passi indietro: la condizione della donna è in questo senso emblematica. Ma gli Stati Uniti sono una forza di occupazione con obiettivi che, almeno nelle dichiarazioni, cambiano strada facendo: prima le armi di distruzione di massa, poi il terrorismo, poi la democrazia, infine ieri, nelle parole di Bush riportate dall'AP, quella più verosimile, il petrolio. E la resistenza sunnita mette gli Stati Uniti di fronte alla vera scelta: quella fra l'aumento dell'impegno militare e il ritiro delle truppe. La corrispondenza di Tom Lasseter non lascia dubbi in proposito. I problemi posti dalla resistenza sunnita fanno pensare a John Yoo che la soluzione sia di tipo yugoslavo, ossia il frazionamento dell'Irak; ma, ammesso e non concesso che lo status quo yugoslavo possa essere considerato di equilibrio, le probabili tensioni fra Turchia e stato curdo e l'influenza iraniana sul sud sciita complicherebbero il quadro senza eliminare la guerriglia sunnita. Forse Yoo immagina un ulteriore allargamento dell'Unione Europea. Il quadro resta dunque caotico e i tragici fatti di ieri non fanno che confermarlo. La corrispondenza di Robert Fisk aggiunge a questo quadro il contributo delle squadre della morte governative. Non è perciò provocatoria la domanda di Jude Wanniski, in uno dei suoi ultimi commenti: Are we really better off without Saddam?
Purtroppo l'improvvisa scomparsa di Wanniski priva internet di una mente lucida, capace di coniugare il senso degli affari con la passione civile. Ci mancherà.
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R.H. Reid, U.S. Envoy: Iraq Constitution May Change [Guardian]
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N. Feldman, Agreeing to Disagree in Iraq
[NY Times]
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J. Cole, Constitution born by Caesarian Section
[juancole.com]
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B. Daragahi, Draft Clearly Shows Points of Contention [LA Times]
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J. Loven, Bush Gives New Reason for Iraq War [truthout]
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T. Lasseter, U.S., insurgents locked in stalemate [Knight Ridder]
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J. Yoo, A united Iraq -- what's the point? [LA Times]
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R. Fisk, Secrets of the Morgue: Baghdad's Body Count [truthout]
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J. Wanniski, Are We Really Better Off Without Saddam? [Wanniski.com]
Nel disastro di New Orleans c'entra anche l'Irak: Paul Craig Roberts spiega perché.
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P. C. Roberts, How New Orleans was Lost [Counterpunch]
I dubbi del dopo Gaza
L'altro tormentone estivo, il ritiro degli israeliani da Gaza, si è concluso invece con successo. Come Yossi Alpher, non avremmo scommesso su Sharon; di Alpher condividiamo alcuni dei dubbi che nascono da questo successo. Si è trattato dell'ultimo atto del cosiddetto processo di pace o di un precedente che apre prospettive insperate? La prima ipotesi è sostenuta fra gli altri da Pat Buchanan, il quale denuncia anche il tentativo di far pagare al contribuente americano le spese dello sgombero, e da James Zogby che mette in evidenza la marginalizzazione dell'Autorità Palestinese e tuttavia conclude con l'appello a una resistenza non violenta (finché c'è vita, c'è speranza). Più ottimista appare invece Al-Ahram che sottolinea la fluidità della situazione politica israeliana, con la crisi dei partiti storici e il prossimo cambio generazionale. Relativamente ottimista è anche il pacifista Uri Avnery, intervistato dal periodico Tikkun, che spiega le ragioni della crisi dei partiti e le trasformazioni del sionismo. Nella conclusione, Avnery mette però in guardia dal pericolo di una Weimar israeliana. Scherzi della memoria?
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Y. Alpher, Eat my laptop II
[Media Monitors Network]
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P, J. Buchanan, Sharon: Hero and Goat of Gaza
[Antiwar]
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J. Zogby, Sharon Is Winning
[Media Monitors Network]
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S. Ghattas, Sharon's last gamble
[Al-Ahram]
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Intervista a Uri Avnery
[Tikkun]
4 agosto 2005
Hiroshima, sessant'anni dopo
Il dibattito continua, è il titolo
dell'articolo di Gar Alperovitz che riporta le opinioni degli storici sulle
questioni ancora aperte. La prima delle quali è: è stata davvero la bomba
atomica a determinare la resa del Giappone? Le risposte sono almeno tre, una
positiva e due negative: l'entrata in guerra dell'Unione Sovietica è una di
queste, l'altra è che la resa sarebbe arrivata comunque prima dell'invasione
prevista per novembre. Cosa pensavano i comandi militari? Se ne sa poco;
tuttavia le dichiarazioni di molti tra i più alti ufficiali, Eisenhower
compreso, rilasciate dopo la fine della guerra, sono state di condanna.
Perché, dunque, la bomba è stata impiegata? La risposta convenzionale è: per
salvare il maggior numero di vite, nella previsione che un'invasione sarebbe
stata molto sanguinosa. Ma perché, replicano alcuni storici, si è ritardata
la resa giapponese omettendo le garanzie per l'imperatore nella
Dichiarazione di Potsdam? L'opinione di Alperovitz e di altri storici è
riassunta in un'affermazione fatta in privato dal Segretario di Stato Byrnes:
la bomba è servita a "make the Russians more manageable in Europe". Come
osserva l'autore, si tratta di una delle poche testimonianze disponibili,
perché delle discussioni a livello di governo che hanno preceduto la
decisione di lanciare la bomba non è rimasta traccia. Jonathan Rosenberg
riporta più in dettaglio le opinioni dello storico Tsuyoshi Hasegawa, citato
da Alperovitz. Frederick Taylor guarda a Hiroshima da una prospettiva
europea: la bomba non è stata soltanto un elemento decisivo per indurre i
giapponesi alla resa, ma un'anticipazione della guerra fredda. E grazie a
questa, giapponesi e tedeschi hanno potuto rimuovere il fresco ricordo dei
bombardamenti; il ricordo è riemerso però negli anni recenti e a soffrirne è
l'immagine dell'America. Robert Gallucci si chiede che differenza ci sia tra
i bombardamenti di Tokyo e Dresda e quello di Hiroshima. La sua risposta è:
l'enorme potenza della bomba atomica, che ne fa un deterrente. Per il resto,
atomico o non, il bombardamento delle città è comunque un crimine. Pervez
Hoodbhoy, scienziato pakistano, si chiede come possano i liberal americani,
anche a sessant'anni di distanza, difendere la moralità dei bombardamenti di
Hiroshima e Nagasaki. Più in generale denuncia la facilità con cui gli
americani decidono di bombardare un paese (21 dal 1948), da ultimo con
spirito fondamentalista. Infine Greg Mitchell propone un'accurata e
interessante ricostruzione delle iniziative per documentare gli effetti dei
due bombardamenti atomici, di come la documentazione prodotta sia stata
sottoposta a "cover up" da parte delle autorità americane, di come i media
si siano autocensurati anche quando i documenti sono stati desecretati. Una
cosa da nascondere?
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G. Alperovitz,
Hiroshima After Sixty Years: The Debate Continues [CommonDreams]
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J. Rosenberg, What Truman was thinking when he decided to drop the bomb
[Christian Science Monitor]
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F. Taylor, The Countdown to Annihilation and the Legacy of the A-Bomb
[Spiegel]
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R. Gallucci, The promise of retaliation [Bulletin of the Atomic Scientists]
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P. Hoodbhoy, A victory without spoils [Bulletin of the Atomic Scientists]
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G. Mitchell, Hiroshima Cover-Up Exposed [Truthout]
Iran: l'Europa sbaglia
L'Iran annuncia di essere pronto a riprendere
il proprio programma nucleare e l'Europa risponde che se ciò accadrà, si
rivolgerà al Consiglio di Sicurezza. Una decisione inopportuna, sostiene Ian
Davis, anche perché è l'Agenzia Atomica (IAEA) a svolgere il ruolo di controllo
sulla proliferazione nucleare. In realtà, la posizione europea oramai fatica a
distinguersi da quella americana, come testimonia l'intervista a Philippe
Douste-Blazy, ministro degli esteri francese. Una posizione criticata da Ian
Davis per altri due motivi. Primo, l'Iran non sta perseguendo programmi nucleari
di natura militare: lo afferma l'IAEA e l'ultimo documento dell'intelligence
americana sull'Iran - pare, molto completo e di cui riferisce Dafna Linzer -
supporta in sostanza questa tesi. Secondo, il rischio di una denuncia al
Consiglio di Sicurezza è quello di aumentare le tensioni, visto che
difficilmente Russia e Cina appoggeranno la posizione euro-americana. A quel
punto, vien da chiedersi, in quale modo l'Europa pensa di garantire la sicurezza
dell'Iran da un attacco preventivo, magari di marca israelo-americana?
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N. Fathi, Iran tells Europe it's devoted to nuclear efforts and talks [The
New York Times]
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I. Davis, Taking Iran to the UN: a dangerous game [International Herald
Tribune]
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F. Bobin e M. Naïm, Intervista a Philippe Douste-Blatzy: "L'Europe est tout à
fait en mesure d'offrir à l'Iran des garanties sur sa sécurité" [Le Monde]
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D. Linzer, Iran is judged 10 years from nuclear bomb [Washington Post]
Globoilization
Il rapporto Hirsch era stato commissionato
dall'Amministrazione Bush con l'obiettivo di analizzare i rischi conseguenti al
raggiungimento del punto di picco nella produzione del petrolio. Dopo aver preso
in considerazione tutte le stime che circolano tra gli analisti - e che pongono
quel punto tra il 2005 e il 2040 - gli autori considerano tre scenari: la
conclusione è che, per una transizione morbida ad un'economia mondiale
caratterizzata da crescente scarsità di petrolio e in assenza di una fonte di
energia alternativa, sono necessari almeno vent'anni di preparativi e migliaia
di miliardi di dollari di investimenti. Peccato che il rapporto non sia stato
pubblicato, complice il silenzio dei media. La questione della scarsità del
petrolio investe in pieno il processo di globalizzazione, sostiene tra l'altro
James Kunstler, perchè le fonti di energia, insieme alla pace, ne sono gli
ingredienti imprescindibili. Per avere un'idea di come il processo possa
repentinamente invertirsi e con quali conseguenze, basta guardare a quello che è
successo all'inizio del Novecento, quando la prima fase della globalizzazione è
terminata in concomitanza con l'esaurimento del ciclo tecnologico legato a
vapore e carbone e quando l'accumulo di armamenti è diventato insostenibile,
anche per i debiti contratti.
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R. Heinberg, Where
is the Hirsch Report? [Counterpunch.org]
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R. Hirsch, R. Bezdek e R. Wendling, Peaking of world oil production: impacts,
mitigation, & risk management [Project Censored]
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J. H.
Kunstler, Globalization is an anomaly and its time is running out [Guardian]
3 agosto 2005
Il rapporto tra Cina e America: due
visioni a confronto
La CNOOC, seconda compagnia petrolifera cinese,
ha ritirato l'offerta di acquisto per Unocal, ottava compagnia petrolifera
americana (Contropagina del 29/6/05). Il motivo? L'ostruzionismo del Congresso
americano in nome della sicurezza nazionale e a dispetto delle regole del libero
mercato. Un bell'esempio, dice James McGregor ex-presidente della Camera di
Commercio Americana a Pechino, dell'assenza di una vera strategia nei confronti
della Cina da parte degli Stati Uniti, che da un lato vedono il paese asiatico
come una minaccia e dall'altro vorrebbero che comprasse più merci e attività
finanziarie americane. I cinesi, al contrario, hanno le idee piuttosto chiare
sull'America: un potenza ricca che perde tempo dietro questioni inconcludenti,
che esalta l'indebitamento come strumento di sviluppo economico, e che -
ossessionata dalle questioni della sicurezza - favorisce le esportazioni dei
paesi concorrenti. Questo coincidenza di una Cina in forte ascesa e di
un'America incerta e indebitata, dovrebbe spingere quest'ultima a formulare una
politica di collaborazione e non di confronto, insistendo sui veri nodi della
concorrenza sleale cinese, come la violazione dei diritti sulla proprietà
intellettuale. Una posizione che il numero due del Dipartimento di Stato
Zoellick, in visita a Pechino in questi giorni, sembra condividere. Sul fronte
opposto si trova Richard Fisher, presidente della Federal Reserve di Dallas, il
quale si dice sicuro che la leadership americana sarà mantenuta anche in futuro.
La condizione è che l'America accetti a pieno titolo la sfida della
globalizzazione, abbandonando gli atteggiamenti protezionistici che oggi la
contraddistinguono, faccia leva sui propri punti di forza, le capacità
scientifiche e manageriali, e migliori il sistema di formazione per essere
competitiva nei settori più avanzati. Quello che Fisher omette è che è proprio
la grande dimensione dell'economia americana a rendere significativi valori
pecentuali che potrebbero altrimenti sembrare contenuti: così un debito estero
vicino al 30% del PIL, uno pubblico intorno al 40% e un debito delle famiglie
americane che sfiora il 100% del loro reddito sono l'altra faccia, altrettanto
rilevante ma negativa, del quadro. Per questo l'analisi di McGregor ci sembra
più realistica.
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P. Richter, More US-China battles are likely [Los Angeles Times]
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J. McGregor, Advantage China [Washington Post]
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AFP, US deputy Zoellick puts positive spin in China ties [Yahoo!]
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R. W.
Fischer, The world economy: sharpening our peripheral vision [Federal
Reserve Bank of Dallas]
La transizione in Arabia Saudita
La morte di Re Fahd ha riproposto
all'attenzione internazionale la precarietà della situazione politica in Arabia
Saudita. L'esperto Gerald Posner la riassume in pochi tratti: non c'è una
costituzione, non ci sono neppure regole per la successione al trono, la
disoccupazione tra i giovani raggiunge il 25%, il reddito pro capite è in
discesa da oltre vent'anni, la spesa militare assorbe il 20% del bilancio
pubblico, l'adesione all'Islam radicale è in crescita. Nonostante le enormi
ricchezze petrolifere, il paese rischia dunque l'ingovernabilità. Come evitarla
senza pregiudicare i propri interessi? E' questo il problema che gli americani
si trovano ad affrontare. Per Posner bisogna in sostanza continuare sulla strada
intrapresa dal Dipartimento di Stato, ossia premere sui sauditi per il rispetto
dei diritti umani, e poi puntare sul candidato giusto alla successione di
Abdullah, l'attuale re ultraottantenne. Posner crede di averlo individuato e,
guarda caso, è il nuovo ambasciatore a Washington, già capo dei servizi segreti
dai tempi del reclutamento dei mujaheddin da mandare in Afghanistan a combattere
i sovietici, insieme a Bin Laden. Anche dopo l''analisi di Posner, la parola che
viene in mente pensando ai rapporti fra Stati Uniti e Arabia Saudita è
ambiguità: perché resta incombente e irrisolta la partecipazione dei sauditi
agli attentati dell'11 settembre e perché democrazia e sovranità limitata
restano obiettivi inconciliabili. Un'ambiguità che riguarda naturalmente i
rapporti col governo irakeno e che si risolve nelle parole di uno dei
partecipanti al forum di The Nation: Bush's military interventions in
Afghanistan and Iraq have not produced stable governments that anyone would want
to copy.
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G. Posner, The Kingdom and the Power [NY Times]
.
Unintended
Consequences: A Forum on Iraq and the Mideast [The Nation]
2 agosto 2005
Terrorismo e democrazia (2)
Diversamente dalla strage di Bologna, di cui
oggi ricorre il XXV anniversario, gli attentati terroristici dei giorni
scorsi hanno una matrice comprovata ed esecutori che firmano con il proprio
DNA. Può essere motivo di compiacimento? Sicuramente no; altrettanto
sicuramente si può però dire che è meglio sapere con chi si ha a che fare e
magari che i servizi di intelligence sono impegnati a prevenire piuttosto
che a depistare, come è purtroppo successo per tutte le stragi che hanno
insanguinato l'Italia da Piazza Fontana in poi. Conoscere il pericolo e le
ragioni che lo generano è esercitare la libertà; restare in balia della
paura, farsi impressionare da generici avvertimenti come "the clock is
ticking" significa predisporsi alla perdita dei diritti civili. E' il punto
che sfugge all'editoriale del Christian Science Monitor, peraltro pregevole
nel sottolineare che cittadini consapevoli hanno più probabilità di successo
di cittadini terrorizzati da minacce immaginarie, prima che dalle bombe.
Alla chiarezza, quindi alla consapevolezza, non contribuisce certo il cambio
di denominazione dato alla guerra al terrorismo, che secondo il Financial
Times preluderebbe a un effettivo cambio di strategia, con il coinvolgimento
dei francesi. SAVE è la nuova sigla e sta per "Struggle (o Strategy) against
violent extremism": un concetto, come si vede, ancora più vago, ma che
evidentemente affascina i francesi, forse per il suo carattere cosmico. Un
cambiamento che non piace ai duri e puri del Weekly Standard, che vi vedono
un cedimento alla linea dei Kerry e degli Holbrooke, di un imperialismo
addolcito, per così dire, dalla diplomazia. Se da un lato la lotta viene
intesa sempre più globale, anzi cosmica, dall'altro gli esperti insistono
sul fatto che AlQaeda si è frantumata in tante piccole cellule senza un
coordinamento centrale, forse neppure regionale. Ovvero la globalità
che genera la particolarità.
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Don't Do Al Qaeda's
Work for It [Christian Science Monitor]
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US
shifts anti-terror policy [FT]
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Renaming the war on terror and more [Weekly Standard]
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SPIEGEL INTERVIEW WITH TERRORISM EXPERT ISSAM DARRAS [Der Spiegel]
False riforme
Secondo un copione già provato nel 2003 per la
nomina del direttore della CIA, Bush ha atteso la pausa estiva del Congresso
per nominare d'ufficio il falco John Bolton ambasciatore all'ONU. Una nomina che
può comunque essere rimessa in discussione in sede ONU, in seguito, spiega Mark
Levey, a un eventuale parere negativo del Credential Committee - in cui siedono
anche Russia e Cina. Per Steven Weisman la vicenda Bolton è in realtà servita in
questi mesi a spostare i riflettori dal Dipartimento di Stato che lavorava
alacremente a costruire un ampio consenso intorno ai propri obiettivi, magari in
cambio di uno o più SI' alle richieste di un seggio permanente da parte di
Giappone, Germania, Brasile e India. Obiettivi riassunti nelle conclusioni del
recente rapporto dell'US Institute for Peace, che sottolinea come "anche le
Nazioni Unite, dopo gli Stati Uniti, devono adattarsi alle nuove realtà del
dopo-11 Settembre": quindi più truppe di piskipers e abolizione della scomoda
Commissione sui Diritti Umani? Una riforma che in sostanza allontana
ulteriormente le Nazioni Unite dal progetto originale che, Dan Plesch
ricorda, fu concepito nel 1941 con il nome di Carta Atlantica per iniziativa di
Churchill e Roosevelt con lo scopo di vincere la guerra e che
prevedeva un'agenda di matrice socialdemocratica: libertà dai bisogni, sicurezza
sociale, diritti del lavoro, disarmo, autodeterminazione, libero commercio,
libertà religiosa. Se la proposta americana passerà, sarà anche perchè non ci
sono di alternative, visto che l'Unione Europea anche questa volta si è
presentata in ordine sparso.
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Bolton appointed US
envoy to UN [BBC]
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M. Levey, UN Credentials Commitee
can reject Bolton [BTC News]
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S. R. Weisman, Bush's UN agenda is well under way [The New York Times]
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United States Institute for Peace,
Report of the Task Force on the United Nations: American interests and UN reform
[USIP]
.
D.
Plesch, How the UN won the war [Guardian]
James Dobbins della Rand Corporation confronta
le missioni di "nation building" sotto l'egida ONU con quelle capitanate dagli
Stati Uniti. Le prime, dice, sono state un crescendo di successi; le seconde,
hanno percorso il cammino inverso, come testimonia anche il nuovo indice dei
paesi in stato di crisi pubblicato congiuntamente da Foreign Policy e Fund for
Peace: dei paesi dove l'America è intervenuta militarmente dal 1993 in poi
(Somalia, Haiti, Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Iraq), quattro figurano nei primi
undici posti della classifica dei sessanta paesi più a rischio di
ingovernabilità. Come poi si possano additare a successi missioni dove il
traffico umano e di armi ha visto proprio i piskipers ONU in prima fila (Contropagina
del 25/3/05) è però inspiegabile.
.
J. Dobbins, UN surpasses US on learnign curve [Rand Corporation]
.
Foreign Policy e Fund for Peace, The Failed States Index [Foreign Policy]
1 agosto 2005
Terrorismo e democrazia
Niall Ferguson attribuisce all'allontanamento
degli inglesi dalla pratica religiosa il fatto che il paese sia diventato un
facile bersaglio dei fanatici. Armarsi della fede cristiana è dunque il
primo passo per non venir travolti dall'Islam radicale cresciuto in casa;
andare in chiesa per poter vincere il confronto con quelli che credono di
avere 80 vergini che li aspettano nell'aldilà. Con questa presa di
posizione, Ferguson aggiunge il suo nome alla lista dei vari Battista, Pera,
Galli Della Loggia che cercano di spingere la Chiesa oltre l'incerto confine
che distingue la rivendicazione delle radici cristiane dell'Europa
dall'ideologia dello scontro di civiltà. Su tutt'altro fronte si trova Simon
Jenkins, la cui prima affermazione è: gli atti di terrorismo sono crimini
che la polizia di uno stato democratico può reprimere senza il ricorso a
misure liberticide. La seconda affermazione è: agitare lo spauracchio del
terrorismo, seminare la paura minano i fondamenti della democrazia e portano
direttamente a una "banana republic". Terza affermazione: Tony Blair sta
lavorando da anni per raggiungere questo obiettivo, da ultimo, a quanto
pare, senza il consenso della moglie. Dell'ipocrisia e della confusione di
idee di Blair in materia di terrorismo parla Geoffrey Wheatcroft a proposito
delle dichiarazioni del primo ministro sull'annuncio di resa dell'IRA. Alle
responsabilità dei media è dedicato il commento di Matthew Parris: quando i
giornalisti, invece di "talk down", "talk up" le voci che si rincorrono e
che cambiano di giorno in giorno, alimentano un circuito vizioso che
comprende i politici, i responsabili della polizia e i terroristi, col
risultato di diffondere la paura e di costringere l'opposizione al silenzio.
Lo si è visto anche da noi nei giorni scorsi, dopo che Prodi ha detto che l'Irak
è occupato; un'opinione difficile da contraddire, ma che ha suscitato le
reazioni vergognose degli estremisti al governo nell'indifferenza notarile
della cosiddetta stampa indipendente. A rendere più grave la reazione del
governo è il fatto che l'occupazione dell'Irak è la causa più probabile del
terrorismo islamico. Non lo dice solo il giovane etiope arrestato a Roma, ma
anche un autorevole studioso americano, Robert Pape, che ha pubblicato due
mesi fa (Contropagina del 18/5/05) un libro sul fenomeno dei terroristi
suicidi. La ricerca copre un arco di 25 anni e centinaia di casi: si scopre
così che il suicidio non è monopolio dei fanatici musulmani, ma è stato
utilizzato anche da formazioni di religione diversa, compreso il pacifico
buddismo, o di ideologia laica. La conclusione dell'autore è che la
religione fornisca solo l'identità, la motivazione vera del gesto estremo
essendo esclusivamente politica: oggi la liberazione delle terre arabe
occupate.
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N. Ferguson, A faith vacuum haunts Europe [LA Times]
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S.
Jenkins, Panic in the face of fanatics is making Britain dangerous [Sunday Times]
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Blair's two faces of terrorism [Guardian]
.
M.
Parris, I name the four powers who are behind the al-Qaeda conspiracy
[Times]
.
C. Murphy, A Scholarly Look at Terror Sees Bootprints In the Sand
[Washington Post]
Libero commercio o unilateralismo?
Mentre a Ginevra si arenavano nuovamente le
trattative sulla liberalizzazione dell'agricoltura mondiale - il cosiddetto Doha
Round -, a Washington il Congresso passava il Central America Free Trade
Agreement (CAFTA) con due voti di margine (217-215). Di entrambi gli eventi, la
stampa finanziaria internazionale ha dato poco risalto. Gustavo Capdevila imputa
questo aspetto al comune interesse dei partecipanti al Doha Round a passare
sotto tono le difficoltà; per quanto riguarda il voto sul CAFTA, Deborah James
di Global Exchange cita come fattori sia il risicato margine dei SI' sia,
soprattutto, i tanto verosimili quanto inconfessabili diktat a cui si sono
adeguati molti parlamentari, in prevalenza democratici. A cosa e a chi
rispondono i cosiddetti 15 Bush Democrats, che hanno consentito in extremis il
passaggio del voto mentre ben 27 parlamentari repubblicani votavano contro?
L'analisi di John Nichols su The Nation conferma la conclusione della James:
molti congressmen hanno nei fatti poco potere politico e di conseguenza
rispondono più a chi li finanzia rispetto a chi li vota.
Di quale sia la vera partita in gioco però
nessuno parla. Solo l'editoriale del Financial Times, con ritardo e un'enfasi
eccessiva, riporta la questione sul terreno dell'economia, invitando Europa e
Stati Uniti a fare il primo passo in tema di liberalizzazione agricola, in
quanto paesi ricchi che possono addossarsi i costi del processo. In realtà,
quello che deve essere sottolineato è che i due eventi rappresentano due facce
della stessa medaglia, cioè un passo ulteriore verso l'unilateralismo e un passo
indietro dall'integrazione economica. Gli effetti deleteri dell'atteggiamento
ambiguo dei paesi del G7 - che da un parte dicono di battersi per il "libero
commercio" e i suoi benefici nel nome di una minore povertà futura ma che nei
fatti non rinunciano ai propri privilegi - sono esaltati dal CAFTA, che prevede
una liberalizzazione selvaggia del mercato del lavoro in assenza di protezioni
sociali (Douglas Massley) e il mantenimento insensato dei brevetti farmaceutici
nei piccoli mercati dei paesi dell'America Centrale (Harold Meyerson). Un
modello che i democratici americani non hanno avuto il coraggio di rifiutare e a
cui l'Europa deve ancora dare una risposta convincente.
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G. Capdevila, Toning down
frustration over latest WTO failure [Inter Press Service News Agency]
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D. James, CAFTA: Democracy sold
out [AlertNet.org]
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J. Nichols, CAFTA vote
outs "Bush Democrats" [The Nation]
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D. S. Massly, A 'free market' includes labor [Los Angeles Times]
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H. Meyerson,
Free trade, durg-free [The American Prospect]
29 luglio 2005
La rottura sindacale in America
L'unità sindacale in America si è rotta lunedì
scorso, quando due importanti federazioni, quelle dei lavoratori dei servizi
e dei camionisti, hanno annunciato la decisione di lasciare l'AFL-CIO;
insieme a organizzazioni minori formeranno una nuova confederazione con
circa sei milioni di iscritti. Andrew Stern, il leader degli scissionisti,
spiega la decisione con la necessità di convogliare le risorse finanziarie
verso la base, aiutando i lavoratori a organizzarsi, piuttosto che
disperderle in una costosa burocrazia. Robert Novak, commentatore
conservatore, traduce il sindacalese così: basta coi finanziamenti al
partito democratico! Un sindacato "bianco", dunque? Non è detto, anche
perché otto anni di presidenza Clinton non hanno cambiato la tendenza alla
desindacalizzazione. La cronaca di Amanda Paulson riporta alcune cifre che
documentano il declino dell'AFL-CIO e nota che i sindacati scissionisti sono
quelli dei settori al riparo dal pericolo di esportazione dei posti di
lavoro. Tra i commentatori di area democratica, Robert Kuttner ritiene che
la decisione di Stern sia nel breve termine un passo falso che indebolisce
il sindacato; nel lungo termine tuttavia, se veramente le risorse verranno
impiegate come annunciato, potrebbero esserci effetti positivi. Meno
ottimista è Harold Meyerson, per il quale la divisione indebolisce il
sindacato proprio quando è maggiore il bisogno di unire le forze.
All'origine delle difficoltà sindacali ci sono i cambiamenti
economici legati alla globalizzazione: da un lato, l'esportazione dei posti
di lavoro nell'industria, dall'altro, l'importazione di mano d'opera a basso
costo. Alla prima, quindi al fenomeno della deindustrializzazione, dedica la
sua attenzione Paul Craig Roberts, questa volta per mettere in evidenza che
a rischio non è solo la capacità produttiva nei settori tradizionali, ma
ormai anche quella nei settori avanzati, come ad esempio le nanotecnologie.
Sulla seconda c'è da segnalare l'interessante studio di Jennifer Gordon,
accademica e operatrice sul campo. La Gordon parla dello sfruttamento degli
immigrati, della difficoltà di organizzarli in sindacati, dell'insufficienza
legislativa, dell'ampliarsi dell'economia sommersa, degli effetti sul
mercato del lavoro, delle iniziative possibili e conclude con la proposta di
una legislazione che consenta ai clandestini di legalizzare il loro status.
.
Unions reinvented [LA Times]
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R. Novak,
Unions derailing Dems' gravy train [Chicago Sun-Times]
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A. Paulson, Union
split: sign of decline or revival? [Christian Science Monitor]
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R. Kuttner, Breaking big labor in order to fix it [Boston Globe]
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H. Meyerson, Labor's Big Split: Pain Before Gain [Washington Post]
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P.C. Roberts, US
Falling Behind Across the Board [Counterpunch]
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J. Gordon, American
Sweatshops [Boston Review]
Il caso Fazio
La stampa estera non aggiunge note originali
ai commenti e ai giudizi della stampa italiana. Le Monde parla di
un'istituzione, la Banca d'italia, minata nella sua credibilità. Il
Financial Times auspica le dimissioni di Fazio. Il portale europeo Euractiv
anticipa il possibile intervento della Commissione per violazione delle
norme antitrust. Per trovare spunti originali forse bisognerebbe visitare
qualche blog. Se lo fossimo, potremmo proporre il seguente tema: come si è
arrivati a un sistema bancario privo di anticorpi o, se si preferisce, di
personalità di rilievo, capaci di tener testa, se del caso, alle autorità di
controllo?
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Antonio Fazio, un monarque décrié [Le Monde]
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Fazio under fire [FT]
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Fazio betrayed by a kiss [Euractiv]
28 luglio 2005
Si riparla di Europa
Dopo la parentesi terroristica, Blair riprende
il filo della politica europea ricevendo il primo ministro turco.
Preliminare all'avvio in ottobre del negoziato sull'annessione è la firma
del trattato sull'unione doganale con i 25 membri attuali; Nicholas Watt
spiega come questa firma significhi il riconoscimento di fatto del governo
greco-cipriota, cosa che la Turchia si rifiuta di fare perché non considera
definitivo l'assetto dell'isola. Ma Blair incoraggia Erdogan affermando che
la firma non significa riconoscimento; in diplomazia una negazione non si
nega a nessuno. Nonostante le burrasche dei referendum, la barca europea
continua dunque a far rotta sui Dardanelli. In attesa di ordini è stato
inserito il pilota automatico.
Anche la stampa ricomincia a dedicarsi alle
questioni europee: da segnalare in particolare due commenti che sembrano
confermare l'entente fra le due sponde della Manica. Anatol Kaletsky, che
non è sicuramente un eurofilo, resta convinto che il modello sociale
britannico sia preferibile a quello continentale, ma riconosce che per fare
le riforme non basta la volontà, occorre che la gente sia disposta a
consumare e a indebitarsi. Bisogna dunque abbassare i tassi? Kaletsky lo
lascia intendere. Nel frattempo il messaggio di Blair a tedeschi, francesi e
italiani dovrebbe essere molto semplice: spendete e indebitatevi, "eat,
drink and be merry". Evviva! Più austera appare l'analisi di Francois
Grosrichard, che spiega le vere ragioni per cui la politica agricola va
rifomata: non un generico squilibrio del bilancio comunitario, ma il fatto
che gli agricoltori sono sempre meno e la maggior parte di essi più che
imprenditori sono percettori di aiuti pubblici. Se il problema è quello
della tutela del paesaggio, conclude Grosrichard, si studino politiche ad
hoc non basate su improduttivi obiettivi di produzione. Al modello sociale
europeo è dedicato infine l'articolo di Howard Reed e Mike Dixon: il loro
suggerimento è di correggere il modello britannico con apporti da quello
scandinavo, in particolare in materia di formazione. Come l'Agenda di
Lisbona, un modello sociale per l'Europa non può essere imposto dall'alto,
ma può costituire un utile riferimento per le riforme da adottare nei vari
paesi.
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N.
Watt, Cyprus issue stalls EU talks [Guardian]
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A.
Kaltesky, Our Anglo-Saxon medicine [Times]
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F.
Grosrichard, Adieu la PAC, vive la politique agrorurale commune ! [Le Monde]
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H. Reed - M. Dixon, Tony Blair.s opportunity: an Anglo-Social European model
[OpenDemocracy]
Il fronte iraniano
La visita di Sharon a Parigi ha in qualche
modo certificato il riavvicinamento della Francia alle posizioni
anglo-americane: un riavvicinamento già evidente nel velleitario tentativo
di indurre l'Iran ad abbandonare i propri legittimi programmi di produzione
di energia nucleare. La nota del Tehran Times mostra quanto bassa sia la
probabilità di successo della mediazione europea e conferma che l'Iran
intende muoversi nel rispetto del Trattato di Non Proliferazione e dei
protocolli supplementari. Se il tentativo europeo fallisce, la parola torna
agli americani e i segnali che arrivano da oltre Atlantico non sono
tranquillizzanti. Michael Klare elenca le notizie, gli indizi e le
congetture che lo inducono a pensare che sia in preparazione un attacco
all'Iran: non dovrebbe trattarsi in ogni caso di invasione a tutto campo,
visto che il grosso dell'esercito americano è già impegnato in Irak, dove
potrebbe esplodere anche una rivolta sciita. Gli inviti di Rumsfeld al
governo irakeno a prendere le distanze da Teheran sono in questo senso
parole al vento e rivelano solo le preoccupazioni americane. Le conseguenze
di un attacco all'Iran non si avrebbero solo in Irak, ma anche negli altri
paesi con forte presenza sciita; la Cina stessa, visti gli stretti rapporti
con Teheran, potrebbe reagire, aggiunge Juan Cole. Questi interviene a
commento dell'articolo di un ex analista CIA che avanza l'ipotesi
inquietante di un attacco come risposta a un attentato tipo 11 settembre. La
conclusione di Cole è che il tutto è improbabile, perché folle.
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Iran sets August 1 deadline for EU nuclear proposal [TeheranTimes]
.
M.T. Klare, The
Iran War Buildup [The Nation]
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Rumsfeld urges Iraq to meet deadline [Aljazeera]
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The Consequences of Nuking Iran [Juan Cole]
27 luglio 2005
Il Grande Gioco continua
Dopo aver firmato insieme a Russia, Cina e
altri paesi dell'Asia Centrale una dichiarazione in favore della chiusura
delle basi militari straniere (ossia americane), il Kirgizistan ha concesso
a Rumsfeld una proroga fintanto che permarrà l'instabilità in Afghanistan:
in pratica a tempo indeterminato. Eurasianet sottolinea l'importanza del
Kirgizistan dopo il raffreddamento dei rapporti tra Stati Uniti e Uzbekistan
e il riavvicinamento di questo alla Russia. Il grande gioco fra le due
potenze dunque continua, ma intanto si rafforzano i movimenti che si
ispirano al fondamentalismo islamico. Per Fred Weir essi rappresentano la
vera incognita: da un lato, i governi li considerano fattori di instabilità
al pari dei trafficanti di droga, dall'altro la religione ha l'appeal di un
ordine che si oppone alla corruzione e all'incapacità di far decollare lo
sviluppo economico. Diamo loro una chance, sembra la conclusione di Weir.
Una conclusione sulla quale non è certamente d'accordo la Russia, che forse
sente ancora il peso della sconfitta afghana e incontra in Cecenia una
resistenza determinata. Boris Kagarlitsky propone il caso del Dagestan come
un altro esempio delle difficoltà della Russia a risolvere i rapporti con le
nazionalità alla propria periferia, lasciando così spazio a un fondamentalismo
islamico ostile. Una Russia con più fiducia in sé stessa avrebbe sicuramente
più probabilità di successo.
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RUMSFELD SEEKS TO STOP EROSION OF US STRATEGIC POSITION IN CENTRAL ASIA [Eurasianet]
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E. Schmitt, Rumsfeld Gets Reassurance on Air Bases in Central Asia [NYT]
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Islamist gambit in
Central Asia [Christian Science Monitor]
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B. Kagarlitsky, Dagestan: No Place for a Picnic [Znet]
I bilanci provvisori dell'esperienza
"post-rivoluzionaria" ucraina continuano a essere negativi. Ad essi si
aggiungono scandali e comportamenti da ancien regime, mentre si impantanano
le indagini sul presunto avvelenamento di Yushchenko.
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J. Dempsey,
Rival views divide top leadership in Ukraine [IHT]
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Suspicion
shifts from Russia over poison used on leader [Times]
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Yushchenko angers
Ukrainian press [BBC]
Libertà e
sicurezza
Com'era da
aspettarsi, i fatti di Londra hanno spinto i governi dei paesi 'a rischio' a
proporre una nuova serie di misure antiterrorismo, che dovrebbero assicurare una
migliore prevenzione di eventuali attacchi. Come già accaduto con il Patriot Act
negli Stati Uniti, restano i dubbi sulle dimensioni del sacrificio (in termini
di libertà personali) che i cittadini dovranno sopportare. Tanto più che anche
misure temporanee fatalmente si trasformano in definitive (per il nostro paese
basti pensare alla legislazione 'emergenziale' degli anni di piombo). Inoltre,
ci si chiede se queste misure siano davvero efficaci, visto che tali non sono
state a Londra, città ampiamente videosorvegliata, e dove la polizia gode di
poteri assai ampi. Così il ritornello è sempre lo stesso: abituatevi ad avere
meno libertà per essere più sicuri. Silenzio su ogni altra misura che consenta
di intendere e sradicare il fenomeno alla base.
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Les Européens renforcent leurs défenses antiterroristes [Le Monde]
.
S.
Davies, Evenin' all. Name, address, DNA sample . . . [Times]
26 luglio 2005
L'attacco al papa
Con l'articolo di oggi sul Corriere, che
neppure l'addetto alle PR del ministero degli esteri israeliano avrebbe
saputo rendere più incisivo, Pierluigi Battista si guadagna benemerenze
indiscutibili all'interno del fronte laico. Chi infatti può vantare tra i
propri lavori una critica così diretta a un discorso del papa? L'effetto su
di noi è però quello di una crisi di identità: apparteniamo ancora al mondo
laico? Tanto più che in tempi poveri di europeismo, parole come quelle
dell'Angelus di domenica rendono meno indigesti i riferimenti alle radici
cristiane. Ma poi l'occhio cade su un altro editoriale di Battista, quello
del 9 luglio, in cui il papa viene criticato per aver tolto
l'aggettivo anticristiano dal testo di un telegramma di cordoglio per le
vittime degli attentati di Londra (che ossessione, dirà Ratzinger, questo
Battista!). A questo punto ci risentiamo pienamente laici e ci chiediamo: ma
chi è Battista, un lefebvriano, un fallaciano, un new born?
Per la cronaca, A. Cohen di Asianews offre una
possibile interpretazione della eccessiva reazione israeliana.
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BENEDETTO XVI, Angelus [Vaticano]
.
Holy See responds to
Israel.s specious accusations [AsiaNews]
.
P. Battista, Le vittime cancellate [Corriere]
.
P. Battista, Papa Benedetto XVI e il tabù anticristiano [Corriere]
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A. Cohen, Israel's
Attack on the Pope Is a Smokescreen for Abandoning Talks with the Holy See [AsiaNews]
I due stati e la democrazia israeliana
Nell'intervista a Le Monde, Sharon sembra
indurire ulteriormente i toni, soprattutto quando parla del futuro stato
palestinese, che viene immaginato tout court come demilitarizzato e sotto il
controllo di una polizia che stronchi sul nascere ogni forma di terrorismo
(praticamente un lager), o quando afferma che non siamo ancora alla roadmap,
ma in una fase preliminare e, si potrebbe aggiungere, arbitraria. Dice anche
che Bush è d'accordo nel considerare definitivamente annessi a Israele gli
insediamenti illegali in Cisgiordania, ma i frequenti riferimenti al
presidente americano fanno venire in mente l'articolo di Benn (Contropagina
del 21 luglio), quando scriveva che la Palestina è ancora sotto mandato, non
più di Londra ma di Washington. Nella capitale americana c'è comunque chi
crede ancora nei due stati: per esempio la RAND Corporation che in uno
studio intitolato "Building a successful Palestinian state" definisce le
condizioni minime, attualmente inesistenti, che fanno uno stato e che sono
riassunte nel concetto "if people and products aren't free to move, the
state is doomed to failure".
Alla valutazione delle manifestazioni dei
coloni contro il ritiro da Gaza sono dedicati i tre commenti seguenti. Uri
Avneri fa un confronto pessimistico con la repubblica di Weimar, ispirato
dalla reazione passiva dell'opinione pubblica israeliana al disprezzo per la
legge dello stato mostrato da una minoranza agguerrita. Gideon Levy e Ze'ev
Segal sono invece più ottimisti. Il primo mette in evidenza il comportamento
esemplare delle forze dell'ordine e si augura di vedere la stessa
saggezza quando a manifestare siano palestinesi. Il secondo sottolinea la
tenuta delle istituzioni, in particolare della Corte Suprema, sia quando si
è pronunciata sulla decisione del ritiro da Gaza, sia quando ha stabilito
che diritto di espressione e diritto di sedizione sono due cose diverse,
quindi che la democrazia deve difendersi.
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A. Sharon, "Nous sommes confrontés à la pire des haines" [Le Monde]
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D. C. Hanley,
RAND.s Blueprint for Palestine: Fairy Tale Or Nightmare? [Wrmea]
.
U. Avnery, The March
of the Orange Shirts [Counterpunch]
.
G. Levy, Civics lesson
at Kfar Maimon [Haaretz]
.
Z. Segal, Democracy
needs to go on the offense [Haaretz]
<