1 marzo 2005

 

Palestina.

Oggi si tiene a Londra, per iniziativa di Tony Blair, una conferenza sulla Palestina. Nelle intenzioni doveva essere una conferenza per la pace, ma l'assenza degli israeliani ha spostato l'attenzione su un obiettivo meno ambizioso, la riforma dell'Autorità palestinese. Nel tentativo di portare gli israeliani al tavolo della trattativa, Abu Mazen gioca come può la carta anglo-americana, approfittando del credito di cui gode. Dimostrerà di conoscere bene il significato di parole come accountability e governance, confermerà la decisione di sottoporre le forze di sicurezza al vaglio di un comitato presieduto dal generale americano Ward, prometterà di combattere il terrorismo, non protesterà più di tanto se gli israeliani uccidono qualche palestinese ( più di 20 dal cessate il fuoco). Servirà?

La storia degli accordi di pace o dei tentativi per arrivarvi non è incoraggiante. Ne parla Yitzhak Laor in una recensione del libro di Tanya Reinhart, Israel/Palestine:how to end the 1948 war (uscito l'anno scorso in italiano per l'editore Marco Tropea col titolo: Distruggere la Palestina). La Reinhart, docente all'università di Tel Aviv, copre nel suo libro il periodo 1999-2002, caratterizzato dal fallimento di Camp David e dalla seconda intifada. Dalla sua analisi dei fatti, la responsabilità del fallimento dei negoziati appare chiaramente in capo a Barak.

• L. Sukhtian, Abbas condemns suicide bombing in Tel Aviv [AP]

• Y. Laor, In praise of the facts [Counterpunch]

 

 

Censura.

Diana Johnstone è autrice di numerosi articoli e di un libro sulla storia recente del separatismo yugoslavo, in cui ha denunciato con coraggio e con tenacia il conformismo della stampa nella disinformazione e le responsabilità occidentali per le tragedie accadute. In questo articolo affronta la questione delicata dell'inopportunità della censura anche quando si tratta di prevenire il fenomeno dell'antisemitismo.

  D. Johnstone, Dieudonne and the uses of "antisemitism" [Counterpunch]

 

 

America Latina, tra novità e regressioni.

Dopo quasi due secoli di indipendenza, oggi si insedia in Uruguay il primo governo di sinistra, sorretto da una maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento. Nell'articolo di apertura, Bassi traccia un rapido quadro della situazione economica del paese e delle possibili incongruenze di una compagine governativa dove siederanno persone di diversa estrazione politica. Sempre dall'Uruguay, lo scrittore Galeano, esule nel periodo della dittatura militare, parla delle speranze e delle difficoltà di un paese che, dopo essere stato all'avanguardia dei diritti e delle libertà civili (e ben prima che in Europa), è stato progressivamente depauperato delle proprie ricchezze, umane e materiali. Di una soluzione democratica, invece, non se ne parla neanche lontanamente ad Haiti, dove ad un anno dalla cacciata del Presidente Aristide, a suo tempo democraticamente eletto, vige un clima quotidiano di terrore e violenza, finanziato dai "liberatori" (Stati Uniti, Canada, e Francia tra gli altri) e occasionalmente condiviso dalle truppe di pace (i Caschi Blu), come riporta Bencombe dell'Independent. Da ultimo, DeLong, del Council of Hemispheric Affairs, analizza la riforma agraria voluta da Chavez in Venezuela, mettendo in evidenza le analogie con l'Homestead Act voluto a suo tempo da Lincoln (1862 - il testo originale è riportato nell'ultimo link) e che tanta parte ha avuto sia nello sviluppo produttivo del territorio sia, soprattutto, nella formazione di una middle-class agraria.

  R. Bassi, Uruguay: Frente Amplio readies for government [Green Left Weekly]

  E. Galeano, Aguas de Octubre [Red Voltaire]

  A. Buncombe, Death of a democracy [The Independent]

  S. DeLong, Venezuela's agrarian land reform: more like Lincoln than Lenin [Council on Hemispheric Affairs]

  Congress of the United States of America, Homestead Act; May 20, 1862 [in The Avalon Project, Yale Law School]

 

2 marzo 2005

Libano e Turchia.

Due modi differenti di sentire l'effetto del vento napoleonico (non tanto fresco) che grazie a Bush spira sul Medio Oriente. In Libano, dove il movimento è cominciato solo dopo un assassinio eccellente, per il momento senza autore, le masse manifestano e il governo cade. J. Cole e F. Leverett, da prospettive diverse, sottolineano però la complessità del quadro e invitano a non trarre conclusioni affrettate. In Turchia, secondo un sondaggio della BBC, l'82% della popolazione ritiene che la rielezione di Bush abbia reso il mondo più pericoloso - la più alta percentuale registrata - e, come racconta Y. Schleifer, un libro di ficscion che prospetta nel 2007 una guerra con gli Stati Uniti in Irak - vinta col supporto di Russia e UE - sta riscuotendo un successo enorme. Se l'opinione conta...

• J. Cole, Lebanon: background and forecast [Antiwar]

• F. Leverett, Don't rush on the road to Damascus [The New York Times]

• Y. Schleifer, Sure it's fiction. But many Turks see fact in the anti-US novel [Christian Science Monitor]

 

 

Filippine.

Le Filippine si trovano al confine tra la zona di influenza americana e quella cinese. La Cina negli ultimi anni ha consolidato i rapporti economici e militari con il paese (Lim, su Alert Net). L'America, dopo il ritiro delle proprie truppe nel 1992, ha mantenuto l'influenza in campo economico con ricette finanziarie di stampo liberistico. Secondo l'opinione di J. Gundzik, uomo di finanza, questo fatto sta pericolosamente portando il paese ad una situazione economica e sociale non dissimile da quella argentina di qualche anno fa. Le pessimistiche previsioni di Gundzik potrebbero rivelarsi sbagliate se si rafforzerà la cooperazione finanziaria tra i paesi dell'area, anche per la spinta cinese (terzo link).

  B.K. Lim, China aid to Philippines underscores new influence [Alert Net]

  J.P. Gundzik, Philippines follows Argentina's debt path [Asia Times Online]

  J. Paris e I.K. Kim, Asia to set up monetary discussion group [Dow Jones Newswires]

 

 

Periodizzazioni.

Rivers Pitt divide in tre fasi la storia dell'impero americano. Forse senza sottolineare abbastanza le differenze qualitative (le virtù della fase espansiva e i vizi del consolidamento dell'egemonia).

  W. Rivers Pitt, The third stage of the Amercian empire [Truthout]

 

 

3 marzo 2005

NATO nach Osten.

Nell'intervista a Le Monde, Basescu, neo-presidente della Romania, dichiara di voler essere l'alfiere della democrazia nel bacino del Mar Nero, di vedere un asse con Londra e Washington, cioè con i paesi che hanno una politica nella regione, di mirare all'intesa con Moldavia, Georgia e Ucraina. E l'UE? Naturalmente Basescu vuol esserci. Come diceva un presidente americano: "it's the economy, stupid". L'UE, per parte sua, dovrebbe dire che non è solo economy e che ha una propria politica estera e di difesa, meglio se diversa da quella del signor Basescu. Qualcuno lo dirà prima o poi?

• M. Bran, Intervista a Traian Basescu [Le Monde]

Che la NATO goda ormai di appeal solo tra i paesi di frontiera con la Russia lo riconosce anche un liberale come Kagarlitsky. Susan Milligan nota che in paesi come l'Ungheria, la Repubblica Ceca, la Polonia l'entusiasmo per l'America sta rapidamente scendendo e l'euro sostituisce il dollaro.

• B. Kagarlitsky, North Atlantic disinterest [The Moscow Times]

• S. Milligan, For some central europeans, US losing luster [The Boston Globe]
 

 

Kossovo.

L'editoriale dell'IHT dimostra che i Rappresentanti dell'ONU, da Kouchner a Jessen-Petersen, sono stati uno peggio dell'altro. O forse il compito era improbo, soprattutto per un'organizzazione che non aveva approvato l'intervento della NATO. L'IHT non è in fondo contraria all'ipotesi dell'indipendenza, ma chiede di salvare almeno la faccia.

  Waiting on Kosovo [International Herald Tribune]

 

 

L'aggiustamento americano.

La Federal Reserve interviene con un paper nel dibattito sul dollaro per valutare, attraverso un'indagine econometrica, la probabilità del "disorderly adjusment": un aggiustamento del saldo con l'estero che implichi deprezzamento del cambio, un aumento dei tassi di interesse, e conseguente recessione economica. L'ipotesi è oggi largamente dibattuta, e gli autori, pur scettici, non riescono tuttavia a escluderla del tutto.

  H. Croke, S. Kamin e S. Leduc, Financial market development and economic activity during current account adjustments in industrial economies [Board of Governors of the Federal Reserve System]

 

 

Big Government.

T. Blanton, direttore esecutivo del National Security Archive, tiene una testimonianza al Congresso. Dalle sue parole e dai grafici che le accompagnano (in particolare quelli alle pagine 1 e 4 del secondo documento) emerge il quadro di una burocrazia federale (e dei suoi costi) in forte espansione, e di come sia largamente condiviso il giudizio - anche tra i Repubblicani - che la sicurezza nazionale non abbia nulla a che vedere con la massiccia secretazione dei documenti governativi, soprattutto quelli del Pentagono.

  T. S. Blanton, Statement at the hearing on "Emerging Threats: overclassification and pseudo-classification" - Subcommittee on National Security, US House of Representative [National Security Archive]  GRAFICI

 

 

4 marzo 2005

Libertà di parola.

In America ci sono Democratici come la Albright, Hoolbroke e Lieberman, che considerano la democrazia uno strumento della politica imperiale, o come il Senatore Byrd che invece si battono contro i tentativi a colpi di maggioranza di limitare la libertà di parola e l'indipendenza delle istituzioni democratiche del proprio paese.  In questo caso l'occasione gli è offerta da un'iniziativa repubblicana tendente a limitare i tempi del dibattito al Senato. Nel suo discorso il Senatore Byrd spiega perché si tratti di una misura che stravolgerebbe il carattere dell'istituzione e indica i precedenti che nel corso del novecento hanno accompagnato l'ascesa degli Stati Uniti al ruolo di potenza imperiale. Senza dimenticare Hitler... 

• Senator R. Byrd, Stopping a strike at the hearth of the Senate [Truthout]

 

 

Titoli argentini e banche italiane.

La proposta di ristrutturazione del debito con i creditori privati fatta dagli argentini si è conclusa con successo (primo link). E questo nonostante i ripetuti tentativi di sabotaggio fatti dalle istituzioni finanziarie internazionali e dai rappresentanti legali dei possessori di titoli argentini (generalmente risparmiatori). Il professor Roubini, esperto di paesi e mercati emergenti, fa un resoconto chiaro e  pungente (secondo link) di come alla perdita in conto capitale sofferta dagli investitori si sia aggiunta, soprattutto in Italia, la beffa dei cattivi consiglieri: banche e legali, più interessati a difendere il proprio nome e a lucrare parcelle che a fare l'interesse dei propri clienti. Il tutto condito dall'ambiguità di alcuni media di fama internazionale, primo fra tutti il Financial Times, che avrebbe dato voce solo ad alcune opinioni senza accogliere le critiche, fra cui quella dello stesso Roubini.

  E. Gotkine, Argentine restructuring 'success ' [BBC News]

  N. Roubini, The successful end of the argentine debt restructuring saga ... [Nouriel Roubini's Global Economics Blog]
 

 

Petrolio.

L'opinione di un esperto, che non crede all'ipotesi del freddo, ma pensa che i prezzi attuali abbiano più a che fare con i venti di guerra.

  C.H. Featherstone, Hang On, It Could be a Wild Ride [LewRockwell]

 

 

Messico.

Quando nel Novembre 2000 Vicente Fox salì alla presidenza del Messico, l'evento fu salutato come il tanto atteso passo verso l'alternanza, dopo oltre sessant'anni di monocolore. Per le presidenziali del 2006 si profila da tempo anche la candidatura di Lopez Obrador, governatore di Città del Messico ed esponente della sinistra. Dalle colonne del New York Times, Ackerman, padre e figlio, mettono in guardia sui tentativi illegali di escludere il candidato della sinistra dalla corsa presidenziale, mentre A. Jordano sottolinea che lo scontro riguarda anche collusioni tra potere politico e potere economico.

  B. Ackerman e J. Ackerman, Immune to democracy [The New York Times]

  A. Jordano, Banamex at the core of  Fox-Lopez Obrador dispute - But AP protects the bankers [narcosphere]

 

 

7 marzo 2005

La febbre anti-siriana

continua a salire e prudentemente Assad ha deciso di iniziare il ritiro delle proprie truppe (13-14.000 uomini) dal Libano. Naturalmente per gli americani e gli israeliani non basta: il ritiro dovrebbe essere immediato, anzi già avvenuto nottetempo. Ciò che sorprende e preoccupa è che anche gli europei stiano al gioco: vedere in proposito le dichiarazioni odierne di Chirac e Schroeder.

• Damas et Beyrouth annoncent un retrait pariel de l'armée syrienne d'ici à la fin mars [Le Monde]

Intanto però il quadro libanese si complica, come previsto dai più attenti osservatori: infatti gli Hezbollah sciiti, il partito più forte e dotato di una propria milizia, si sono fatti sentire per dire che a loro il ritiro siriano non sta bene e per annunciare per domani una grande manifestazione a Beirut nella piazza adiacente quella dove si riuniscono normalmente "more ucraino" gli oppositori del governo dimissionario.

• H.M. Fattah, Hezbollah backs Syria in Lebanon [International Herald Tribune]

Ma perché tanto accanimento contro la Siria? Non essendoci nessuna dimostrazione, né logica, né fattuale, che il regime di Assad sia dietro l'assassinio di Hariri o altre forme di terrorismo islamico, l'unica spiegazione è che la Siria appaia come un boccone facile e appetitoso per i rivoluzionari che vogliono mettere a soqquadro il Medio Oriente in nome della democrazia per stabilirvi la propria legge. L'articolo di Aluf Benn racconta quando e come Israele sia passato da una politica di "benign neglect" verso la presenza siriana in Libano a una di avversione. Prima era stato però il Congresso americano a dare l'avvio alle ostilità, con una serie di votazioni tanto bipartisan, o bulgare (398 a 4 alla Camera, 89 a 4 al Senato) quanto prive di motivazioni.

• A. Benn, Suddenly, democracies are poppin' up all over [Haaretz]

Bills summary & status for the 108th Congress - H. R. 1828: Syria accountability and lebanese sovereignty restoration act of 2003 [The Library of Congress]

Infine l'intervista a F. Agha, consigliere di politica estera del presidente libanese Lahoud, dà voce a un governo che l'opinione pubblica occidentale ha considerato estromesso ancor prima delle dimissioni, racconta fatti e antefatti del Libano di oggi, dice la sua sull'opposizione.

• G. Leupp, An interview with Fadi K. Agha, foreign policy advisor to President Emil Lahoud [Counterpunch]
 

 

 

Palestina.

S. Makdisi racconta la vita nei territori tra muri, fili spinati, posti di blocco, spossessamenti di terra, lungaggini burocratiche e le fregature di Oslo.

  S. Makdisi, Diary [London Review of Books]

 

 

 

 

8 marzo 2005

 

Bush2: più moderato o più estremista?

La designazione di J. Bolton alla carica di ambasciatore all'ONU delude le aspettative di chi aveva visto in alcune nomine, in particolare quella di Zoellick al Dipartimento di Stato, un segno di cambiamento. Jude Wanniski era tra questi e qui manifesta il suo disappunto. B. Knowlton offre nel suo servizio un sommario di citazioni e di episodi che danno del personaggio un'immagine sconfortante, soprattutto per quegli europei che avevano visto nella visita di Bush un'apertura alla diplomazia e al multilateralismo.

J.Wanniski, John Bolton, a bully diplomat [Wanniski.com]

B. Knowlton, Bolton, not known for soft talk, draws praise from Rice [International Herald Tribune]

Per iniziativa della destra cristiana, la base elettorale di Bush, si è intanto avviato un movimento di opinione a favore dell'esposizione dei Dieci Comandamenti negli edifici pubblici. Nel suo commento, W. Thatcher Dowell mette in evidenza il crescente peso del fondamentalismo cristiano nella vita civile del paese, ne denuncia i pericoli e fa un parallelo col wahabismo saudita. La previsione è che Bush, come il fondatore della dinastia saudita, dopo aver incoraggiato i movimenti fondamentalisti per riceverne supporto, ne diventi ostaggio sotto la spinta degli elementi più estremisti.

W. Thatcher Dowell, Made-in-America Wahhabism [Los Angeles Times]

 

 

Diritti umani.

La pubblicazione del rapporto annuale sui diritti umani del Dipartimento di Stato americano (primo link) ha prevedibilmente scatenato una serie di reazioni di protesta (secondo link). Voluto a suo tempo da Carter, il documento passa in rassegna lo stato dei diritti umani e della democrazia in quasi 200 paesi (terzo link). Pur meritorio nelle intenzioni, il documento è purtroppo incompleto. In esso, infatti, non è prevista una sezione dedicata agli stessi Stati Uniti; questa mancanza giustifica la critica di chi vede nel rapporto una forma di ingerenza e uno strumento di politica imperiale. Gli ultimi quattro link documentano alcuni episodi di abuso da parte degli Stati Uniti. Weisbrot parla di Haiti, dove fra l'altro le organizzazioni umanitarie (NGO) brillano per la loro assenza. L'autorevole rivista The Lancet fa il punto sulla mortalità in Iraq, di come siano cambiate le cause di decesso e di chi ne sia il principale responsabile. Il Ministro della Sanità iracheno, quindi facente parte di un governo che ha appoggiato l'attacco americano a Fallujah, parla apertamente dell'utilizzo di armi proibite nel corso della battaglia. Infine, una serie di nuovi documenti raccapriccianti sugli abusi gratuiti in Iraq (e non solo delle prigioni) ottenuti dall'American Civil Liberty Union attraverso il Freedom of Information Act.

Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, 2004 Human Rights Reports [Department of State, US Government]

M. Sasa, Widespread protests to US rights reports [The Sunday Mirror]

Editorial: Spotlight on human rights [Journal Sentinel]

M. Weisbrot, In Haiti, 'hunger in dark places' is real ... and ignored: US media, rights group silent on country's torment [Center for Economic and Policy Research]

L. Roberts, R. Lafta, R. Garfield, J. Khudhairi e G. Burnham, Mortality before and after the 2003 invasion of Iraq: cluster sample survey [The Lancet]

US used banned weapons in Fallujah - Health ministry [Aljazeera]

Newly released Army documents detail ongoing abuse of detainees by US forces [American Civil Liberties Union]

 

 

 

9 marzo 2005

 

Libano.

Dopo essere andati al potere nell'Iraq occupato dagli americani, gli sciiti hanno mostrato la loro determinazione come forza politica organizzata anche in Libano. La riuscita manifestazione a favore della Siria è stata una sorpresa per chi, in Occidente, vedeva nell'opposizione politica prevalentemente di matrice cristiana il grimaldello per "liberare" il Libano dalle truppe siriane.

R. Fisk, A half million lebanese march for Syria [Counterpunch]
 

 

Prospettive dell'economia americana.

Bernanke, uno dei sette membri del Board of Governors della Federal Reserve da un quadro ottimista sulla crescita americana nel 2005, e segnala che i tassi di interesse potrebbero non essere molto distanti dal loro valore di equilibrio (primo link). Gli autori del paper pubblicato dal Levy Economics Institute analizzano invece con la consueta linearità le implicazioni negative sulla crescita americana del forte aumento del debito privato (secondo link), soprattutto in un contesto dove i tassi di interesse e il prezzo del petrolio sono in ascesa.

B. Bernanke, The economic outlook [The Federal Reserve Board]

D. Papadimitrou, A. Shaikh, C. Dos Santos e G. Zezza, How fragile is the US economy? [The Levy Economics Institute]

 

 

10 marzo 2005

 

Taiwan e la secessione.

La proposta di legge anti-secessione che il parlamento cinese si appresta a votare offre a R. Kagan, noto commentatore ed esponente della destra neocon, l'occasione per accusare la Cina di mire espansioniste. Che la Cina ambisca dire la sua nello scenario non solo asiatico è fuori discussione; in questo caso tuttavia, l'ammonimento implicito a Taiwan può essere solo una reazione agli accordi nippo-americani, di cui abbiamo parlato qui il 18 febbraio (Il Giappone mostra i muscoli). E questa è la spiegazione che emerge dalle dichiarazioni di un portavoce del ministero degli esteri cinese (secondo link), il quale precisa anche il senso della richiesta  all'Australia, di cui parla Kagan. La legge comunque non modifica la linea cinese verso Taiwan, cioè la politica di "one country, two systems".

R. Kagan, Those subtle Chinese [Washington Post]

China urges Australia to keep Taiwan out of alliance with U.S. [ChinaPost - AFP]
 

 

Kossovo.

L'incriminazione, da parte del Tribunale speciale dell'ONU, del primo ministro kossovaro Haradinaj e le sue dimissioni sono l'oggetto del commento di N. Malic. La decisione del Tribunale non induce Malic, che da sempre denuncia l'unilateralismo antiserbo di un'istituzione voluta e finanziata dagli americani e che nella sua parzialità disonora l'ONU, a cambiare idea. Anzi, nelle modalità dell'annuncio, nel comportamento scaltro di Haradinaj e nei commenti dei funzionari dell'ONU e degli organi di stampa, l'autore individua gli elementi di una campagna per l'indipendenza del Kossovo.

N. Malic, The Haradinaj Affair [AntiWar]

 

 

 

11 marzo 2005

 

Giornalismo spazzatura.

La non-notizia che medici americani avrebbero visitato Yushchenko, il presidente ucraino, nella clinica viennese dove era ricoverato prima dell'ultima tornata elettorale, offre al Washington Post l'occasione per rispolverare la teoria dell'avvelenamento da diossina e per insinuare il sospetto che la diossina stessa fosse di fabbricazione russa. Con questo articolo la campagna antirussa del giornale, che ha le sue punte, si fa per dire, negli interventi di Holbrooke, Albright, Applebaum, ecc, scende al livello più basso. Gli articoli che seguono (secondo e terzo link) avevano messo a suo tempo in evidenza i punti oscuri della vicenda e spiegato le ragioni per cui l'ipotesi dell'avvelenamento da diossina non è credibile. E la prima domanda che chiunque fosse minimamente a conoscenza dei fatti - come si ritiene debba essere un cronista - avrebbe dovuto porsi è: perché Yushchenko ha scelto una clinica privata famosa per garantire la privacy dei VIP, ma priva di strutture di analisi, e non un centro specializzato? In altre parole, cosa aveva da nascondere? Né a questa, né alle altre domande il WP ritiene di dover rispondere. Viva la propaganda!

U.S. doctors treated Yushchenko [Washington Post]

J. Rosenthal, The Strange Case of Dr. Wicke or Questions Surrounding the Alleged Poisoning of Viktor Yushchenko (with Update) [Transatlantic Intelliger]

T. Boyle, Yushchenko disease: a tale of two poisons [AntiWar]
 

 

Giustizia internazionale.

Il 10 marzo, gli Stati Uniti d'America hanno annunciato il loro ritiro dal protocollo opzionale della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari (già sottoscritto dagli USA nel 1969). In base alla convenzione i cittadini stranieri hanno il diritto di ottenere assistenza consolare in caso di procedimento penale. In caso di controversia relativa all'applicazione o all'interpretazione della Convenzione, la competenza è della Corte Internazionale di Giustizia. Il caso di numerosi stranieri condannati a morte senza che fosse stato reso loro noto il diritto di ottenere assistenza consolare, ha portato alla condanna degli USA da parte della CIG ed alla revisione di alcuni processi. Ora, gli USA non intendono più riconoscere la competenza giurisdizionale della CIG e si dicono determinati a difendere la propria sovranità ed il proprio diritto ad applicare la pena capitale senza ingerenze esterne. Ma si sa, il princeps è legibus solutus...

Les Etats-Unis se retirent du protocole permettant aux condamnés étrangers de recourir à l'aide consulaire [Le Monde]

Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari [UCOI]

 

 

America Latina
Nel discorso di insediamento, il neo-presidente uruguayano Vazquez ha sottolineato l'impegno a rafforzare i legami economici regionali (Mercosur) e ha detto a chiare lettere che interferenze esterne negli affari di politica interna non saranno tollerati (primo link). Due aspetti di stacco con il passato, a cui è seguita la firma che porta l'Uruguay nel neonato Petrosur insieme a Venezuela e Argentina. Il rafforzamento del Mercosur a scapito del del FTAA, l'area di libero scambio proposta dagli Stati Uniti sulla falsariga del NAFTA, e i possibili sviluppi di un Petrosur allargato al Messico, che rappresenterebbe così il 25% delle importazioni di petrolio americane, sono l'oggetto dell'analisi di DeLong (secondo link). Queste tendenze potrebbero essere confermate dai risultati delle elezioni presidenziali che nel 2006 si terranno in molti paesi della regione (Messico, Colombia, Nicaragua, Ecuador, Perù, Venezuela), ma potrebbero essere frenate da elementi di segno opposto. In Uruguay  la compagine governativa è assai eterogenea e il voto cha ha portato la sinistra al governo è per buona parte frutto di voti di protesta che normalmente affluivano ai partiti tradizionali, due fatti che inducono Eduardo Dimas ad essere cauto sulle prospettive (terzo link). In tema invece di interferenze esterne non si possono escludere forme di reazione degli Stati Uniti sulla falsariga di quanto avvenuto nell'area durante gli anni della Guerra Fredda, soprattutto se nel Consiglio di Sicurezza Nazionale alla Casa Bianca siedono le stesse persone protagoniste di quegli anni, come ci ricorda David Corn (terzo link). Un banco di prova potrebbe essere la situazione in Bolivia, dove, raccontano Gomez e Caceres, in questi giorni si è radicalizzato lo scontro tra il governo, sostenuto dai partiti di destra e portatore degli interessi delle multinazionali del gas e dell'acqua, e la sinistra che richiede il rispetto del risultato del voto popolare con cui i boliviani richiedevano una maggiore partecipazione all'utilizzo delle risorse naturali del proprio paese e ai proventi che ne derivano.

T. Vàzquez Rosas, "We shall not tolerate external interference" [Brani del discorso inaugurale del Preseidente dell'Uruguay, in Progreso Weekly]

S. DeLong, Venezuela and the Latin American New Left: to Washington chagrin, Chavez's influence continues to spread throughout the Continent [Council On Hemispheric Affairs]

Eduardo Dimas, Uruguay: now what? [Progreso Weekly]

D. Corn, The New York Times, a massacre, and Bush's Deputy National Security Adviser [DavidCorn.com]

L .Gomez, In Bolivia, reality changes once again [Counterpunch]

S. Càceres, "Mano dura" la opciòn de Carlo Mesa [El Juguete Rabioso]

 

 

 

14 marzo 2005

 

Genocidi veri e immaginari.

Oggi ha preso avvio presso il Tribunale speciale dell'ONU il processo che vede imputato Haradinaj, fino alla settimana scorsa primo ministro kossovaro (primo link). I capi di imputazione sono pesanti; forse lo sarebbero anche di più se non si trattasse di un tribunale antiserbo e se venisse fatta piena luce sulla pulizia etnica avvenuta sotto gli occhi degli ufficiali della NATO a danno di serbi, rom e altre minoranze. Di questa pulizia dà testimonianza l'intervista, di poco successiva agli avvenimenti, al capo della comunità ebraica di Pristina (secondo link).

J. Sturcke e agenzie varie, Tribunal hears charges against former Kosovan PM [Guardian]

Driven from Kosovo - Intervista a Cedda Prlincevic Chief Archivist of Kosovo and leader of Pristina'a Jewish community [The Emperor New Clothes]

"Milosevic = Hitler" e "Fermare il genocidio degli albanesi" erano due slogan in voga ai tempi dei bombardamenti umanitari sulla Yugoslavia. Autori o comunque zelanti divulgatori ne sono stati alcuni "philosophes" francesi, che avendo perso la via della filosofia si sono dedicati alla propaganda a favore dell'Impero. Nel suo approfondito e documentato studio, Rosenthal ridicolizza l'idea di un genocidio in Kossovo e dimostra che l'accostamento fra il caso degli albanesi e quello degli ebrei tedeschi è del tutto fuori luogo. Nel mettere in evidenza le contraddizioni del fronte occidentale - prima fra tutte quella di ergersi a paladini del multiculturalismo e di aiutare in pratica il secessionismo - Rosenthal conclude che se un accostamento è possibile, è solo quello fra la NATO e il regime nazista.

J. Rosenthal, Kosovo and "the Jewish Question" [Monthly Review]

 

 

Votazioni bulgare.

Non avendo, come la maggior parte dei cittadini dell'UE, un'idea precisa dell'attività del Parlamento europeo, siamo rimasti francamente sorpresi da una votazione che quasi all'unanimità chiede al Consiglio di dichiarare organizzazione terrorista gli Hezbollah (primo link). Nella sorpresa e nell'ignoranza ci chiediamo se un parlamento senza potere legislativo e senza un governo da legittimare o col quale confrontarsi non rischi di diventare un'assemblea di liberi pensatori, politicamente irresponsabile.

L'articolo del NYT traccia un profilo del leader degli Hezbollah, Nasrallah, candidato a diventare uno dei politici più influenti del Libano post-Hariri. Forse l'autore ha dimenticato qualcosa, ma non si ha proprio l'impressione di trovarsi di fronte a un terrorista.

Reuters, EU assembly brands Lebanon's Hizbollah 'terrorist' [Metronews]
N. MacFarquhar, Hezbollah leader's new fray: lebanese politics [The New York TImes]

 

 

Proliferazione nucleare.
A Maggio, il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT) sarà oggetto di un aggiornamento da parte dei 190 paesi firmatari. Quale migliore occasione, si chiedevano in questi giorni a Oslo gli ospiti del Norwegian Institute of Strategic Studies, per rafforzare la cooperazione in questo campo, che far fare decisivi passi avanti ad altri due trattati (il Fissile Material Cutoff Treaty e il Comprehensive Test Ban Treaty di kennedyana memoria) e che, invece, rischiano di arenarsi per l'opposizione americana? Riporta Bender che i partecipanti all'incontro hanno lanciato un monito agli Stati Uniti in questo senso (primo link). G. Prather, esperto in materia, mette in evidenza che in questi ultimi anni l'azione degli Stati Uniti - con il patrocinio dell'aspirante ambasciatore all'ONU Bolton, che ha messo in piedi un'iniziativa parallela nota come Proliferation Security Initiative (PSI) - ha invece avuto come risultato una minore capacità di intelligence sul campo (secondo link). L'aspetto interessante del PSI (terzo link) risiede in ciò che viene richiesto ai paesi che collaborano all'iniziativa: la possibilità di eseguire ispezioni e sequestri per terra, mare e cielo altrui anche sulla base di semplici sospetti, esautorando di fatto la sovranità del paese in questione. Un canovaccio seguito in molte occasioni, non ultima quella degli accordi proposti alla Serbia per il Kossovo (Rambouillet, 1999) e contenuta negli articoli dell'Appendice B. In realtà, l'America, dietro la crociata della non-proliferazione delle armi nucleari, persegue un'altra agenda: il controllo, al di fuori delle leggi internazionali, di territori non-americani, magari strategici per posizione geografica e risorse, e la riduzione forzata ai propri voleri dei "paesi alleati".

B. Bender, US is urged to back 2 nuclear treties [The Boston Globe]

G. Prather, Another intelligence fiasco? [World Net Daily]
Proliferation Security Initiative: statement of interdiction principles [Foreign & Commonwealth Office, Foreign Office, UK Government]

 

 

15 marzo 2005

 

SI', NO... NI

La campagna per il referendum sulla Costituzione europea in Francia è cominciata, i sondaggi danno in testa il SI', anche se il vantaggio si sta riducendo, la sinistra è spaccata (primo link). Qualche giorno dopo la Francia voterà anche l'Olanda, dove i sondaggi, almeno quelli riportati da un giornale euroscettico come il Times, danno in testa il NO (secondo link). Per avere un quadro completo del processo di ratifica, con i sondaggi dell'Eurobarometro (un po' vecchi), vedere il sito della BBC (terzo link).

R. Bacqué, Sondage : le "oui" au référendum se tasse à 56 %, mais 68 % des électeurs pensent qu'il va l'emporter [Le Monde]

A. Browne, Dutch lose their faith in Europe [Times]

EU Constitution: Where member states stand [BBC]

Le ragioni del NO della sinistra francese sono spiegate da R. Passet. Mentre i sondaggi mettono in evidenza le motivazioni più diverse per il NO - dalla Turchia all'euro gonfiaprezzi - l'autore si concentra su due aspetti: 1) l'allargamento prima alla Gran Bretagna, poi ai 25 attuali ha annacquato il progetto originale; 2) la Costituzione si ispira a principi liberisti, quindi non rappresenta tutto il popolo, e non prevede un processo di revisione praticabile. Sul primo punto è difficile dare torto all'autore: l'allargamento ha allontanato il traguardo dell'unione politica. L'impressione è stata addirittura che esso procedesse al seguito della NATO, quindi con obiettivi politici poco chiari, se non per quelli che ritengono l'UE un modello di esportazione della democrazia sotto la protezione dei bombardieri americani. Sul secondo punto Passet ha più torto che ragione; la Costituzione è in realtà un documento complesso, che mette insieme vari trattati e rispecchia la realtà di quasi 50 anni di apertura e di integrazione dei mercati. La Carta dei Diritti che ne è parte integrante è poi tutt'altro che liberista. Ma il problema che l'autore non affronta è come il NO possa aiutare la causa europeista: uno shock in una fase di riflusso come l'attuale è davvero desiderabile?

R. Passet, Au-delà du oui et du non [Libération]

 

 

Asia Centrale: the Big Game.

La corsa alle risorse energetiche da parte della Cina e la risposta dell'America in funzione di contenimento sono, secondo Meacher, il filo conduttore per capire gli eventi che hanno luogo nello scacchiere compreso tra Europa dell'Est e Asia Centrale. Il cambio della guardia in Ucraina rientra in questo gioco (primo link). Una conferma indiretta viene dall'articolo di Martiryosan (secondo link), dove vengono riportate le parole di un generale americano con cui spiega in modo esplicito al Congresso le ragioni dell'importanza strategica dell'Armenia: un ulteriore tassello nella creazione di un corridoio di sicurezza dall'Asia Centrale all'Europa, "a garanzia degli interessi dell'America".

Una versione confermata con dovizia di dettagli nella testimonianza ad una commissione parlamentare di B. Jackson, del Project for the New American Century, il quale tra l'altro passa in rassegna lo stato dell'arte, pardon della democrazia, nei paesi che mancano a completare il mosaico (terzo link).

M .Meacher, One for oil and oil for one [Antiwar/Spectator]

S. Martiryosan, Armenia bets on NATO [Eurasianet]

B. P. Jackson, The future of democracy in the Black Sea region, Testimony before the Committee on Foregin Relations [Project for the New American Century]

Bhadrakumar, un diplomatico indiano con vasta esperienza nella regione, descrive invece come gli sforzi americani di "regime change" in Kyrgyzstan, notevoli per denaro e numero di persone coinvolte a paragone delle dimensioni del piccolo stato asiatico, siano stati vanificati dalla sostanziale correttezza delle elezioni e dalla presa di posizione dei partecipanti al Gruppo di Cooperazione di Shangai (dove Russia e Cina sono i principali attori) a favore del rispetto della sovranità dei paesi dell'area. Un principio che secondo Putin, all'indomani dell'incontro di Bratislava, Bush si sarebbe impegnato a rispettare. Ricordando il precedente di Gorbachev che accettò l'espansione ad Est di una NATO patto di difesa per poi vederla trasformata ai tempi di Eltsin in strumento di attacco (vedi Yugoslavia), Bhadrakumar si chiede per quanto tempo l'America dei neocon rispetterà coi fatti la parola data. (quarto link)

M. K. Bhadrakumar, Central Asia sidesteps a revolution [Asia Times]

 

 

La Cina potenza.
Chalmers Johnson, storico dell'Asia orientale, presenta le ultime vicende del difficile rapporto cino-giapponese in una prospettiva storica. Guardando al futuro, l'autore giudica perdente la strategia americana che punta alla rimilitarizzazione del Giappone in funzione anticinese, perché il paese è destinato a un rapido invecchiamento, ha un'amministrazione pubblica fortemente indebitata e un'economia che dipende dalle esportazioni in Cina, mentre questa è già una potenza economica e militare che fa sentire il suo peso anche al di fuori dell'area e dà concretezza all'idea di un equilibrio multipolare.
C. Johnson, Coming to terms with China [TomDispatch]

 

 

Banca Mondiale.

In attesa che gli Stati Uniti nominino il successore di Wolfensohn e scongiurato, a quanto pare, il pericolo di vedere Wolfowitz al suo posto, Stiglitz indica i requisiti e i criteri per la scelta dei candidati, con l'obiettivo di avere un'istituzione adeguata al proprio ruolo.

J. Stiglitz, This war needs the right general [Guardian]