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25 marzo 2005 ONUsex. Nel 1992 ci fu la
direttiva sul "sexual harassment" per il personale civile delle
Nazioni Unite. Nel 1997 arrivò la "pocket card", un codice di
condotta per i peacekeepers sul tema degli abusi sessuali (primo link). La prima
trattazione estesa, nei documenti ufficiali dell'ONU, su cosa sia un abuso
sessuale e come prevenirlo all'interno delle "missioni di pace" è
datata Ottobre 2003 (secondo link). Ci vuole la crescente pressione dei
giornalisti sul campo e di un dettagliato rapporto di Amnesty International
perchè l'ONU ammetta - con malcelata ipocrisia - una lunga serie di casi di
abuso sessuale perpetrati dai partecipanti militari e civili alla missione di
pace in Congo. Da qui trae origine il rapporto pubblicato ieri e prodotto
dalla commissione di indagine delle Nazioni Unite, presieduta dal
rappresentante permanente della Giordania, il Principe Zeid Ra'ad Zeid
Al-Hussein (terzo link). Le indagini della commissione vertono quasi
esclusivamente sugli episodi in Congo, mentre della drammatica situazione nei
territori della ex-Yugolsavia nulla si dice. Le conclusioni, poi, sono tutte
volte a trovare la scappatoia: anzitutto si dice che è responsabilità delle
leggi locali definire "if acts of sexual exploitation and abuse by
military members of peacekeeping missions constitute crimes", nel qual
caso "they should result in prosecution under the laws of the
troop-contributing country"; per poi raccomandare l'apertura di un
tavolo di lavoro sulla questione (quarto link). Il rapporto non affronta
dunque il cuore del problema, che consiste nel fatto che sono le stesse
"truppe di pace", ben pagate e assai poco impegnate, a mettere in
moto il traffico umano. In un paper del 2003, Carol Harrington, oltre ad
elencare una lunga bibliografia di testimonianze sul tema, ben precedenti al
2003, analizza alcuni casi incontrovertibili con i quali mette in evidenza
come la pratica del traffico umano a fini di sfruttamento sessuale sia una
costante delle missioni di pace. Un'occasione, pensiamo noi, perchè si metta
fine alla farsa delle "missioni di pace", che di rispetto dei
diritti umani hanno ben poco e molto invece condividono con il comportamento
di vere truppe di occupazione. • Code of conduct for peacekeepers
[United Nations] • Segreteria delle Nazioni Unite, Special measures
for protection from sexual exploitation and sexuale abuse
[Secretary General's Bulletin, Ottobre 2003] • O. Bowcott, Report reveals shame of UN
peacekeepers [Guardian] • A comprehensive strategy to eliminate
future sexual exploitation and abuse in United Nations peacekeeping
operations [Peacewomen.org / United Nations] • C. Harrington, Peacekeeping and
prostitution in Bosnia-Herzegovina and Kosovo [5th European
Feminist Research Conference] Il Ministro degli esteri
greco si propone come mediatore per la soluzione della questione Kossovo.
Naturalmente in questa veste si sforza di essere obiettivo: quindi no al
ritorno allo status quo di anteguerra, perché il Kossovo deve restare
multietnico (!!!), e no alla spartizione, perché sarebbe fonte di
instabilità. Cosa resta? Resta purtroppo che anche la Grecia, che aveva preso
dignitosamente le distanze dalla NATO, è ora governata dagli amici di Bush. • P. Molyviatis, Back to Kosovo: Athens' view
[The Washington Times] Democrazia da non esportare. Tre casi diversi,
lo stesso malessere. In Israele, Rachelevsky denuncia la dittatura della
concretezza; una concretezza che per la sinistra significa sostegno a tutti i
costi di Sharon. Una linea che priva il paese di una forza di opposizione
capace di dar voce alla voglia di cambiamento. In Inghilterra, Hastings
prevede una vittoria facile di Blair alle prossime elezioni e parla di
dittatura elettiva. In America, • S. Rachelevsky, The dictatorship of
practicality [Haaretz] • M. Hasting, Blair is set for a third term -
and it's a chilling prospect [Guardian] • The Editors, Democrats: MIA [The
Nation] Fonti alternative. Una conferenza
sull'energia nucleare tenuta a Parigi questa settimana ha messo in evidenza il
ritorno di interesse per questa fonte e i programmi annunciati di costruzione
di nuovi reattori (primo link). Un'alternativa su cui insiste anche Deffeyes,
noto geologo e già collega del più famoso Hubbert alla Shell (Contropagina
del 23 scorso), che prevede il picco di produzione del petrolio già verso la
fine del decennio. Ma Deffeyes crede
anche nel carbone... • The Associated Press, Nuclear power
"regaining stature" as option [TruthOut.org / AP] • K. S. Deffeyes, What happens once the oil
runs out? [The New York Times] 24 marzo 2005 Europa in balìa di Chirac. Revisione del Patto di Stabilità e dell'Agenda di Lisbona sono
gli argomenti principali delle Conclusioni rese note al termine del
Consiglio Europeo. Sul primo punto, il Consiglio prende atto dell'accordo
raggiunto in sede Ecofin e rimanda alla Commissione il compito di riscrivere
i regolamenti; nessun commento o interpretazione. Un commento negativo
sull'accordo viene invece da Vincenzo Guzzo, che vi vede molto
"wishful thinking" e sottolinea i rischi di uno scenario di
bassa crescita e di prossimità delle scadenze elettorali. Sul secondo
punto, le Conclusioni si dilungano sulla nuova strategia di integrare il
piano della Commissione con programmi nazionali, ma il motivo che ha
trovato maggiore eco nella stampa è stata la decisione di sospendere e
rivedere la direttiva sui servizi (Bolkenstein). Chirac è stato il promotore
dell'iniziativa e ha trovato il consenso necessario grazie, per così dire, ai
sondaggi che danno il NO in testa al referendum sulla Costituzione europea in
Francia. Dopo avere giocato al ribasso sulla Costituzione, insieme a Giscard
e a Blair, Chirac è ora al centro di un movimento avvolgente che
rischia di trascinare lui e l'Europa indietro nella storia. Senza la
prospettiva dell'unità politica l'Europa del libero scambio, • Conclusions de la Presidence du Conseil
Européen [UE] • V.
Guzzo, Europe: maybe more growth, certainly less stability [Morgan Stanley] • A. Bouilhet, La charge de Chirac contre
l''Europe libérale' [Le Figaro] • Directive
relative aux services - Bolkenstein [UE] • P.
Blustein, Wolfowitz Draws Nearer to World Bank Post [ • M.
Apuzzo, French ambassador says China issue must not divide Europe, U.S. [Newsday/AP] A nation at war. Così viene definita l'America nel documento del Pentagono
riportato qui sotto. Il problema è se lo sia per propria scelta o perché
indotta dal nemico. Il documento, come mette in evidenza Jim Lobe, elenca
quattro priorità, di cui solo la prima è "difensiva". In sostanza
il Pentagono punta ad una "global freedom to act", cioè una libertà
di attaccare chiunque si opponga, in particolare in quell'area euroasiatica
che va dal Vicino Oriente alla Russia e alla Cina, l'area delle risorse
energetiche. E libertà di scegliersi di volta in volta gli alleati. La NATO
non viene neppure nominata; una conferma che ormai il suo ruolo è solo quello
di distrarre gli europei dal darsi una propria forza di difesa. • The
National Defense Strategy [Department
of Defense] • J. Lobe, Pentagon
reaffirms globogop role [Truthout] Come nasce una notizia. 80-85 ribelli
uccisi da commando dell'esercito irakeno, con l'appoggio americano. Questa è
la notizia di fonte AP che la maggior parte dei media - giornali, radio e
televisioni - ha dato. Ma l'AFP racconta una storia molto diversa,
probabilmente più vera. Ci saranno
rettifiche? • 85 killed in raid on Iraq guerilla
camp, say officials [IHT/AP] • Iraqi fighters regain control of
camp [Aljazeera] Appello per Vanunu. Dopo 18 anni di carcere duro, Mordechai Vanunu, l'uomo che ha
rivelato al mondo l'esistenza della bomba atomica israeliana, vive in uno
stato di semi-libertà, sotto la continua minaccia di nuove incriminazioni,
senza poter emigrare e rifarsi una vita. Ellsberg, l'autore dell'appello, è famoso per aver
passato al New York Times nel 1971 i Pentagon Papers, la cui
pubblicazione contribuì alla decisione di ritiro dal Vietnam. • D. Ellsberg Statement on Vanunu [Commondreams] • Y. Melman, Horev's obsession with Vanunu [Haaretz] 23 marzo 2005 CAFTA. Nella maggior
parte dei paesi dell'America Centrale, la ratifica parlamentare del Central
America Free Trade Agreement (CAFTA) è stata accompagnata da proteste e
manifestazioni, in alcuni casi represse con la violenza (come in Guatemala).
Per ora solo il Costa Rica ha annunciato la sospensione del voto sotto la
pressione popolare (primo link). Come spiega John Sweeney, presidente del
sindacato americano AFL-CIO, questo trattato rappresenta la naturale
estensione del NAFTA (comprendente Stati Uniti, Canada e Messico), e ai
benefici economici - per le imprese americane - unisce i costi sul versante
sociale per le popolazioni dei paesi latino-americani (secondo link).
Un'opinione ovviamente non condivisa dagli industriali americani e dai loro
rappresentanti al Congresso (terzo link). E' tra le pieghe del trattato che
emergono le asimmetrie: quel "double standard", che obbliga i paesi
dell'America Centrale, ad un regime di "free trade" mentre gli
oligopoli industriali americani beneficiano di un protezionismo che consente
loro di esportare prodotti a prezzi fuori mercato (quarto link). Con
implicazioni sul fronte sanitario che rendono ancora più acuta la situazione
sociale dfei paesi in questione (quinto link). • Xinuha,
Costa Rica rules out immediate ratification of FTA with US [Xinhuanet] • John Sweeney,
A bad deal on free trade [The Boston
Globe] • C.
Dooley e J .Weller, The CAFTA choice [Council of the • Autori
Vari, Why we say NO to CAFTA - An analysis of the official text [Public Citizen] • R. Mokhiber e R. Weissman, Global bully
goes to Guatemala [Counterpunch.org] • N.
Glaser, Intervista a Susanne Gratius: Bleak outlook for pan-American free
trade [D + C Magazine]
Siria (e
Turchia). E' in corso ad Algeri il summit della Lega Araba.
Nell'esaminare i vari temi all'ordine del giorno, Dina Ezzat non prevede
decisioni importanti. Riguardo alla Siria, il mondo arabo sembra unito
nel condannare le minacce di sanzioni da parte americana e più in generale il
tentativo di isolare il paese, ma resta diviso sulla questione libanese. Una
significativa manifestazione di solidarietà alla Siria è venuta nei giorni
scorsi dalla Turchia, dove le pressioni dell'ambasciatore americano
Edelman sul presidente della repubblica Sezer per indurlo ad annullare il
previsto viaggio a Damasco hanno provocato una risentita reazione
dell'opinione pubblica, che ha costretto Edelman alle dimissioni. Le tensioni
tra i due paesi hanno poi trovato conferma in una dichiarazione
polemica di Rumsfeld, che ha dato la colpa alla Turchia, rea di non aver
permesso l'apertura di un fronte nel nord dell'Irak, per tutto ciò che è
andato storto nella guerra. Da notare che già prima dell'incidente la Turchia
era il paese con il più alto tasso di antiamericanismo. • D. Ezzat, Off to
Algeria [YaleGlobal] • US
ambassador to Turkey resigns [Yahoo/AFP] • M. Barlas, The
problem isn't Edelman but turkish-US relations [TurkishPress] • T. Shanker, Rumsfeld Faults Turkey
for Barring Use of Its Land in '03 to Open Northern Front in Iraq [New York Times] Petrolio. Gli ottimisti prevedono che il picco nella produzione di
petrolio verrà toccato verso la metà del secolo, i pessimisti entro i
prossimi 10 anni. In questo quadro, Klare sta dalla parte dei pessimisti.
L'autore non è un geologo, ma un analista che osserva i trend, il
comportamento delle compagnie petrolifere e quello del governo americano:
tutto sembra andare nella direzione... Naturalmente, salvo sorprese. • Michael Klare on our
Oil-Crunch Planet [TomDispatch] |