8 aprile 2005

 

Irak.

Il diradarsi delle notizie di attentati e le nomine ai vertici dello stato danno l'idea di una relativa normalizzazione. L'astuto Perle ne approfitta per fare un bilancio della campagna; un bilancio che non nasconde i fallimenti e non risparmia le critiche. Visto che le colpe sono tutte degli altri - Dipartimento di Stato, Pentagono e CIA - sembra quasi che lui non sia stato tra i promotori della guerra e non sia uno dei consiglieri più ascoltati dall'amministrazione. Come Berlusconi, è contemporaneamente al governo e all'opposizione; la sua credibilità risalta in particolare quando accusa in sostanza la CIA di avere preso per buone le informazioni diffuse dal suo amico Chalabi.

Ad aspetti meno positivi della normalizzazione sono dedicati gli altri tre articoli. Michael Hirsh su Newsweek riprende il tema della corruzione, mettendo in evidenza che per i "contractors" l'Irak è ormai una "free-fraud zone". Il governo americano si rifiuta di indagare sui casi di frode a dispetto del fatto che si tratta di soldi del contribuente; il governo irakeno non c'è o è incompetente per decreto delle autorità di occupazione. Riverbend, una spiritosa blogghista di Baghdad, parla dell'occupazione dell'etere da parte degli americani e suggerisce di girare un reality show sulle rovine di Fallujah. Anthony Shadid del WP riferisce infine sulla ricostituzione nel sud del paese della milizia di Moqtada Sadr.

• R. Perle. Four Broad Lessons from Iraq [AEI]

 M. Hirsh, Follow the Money [Newsweek]

• Riverbend, Good Morning, Baghdad [AlterNet]

• A. Shadid, An Old U.S. Foe Rises Again in Iraq [Washington Post]

 

 

La "diplomazia della triangolazione".

L'India è oggi al centro dell'attenzione. Dopo la visita del Segretario di Stato americano Rice il mese scorso, in questi giorni è la volta del premier cinese Wen, mentre fra qualche settimana toccherà al premier giapponese Koizumi. Le ragioni le spiega Jing-dong Yuan, che analizza con efficacia l'evoluzione dei rapporti tra India e Cina negli ultimi anni, i punti di contatto e quelli di disaccordo (primo link). Da un lato sono stati fatti importanti progressi, come il mutuo riconoscimento di alcune rivendicazioni territoriali (il Tibet alla Cina, il Sikkim all'India) e la crescita degli scambi commerciali bilaterali (quasi l'80% nel solo 2004); ed è proprio sul tema di una maggiore integrazione economica, nel campo della tecnologia e in quello dell'energia, che sarà incentrata la visita di Wen (secondo link). Dall'altro lato, rimangono invece un contrasto irrisolto su un tratto di confine comune e, soprattutto, la preoccupazione da parte indiana che la Cina, attraverso la tradizionale alleanza con il Pakistan e le ambizioni della leadership militare, possa costituire una minaccia.

E' facendo leva su questo timore che gli Stati Uniti hanno buon gioco a resuscitare la "diplomazia della triangolazione" in voga in Asia negli anni Settanta: allora si trattava di rafforzare la Cina in funzione anti-sovietica, oggi si tratta di rafforzare l'India in funzione anti-cinese, magari con l'aiuto del Giappone e favorendo un riavvicinamento tra Pakistan e India attraverso la vendita di armi, sull'esempio di Israele ed Egitto all'indomani degli accordi di Camp David (Ramesh sul Guardian). E l'Europa? Ancora una volta rimane a guardare, indecisa se riprendere la vendita di armi alla Cina alla luce del sole (e aprire così un canale privilegiato di dialogo sulle questioni commerciali a dispetto degli Stati Uniti) o se astenersi per evitare un ulteriore deterioramento dei rapporti con l'America. Certo è che ritagliarsi una spazio politico su un fronte di tale importanza e complessità rimane arduo per un'Europa che non riesce ad esprimere una politica estera comune.

• J. Yuan, Sino-Indian relations: perspectives, prospects and challenges ahead [PINR]

 Wen's trip to boost Sino-Indian links [Xinhua / China Daily]

• R. Ramesh, The empire shifts [Guardian]

 

 

Combinazioni.

I due stati di cui parla con ironia il moderato e filogovernativo Schiff non sono Israele e Palestina, ma Israele e le colonie ebraiche nei cosiddetti territori occupati. Oltre a  "two states, two nations" e "one state, two nations" abbiamo ora la terza combinazione possibile: "one nation, two states". Mancava!

 Z. Schiff, Two states, one nation [Haaretz]

 


 

7 aprile 2005

 

Meno debito per i paesi in via di sviluppo.

Qualche giorno fa, il Brasile ha annunciato a sorpresa la decisione di non rinnovare la linea di credito di circa 42 miliardi di dollari in essere dal 1998 con il Fondo Monetario Internazionale. La ragione è duplice: in questi anni sono aumentate molto le riserve valutarie - grazie ad un netto miglioramento della bilancia commerciale - e il quadro di finanza pubblica si è stabilizzato con il raggiungimento di un consistente avanzo fiscale (primo link).

Il caso non è affatto isolato. Come mette bene in evidenza il rapporto sui flussi di capitale pubblicato ieri dalla Banca Mondiale (secondo e terzo link), il graduale ma netto passaggio da disavanzi ad avanzi delle bilance dei pagamenti, la crescente capacità di attrarre capitali per investimenti diretti, quindi l'accumulazione di riserve valutarie e la riduzione del debito estero, sono i tratti salienti del nuovo quadro finanziario che accomuna buona parte dei paesi emergenti. Il fenomeno si presenta con dimensioni diverse a seconda dei casi: in Asia è più marcato, in America Latina è sorprendente per i progressi compiuti in poco tempo, in Africa è pressoché assente. Questa maggiore solidità della posizione finanziaria con l'estero dei paesi emergenti è la vera novità, soprattutto se la si confronta con il peggioramento sistematico della posizione finanziaria degli Stati Uniti. E' una situazione che può presentare diversi rischi, sottolinea il medesimo rapporto, in un contesto di rallentamento della crescita economica indotto dall'aumento dei tassi di interesse americani o nel caso di svalutazione disordinata del dollaro. Ma è anche una situazione che produce benefici inattesi: per esempio, il fatto che i paesi emergenti finanziariamente più solidi siano divenuti esportatori di capitali verso altri paesi in via di sviluppo con minore capacità finanziaria, disintermediando nei fatti gli organismi internazionali, con una riduzione quindi del potere degli Stati Uniti

• A. Hay, Brazil says will not renew IMF loan accord [Yahoo / Reuters]

 World Bank, Global Development Finance 2005 : mobilizing finance and managing vulnerability [World Bank]

• Global development finance 2005  [World Bank]

 

 

Democrazia e società civile.

Yushchenko, il presidente ucraino, è stato in visita negli Stati Uniti, dove ha goduto del privilegio di parlare alle camere riunite. Con un'accoglienza calorosa, tinteggiata di foulard e cravatte arancioni, il parlamento ha benedetto il successo elettorale di Yushchenko e ha ascoltato le sue richieste di aiuti. Il programma della visita non prevedeva una risposta immediata.

Tra gli opinionisti che non condividono l'entusiasmo per la svolta ucraina c'è Justin Raimondo, un libertarian, il quale ritiene che per il momento l'affare l'abbia fatto Bush, che ha detto che l'Ucraina dovrà adeguare i suoi armamenti agli standard NATO, quindi diventare cliente dell'industria americana. Raimondo torna anche sulla questione del presunto avvelenamento per riaffermare le ragioni del dubbio; un dubbio che a questo punto si estende a procedure giudiziarie tutt'altro che trasparenti, forse arancioni.

Jonathan Schell, di area democratica, mette in evidenza la differenza fra i recenti tentativi teleguidati, con o senza l'intervento dei bombardieri, di passaggio alla democrazia e le grandi trasformazioni dei decenni passati. Per le rivoluzioni di tipo ucraino, ispirate e sostenute dall'esterno, che contemplano l'occupazione delle piazze e talora dei parlamenti, è stata coniata una formula paradossale: "a civil society coup". Una formula che nasconde il fatto che l'integrità della società civile, che si basa sull'indipendenza dai governi (anche esteri), è stata compromessa.

• Ukraine president appeals for US economic aid [AFP/Yahoo]

• J. Raimondo, Yushchenko's Gambit [AntiWar]

• Jonathan Schell on Creating an Uncivil Society [TomDispatch]

 


 

6 aprile 2005

 

Democrazia e secessione.

Come ricordava ieri Henry Liu dalle pagine dell'Asia Times (Contropagina, 5 Aprile), la questione della riunificazione di Taiwan alla Cina è un falso problema: Taiwan non si è mai separata dalla madrepatria, e il parlamento dell'isola non ha mai messo in discussione i confini della nazione cinese. La rinuncia del governo taiwanese a voler governare anche la Cina continentale - posizione ufficiosamente adottata nel 1991 - ha permesso un riavvicinamento delle posizioni noto come "Consenso del 1992" che riconoce il principio dell'unità del paese (primo link).

Il Taiwan Relations Act è il caposaldo su cui ruota da sempre la politica estera americana nella regione, anzi - come ha detto un parlamentare americano - è forse l'unica legge di politica estera approvata dal Congresso (secondo link). La legge, passata nel 1979 all'indomani del riconoscimento della Cina comunista da parte degli Stati Uniti, prevede in sostanza la fornitura di armi ad una parte del paese (Taiwan) "a scopi difensivi", ma nell'interesse della politica americana.

E' dalla considerazione di questi due punti che deve essere valutata la legge Anti-Secessione recentemente approvata dal parlamento cinese e che ha tanto fatto gridare allo scandalo politici e media occidentali (terzo link). In essa si riafferma il principio nella nazione unica, si sottolinea come la natura della "questione dello Stretto" sia strettamente di politica interna (in quanto strascico della guerra civile), si afferma la volontà di trovare una soluzione pacifica basata sulla cooperazione e sul principio di "one country, two systems", si chiarisce che un'eventuale opzione militare verrà adottata solo in caso di secessione e nei confronti delle sole forze indipendentiste, si sottolinea, infine, come essa sia necessaria a chiarire il contesto in un momento in cui le forze per "l'ndipendenza di Taiwan" - non necessariamente e non solo taiwanesi - tornano ad alzare la voce. Presentando la legge al parlamento, Wang Zhaoguo, vice-presidente del Comitato Permanente del Congresso del Popolo, ha affermato: "No sovereign state can tolerate secession and every sovereign state has the right to use the necessary means to defend its sovereignity and territorial integrity" (quarto link). Era la posizione di Milosevic nei confronti delle secessioni eterodirette di Slovenia, Croazia, Bosnia, e Kosovo; era la posizione di Lincoln nei confronti della secessione degli Stati della Confederazione. Il primo non è riuscito a far valere le proprie posizioni a causa delle ingerenze esterne (diplomatiche prima, miltari poi), il secondo prevalse a costo di una sanguinosa guerra civile. A questo proposito Jude Wanniski sottolinea come uno dei principi della democrazia sia proprio quello per cui "quelle parti della nazione che sono sul fronte dei perdenti in una questione controversa, devono accettare il voto della maggioranza. Se i perdenti hanno la possibilità di secedere senza l'accordo della maggioranza, la nazione si dividerà e si disgregherà continuamente su ogni questione di carattere regionale, culturale e religioso. Il rifiuto di accettare la secessione degli stati del sud perchè questi erano in disaccordo con la maggioranza su molte questioni (...) è stata la più grande eredità lasciata da Lincoln" (quinto link).

• Xinhua, Backgrounder: "1992 Consensus" on "one-China" principle [China Daily]

• 96th US Congress, Taiwan Relations Act [US Department of State]

• 10th National People Congress, Anti-Secession Law [Xinhua]

• Wang Zhaoguo, Explanations on the Draft Anti-Secession Law [Xinhua]

• J. Wanniski, Abe Lincoln and Slobodan Milosevic [Polyconomics.com]
 

 

Africa.

Millennium Development Goals è il nome dell'iniziativa dell'ONU che mira ad azzerare la povertà estrema nel mondo entro il 2025. L'economista Jeffrey Sachs ne è l'ispiratore e nell'articolo chiarisce le caratteristiche del progetto e il costo: non più dello 0.7% del PIL dei paesi sviluppati. L'invito ad allentare i cordoni della borsa è rivolto in particolare agli Stati Uniti che oggi erogano aiuti pari solo allo 0.15% del PIL. Un invito indiretto, tramite Blair che presiederà il prossimo G8 e che per parte sua è stato promotore dell'Africa Commission, un'iniziativa che mira a raccogliere 500 milioni di dollari l'anno per finanziare lo sviluppo tecnologico dei paesi poveri (secondo link).

L'Africa resta dunque sospesa tra promesse di aiuti e aggregazioni per la liberalizzazione dei commerci promosse dall'esterno, non sempre con effetti benefici: gli EPA con l'UE (terzo link) e l'AGOA con gli USA (quarto link). E' auspicabile che queste aggregazioni facilitino almeno il cammino verso l'unità politica del continente o di sue parti importanti.

• J. Sachs, The end of the world as we know it  [Guardian]

• M. Malakata, Tech a priority for Blair's Africa Commission [InfoWorld]

• EPA [UE]

• Statement on the African Growth and and Opportunity Act [The White House]

 

 

R. Fisk come Bin Laden?

Il bravo reporter inglese va in giro per il Libano a visitare i castelli dei crociati e riflette sulle affinità fra questi e gli americani.

• R. Fisk,The US forces, like the Crusaders before them, are prisoners in their own fortresses [Global Echo]

 


 

5 aprile 2005

 

Costituzione europea.

Cosa succede se la Francia dice NO? Dipende dalla percentuale, risponde Eric Chaney di Morgan Stanley pensando alla reazione dei mercati finanziari. Lo scenario più probabile è che l'eventuale vittoria del NO sia di stretta misura: in questo caso i mercati chiederanno sì un aumento del premio di rischio, ma questo, combinato con una posizione politicamente più debole, costringerà la Francia ad aprirsi più di quanto abbia fatto finora. Dunque, uno shock salutare!

William Pfaff non è un economista, quindi evita prudentemente di distinguere tra orizzonte breve e lungo, e, benché americano, non è sensibile all'ideologia liberista di marca anglosassone, quindi vede in un eventuale NO francese il giusto rifiuto di un'Europa che si allarga indefinitamente senza aver prima consolidato la costruzione con l'unione politica. Il punto è che occorre rimettere al centro del dibattito il completamento dell'unità politica dell'Europa senza rinunciare alla Costituzione che comunque è un passo avanti rispetto al Trattato di Nizza.

E' questa anche l'opinione di Pascal Lamy, ex Commissario europeo, che cita un efficace detto francese: Un bon tiens vaut mieux que deux tu l'auras. Ovvero, meglio l'uovo oggi che la gallina domani.

• E. Chaney, Waht if the French said no to the Constitution? [Morgan Stanley]

• W. Pfaff, EU's growth triggers identity crisis [International Herald Tribune]

• C. Fauvet-Mycia, Intervista a Pascal Lamy: "Le debàt constitutionnel doit devenir sérieux en France" [Le Figaro]

 

 

Passi verso la riunificazione.

La settimana scorsa ha avuto luogo la prima visita ufficiale in Cina dal 1949 di un alto esponente del Kuomingtang di Taiwan, lo storico partito nazionalista cinese che, oggi all'opposizione, ha governato ininterrottamente l'isola fino al 1991 (primo link). L'evento ha rivestito una particolare importanza sotto diversi aspetti, a partire dal quasi assoluto silenzio dei media occidentali e dalle veementi proteste del governo taiwanese. A fare gli onori di casa è stato Jia Qinglin, presidente della Chinese People's Political Consultative Conference (CPPCC), un'organismo politico che funge da "camera alta" del Parlamento e a cui partecipano rappresentanti politici, della società civile, e delle comunità cinesi espatriate. La leadership cinese ha così ribadito la propria linea politica sulla vexata quaestio della riunificazione di Taiwan, la ricerca cioè di una soluzione pacifica e concreta ad un problema aperto dal 1949, che non prescinda tuttavia dall'unicità della nazione cinese. Che la soluzione pacifica sia a portata di mano se le interferenze esterne (leggi: americane) cessassero è l'opinione di Henry Liu, che su Asia Times descrive in dettaglio anche l'origine del problema e il ruolo del CPPCC (secondo link). Altrettanto significativa la visita del politico taiwanese al Mausoleo dei 72 Martiri, simbolo della rivolta della nazione cinese del 1911 contro l'imperatore e contro una classe politica nelle mani delle potenze straniere: una risposta simbolica non solo ai tentativi disgregatori portati avanti dall'attuale governo taiwanese col placet americano, ma verosimilmente anche al rinnovato attivismo militare giapponese, che si è recentemente arricchito dell'impegno in Afghanistan a fianco della NATO (terzo link) e dei nuovi libri di testo di storia contemporanea di marca revisionista (quarto link).

• KMT trip to benefit cross-Straits relations [Xinhua / China Daily]

• H. C. K. Liu, Nationalist, communist mend fences in China [Asia Times]

• AFP, Japan hints at expanded Afghan role [Aljazeera]

• Japan's official story of history touches most sensitive nerve of wae-scarred Chinese [Xinhua]

Al dilemma del Giappone, che oscilla tra una naturale spinta ad una maggiore integrazione economica con la Cina da un lato e una più stretta alleanza militare con gli Stati Uniti in funzione anti-cinese dall'altro, è dedicato l'articolo di Andy Xie, economista della Morgan Stanley, che mette in evidenza i progressi conseguiti nell'ultimo decennio in tema di legami economici tra i due paesi e soprattutto di come questi abbiano nei fatti alleviato la stagnazione economica del Giappone.

• Andy Xie, China and Japan: so close and yet so far apart [Morgan Stanley]

 

 

Dopo Wojtyla.

Il Principe Carlo, futuro capo della Chiesa Anglicana, rinvia le nozze e va al funerale del papa. Il primo ministro Tony Blair rinvia di un giorno l'annuncio delle elezioni e va al funerale del papa. Che ne è della Riforma e dell'Inghilterra protestante? si chiedono Marl Almond e Martin Kettle sul Guardian. In Francia, ministri e prefetti dovranno presenziare ai servizi funebri organizzati dalle autorità ecclesiastiche. Che ne è della laicité? si chiede Hervé Nathan su Libération. Interrogativi, dubbi, paure che un papa non suscitava forse dal Medio Evo. Anche un segno che l'Europa politica aiuta l'Europa cristiana a riunirsi. Se si riunisca su basi più cattoliche o più protestanti, più moderne o più tradizionali resta da vedere; l'importante è che tenga a debita distanza il fondamentalismo di matrice americana, la vera antitesi del cristianesimo.

• M. Almond, The strange death of Protestant England [Guardian]

• M. Kettle, It's as if a Reformation had never happened [Guardian]

• H. Nathan, Mort du pape: la laïcite ne berne? [Libération]

• M. Jordan, Church's influence wanes as evangelism grows [The Washington Post]

 

 


 

 

 

4 aprile 2005

 

In difesa dell'Onu.

Jude Wanniski e Pat Buchanan sono due conservatori che si oppongono alla politica estera di Bush, l'uno però è internazionalista, l'altro isolazionista. Nella lettera che segue (primo link), JW invita PB a non confondersi con i neocon, ispiratori di quella politica, che approfittano dello scandalo "oil for food" per attaccare l'ONU (secondo link). Per JW non ci sono vie di mezzo; o si sta con l'ONU o col partito della guerra (in altre parole, non è più il momento dei "mugwumps" - terzo link). L'"oil for food" è in fondo uno scandalo minore, anche perché riguarda la burocrazia; ben più gravi, per gli organi coinvolti e per le conseguenze sul campo, sono le sanzioni all'Irak, che hanno causato centinaia di migliaia di morti tra la popolazione, e il comportamento del Tribunale speciale per la ex-Yugoslavia, la cui politicizzazione è un'offesa alla civiltà giuridica, che ha contribuito allo sfascio del paese. Ma anche di fronte a questi fatti il giudizio di JW resta pienamente valido: in occasione della guerra all'Irak l'ONU si è dimostrato più saggio e meglio informato del governo americano; il suo rafforzamento è quindi indispensabile per contenere le forze oscure dell'imperialismo.

• J. Wanniski, The Neo-Cons vs the United Nations [Wanniski.com]

• C. Rosett, "Hell, No"--He's Not Exonerated [Weekly Standard]

• MUGWUMPS [Houghton Mifflin]

Un'altra denuncia dell'imperialismo di matrice neocon viene, nella forma di autocritica, da David Rieff. L'autore non è stato neocon, ma interventista liberal; faceva cioè parte di quella schiera di intellettuali democratici che hanno promosso e propagandato le guerre umanitarie e i cui leader politici sono la Albright e Holbrooke. Il punto interessante dell'articolo è quando sottolinea la stretta parentela fra i due gruppi, un'affinità dimostrata anche di recente dall'intervento di James Rubin a favore di Wolfowitz alla Banca Mondiale (Contropagina del 22 marzo).

• D. Rieff, Muscular Utopianism [Opinion Journal]

 

 

Messico.

Come riporta Susana Hayward, è comincato male per Lopez Obrador, sindaco di Città del Messico, l'iter parlamentare che dovrà decidere sulla sua immunità. Giovedì prossimo si avrà il giudizio in aula (secondo link). L'eventuale rinvio alla  giustizia ordinaria significherà per lui l'esclusione dalla corsa alla presidenza della repubblica il prossimo anno. Il sospetto che le accuse siano pretestuose e mirino a togliere dalla scena il più importante oppositore è diffuso e Contropagina del 4 marzo ne aveva raccolto l'eco. Kenneth Emmond sottolinea come il risultato di questa storia sarà comunque negativo per la classe dirigente del paese, perché se Lopez Obrador non verrà incriminato avrà praticamente la vittoria in tasca, se lo sarà ne conseguirà più instabilità politica. Gli interessi delle multinazionali e delle banche stanno sullo sfondo, neanche tanto nascosti. Di questi parla Harold Meyerson in un articolo dedicato al CAFTA. Il NAFTA, cui appartengono Stati Uniti, Canada e Messico, viene citato come esempio da non seguire: dopo 12 anni i lavoratori messicani sono più poveri, il flusso migratorio verso gli USA più intenso, così come i profitti.

• S. Hayward, Mexican panel votes to strip mayor of political immunity [Knight Ridder]

• Mexico City mayor’s fate to be decided Thursday [Mexidata]

• K. Emmond, If Lopez Obrador becomes President of Mexico [Mexidata]

• H. Meyerson, Free Trade, Drug-Free [American Prospect]

 

 

Contronotizia.

Un altro esempio di falsa informazione sull'Irak. Prima tutti raccontano la stessa storia, poi uno solo dà la smentita. Come sarà?

• R.F. Worth, Sunni Clerics Urge Followers to Join Iraq Army and Police [New York Times]

• Iraqi Sunni clerics deny decree on police [UPI]

 

 


 

1 aprile 2005

 

Democrazia senza governo... o senza terra.

La Democrazia all'Inferno potrebbe essere il titolo del dramma che si sta rappresentando in questi giorni in Medio Oriente sotto la regia americana. Chissà quanti ancora si dilettano "del puzzo che 'l profondo abisso gitta", illudendosi che le elezioni abbiano cambiato la realtà dei luoghi!? In Irak un puzzo di morti, di feriti, di malati che l'occupazione continua ad alimentare direttamente e indirettamente tramite il terrorismo, come sostiene Jawad al-Khalisi. Malattie da denutrizione, che hanno fatto scendere l'Irak al livello dei più poveri paesi africani, afferma l'Istituto Norvegese per le Scienze Sociali Applicate. Malattie che colpiscono soprattutto i bambini, la cui mortalità, già alta sotto Saddam per effetto di vergognose sanzioni, è raddoppiata, aggiunge Jean Ziegler (secondo link).
In Palestina è il puzzo prodotto dalla macerazione della cartastraccia su cui sono scritte le promesse dei Due Stati. Jeff Halper e Daoud Kuttab testimoniano e documentano l'ennesima fregatura.

J.al Khalisi, The gates of hell are open in Iraq [Guardian]

J. Fowler, Iraq beset by malnutrition, says UN specialist [BusinessDay]

J. Halper, The End of a Viable Palestinian State [Counterpunch]

D. Kuttab, The isolation of Jerusalem, another catastrophe [Media Monitors Newtwork]

 

 

Vie diverse alla questione energetica.

La Cina, già oggi secondo consumatore al mondo di petrolio, sceglie la via della diversificazione delle fonti di energia per far fronte al forte aumento della domanda previsto entro il 2020 (primo link). Le economie occidentali, riunite nell'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA), guardano invece più vicino, preoccupate che qualche incidente di percorso nella catena dell'offerta (una guerra o uno sciopero in uno dei principali paesi produttori) scateni ulteriori aumenti del prezzo del petrolio. In questa prospettiva, analizzano scenari caratterizzati dal contenimento della domanda (secondo link).  Indubbiamente il documento dell'IEA, di imminente pubblicazione e di cui riportiamo una versione preliminare, è ricco di dati, analisi e proposte (alcune davvero stravaganti, quale l'aumento delle forze di polizia per far rispettare i divieti di utilizzo dei mezzi di trasporto privati o le targhe alterne), ma implicitamente segnala le difficoltà che potrebbero investire i paesi meno preparati.

Asia Pulse / XIC, Energy capacity to quadruple by 2020 [Asia Times]

A. Porter, Energy body wants brakes on fuel consumption [Aljazeera]

IEA, Saving oil in a hurry: measures for rapid demand restraint in transport - review draft [International Energy Agency]

 


 

31 marzo 2005

 

Protezionismo.

La Bulgaria non fa ancora parte dell'UE, ma l'episodio riportato dal WSJ chiarisce la portata della direttiva sui servizi (Bolkenstein) di cui la Francia ha appena ottenuto la sospensione. Greider su The Nation segnala che l'establishment delle multinazionali, dopo aver promosso per decenni la causa del libero scambio, ha sollecitato l'imposizione di dazi sulle merci cinesi; lo scopo è quello di indurre la Cina a rivalutare lo yuan. Multinazionali dunque più sensibili al problema dei posti di lavoro nell'industria americana? Non pare; secondo Greider, la preoccupazione è per la tenuta del sistema finanziario, visti i crescenti disavanzi con l'estero e il forte indebitamento del paese. Mousseau e Mittal prendono spunto da un recente rapporto della FAO per riproporre il problema storico del sottosviluppo e delle sue cause, fra le quali spiccano il protezionismo agricolo dei paesi sviluppati e i programmi di aggiustamento strutturale imposti tramite le organizzazioni internazionali. Il suggerimento degli autori è che i paesi in via di sviluppo adottino la "food sovereignty as a national policy , including the right to protect their production and markets against an inequitable system". Dunque un invito al mercantilismo che contrasta con le ricette del Fondo Monetario. A mercantilismo e libero scambio nel quadro della globalizzazione è infine dedicato il breve saggio di Peter Drucker, noto economista ed esperto di management. L'autore si muove tra i due poli con molto equilibrio; ai progressi della globalizzazione e ai vantaggi del libero scambio, contrappone la necessità dello stato nazionale, quindi le ragioni del mercantilismo. Oggi agli stati nazione si stanno sostituendo i "blocchi", di cui l'UE è l'esempio di maggior successo; blocchi che liberalizzano al proprio interno, ma mantengono barriere protettive all'esterno. E' un passo avanti verso un mondo più equo? L'autore si limita a prendere atto della nuova realtà e prevede che uno di questi blocchi prima o poi sostituirà gli Stati Uniti al vertice della classifica. Condividiamo la previsione, sottolineando la condizione che i blocchi, a cominciare dall'UE, realizzino l'unità politica, senza la quale il libero scambio è reversibile. Siamo anche convinti che un equilibrio multipolare possa favorire un abbassamento delle barriere doganali; la ragione è che la multipolarità è un sistema più competitivo.

B. M. Carney, Use a baton, go to jail [Opinioni Journal - WSJ]

W. Greider, Elite protectionists [The Nation]

F. Mousseau e A. Mittal, The mirage of development through trade [Commondreams.com]

FAO, The state of agricultural commodity markets (SOCO) 2004 [Food and Agriculture Organizations of the United Nations]

P. F. Drucker, Trading places [The National Interest]

 

 

L'Europa in America Latina.

Se le vicende "armi alla Cina" e "Wolfowitz alla Banca Mondiale" hanno visto un sostanziale appiattimento dell'Europa sulle posizioni americane, i recenti incontri in America Latina sembrano andare nella direzione opposta. Dopo la sospensione temporanea delle sanzioni a Cuba in Gennaio, c'è stata la settimana scorsa la visita del Commissario europeo Louis Michel e dalle colonne di Progreso Weekly, Ramy sottolinea la differenza tra la posizione europea ("le sanzioni non portano da nessuna parte") e l'oltranzismo americano del non-dialogo (si veda a questo proposito il documento riportato dal sito del Dipartimento di Stato). A Caracas, Zapatero ha stretto accordi bilaterali con il Venezuela in campo commericale e, soprattutto, militare, e invitato l'opposizione ad aprire il dialogo con la maggioranza (La Republica 21), mentre nell'incontro su sicurezza e sviluppo insieme a Venezuela, Colombia e Brasile, ha sottolineato come gli accordi raggiunti siano su problematiche sostanziali e non in funzione anti-americana (Yahoo).

M. A. Ramy, Quick notes on an important visit [Progreso Weekly]

Office of the Press Secretary of the White House, Fact sheet: report of the commission for assistance to a free Cuba [Dipartimento di Stato]

S. Ramirez, Latam-Spain leaders vow coopoeration but non anti-US [Yahoo]

Ansa, Venezuela y España "relanzan" sus relaciones bilaterales [LaRepublica 21]

 

 

La quarta guerra mondiale.

Un tema che da noi ha avuto scarso successo – un paio di libri, di cui uno con l’originalità di chiamarla terza - ed è immediatamente sceso al livello della propaganda di Forza Italia. Che anche i testi che hanno originato l’interesse – quelli dei neocon Podhoretz e Woolsey – siano materiale propagandistico che non attacca, è ciò che mette in evidenza John Brown, un diplomatico americano che ha abbandonato la carriera per l’opposizione alla guerra all’Irak. Egli osserva che gli autori sono stati smentiti dal loro stesso Commander in Cif, il quale “is talking ever less about waging a global war and ever more about democratizing the world”. Un cambiamento più di forma che di sostanza, a dire il vero, ma sufficiente per dimostrare che se guerra è, è voluta e provocata dagli americani stessi.

Il secondo link spiega, per chi non lo sapesse, il significato di una parola usata nell’articolo.

Brown on a Global War That Doesn't Sell [TomDispatch]

Boche, origin of a racial slur

 


 

30 marzo 2005

 

Democrazia o instabilità (2)

L'articolo di Maitra risponde alla domanda rimasta in sospeso ieri: che interesse hanno gli Stati Uniti a promuovere un "Arc of Instability" tra Medio Oriente e Asia centrale? Il caso Afghanistan è infatti esemplare: un paese relativamente pacificato e dove elezioni presidenziali hanno dato una parvenza di democrazia, ma dove restano sacche di guerriglia e un  forte potere dei signori della guerra, che controllano un fiorente narcotraffico, e dove il presidente Karzai è costretto ad affidare la sua sicurezza a pretoriani mercenari. Un paese che senza la presenza americana ripiomberebbe nel caos e che naturalmente concede agli americani privilegi che uno stato sovrano difficilmente accorderebbe, a cominciare dalle basi e dai luoghi di detenzione segreti.

La posizione strategica dell'Afghanistan, tra Russia, Cina e Asia meridionale, lo rende  particolarmente importante, ma anche nel caso del Kirghizistan l'interesse americano è evidente. Ne parla Craig Smith sul NYT, in un articolo il cui titolo riassume efficacemente la storia. Confinante con l'Afghanistan, il Kirghizistan non deve presumibilmente ostacolarne i traffici; e alla Russia non deve offrire il vantaggio di uno stato-cuscinetto che smorzi tensioni etniche e fondamentalismo religioso.

R. Maitra, US scatters bases to control Eurasia [Asia Times]

C. S. Smith, US Helped to prepare the way for Kyrkyzstan's uprising [The New York Times]

 

 

Kossovo.

Anche l'ex Yugoslavia è un bell'esempio di distruzione per niente creatrice. Allora, invece della democrazia erano le motivazioni umanitarie a mettere in moto i bombardieri, ma il risultato è lo stesso: un disastro. Ne dà conto dal Kossovo Misha Glenny, che prevede ancora instabilità politica e gravi difficoltà economiche. L'autore denuncia le responsabilità della comunità internazionale, a cominciare dall'ONU, i cui rappresentanti e la cui burocrazia hanno contribuito alla cattiva amministrazione della regione e ad aggravare le tensioni fra maggioranza albanese e minoranza serba. Il giudizio negativo si estende al Tribunale speciale, di cui Glenny denuncia il ruolo politico. Neppure l'Europa si salva: le viene attribuita l'improvvida gestione di un processo di privatizzazioni che ha arricchito le mafie locali e la mancanza di iniziativa politica. Il suggerimento dell'autore è di offrire alla Serbia un percorso privilegiato di adesione all'UE in cambio del benestare all'indipendenza del Kossovo. Ammesso che funzioni, come reagirebbe Carla del Ponte e, soprattutto, quanto resisterebbe Solana ai suoi attacchi?

M. Glenny, Letter from Kosovo [The Nation]

 


 

29 marzo 2005

 

Democrazia o instabilità?

L'11 settembre ha dimostrato che la nostra politica verso il mondo arabo era sbagliata. Questo, in sintesi, il giudizio centrale dell'intervista della Rice, dal quale discende la necessità di favorire il cambiamento. Naturalmente un cambiamento nel nome della democrazia, che non si limiti al Medio Oriente, ma investa anche l'Asia centrale. Se poi, anziché democrazia si ha instabilità, bèh la si avrebbe avuta comunque: "What we were getting was neither stability, nor democracy... when you know that the status quo is no longer defensible, then you have to be willing to move in another direction". Dunque si tenta e si è cominciato con l'Irak che non c'entrava niente con l'11/9, dove si è ottenuto un abbozzo di democrazia e molta instabilità nella forma di terrorismo, tensioni etniche che rendono difficile la formazione di un governo e minacciano l'unità del paese, fondamentalismo religioso che allontana i pochi cristiani rimasti e mina le basi della vita civile. E dove c'è la resistenza che si batte contro l'occupazione americana, ritenendo, giustamente, questo il primo compito di un patriota, democratico o non che sia. Se l'obiettivo fosse la democrazia, il programma degli americani non dovrebbe esclusivamente contemplare la fuoruscita dal paese, invece che una maxiambasciata, basi permanenti, le minacce ai paesi confinanti Iran e Siria, ecc?

Ma gli Stati Uniti vogliono la democrazia o l'instablità? E' la domanda che si pongono alcune personalità intervistate da J. Wright della Reuters. "An Arc of Instability" è l'obiettivo, secondo Helena Cobban, una studiosa americana. Una strategia presa a prestito dalla destra israeliana, che conosce la fragilità delle società arabe, aggiunge M. el-Sayed Said, liberale egiziano, oppositore di Mubarak.

In questo senso, ciò che è avvenuto in Kirghizistan rientra nello schema. Si è provato con la democrazia, ma di democrazia non è il caso di parlare, come sostiene Elinor Burkett sul NYT. Probabilmente si continuerà ad avere instabilità, l'importante è che la cosa dia fastidio ai russi. E i russi sono davvero preoccupati, come racconta Anna Dolgov sul Boston Globe.

Secretary of State Condoleezza Rice at The Post [Washington Post]

Rice Alarms Reformist Arabs with Stability Remarks [Yahoo/Reuters]

E. Burkett, Democracy Falls on Barren Ground [New york Times]

A. Dolgov, Moscow wary following upheaval in Kyrgyzstan [Boston Globe]

 

 

Il nuovo esercito.

Con il termine "Dottrina Powell" si faceva riferimento al doppio obiettivo di rafforzare il potere militare americano e, al contempo, di ridurne l'utilizzo. La nuova struttura militare, concepita sotto la spinta della sconfitta in Vietnam, prevedeva un esercito formato da unità leggere, tecnologicamente ben equipaggiate, pronte ad essere dispiegate dove necessario in un contesto di operazioni convenzionali, sull'esempio dell'esercito israeliano. Ma, come diceva Madeleine Albright nel 1993, "qual è la ragione di avere un struttura militare eccelsa se poi non la puoi usare"? Nel libro recensito da Chalmers Johnson, Andrew Bacevich, esperto militare di simpatie neo-con fino a poco tempo fa, ricorda come la "Dottrina Powell" fu così progressivamente trasformata nel corso degli anni Novanta sotto la spinta delle necessità dettate dall'espansione imperiale (primo link). Ed è da qui che proviene l'ultimo nato nella casa dell'Esercito, il Future Combat Systems (FCS), un complesso intreccio tra uomini e tecnologia, che nelle parole dei suoi proponenti "deve consentire di avvistare e colpire il nemico prima che sia il nemico a vederti e colpirti" (secondo link). Peccato che la FCS, tanto decantata da Rumsfeld e che trova pieno appoggio in Congresso da falchi come McCain (repubblicano) e Lieberman (democratico), abbia costi non solo elevati ma anche crescenti di anno in anno, al punto che qualche parlamentare repubblicano ha avanzato timide obbiezioni e soprattutto l'ufficio contabile del Congresso, il Government Accountability Office, ha apertamente sostenuto che il piano non sia finanziariamente sostenibile (terzo link). Ma come e dove verrà utilizzata la nuova blietzkrieg? Sembra essere questo il compito National Intelligence Council, il centro di "strategic thinking" della struttura di intelligence presediuta da Negroponte, che ogni sei mesi identificherà una lista di 25 paesi (mai uno di meno, mai uno di più?) "a rischio di grande instabilità" dove intervenire prima che le cose volgano al peggio: insomma, prevenire è sempre meglio che curare ...

Warheads - Four books, four views of American militarism - trouble ahead, trouble behind ...- Recensione di Chalmers Johnson [The San Diego Union Tribune]

Future Combat Systems (FCS) [Globalsecurity.org]

T. Weiner, An Army program to build a high-tech force hits cost-snags [The New York TImes]

G. Dimore, US draws up list of unstable conutries [Financial Times]

 

 

Sorpresa.

Mentre quasi tutti gli alleati della coaliscion pensano a quando e come ritirare le truppe dall'Irak, ce n'è uno che raddoppia: l'Albania. Riconoscenza per il sostegno alla causa del separatismo kossovaro? Riconoscimento, come dice la Rice, dell'aiuto alla causa musulmana nei Balcani? Speranza di qualche contropartita? Forse è solo merito di Berlusconi, l'unico non riconosciuto.

F. Tarifa, Albania stands with U.S. in Iraq [Washington Times]

 [Haaretz]