1 marzo 2005
Palestina.
Oggi si tiene a Londra, per iniziativa di Tony Blair, una
conferenza sulla Palestina. Nelle intenzioni doveva essere una conferenza per
la pace, ma l'assenza degli israeliani ha spostato l'attenzione su un obiettivo
meno ambizioso, la riforma dell'Autorità palestinese. Nel tentativo di portare
gli israeliani al tavolo della trattativa, Abu Mazen gioca come può la carta
anglo-americana, approfittando del credito di cui gode. Dimostrerà di conoscere
bene il significato di parole come accountability e governance, confermerà la
decisione di sottoporre le forze di sicurezza al vaglio di un comitato
presieduto dal generale americano Ward, prometterà di combattere il terrorismo,
non protesterà più di tanto se gli israeliani uccidono qualche palestinese (
più di 20 dal cessate il fuoco). Servirà?
La storia degli accordi di pace o dei tentativi per arrivarvi
non è incoraggiante. Ne parla Yitzhak Laor in una recensione del libro di Tanya
Reinhart, Israel/Palestine:how to end the 1948 war (uscito l'anno scorso in
italiano per l'editore Marco Tropea col titolo: Distruggere la Palestina). La
Reinhart, docente all'università di Tel Aviv, copre nel suo libro il periodo
1999-2002, caratterizzato dal fallimento di Camp David e dalla seconda
intifada. Dalla sua analisi dei fatti, la responsabilità del fallimento
dei negoziati appare chiaramente in capo a Barak.
• L. Sukhtian, Abbas condemns suicide
bombing in Tel Aviv [AP]
• Y. Laor, In
praise of the facts [Counterpunch]
Censura.
Diana Johnstone è autrice di numerosi articoli e di un
libro sulla storia recente del separatismo yugoslavo, in cui ha denunciato con
coraggio e con tenacia il conformismo della stampa nella disinformazione e
le responsabilità occidentali per le tragedie accadute. In questo articolo
affronta la questione delicata dell'inopportunità della censura anche
quando si tratta di prevenire il fenomeno dell'antisemitismo.
• D. Johnstone, Dieudonne and the uses of
"antisemitism"
[Counterpunch]
America Latina,
tra novità e regressioni.
Dopo quasi due secoli di indipendenza, oggi
si insedia in Uruguay il primo governo di sinistra, sorretto da una maggioranza
assoluta in entrambi i rami del Parlamento. Nell'articolo di apertura, Bassi
traccia un rapido quadro della situazione economica del paese e delle possibili
incongruenze di una compagine governativa dove siederanno persone di diversa
estrazione politica. Sempre dall'Uruguay, lo scrittore Galeano, esule nel
periodo della dittatura militare, parla delle speranze e delle difficoltà di un
paese che, dopo essere stato all'avanguardia dei diritti e delle libertà civili
(e ben prima che in Europa), è stato progressivamente depauperato delle proprie
ricchezze, umane e materiali. Di una soluzione democratica, invece, non se ne
parla neanche lontanamente ad Haiti, dove ad un anno dalla cacciata del
Presidente Aristide, a suo tempo democraticamente eletto, vige un clima
quotidiano di terrore e violenza, finanziato dai "liberatori" (Stati
Uniti, Canada, e Francia tra gli altri) e occasionalmente condiviso dalle
truppe di pace (i Caschi Blu), come riporta Bencombe dell'Independent. Da
ultimo, DeLong, del Council of Hemispheric Affairs, analizza la riforma agraria
voluta da Chavez in Venezuela, mettendo in evidenza le analogie con l'Homestead
Act voluto a suo tempo da Lincoln (1862 - il testo originale è riportato
nell'ultimo link) e che tanta parte ha avuto sia nello sviluppo produttivo del
territorio sia, soprattutto, nella formazione di una middle-class agraria.
• R. Bassi,
Uruguay: Frente Amplio readies for government [Green Left Weekly]
• E. Galeano, Aguas
de Octubre [Red Voltaire]
• A.
Buncombe, Death of a democracy [The Independent]
• S.
DeLong, Venezuela's agrarian land reform: more like Lincoln than Lenin [Council on Hemispheric Affairs]
• Congress of the United States of
America, Homestead Act; May 20, 1862 [in The Avalon Project,
2 marzo
2005
Libano e Turchia.
Due modi differenti di sentire l'effetto del vento napoleonico
(non tanto fresco) che grazie a Bush spira sul Medio Oriente. In Libano, dove
il movimento è cominciato solo dopo un assassinio eccellente, per il momento
senza autore, le masse manifestano e il governo cade. J. Cole e F. Leverett, da
prospettive diverse, sottolineano però la complessità del quadro e invitano a
non trarre conclusioni affrettate. In Turchia, secondo un sondaggio della BBC,
l'82% della popolazione ritiene che la rielezione di Bush abbia reso il mondo
più pericoloso - la più alta percentuale registrata - e, come racconta Y.
Schleifer, un libro di ficscion che prospetta nel 2007 una guerra con gli Stati
Uniti in Irak - vinta col supporto di Russia e UE - sta riscuotendo un successo
enorme. Se l'opinione conta...
• J. Cole, Lebanon: background and forecast [Antiwar]
• F. Leverett, Don't rush on the road
to Damascus [The New York
Times]
• Y. Schleifer, Sure it's fiction. But
many Turks see fact in the anti-US novel [Christian Science Monitor]
Filippine.
Le Filippine si trovano al confine tra la zona di influenza
americana e quella cinese. La Cina negli ultimi anni ha consolidato i rapporti
economici e militari con il paese (Lim, su Alert Net). L'America, dopo il
ritiro delle proprie truppe nel
• B.K. Lim, China aid to Philippines underscores
new influence [Alert Net]
• J.P. Gundzik, Philippines follows
Argentina's debt path [Asia Times Online]
• J. Paris e I.K. Kim, Asia to set up monetary
discussion group [Dow Jones
Newswires]
Periodizzazioni.
Rivers Pitt divide in tre fasi la storia
dell'impero americano. Forse senza sottolineare abbastanza le differenze
qualitative (le virtù della fase espansiva e i vizi del consolidamento
dell'egemonia).
• W. Rivers Pitt, The third stage of
the Amercian empire [Truthout]
3 marzo
2005
NATO nach Osten.
Nell'intervista a Le Monde, Basescu, neo-presidente della
Romania, dichiara di voler essere l'alfiere della democrazia nel bacino del Mar
Nero, di vedere un asse con Londra e Washington, cioè con i paesi che hanno una
politica nella regione, di mirare all'intesa con Moldavia, Georgia e Ucraina. E
l'UE? Naturalmente Basescu vuol esserci. Come diceva un presidente americano:
"it's the economy, stupid". L'UE, per parte sua, dovrebbe dire che
non è solo economy e che ha una propria politica estera e di difesa, meglio se
diversa da quella del signor Basescu. Qualcuno lo dirà prima o poi?
• M.
Bran, Intervista a Traian Basescu [Le Monde]
Che la NATO goda ormai di appeal solo tra i
paesi di frontiera con la Russia lo riconosce anche un liberale come
Kagarlitsky. Susan Milligan nota che in paesi come l'Ungheria,
• B. Kagarlitsky, North Atlantic
disinterest [The Moscow Times]
• S. Milligan, For
some central europeans, US losing luster [The Boston Globe]
Kossovo.
L'editoriale dell'IHT dimostra che i Rappresentanti dell'ONU, da
Kouchner a Jessen-Petersen, sono stati uno peggio dell'altro. O forse il
compito era improbo, soprattutto per un'organizzazione che non aveva approvato
l'intervento della NATO. L'IHT non è in fondo contraria all'ipotesi
dell'indipendenza, ma chiede di salvare almeno la faccia.
• Waiting on Kosovo [International Herald Tribune]
L'aggiustamento
americano.
• H. Croke, S. Kamin e S. Leduc,
Financial market development and economic activity during current account
adjustments in industrial economies [Board of Governors of the Federal Reserve System]
Big Government.
T. Blanton, direttore esecutivo del National
Security Archive, tiene una testimonianza al Congresso. Dalle sue parole e dai
grafici che le accompagnano (in particolare quelli alle pagine 1 e 4 del
secondo documento) emerge il quadro di una burocrazia federale (e dei suoi
costi) in forte espansione, e di come sia largamente condiviso il giudizio -
anche tra i Repubblicani - che la sicurezza nazionale non abbia nulla a che
vedere con la massiccia secretazione dei documenti governativi, soprattutto
quelli del Pentagono.
• T. S. Blanton, Statement at the
hearing on "Emerging Threats: overclassification and
pseudo-classification" - Subcommittee on National Security, US House of
Representative [National Security
Archive] GRAFICI
4 marzo
2005
Libertà di
parola.
In America ci sono Democratici come la Albright,
Hoolbroke e Lieberman, che considerano la democrazia uno strumento della
politica imperiale, o come il Senatore Byrd che invece si battono contro i
tentativi a colpi di maggioranza di limitare la libertà di parola e
l'indipendenza delle istituzioni democratiche del proprio paese. In
questo caso l'occasione gli è offerta da un'iniziativa repubblicana
tendente a limitare i tempi del dibattito al Senato. Nel suo discorso il
Senatore Byrd spiega perché si tratti di una misura che
stravolgerebbe il carattere dell'istituzione e indica i precedenti che nel
corso del novecento hanno accompagnato l'ascesa degli Stati Uniti al ruolo di
potenza imperiale. Senza dimenticare
Hitler...
• Senator R. Byrd, Stopping a strike
at the hearth of the Senate [Truthout]
Titoli argentini
e banche italiane.
La proposta di ristrutturazione del debito con i creditori
privati fatta dagli argentini si è conclusa con successo (primo link). E questo
nonostante i ripetuti tentativi di sabotaggio fatti dalle istituzioni
finanziarie internazionali e dai rappresentanti legali dei possessori di titoli
argentini (generalmente risparmiatori). Il professor Roubini, esperto di paesi
e mercati emergenti, fa un resoconto chiaro e pungente (secondo
link) di come alla perdita in conto capitale sofferta dagli investitori si
sia aggiunta, soprattutto in Italia, la beffa dei cattivi consiglieri: banche e
legali, più interessati a difendere il proprio nome e a lucrare parcelle che a
fare l'interesse dei propri clienti. Il tutto condito dall'ambiguità di alcuni
media di fama internazionale, primo fra tutti il Financial Times,
che avrebbe dato voce solo ad alcune opinioni senza accogliere le
critiche, fra cui quella dello stesso Roubini.
• E. Gotkine, Argentine restructuring 'success ' [BBC News]
• N. Roubini, The successful end of
the argentine debt restructuring saga ... [Nouriel
Roubini's Global Economics Blog]
Petrolio.
L'opinione di un esperto, che non crede all'ipotesi
del freddo, ma pensa che i prezzi attuali abbiano più a che fare con i venti di
guerra.
• C.H. Featherstone, Hang On, It Could
be a Wild Ride [LewRockwell]
Messico.
Quando nel Novembre 2000 Vicente Fox salì
alla presidenza del Messico, l'evento fu salutato come il tanto atteso passo
verso l'alternanza, dopo oltre sessant'anni di monocolore. Per le presidenziali
del 2006 si profila da tempo anche la candidatura di Lopez Obrador, governatore
di Città del Messico ed esponente della sinistra. Dalle colonne del New York
Times, Ackerman, padre e figlio, mettono in guardia sui tentativi illegali di
escludere il candidato della sinistra dalla corsa presidenziale, mentre A. Jordano
sottolinea che lo scontro riguarda anche collusioni tra potere politico e
potere economico.
• B. Ackerman e J. Ackerman, Immune to
democracy [The New York Times]
• A. Jordano, Banamex at the core
of Fox-Lopez Obrador dispute - But AP protects the bankers [narcosphere]
7 marzo
2005
La febbre
anti-siriana
continua a salire e prudentemente Assad ha deciso di iniziare il
ritiro delle proprie truppe (13-14.000 uomini) dal Libano. Naturalmente per gli
americani e gli israeliani non basta: il ritiro dovrebbe essere immediato, anzi
già avvenuto nottetempo. Ciò che sorprende e preoccupa è che anche gli europei
stiano al gioco: vedere in proposito le dichiarazioni odierne di Chirac e
Schroeder.
• Damas
et Beyrouth annoncent un retrait pariel de l'armée syrienne d'ici à la fin mars
[Le Monde]
Intanto però il quadro libanese si complica,
come previsto dai più attenti osservatori: infatti gli Hezbollah sciiti, il
partito più forte e dotato di una propria milizia, si sono fatti sentire per
dire che a loro il ritiro siriano non sta bene e per annunciare per domani una
grande manifestazione a Beirut nella piazza adiacente quella dove si riuniscono
normalmente "more ucraino" gli oppositori del governo dimissionario.
• H.M. Fattah, Hezbollah backs Syria
in Lebanon [International Herald Tribune]
Ma perché tanto accanimento contro la Siria?
Non essendoci nessuna dimostrazione, né logica, né fattuale, che il regime di
Assad sia dietro l'assassinio di Hariri o altre forme di terrorismo islamico,
l'unica spiegazione è che la Siria appaia come un boccone facile e appetitoso
per i rivoluzionari che vogliono mettere a soqquadro il Medio Oriente in nome
della democrazia per stabilirvi la propria legge. L'articolo di Aluf Benn
racconta quando e come Israele sia passato da una politica di "benign
neglect" verso la presenza siriana in Libano a una di avversione. Prima
era stato però il Congresso americano a dare l'avvio alle ostilità, con una
serie di votazioni tanto bipartisan, o bulgare (
• A. Benn, Suddenly, democracies are
poppin' up all over [Haaretz]
• Bills summary & status for the
108th Congress - H. R. 1828: Syria accountability and lebanese
sovereignty restoration act of 2003 [The Library of Congress]
Infine l'intervista a F. Agha, consigliere
di politica estera del presidente libanese Lahoud, dà voce a un governo che
l'opinione pubblica occidentale ha considerato estromesso ancor prima delle
dimissioni, racconta fatti e antefatti del Libano di oggi, dice la sua
sull'opposizione.
• G. Leupp, An interview with Fadi K.
Agha, foreign policy advisor to President Emil Lahoud [Counterpunch]
Palestina.
S. Makdisi racconta la vita nei territori tra muri, fili
spinati, posti di blocco, spossessamenti di terra, lungaggini burocratiche e le
fregature di Oslo.
• S. Makdisi, Diary [
8 marzo 2005
Bush2: più
moderato o più estremista?
La
designazione di J. Bolton alla carica di ambasciatore all'ONU delude le
aspettative di chi aveva visto in alcune nomine, in particolare quella di
Zoellick al Dipartimento di Stato, un segno di cambiamento. Jude Wanniski era
tra questi e qui manifesta il suo disappunto. B. Knowlton offre nel suo
servizio un sommario di citazioni e di episodi che danno del personaggio
un'immagine sconfortante, soprattutto per quegli europei che avevano visto
nella visita di Bush un'apertura alla diplomazia e al multilateralismo.
• J.Wanniski, John Bolton, a bully diplomat [Wanniski.com]
• B. Knowlton, Bolton, not known for
soft talk, draws praise from Rice [International Herald Tribune]
Per iniziativa della destra cristiana, la base elettorale di
Bush, si è intanto avviato un movimento di opinione a
favore dell'esposizione dei Dieci Comandamenti negli edifici pubblici. Nel
suo commento, W. Thatcher Dowell mette in evidenza il crescente peso del
fondamentalismo cristiano nella vita civile del paese, ne denuncia i pericoli e
fa un parallelo col wahabismo saudita. La previsione è che Bush, come il
fondatore della dinastia saudita, dopo aver incoraggiato i movimenti
fondamentalisti per riceverne supporto, ne diventi ostaggio sotto la spinta
degli elementi più estremisti.
• W. Thatcher Dowell, Made-in-America
Wahhabism [
Diritti umani.
La pubblicazione del rapporto annuale sui diritti umani del
Dipartimento di Stato americano (primo link) ha prevedibilmente scatenato una
serie di reazioni di protesta (secondo link). Voluto a suo tempo da Carter, il
documento passa in rassegna lo stato dei diritti umani e della democrazia in quasi
200 paesi (terzo link). Pur meritorio nelle intenzioni, il documento è
purtroppo incompleto. In esso, infatti, non è prevista una sezione dedicata
agli stessi Stati Uniti; questa mancanza giustifica la critica di chi vede nel
rapporto una forma di ingerenza e uno strumento di politica imperiale. Gli
ultimi quattro link documentano alcuni episodi di abuso da parte degli Stati
Uniti. Weisbrot parla di Haiti, dove fra l'altro le organizzazioni umanitarie
(NGO) brillano per la loro assenza. L'autorevole rivista The Lancet fa il punto
sulla mortalità in Iraq, di come siano cambiate le cause di decesso e di chi ne
sia il principale responsabile. Il Ministro della Sanità iracheno, quindi
facente parte di un governo che ha appoggiato l'attacco americano a Fallujah,
parla apertamente dell'utilizzo di armi proibite nel corso della battaglia.
Infine, una serie di nuovi documenti raccapriccianti sugli abusi gratuiti in
Iraq (e non solo delle prigioni) ottenuti dall'American Civil Liberty Union
attraverso il Freedom of Information Act.
• Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor,
2004 Human Rights Reports [Department
of State,
• M. Sasa, Widespread protests to US
rights reports [The Sunday Mirror]
• Editorial: Spotlight on human rights [Journal Sentinel]
• M. Weisbrot, In Haiti, 'hunger in
dark places' is real ... and ignored: US media, rights group silent on
country's torment [Center for Economic
and Policy Research]
• US used banned weapons in Fallujah -
Health ministry [Aljazeera]
• Newly released Army documents detail
ongoing abuse of detainees by US forces [American Civil Liberties Union]
9 marzo 2005
Libano.
Dopo essere andati al potere nell'Iraq
occupato dagli americani, gli sciiti hanno mostrato la loro determinazione come
forza politica organizzata anche in Libano. La riuscita manifestazione a favore
della Siria è stata una sorpresa per chi, in Occidente, vedeva nell'opposizione
politica prevalentemente di matrice cristiana il grimaldello per
"liberare" il Libano dalle truppe siriane.
• R. Fisk, A half million lebanese march for Syria [Counterpunch]
Prospettive
dell'economia americana.
Bernanke, uno dei sette membri del Board of Governors della
Federal Reserve da un quadro ottimista sulla crescita americana nel 2005, e
segnala che i tassi di interesse potrebbero non essere molto distanti dal loro
valore di equilibrio (primo link). Gli autori del paper pubblicato dal Levy
Economics Institute analizzano invece con la consueta linearità le implicazioni
negative sulla crescita americana del forte aumento del debito privato (secondo
link), soprattutto in un contesto dove i tassi di interesse e il prezzo del
petrolio sono in ascesa.
• B.
Bernanke, The economic outlook [The Federal Reserve Board]
• D.
Papadimitrou, A. Shaikh, C. Dos Santos e G. Zezza, How fragile is the US
economy? [The Levy Economics Institute]
10 marzo 2005
Taiwan e la
secessione.
La proposta di legge anti-secessione che il
parlamento cinese si appresta a votare offre a R. Kagan, noto commentatore ed
esponente della destra neocon, l'occasione per accusare la Cina di mire
espansioniste. Che la Cina ambisca dire la sua nello scenario non solo asiatico
è fuori discussione; in questo caso tuttavia, l'ammonimento implicito a
Taiwan può essere solo una reazione agli accordi nippo-americani, di cui
abbiamo parlato qui il 18 febbraio (Il Giappone mostra i muscoli). E
questa è la spiegazione che emerge dalle dichiarazioni di un portavoce del
ministero degli esteri cinese (secondo link), il quale precisa anche il senso
della richiesta all'Australia, di cui parla Kagan. La legge comunque non
modifica la linea cinese verso Taiwan, cioè la politica di "one country,
two systems".
• R.
Kagan, Those subtle Chinese [Washington Post]
• China
urges Australia to keep Taiwan out of alliance with U.S. [ChinaPost - AFP]
Kossovo.
L'incriminazione, da parte del Tribunale speciale dell'ONU, del
primo ministro kossovaro Haradinaj e le sue dimissioni sono l'oggetto del
commento di N. Malic. La decisione del Tribunale non induce Malic,
che da sempre denuncia l'unilateralismo antiserbo di un'istituzione voluta
e finanziata dagli americani e che nella sua parzialità disonora l'ONU, a
cambiare idea. Anzi, nelle modalità dell'annuncio, nel comportamento scaltro
di Haradinaj e nei commenti dei funzionari dell'ONU e degli organi di
stampa, l'autore individua gli elementi di una campagna per l'indipendenza
del Kossovo.
• N. Malic, The Haradinaj Affair [AntiWar]
11 marzo 2005
Giornalismo
spazzatura.
La non-notizia che medici americani avrebbero visitato
Yushchenko, il presidente ucraino, nella clinica viennese dove era
ricoverato prima dell'ultima tornata elettorale, offre al Washington Post
l'occasione per rispolverare la teoria dell'avvelenamento da diossina e per insinuare
il sospetto che la diossina stessa fosse di fabbricazione russa. Con questo
articolo la campagna antirussa del giornale, che ha le sue punte, si fa per
dire, negli interventi di Holbrooke, Albright, Applebaum, ecc, scende al
livello più basso. Gli articoli che seguono (secondo e terzo link) avevano
messo a suo tempo in evidenza i punti oscuri della vicenda e spiegato le
ragioni per cui l'ipotesi dell'avvelenamento da diossina non è credibile. E la
prima domanda che chiunque fosse minimamente a conoscenza dei fatti -
come si ritiene debba essere un cronista - avrebbe dovuto porsi è: perché
Yushchenko ha scelto una clinica privata famosa per garantire la privacy dei
VIP, ma priva di strutture di analisi, e non un centro specializzato? In altre
parole, cosa aveva da nascondere? Né a questa, né alle altre domande il WP
ritiene di dover rispondere. Viva la propaganda!
• U.S.
doctors treated Yushchenko [Washington Post]
• J.
Rosenthal, The Strange Case of Dr. Wicke or Questions
Surrounding the Alleged Poisoning of Viktor Yushchenko (with Update)
[Transatlantic Intelliger]
• T. Boyle,
Yushchenko disease: a tale of two poisons [AntiWar]
Giustizia
internazionale.
Il 10 marzo, gli
Stati Uniti d'America hanno annunciato il loro ritiro dal protocollo opzionale
della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari (già sottoscritto dagli
USA nel 1969). In base alla convenzione i cittadini stranieri hanno il diritto
di ottenere assistenza consolare in caso di procedimento penale. In caso di
controversia relativa all'applicazione o all'interpretazione della Convenzione,
la competenza è della Corte Internazionale di Giustizia. Il caso di
numerosi stranieri condannati a morte senza che fosse stato reso loro noto il
diritto di ottenere assistenza consolare, ha portato alla condanna degli USA da
parte della CIG ed alla revisione di alcuni processi. Ora, gli USA non
intendono più riconoscere la competenza giurisdizionale della CIG e si dicono
determinati a difendere la propria sovranità ed il proprio diritto ad applicare
la pena capitale senza ingerenze esterne. Ma si sa, il princeps è legibus
solutus...
• Les Etats-Unis se retirent du protocole
permettant aux condamnés étrangers de recourir à l'aide consulaire [Le Monde]
• Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari [UCOI]
America Latina
Nel
discorso di insediamento, il neo-presidente uruguayano Vazquez ha sottolineato
l'impegno a rafforzare i legami economici regionali (Mercosur) e ha detto a
chiare lettere che interferenze esterne negli affari di politica interna non
saranno tollerati (primo link). Due aspetti di stacco con il passato, a cui è
seguita la firma che porta l'Uruguay nel neonato Petrosur insieme a Venezuela e
Argentina. Il rafforzamento del Mercosur a scapito del del FTAA, l'area di
libero scambio proposta dagli Stati Uniti sulla falsariga del NAFTA, e i
possibili sviluppi di un Petrosur allargato al Messico, che rappresenterebbe
così il 25% delle importazioni di petrolio americane, sono l'oggetto
dell'analisi di DeLong (secondo link). Queste tendenze potrebbero essere
confermate dai risultati delle elezioni presidenziali che nel 2006 si terranno
in molti paesi della regione (Messico, Colombia, Nicaragua, Ecuador, Perù,
Venezuela), ma potrebbero essere frenate da elementi di segno opposto. In
Uruguay la compagine governativa è assai eterogenea e il voto cha ha
portato la sinistra al governo è per buona parte frutto di voti di protesta che
normalmente affluivano ai partiti tradizionali, due fatti che inducono Eduardo
Dimas ad essere cauto sulle prospettive (terzo link). In tema invece di
interferenze esterne non si possono escludere forme di reazione degli Stati
Uniti sulla falsariga di quanto avvenuto nell'area durante gli anni della
Guerra Fredda, soprattutto se nel Consiglio di Sicurezza Nazionale alla Casa
Bianca siedono le stesse persone protagoniste di quegli anni, come ci ricorda
David Corn (terzo link). Un banco di prova potrebbe essere la situazione in
Bolivia, dove, raccontano Gomez e Caceres, in questi giorni si è radicalizzato
lo scontro tra il governo, sostenuto dai partiti di destra e portatore degli
interessi delle multinazionali del gas e dell'acqua, e la sinistra che richiede
il rispetto del risultato del voto popolare con cui i boliviani richiedevano
una maggiore partecipazione all'utilizzo delle risorse naturali del proprio
paese e ai proventi che ne derivano.
• T. Vàzquez Rosas, "We shall not
tolerate external interference" [Brani del discorso inaugurale del Preseidente
dell'Uruguay, in Progreso Weekly]
• S. DeLong, Venezuela and the Latin
American New Left: to Washington chagrin, Chavez's influence continues to
spread throughout the Continent [Council On Hemispheric Affairs]
• Eduardo Dimas, Uruguay: now what? [Progreso Weekly]
• D. Corn, The New York
Times, a massacre, and Bush's Deputy National Security Adviser [DavidCorn.com]
• L .Gomez, In Bolivia, reality changes once
again [Counterpunch]
• S. Càceres,
"Mano dura" la opciòn de Carlo Mesa [El Juguete Rabioso]
14 marzo 2005
Genocidi veri e
immaginari.
Oggi ha preso avvio presso il Tribunale speciale dell'ONU il
processo che vede imputato Haradinaj, fino alla settimana scorsa primo ministro
kossovaro (primo link). I capi di imputazione sono pesanti; forse lo sarebbero
anche di più se non si trattasse di un tribunale antiserbo e se venisse fatta
piena luce sulla pulizia etnica avvenuta sotto gli occhi degli ufficiali della
NATO a danno di serbi, rom e altre minoranze. Di questa pulizia dà
testimonianza l'intervista, di poco successiva agli avvenimenti, al capo della
comunità ebraica di Pristina (secondo link).
• J. Sturcke e agenzie varie, Tribunal
hears charges against former Kosovan PM [Guardian]
• Driven from Kosovo - Intervista a Cedda
Prlincevic Chief Archivist of Kosovo and leader of Pristina'a Jewish community [The Emperor New Clothes]
"Milosevic = Hitler" e
"Fermare il genocidio degli albanesi" erano due slogan in voga ai
tempi dei bombardamenti umanitari sulla Yugoslavia. Autori o comunque zelanti
divulgatori ne sono stati alcuni "philosophes" francesi, che avendo
perso la via della filosofia si sono dedicati alla propaganda a favore
dell'Impero. Nel suo approfondito e documentato studio, Rosenthal ridicolizza
l'idea di un genocidio in Kossovo e dimostra che l'accostamento fra il caso
degli albanesi e quello degli ebrei tedeschi è del tutto fuori luogo. Nel
mettere in evidenza le contraddizioni del fronte occidentale - prima fra tutte
quella di ergersi a paladini del multiculturalismo e di aiutare in pratica il
secessionismo - Rosenthal conclude che se un accostamento è possibile, è solo
quello fra la NATO e il regime nazista.
• J. Rosenthal, Kosovo and "the Jewish
Question" [Monthly Review]
Votazioni
bulgare.
Non avendo, come la maggior parte dei cittadini dell'UE, un'idea
precisa dell'attività del Parlamento europeo, siamo rimasti francamente
sorpresi da una votazione che quasi all'unanimità chiede al Consiglio di
dichiarare organizzazione terrorista gli Hezbollah (primo link). Nella sorpresa
e nell'ignoranza ci chiediamo se un parlamento senza potere legislativo e senza
un governo da legittimare o col quale confrontarsi non rischi di diventare
un'assemblea di liberi pensatori, politicamente irresponsabile.
L'articolo del NYT traccia un profilo del
leader degli Hezbollah, Nasrallah, candidato a diventare uno dei politici più
influenti del Libano post-Hariri. Forse l'autore ha dimenticato qualcosa, ma
non si ha proprio l'impressione di trovarsi di fronte a un terrorista.
• Reuters, EU assembly brands
Lebanon's Hizbollah 'terrorist' [Metronews]
• N. MacFarquhar, Hezbollah leader's
new fray: lebanese politics [The New York TImes]
Proliferazione nucleare.
A
Maggio, il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT) sarà oggetto di un
aggiornamento da parte dei 190 paesi firmatari. Quale migliore occasione, si
chiedevano in questi giorni a Oslo gli ospiti del Norwegian Institute of
Strategic Studies, per rafforzare la cooperazione in questo campo, che far fare
decisivi passi avanti ad altri due trattati (il Fissile Material Cutoff Treaty
e il Comprehensive Test Ban Treaty di kennedyana memoria) e che, invece,
rischiano di arenarsi per l'opposizione americana? Riporta Bender che i
partecipanti all'incontro hanno lanciato un monito agli Stati Uniti in questo
senso (primo link). G. Prather, esperto in materia, mette in evidenza che in
questi ultimi anni l'azione degli Stati Uniti - con il patrocinio
dell'aspirante ambasciatore all'ONU Bolton, che ha messo in piedi un'iniziativa
parallela nota come Proliferation Security Initiative (PSI) - ha invece avuto
come risultato una minore capacità di intelligence sul campo (secondo link).
L'aspetto interessante del PSI (terzo link) risiede in ciò che viene richiesto
ai paesi che collaborano all'iniziativa: la possibilità di eseguire ispezioni e
sequestri per terra, mare e cielo altrui anche sulla base di semplici sospetti,
esautorando di fatto la sovranità del paese in questione. Un canovaccio seguito
in molte occasioni, non ultima quella degli accordi proposti alla Serbia per il
Kossovo (Rambouillet, 1999) e contenuta negli articoli dell'Appendice B. In
realtà, l'America, dietro la crociata della non-proliferazione delle armi
nucleari, persegue un'altra agenda: il controllo, al di fuori delle leggi
internazionali, di territori non-americani, magari strategici per posizione
geografica e risorse, e la riduzione forzata ai propri voleri dei "paesi
alleati".
• B. Bender, US is urged to back 2
nuclear treties [The Boston Globe]
• G. Prather, Another intelligence
fiasco? [World Net Daily]
• Proliferation Security Initiative: statement of
interdiction principles [Foreign
& Commonwealth Office,
15 marzo
2005
SI', NO...
NI
La campagna per il referendum sulla Costituzione europea in
Francia è cominciata, i sondaggi danno in testa il SI', anche se il vantaggio
si sta riducendo, la sinistra è spaccata (primo link). Qualche giorno dopo la Francia
voterà anche l'Olanda, dove i sondaggi, almeno quelli riportati da un giornale
euroscettico come il Times, danno in testa il NO (secondo link). Per avere un
quadro completo del processo di ratifica, con i sondaggi dell'Eurobarometro (un
po' vecchi), vedere il sito della BBC (terzo link).
• R.
Bacqué, Sondage : le "oui" au référendum se tasse à 56 %, mais 68 %
des électeurs pensent qu'il va l'emporter [Le Monde]
• A. Browne, Dutch lose their faith in
Europe [Times]
• EU Constitution: Where member states stand [BBC]
Le ragioni del NO della sinistra francese sono spiegate da R.
Passet. Mentre i sondaggi mettono in evidenza le motivazioni più diverse per il
NO - dalla Turchia all'euro gonfiaprezzi - l'autore si concentra su due
aspetti: 1) l'allargamento prima alla Gran Bretagna, poi ai 25 attuali ha
annacquato il progetto originale; 2) la Costituzione si ispira a principi
liberisti, quindi non rappresenta tutto il popolo, e non prevede un processo di
revisione praticabile. Sul primo punto è difficile dare torto all'autore: l'allargamento
ha allontanato il traguardo dell'unione politica. L'impressione è stata
addirittura che esso procedesse al seguito della NATO, quindi con
obiettivi politici poco chiari, se non per quelli che ritengono l'UE un modello
di esportazione della democrazia sotto la protezione dei bombardieri americani.
Sul secondo punto Passet ha più torto che ragione; la Costituzione è in realtà
un documento complesso, che mette insieme vari trattati e rispecchia la
realtà di quasi 50 anni di apertura e di integrazione dei mercati. La Carta dei
Diritti che ne è parte integrante è poi tutt'altro che liberista. Ma
il problema che l'autore non affronta è come il NO possa aiutare la causa
europeista: uno shock in una fase di riflusso come l'attuale è davvero desiderabile?
• R. Passet, Au-delà
du oui et du non [Libération]
La corsa alle risorse energetiche da parte della Cina
e la risposta dell'America in funzione di contenimento sono, secondo Meacher,
il filo conduttore per capire gli eventi che hanno luogo nello scacchiere
compreso tra Europa dell'Est e Asia Centrale. Il cambio della guardia in
Ucraina rientra in questo gioco (primo link). Una conferma indiretta viene
dall'articolo di Martiryosan (secondo link), dove vengono riportate le parole
di un generale americano con cui spiega in modo esplicito al Congresso le
ragioni dell'importanza strategica dell'Armenia: un ulteriore tassello
nella creazione di un corridoio di sicurezza dall'Asia Centrale all'Europa,
"a garanzia degli interessi dell'America".
Una versione confermata con dovizia di dettagli
nella testimonianza ad una commissione parlamentare di B. Jackson,
del Project for the New American Century, il quale tra l'altro passa in
rassegna lo stato dell'arte, pardon della democrazia, nei paesi che mancano a
completare il mosaico (terzo link).
• M .Meacher, One for oil and oil for
one [Antiwar/Spectator]
• S. Martiryosan, Armenia bets on NATO [Eurasianet]
• B. P. Jackson, The future of
democracy in the Black Sea region, Testimony before the Committee on Foregin
Relations [Project for the New American
Century]
Bhadrakumar, un diplomatico indiano con vasta esperienza nella
regione, descrive invece come gli sforzi americani di "regime
change" in Kyrgyzstan, notevoli per denaro e numero di persone
coinvolte a paragone delle dimensioni del piccolo stato asiatico, siano
stati vanificati dalla sostanziale correttezza delle elezioni e dalla
presa di posizione dei partecipanti al Gruppo di Cooperazione di Shangai (dove
Russia e Cina sono i principali attori) a favore del rispetto della sovranità
dei paesi dell'area. Un principio che secondo Putin, all'indomani
dell'incontro di Bratislava, Bush si sarebbe impegnato a
rispettare. Ricordando il precedente di Gorbachev che accettò l'espansione
ad Est di una NATO patto di difesa per poi vederla trasformata ai tempi di
Eltsin in strumento di attacco (vedi Yugoslavia), Bhadrakumar si chiede per
quanto tempo l'America dei neocon rispetterà coi fatti la parola data. (quarto link)
• M. K. Bhadrakumar, Central Asia
sidesteps a revolution [Asia Times]
La Cina potenza.
Chalmers
Johnson, storico dell'Asia orientale, presenta le ultime vicende del difficile
rapporto cino-giapponese in una prospettiva storica. Guardando al futuro,
l'autore giudica perdente la strategia americana che punta alla
rimilitarizzazione del Giappone in funzione anticinese, perché il paese è
destinato a un rapido invecchiamento, ha un'amministrazione pubblica fortemente
indebitata e un'economia che dipende dalle esportazioni in Cina, mentre questa
è già una potenza economica e militare che fa sentire il suo peso anche al di
fuori dell'area e dà concretezza all'idea di un equilibrio multipolare.
• C. Johnson, Coming to terms with China [TomDispatch]
Banca Mondiale.
In attesa che gli Stati Uniti nominino il successore di
Wolfensohn e scongiurato, a quanto pare, il pericolo di vedere Wolfowitz al suo
posto, Stiglitz indica i requisiti e i criteri per la scelta dei candidati, con
l'obiettivo di avere un'istituzione adeguata al proprio ruolo.
• J. Stiglitz, This war needs the
right general [Guardian]