8 aprile 2005
Irak.
Il diradarsi delle notizie di attentati e le nomine ai vertici
dello stato danno l'idea di una relativa normalizzazione. L'astuto Perle ne
approfitta per fare un bilancio della campagna; un bilancio che non nasconde i fallimenti
e non risparmia le critiche. Visto che le colpe sono tutte degli altri -
Dipartimento di Stato, Pentagono e CIA - sembra quasi che lui non sia stato tra
i promotori della guerra e non sia uno dei consiglieri più ascoltati
dall'amministrazione. Come Berlusconi, è contemporaneamente al
governo e all'opposizione; la sua credibilità risalta in
particolare quando accusa in sostanza la CIA di avere preso per buone
le informazioni diffuse dal suo amico Chalabi.
Ad aspetti meno positivi della normalizzazione sono dedicati gli
altri tre articoli. Michael Hirsh su Newsweek riprende il tema della
corruzione, mettendo in evidenza che per i "contractors" l'Irak
è ormai una "free-fraud zone". Il governo americano si rifiuta
di indagare sui casi di frode a dispetto del fatto che si tratta di soldi del
contribuente; il governo irakeno non c'è o è incompetente per
decreto delle autorità di occupazione. Riverbend, una spiritosa
blogghista di Baghdad, parla dell'occupazione dell'etere da parte degli
americani e suggerisce di girare un reality show sulle rovine di Fallujah.
Anthony Shadid del WP riferisce infine sulla ricostituzione nel sud del
paese della milizia di Moqtada Sadr.
• R.
Perle. Four Broad Lessons from Iraq [AEI]
• M.
Hirsh, Follow the Money [Newsweek]
• Riverbend, Good Morning,
Baghdad [AlterNet]
• A.
Shadid, An Old U.S. Foe Rises Again in Iraq [
La "diplomazia della
triangolazione".
L'India
è oggi al centro dell'attenzione. Dopo la visita del Segretario di Stato
americano Rice il mese scorso, in questi giorni è la volta del premier
cinese Wen, mentre fra qualche settimana toccherà al premier giapponese
Koizumi. Le ragioni le spiega Jing-dong Yuan, che analizza con efficacia l'evoluzione
dei rapporti tra India e Cina negli ultimi anni, i punti di contatto e quelli
di disaccordo (primo link). Da un lato sono stati fatti importanti
progressi, come il mutuo riconoscimento di alcune rivendicazioni territoriali
(il Tibet alla Cina, il Sikkim all'India) e la crescita degli scambi
commerciali bilaterali (quasi l'80% nel solo 2004); ed è proprio sul
tema di una maggiore integrazione economica, nel campo della tecnologia e in
quello dell'energia, che sarà incentrata la visita di Wen (secondo
link). Dall'altro lato, rimangono invece un contrasto irrisolto su un tratto di
confine comune e, soprattutto, la preoccupazione da parte indiana che la Cina,
attraverso la tradizionale alleanza con il Pakistan e le ambizioni della
leadership militare, possa costituire una minaccia.
E' facendo
leva su questo timore che gli Stati Uniti hanno buon gioco a resuscitare la
"diplomazia della triangolazione" in voga in Asia negli anni
Settanta: allora si trattava di rafforzare la Cina in funzione anti-sovietica,
oggi si tratta di rafforzare l'India in funzione anti-cinese, magari con
l'aiuto del Giappone e favorendo un riavvicinamento tra Pakistan e India
attraverso la vendita di armi, sull'esempio di Israele ed Egitto all'indomani
degli accordi di Camp David (Ramesh sul Guardian). E l'Europa? Ancora una volta
rimane a guardare, indecisa se riprendere la vendita di armi alla Cina alla
luce del sole (e aprire così un canale privilegiato di dialogo sulle
questioni commerciali a dispetto degli Stati Uniti) o se astenersi per evitare un
ulteriore deterioramento dei rapporti con l'America. Certo è che
ritagliarsi una spazio politico su un fronte di tale importanza e
complessità rimane arduo per un'Europa che non riesce ad esprimere una
politica estera comune.
• J.
Yuan, Sino-Indian relations: perspectives, prospects and challenges ahead
[PINR]
• Wen's
trip to boost Sino-Indian links [Xinhua / China Daily]
• R. Ramesh,
The empire shifts [Guardian]
Combinazioni.
I due stati di cui parla con ironia il moderato e filogovernativo
Schiff non sono Israele e Palestina, ma Israele e le colonie ebraiche nei
cosiddetti territori occupati. Oltre a "two states, two
nations" e "one state, two nations" abbiamo ora la terza
combinazione possibile: "one nation, two states". Mancava!
• Z.
Schiff, Two states, one nation [Haaretz]
7 aprile 2005
Meno debito per i paesi in via di
sviluppo.
Qualche giorno
fa, il Brasile ha annunciato a sorpresa la decisione di non rinnovare la linea
di credito di circa 42 miliardi di dollari in essere dal 1998 con il Fondo
Monetario Internazionale. La ragione è duplice: in questi anni sono
aumentate molto le riserve valutarie - grazie ad un netto miglioramento della
bilancia commerciale - e il quadro di finanza pubblica si è stabilizzato
con il raggiungimento di un consistente avanzo fiscale (primo link).
Il caso non
è affatto isolato. Come mette bene in evidenza il rapporto sui flussi di
capitale pubblicato ieri dalla Banca Mondiale (secondo
e terzo link), il graduale ma netto passaggio da disavanzi ad avanzi
delle bilance dei pagamenti, la crescente capacità di attrarre capitali
per investimenti diretti, quindi l'accumulazione di riserve valutarie e la
riduzione del debito estero, sono i tratti salienti del nuovo quadro
finanziario che accomuna buona parte dei paesi emergenti. Il fenomeno si
presenta con dimensioni diverse a seconda dei casi: in Asia è più
marcato, in America Latina è sorprendente per i progressi compiuti in
poco tempo, in Africa è pressoché assente. Questa maggiore
solidità della posizione finanziaria con l'estero dei paesi emergenti
è la vera novità, soprattutto se la si confronta con il
peggioramento sistematico della posizione finanziaria degli Stati Uniti. E' una
situazione che può presentare diversi rischi, sottolinea il medesimo
rapporto, in un contesto di rallentamento della crescita economica indotto
dall'aumento dei tassi di interesse americani o nel caso di svalutazione
disordinata del dollaro. Ma è anche una situazione che produce benefici
inattesi: per esempio, il fatto che i paesi emergenti
finanziariamente più solidi siano divenuti esportatori di capitali verso
altri paesi in via di sviluppo con minore capacità finanziaria,
disintermediando nei fatti gli organismi internazionali, con una
riduzione quindi del potere degli Stati Uniti
• A. Hay, Brazil says will not renew
IMF loan accord [Yahoo / Reuters]
• World Bank, Global Development
Finance 2005 : mobilizing finance and managing vulnerability [World Bank]
• Global
development finance 2005 [World
Bank]
Democrazia e società
civile.
Yushchenko, il presidente ucraino, è stato in visita
negli Stati Uniti, dove ha goduto del privilegio di parlare alle camere
riunite. Con un'accoglienza calorosa, tinteggiata di foulard e cravatte
arancioni, il parlamento ha benedetto il successo elettorale di Yushchenko e ha
ascoltato le sue richieste di aiuti. Il programma della visita non prevedeva
una risposta immediata.
Tra gli opinionisti che non condividono l'entusiasmo per la
svolta ucraina c'è Justin Raimondo, un libertarian, il quale ritiene
che per il momento l'affare l'abbia fatto Bush, che ha detto che l'Ucraina
dovrà adeguare i suoi armamenti agli standard NATO, quindi diventare
cliente dell'industria americana. Raimondo torna anche sulla questione del
presunto avvelenamento per riaffermare le ragioni del dubbio; un dubbio che a
questo punto si estende a procedure giudiziarie tutt'altro che
trasparenti, forse arancioni.
Jonathan Schell, di area democratica, mette in evidenza la
differenza fra i recenti tentativi teleguidati, con o senza l'intervento dei
bombardieri, di passaggio alla democrazia e le grandi trasformazioni dei
decenni passati. Per le rivoluzioni di tipo ucraino, ispirate e
sostenute dall'esterno, che contemplano l'occupazione delle piazze e talora dei
parlamenti, è stata coniata una formula paradossale: "a civil
society coup". Una formula che nasconde il fatto che l'integrità
della società civile, che si basa sull'indipendenza dai governi (anche
esteri), è stata compromessa.
• Ukraine
president appeals for US economic aid [AFP/Yahoo]
• J.
Raimondo, Yushchenko's Gambit [AntiWar]
• Jonathan Schell on
Creating an Uncivil Society [TomDispatch]
6 aprile 2005
Democrazia e secessione.
Come
ricordava ieri Henry Liu dalle pagine dell'Asia Times (Contropagina, 5 Aprile),
la questione della riunificazione di Taiwan alla Cina è un falso
problema: Taiwan non si è mai separata dalla madrepatria, e il
parlamento dell'isola non ha mai messo in discussione i confini della nazione
cinese. La rinuncia del governo taiwanese a voler governare anche la Cina
continentale - posizione ufficiosamente adottata nel 1991 - ha permesso un
riavvicinamento delle posizioni noto come "Consenso del 1992" che
riconoce il principio dell'unità del paese (primo link).
Il Taiwan
Relations Act è il caposaldo su cui ruota da sempre la politica estera
americana nella regione, anzi - come ha detto un parlamentare americano -
è forse l'unica legge di politica estera approvata dal Congresso
(secondo link). La legge, passata nel 1979 all'indomani del riconoscimento della
Cina comunista da parte degli Stati Uniti, prevede in sostanza la fornitura di
armi ad una parte del paese (Taiwan) "a scopi difensivi", ma
nell'interesse della politica americana.
E' dalla
considerazione di questi due punti che deve essere valutata
• Xinhua, Backgrounder: "1992
Consensus" on "one-China" principle [China Daily]
• 96th US Congress, Taiwan Relations
Act [US Department of State]
• 10th National People Congress,
Anti-Secession Law [Xinhua]
• Wang Zhaoguo, Explanations on the
Draft Anti-Secession Law [Xinhua]
• J. Wanniski, Abe Lincoln and Slobodan Milosevic [Polyconomics.com]
Africa.
Millennium Development Goals è il nome dell'iniziativa
dell'ONU che mira ad azzerare la povertà estrema nel mondo entro il
L'Africa resta dunque sospesa tra promesse di aiuti e
aggregazioni per la liberalizzazione dei commerci promosse dall'esterno, non
sempre con effetti benefici: gli EPA con l'UE (terzo link) e l'AGOA con
gli USA (quarto link). E' auspicabile che queste aggregazioni facilitino
almeno il cammino verso l'unità politica del continente o di sue
parti importanti.
• J. Sachs, The
end of the world as we know it [Guardian]
• M.
Malakata, Tech a priority for Blair's Africa Commission [InfoWorld]
• EPA [UE]
• Statement
on the African Growth and and Opportunity Act [The White House]
R. Fisk come Bin
Laden?
Il bravo reporter inglese va in giro per il Libano a visitare i
castelli dei crociati e riflette sulle affinità fra questi e gli
americani.
• R. Fisk,The US
forces, like the Crusaders before them, are prisoners in their own fortresses
[Global Echo]
5 aprile 2005
Costituzione europea.
Cosa succede
se la Francia dice NO? Dipende dalla percentuale, risponde Eric Chaney di
Morgan Stanley pensando alla reazione dei mercati finanziari. Lo scenario
più probabile è che l'eventuale vittoria del NO sia di stretta
misura: in questo caso i mercati chiederanno sì un aumento del premio di
rischio, ma questo, combinato con una posizione politicamente più
debole, costringerà la Francia ad aprirsi più di quanto abbia
fatto finora. Dunque, uno shock salutare!
William
Pfaff non è un economista, quindi evita prudentemente di distinguere tra
orizzonte breve e lungo, e, benché americano, non è sensibile
all'ideologia liberista di marca anglosassone, quindi vede in un eventuale NO
francese il giusto rifiuto di un'Europa che si allarga indefinitamente senza
aver prima consolidato la costruzione con l'unione politica. Il punto è
che occorre rimettere al centro del dibattito il completamento
dell'unità politica dell'Europa senza rinunciare alla Costituzione che
comunque è un passo avanti rispetto al Trattato di Nizza.
E' questa
anche l'opinione di Pascal Lamy, ex Commissario europeo, che cita un efficace
detto francese: Un bon tiens vaut mieux que deux tu l'auras. Ovvero, meglio
l'uovo oggi che la gallina domani.
• E. Chaney, Waht if the French said
no to the Constitution? [Morgan Stanley]
• W. Pfaff, EU's growth triggers
identity crisis [International
Herald Tribune]
• C. Fauvet-Mycia,
Intervista a Pascal Lamy: "Le debàt constitutionnel doit devenir
sérieux en France" [Le Figaro]
Passi verso la riunificazione.
La
settimana scorsa ha avuto luogo la prima visita ufficiale in Cina dal 1949 di
un alto esponente del Kuomingtang di Taiwan, lo storico partito nazionalista
cinese che, oggi all'opposizione, ha governato ininterrottamente l'isola fino
al 1991 (primo link). L'evento ha rivestito una particolare importanza sotto
diversi aspetti, a partire dal quasi assoluto silenzio dei media occidentali e
dalle veementi proteste del governo taiwanese. A fare gli onori di casa
è stato Jia Qinglin, presidente della Chinese People's Political
Consultative Conference (CPPCC), un'organismo politico che funge da
"camera alta" del Parlamento e a cui partecipano rappresentanti
politici, della società civile, e delle comunità cinesi
espatriate. La leadership cinese ha così ribadito la propria linea
politica sulla vexata quaestio della riunificazione di Taiwan, la ricerca
cioè di una soluzione pacifica e concreta ad un problema aperto dal
1949, che non prescinda tuttavia dall'unicità della nazione cinese. Che
la soluzione pacifica sia a portata di mano se le interferenze esterne (leggi:
americane) cessassero è l'opinione di Henry Liu, che su Asia Times
descrive in dettaglio anche l'origine del problema e il ruolo del CPPCC (secondo
link). Altrettanto significativa la visita del politico taiwanese al Mausoleo
dei 72 Martiri, simbolo della rivolta della nazione cinese del 1911 contro
l'imperatore e contro una classe politica nelle mani delle potenze straniere:
una risposta simbolica non solo ai tentativi disgregatori portati avanti
dall'attuale governo taiwanese col placet americano, ma verosimilmente anche al
rinnovato attivismo militare giapponese, che si è recentemente
arricchito dell'impegno in Afghanistan a fianco della NATO (terzo link) e dei
nuovi libri di testo di storia contemporanea di marca revisionista (quarto
link).
• KMT trip to benefit cross-Straits
relations [Xinhua / China Daily]
• H. C. K. Liu, Nationalist, communist mend
fences in China [Asia Times]
• AFP, Japan hints at expanded Afghan
role [Aljazeera]
• Japan's official story of history
touches most sensitive nerve of wae-scarred Chinese [Xinhua]
Al dilemma
del Giappone, che oscilla tra una naturale spinta ad una maggiore integrazione
economica con la Cina da un lato e una più stretta alleanza militare con
gli Stati Uniti in funzione anti-cinese dall'altro, è dedicato
l'articolo di Andy Xie, economista della Morgan Stanley, che mette in evidenza
i progressi conseguiti nell'ultimo decennio in tema di legami economici tra i
due paesi e soprattutto di come questi abbiano nei fatti alleviato la
stagnazione economica del Giappone.
• Andy Xie, China and Japan: so close
and yet so far apart [Morgan Stanley]
Dopo Wojtyla.
Il Principe
Carlo, futuro capo della Chiesa Anglicana, rinvia le nozze e va al funerale del
papa. Il primo ministro Tony Blair rinvia di un giorno l'annuncio delle
elezioni e va al funerale del papa. Che ne è della Riforma e
dell'Inghilterra protestante? si chiedono Marl Almond e Martin Kettle sul
Guardian. In Francia, ministri e prefetti dovranno presenziare ai servizi funebri
organizzati dalle autorità ecclesiastiche. Che ne è della
laicité? si chiede Hervé Nathan su Libération.
Interrogativi, dubbi, paure che un papa non suscitava forse dal Medio Evo.
Anche un segno che l'Europa politica aiuta l'Europa cristiana a riunirsi. Se si
riunisca su basi più cattoliche o più protestanti, più
moderne o più tradizionali resta da vedere; l'importante è che
tenga a debita distanza il fondamentalismo di matrice americana, la vera
antitesi del cristianesimo.
• M. Almond, The strange death of
Protestant England [Guardian]
• M. Kettle, It's as if a Reformation
had never happened [Guardian]
• H. Nathan, Mort du
pape: la laïcite ne berne? [Libération]
• M.
Jordan, Church's influence wanes as evangelism grows [The Washington Post]
4 aprile 2005
In difesa dell'Onu.
Jude Wanniski e Pat Buchanan sono due conservatori che si
oppongono alla politica estera di Bush, l'uno però è internazionalista,
l'altro isolazionista. Nella lettera che segue (primo link), JW invita PB
a non confondersi con i neocon, ispiratori di quella politica, che
approfittano dello scandalo "oil for food" per attaccare l'ONU
(secondo link). Per JW non ci sono vie di mezzo; o si sta con l'ONU o
col partito della guerra (in altre parole, non è più il
momento dei "mugwumps" - terzo link). L'"oil for food"
è in fondo uno scandalo minore, anche perché riguarda la
burocrazia; ben più gravi, per gli organi coinvolti e per le
conseguenze sul campo, sono le sanzioni all'Irak, che hanno causato
centinaia di migliaia di morti tra la popolazione, e il comportamento
del Tribunale speciale per la ex-Yugoslavia, la cui politicizzazione
è un'offesa alla civiltà giuridica, che ha contribuito allo
sfascio del paese. Ma anche di fronte a questi fatti il giudizio di JW resta
pienamente valido: in occasione della guerra all'Irak l'ONU si è
dimostrato più saggio e meglio informato del governo americano; il suo rafforzamento
è quindi indispensabile per contenere le forze oscure dell'imperialismo.
• J. Wanniski, The
Neo-Cons vs the United Nations [Wanniski.com]
• C.
Rosett, "Hell, No"--He's Not Exonerated [Weekly Standard]
• MUGWUMPS
[Houghton Mifflin]
Un'altra denuncia dell'imperialismo di matrice neocon viene,
nella forma di autocritica, da David Rieff. L'autore non è stato
neocon, ma interventista liberal; faceva cioè parte di quella schiera di
intellettuali democratici che hanno promosso e propagandato le guerre
umanitarie e i cui leader politici sono la Albright e Holbrooke. Il punto
interessante dell'articolo è quando sottolinea la stretta parentela
fra i due gruppi, un'affinità dimostrata anche di recente dall'intervento
di James Rubin a favore di Wolfowitz alla Banca Mondiale (Contropagina
del 22 marzo).
• D.
Rieff, Muscular Utopianism [Opinion Journal]
Messico.
Come riporta Susana Hayward, è comincato male per Lopez
Obrador, sindaco di Città del Messico, l'iter parlamentare che
dovrà decidere sulla sua immunità. Giovedì prossimo
si avrà il giudizio in aula (secondo link). L'eventuale rinvio alla
giustizia ordinaria significherà per lui l'esclusione
dalla corsa alla presidenza della repubblica il prossimo anno. Il sospetto che
le accuse siano pretestuose e mirino a togliere dalla scena il più
importante oppositore è diffuso e Contropagina del 4 marzo ne aveva raccolto
l'eco. Kenneth Emmond sottolinea come il risultato di questa storia sarà
comunque negativo per la classe dirigente del paese, perché se Lopez
Obrador non verrà incriminato avrà praticamente la vittoria in
tasca, se lo sarà ne conseguirà più instabilità
politica. Gli interessi delle multinazionali e delle banche stanno sullo
sfondo, neanche tanto nascosti. Di questi parla Harold Meyerson in un articolo
dedicato al CAFTA. Il NAFTA, cui appartengono Stati Uniti, Canada e Messico,
viene citato come esempio da non seguire: dopo 12 anni i lavoratori messicani
sono più poveri, il flusso migratorio verso gli USA più intenso,
così come i profitti.
• S. Hayward,
Mexican panel votes to strip mayor of political immunity [Knight Ridder]
• Mexico City
mayor’s fate to be decided Thursday [Mexidata]
• K. Emmond, If Lopez Obrador becomes
President of Mexico [Mexidata]
• H.
Meyerson, Free Trade, Drug-Free [American Prospect]
Contronotizia.
Un altro esempio di falsa informazione sull'Irak. Prima tutti
raccontano la stessa storia, poi uno solo dà
• R.F.
Worth, Sunni Clerics Urge Followers to Join Iraq Army and Police [New York
Times]
• Iraqi Sunni
clerics deny decree on police [UPI]
1 aprile 2005
Democrazia senza governo... o senza terra.
La Democrazia all'Inferno
potrebbe essere il titolo del dramma che si sta rappresentando in questi giorni
in Medio Oriente sotto la regia americana. Chissà quanti ancora si
dilettano "del puzzo che 'l profondo abisso gitta", illudendosi che
le elezioni abbiano cambiato la realtà dei luoghi!? In Irak un puzzo di
morti, di feriti, di malati che l'occupazione continua ad alimentare
direttamente e indirettamente tramite il terrorismo, come sostiene Jawad
al-Khalisi. Malattie da denutrizione, che hanno fatto scendere l'Irak al
livello dei più poveri paesi africani, afferma l'Istituto Norvegese per
le Scienze Sociali Applicate. Malattie che colpiscono soprattutto i bambini, la
cui mortalità, già alta sotto Saddam per effetto di vergognose
sanzioni, è raddoppiata, aggiunge Jean Ziegler (secondo link).
In Palestina è il puzzo prodotto dalla macerazione della cartastraccia
su cui sono scritte le promesse dei Due Stati. Jeff Halper e Daoud Kuttab
testimoniano e documentano l'ennesima fregatura.
• J.al
Khalisi, The gates of hell are open in Iraq [Guardian]
• J. Fowler, Iraq beset by
malnutrition, says UN specialist [BusinessDay]
• J. Halper, The End of a Viable Palestinian
State [Counterpunch]
• D. Kuttab, The isolation of Jerusalem, another catastrophe [Media Monitors Newtwork]
Vie diverse alla questione energetica.
La Cina, già
oggi secondo consumatore al mondo di petrolio, sceglie la via della
diversificazione delle fonti di energia per far fronte al forte aumento della
domanda previsto entro il 2020 (primo link). Le economie occidentali, riunite
nell'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA), guardano invece più
vicino, preoccupate che qualche incidente di percorso nella catena dell'offerta
(una guerra o uno sciopero in uno dei principali paesi produttori) scateni
ulteriori aumenti del prezzo del petrolio. In questa prospettiva, analizzano
scenari caratterizzati dal contenimento della domanda (secondo link).
Indubbiamente il documento dell'IEA, di imminente pubblicazione e di cui
riportiamo una versione preliminare, è ricco di dati, analisi e proposte
(alcune davvero stravaganti, quale l'aumento delle forze di polizia per far
rispettare i divieti di utilizzo dei mezzi di trasporto privati o le targhe
alterne), ma implicitamente segnala le difficoltà che potrebbero
investire i paesi meno preparati.
• Asia Pulse / XIC, Energy capacity to quadruple
by 2020 [Asia Times]
• A. Porter, Energy body wants brakes
on fuel consumption [Aljazeera]
• IEA, Saving oil in a hurry: measures
for rapid demand restraint in transport - review draft [International Energy Agency]
31 marzo 2005
Protezionismo.
La Bulgaria non fa
ancora parte dell'UE, ma l'episodio riportato dal WSJ chiarisce la portata della
direttiva sui servizi (Bolkenstein) di cui la Francia ha appena ottenuto
• B. M. Carney, Use a
baton, go to jail [Opinioni Journal - WSJ]
• W.
Greider, Elite protectionists [The Nation]
• F.
Mousseau e A. Mittal, The mirage of development through trade
[Commondreams.com]
• FAO,
The state of agricultural commodity markets (SOCO) 2004 [Food and
Agriculture Organizations of the United Nations]
• P.
F. Drucker, Trading places [The National Interest]
L'Europa in America Latina.
Se le vicende
"armi alla Cina" e "Wolfowitz alla Banca Mondiale" hanno
visto un sostanziale appiattimento dell'Europa sulle posizioni americane, i
recenti incontri in America Latina sembrano andare nella direzione opposta.
Dopo la sospensione temporanea delle sanzioni a Cuba in Gennaio, c'è
stata la settimana scorsa la visita del Commissario europeo Louis Michel e
dalle colonne di Progreso Weekly, Ramy sottolinea la differenza tra la
posizione europea ("le sanzioni non portano da nessuna parte") e
l'oltranzismo americano del non-dialogo (si veda a questo proposito il
documento riportato dal sito del Dipartimento di Stato). A Caracas, Zapatero ha
stretto accordi bilaterali con il Venezuela in campo commericale e, soprattutto,
militare, e invitato l'opposizione ad aprire il dialogo con la maggioranza (La
Republica 21), mentre nell'incontro su sicurezza e sviluppo insieme a
Venezuela, Colombia e Brasile, ha sottolineato come gli accordi raggiunti siano
su problematiche sostanziali e non in funzione anti-americana (Yahoo).
• M.
A. Ramy, Quick notes on an important visit [Progreso Weekly]
• Office of the Press
Secretary of the White House, Fact sheet: report of the commission for
assistance to a free Cuba [Dipartimento di Stato]
• S.
Ramirez, Latam-Spain leaders vow coopoeration but non anti-US [Yahoo]
• Ansa, Venezuela y España
"relanzan" sus relaciones bilaterales [LaRepublica 21]
La quarta guerra mondiale.
Un tema che da noi
ha avuto scarso successo – un paio di libri, di cui uno con
l’originalità di chiamarla terza - ed è immediatamente
sceso al livello della propaganda di Forza Italia. Che anche i testi che hanno
originato l’interesse – quelli dei neocon Podhoretz e Woolsey
– siano materiale propagandistico che non attacca, è ciò
che mette in evidenza John Brown, un diplomatico americano che ha abbandonato
la carriera per l’opposizione alla guerra all’Irak. Egli osserva
che gli autori sono stati smentiti dal loro stesso Commander in Cif, il quale
“is talking ever less about waging a global war and ever more about
democratizing the world”. Un cambiamento più di forma che di
sostanza, a dire il vero, ma sufficiente per dimostrare che se guerra è,
è voluta e provocata dagli americani stessi.
Il secondo link
spiega, per chi non lo sapesse, il significato di una parola usata
nell’articolo.
• Brown on a Global War That Doesn't Sell [TomDispatch]
• Boche, origin of a
racial slur
30 marzo 2005
Democrazia o instabilità (2)
L'articolo di Maitra
risponde alla domanda rimasta in sospeso ieri: che interesse hanno gli Stati
Uniti a promuovere un "Arc of Instability" tra Medio Oriente e
Asia centrale? Il caso Afghanistan è infatti esemplare: un paese
relativamente pacificato e dove elezioni presidenziali hanno dato una parvenza
di democrazia, ma dove restano sacche di guerriglia e un forte
potere dei signori della guerra, che controllano un fiorente narcotraffico, e
dove il presidente Karzai è costretto ad affidare la sua sicurezza a
pretoriani mercenari. Un paese che senza la presenza americana ripiomberebbe
nel caos e che naturalmente concede agli americani privilegi che uno stato
sovrano difficilmente accorderebbe, a cominciare dalle basi e dai luoghi di
detenzione segreti.
La posizione
strategica dell'Afghanistan, tra Russia, Cina e Asia meridionale, lo
rende particolarmente importante, ma anche nel caso del Kirghizistan
l'interesse americano è evidente. Ne parla Craig Smith sul NYT, in
un articolo il cui titolo riassume efficacemente
• R. Maitra, US scatters bases to
control Eurasia [Asia Times]
• C. S. Smith, US Helped to prepare
the way for Kyrkyzstan's uprising [The New York Times]
Kossovo.
Anche l'ex
Yugoslavia è un bell'esempio di distruzione per niente creatrice. Allora,
invece della democrazia erano le motivazioni umanitarie a mettere in moto i
bombardieri, ma il risultato è lo stesso: un disastro. Ne dà
conto dal Kossovo Misha Glenny, che prevede ancora instabilità
politica e gravi difficoltà economiche. L'autore denuncia le
responsabilità della comunità internazionale, a cominciare
dall'ONU, i cui rappresentanti e la cui burocrazia hanno contribuito alla
cattiva amministrazione della regione e ad aggravare le tensioni fra
maggioranza albanese e minoranza serba. Il giudizio negativo si estende al
Tribunale speciale, di cui Glenny denuncia il ruolo politico. Neppure l'Europa
si salva: le viene attribuita l'improvvida gestione di un processo di
privatizzazioni che ha arricchito le mafie locali e la mancanza di iniziativa
politica. Il suggerimento dell'autore è di offrire alla Serbia un
percorso privilegiato di adesione all'UE in cambio del benestare
all'indipendenza del Kossovo. Ammesso che funzioni, come reagirebbe Carla del
Ponte e, soprattutto, quanto resisterebbe Solana ai suoi attacchi?
• M. Glenny, Letter from Kosovo [The Nation]
29 marzo 2005
Democrazia o instabilità?
L'11 settembre ha
dimostrato che la nostra politica verso il mondo arabo era sbagliata. Questo,
in sintesi, il giudizio centrale dell'intervista della Rice, dal quale discende
la necessità di favorire il cambiamento. Naturalmente un cambiamento nel
nome della democrazia, che non si limiti al Medio Oriente, ma investa anche
l'Asia centrale. Se poi, anziché
democrazia si ha instabilità, bèh la si avrebbe avuta comunque:
"What we were getting was neither stability, nor democracy... when you
know that the status quo is no longer defensible, then you have to be willing
to move in another direction". Dunque si tenta e si è cominciato con
l'Irak che non c'entrava niente con l'11/9, dove si è ottenuto un
abbozzo di democrazia e molta instabilità nella forma di terrorismo,
tensioni etniche che rendono difficile la formazione di un governo e minacciano
l'unità del paese, fondamentalismo religioso che allontana i pochi
cristiani rimasti e mina le basi della vita civile. E dove c'è
la resistenza che si batte contro l'occupazione americana, ritenendo,
giustamente, questo il primo compito di un patriota, democratico o non che
sia. Se l'obiettivo fosse la democrazia, il programma degli americani non
dovrebbe esclusivamente contemplare la fuoruscita dal paese, invece che una
maxiambasciata, basi permanenti, le minacce ai paesi confinanti Iran e Siria,
ecc?
Ma gli Stati Uniti
vogliono la democrazia o l'instablità? E' la domanda che si pongono
alcune personalità intervistate da J. Wright della Reuters. "An Arc
of Instability" è l'obiettivo, secondo Helena Cobban, una
studiosa americana. Una strategia presa a prestito dalla destra israeliana, che
conosce la fragilità delle società arabe, aggiunge M.
el-Sayed Said, liberale egiziano, oppositore di Mubarak.
In questo senso,
ciò che è avvenuto in Kirghizistan rientra nello schema. Si
è provato con la democrazia, ma di democrazia non è il caso di
parlare, come sostiene Elinor Burkett sul NYT. Probabilmente si
continuerà ad avere instabilità, l'importante è che la
cosa dia fastidio ai russi. E i russi sono davvero preoccupati, come
racconta Anna Dolgov sul Boston Globe.
• Secretary of State Condoleezza Rice
at The Post [
• Rice Alarms Reformist Arabs with
Stability Remarks [Yahoo/Reuters]
• E. Burkett, Democracy Falls on
Barren Ground [New york Times]
• A. Dolgov, Moscow wary following
upheaval in Kyrgyzstan [Boston Globe]
Il nuovo esercito.
Con il termine
"Dottrina Powell" si faceva riferimento al doppio obiettivo di
rafforzare il potere militare americano e, al contempo, di ridurne l'utilizzo.
La nuova struttura militare, concepita sotto la spinta della sconfitta in
Vietnam, prevedeva un esercito formato da unità leggere,
tecnologicamente ben equipaggiate, pronte ad essere dispiegate dove necessario
in un contesto di operazioni convenzionali, sull'esempio dell'esercito
israeliano. Ma, come diceva Madeleine Albright nel 1993, "qual è la
ragione di avere un struttura militare eccelsa se poi non la puoi usare"?
Nel libro recensito da Chalmers Johnson, Andrew Bacevich, esperto militare di
simpatie neo-con fino a poco tempo fa, ricorda come
• Warheads
- Four books, four views of American militarism - trouble ahead, trouble behind
...- Recensione di Chalmers Johnson [The San Diego Union Tribune]
• Future
Combat Systems (FCS) [Globalsecurity.org]
• T.
Weiner, An Army program to build a high-tech force hits cost-snags [The New
York TImes]
• G.
Dimore, US draws up list of unstable conutries [Financial Times]
Sorpresa.
Mentre quasi tutti
gli alleati della coaliscion pensano a quando e come ritirare le truppe
dall'Irak, ce n'è uno che raddoppia: l'Albania. Riconoscenza per il
sostegno alla causa del separatismo kossovaro? Riconoscimento, come dice
la Rice, dell'aiuto alla causa musulmana nei Balcani? Speranza di qualche
contropartita? Forse è solo merito di Berlusconi, l'unico non
riconosciuto.
• F.
Tarifa, Albania stands with U.S. in Iraq [Washington Times]
[Haaretz]