16 maggio 2005

 

Ancora Uzbekistan.

Mentre i contorni della rivolta tendono a chiarirsi ed emerge un movimento sociale importante, venato di fermenti islamici, restano incerte le implicazioni internazionali. Craig Murray, ex ambasciatore inglese a Tashkent, dimessosi per disaccordo con la politica accondiscendente del proprio governo, denuncia la mancanza di una condanna del governo uzbeko da parte americana e considera la dichiarazione più critica del ministro degli esteri inglese Jack Straw una manifestazione di opportunismo. Dunque, secondo lui, Stati Uniti e Gran Bretagna continueranno a sostenere per qualche ragione il dispotico Karimov: un'interpretazione che esclude un altro caso di rivoluzione teleguidata. Sul lato russo, la decisione di appoggiare le repressione uzbeka appare più scontata; fra l'altro viene messo in rilievo che Karimov aveva annunciato poche settimane fa il ritiro dal GUUAM, un club di paesi ex sovietici in rotta con Mosca, dando così un segnale di riavvicinamento. Neppure a Mosca mancano però le critiche per una politica incapace di riconquistare la fiducia delle repubbliche ex sovietiche, quindi di rompere l'accerchiamento americano e ridare un ruolo internazionale alla Russia.

• P. Tumelty, Uzbekistan's 'Islamists' [BBC]

• C. Murray, What drives support for this torturer [Guardian]

• EXPERTS SOUND OFF ON RECENT EVENT IN UZBEKISTAN [Novosti]

• RUSSIAN LEADERSHIP HAS NO STRATEGY OF INFLUENCING DEVELOPMENTS IN CIS [Novosti]

 

 

Partner commerciali o colonie?

I presidenti di sei paesi centroamericani sono stati in visita a Washington per discutere del CAFTA (Central America Free Trade Agreement) e ci si aspetterebbe che a riceverli sia stato il Ministro del Tesoro. Invece c'era Rumsfeld, il Ministro della Difesa, a fare gli onori di casa, per dire che il CAFTA è un altro passo verso la democrazia in America Centrale. Un concetto che viene chiarito da Gutierrez, il nuovo Segretario al Commercio, quando dice che le forze che in quei paesi si oppongono al trattato sono le medesime che negli anni Ottanta si erano opposte alla democrazia e alla libertà, a cui fanno eco le parole dell'-ex presidente di El Salvador, che bolla come "terroristi" e "guerriglieri" i lavoratori che aderiscono ai sindacati e si oppongono alle privatizzazioni selvagge. Più che partner commerciali, l'America sembra dunque considerare questi piccoli paesi come colonie dove esportare le proprie eccedenze agricole e da cui importare lavoro a basso costo, colonie tenute in riga da vicerè e apparati militari finanziati dall'America stessa. E' un modello che viene sperimentato nella Colombia di Uribe, che ha ricevuto finanziamenti per oltre 3 miliardi di dollari in quattro anni e ospita più di 500 consiglieri militari (ma il Congresso ha votato per portarli fino a 800): infatti è con i militari che l'America esporta la democrazia.

• Trade deal to help democracy in Central America [Reuters]

• H. LaFranchi, Uphill fight for Central American trade deal [The Christian Science Monitor]

• D. Bacon, CAFTA's vision for the future - Privatization at gunpoint [Truthout]

• J. Sotis, More US advisers heading to Colombia [Houston Chronicle]

 

 

Previsioni e alternative.

La previsione di un rinvio a tempo indeterminato del ritiro da Gaza, fatta da Tania Reinhart e Amir Oren (Contropagina del 10 maggio), trova supporto in una notizia curiosa: negli insediamenti non si stanno facendo i bagagli, ma si continua a costruire per ricevere nuovi ospiti! D'altra parte, come mette in evidenza Uzi Benziman, è difficile trovare negli ambienti governativi una persona autorevole che sappia dire a che punto sia l'iniziativa di "disengagement".  In fondo l'alternativa è sempre la stessa: estendere gli insediamenti o strangolare con una netta separazione l'economia del futuro stato palestinese?

• D. Ephron, Jewish settlers build anew in Gaza, despite evacuation plan [Boston Globe]

• U. Benziman, What does Condoleezza know? [Haaretz]

 


 

13 maggio 2005

 

Uzbekistan.

Non è ben chiaro cosa stia succedendo in Uzbekistan: il governo parla di estremisti islamici, la Reuters non esclude l'ipotesi, ma sottolinea le tensioni etniche che caratterizzano la Valle Ferghana, la BBC parla di manifestazioni che esprimono lo scontento sociale. Se ha ragione la BBC, potrebbe trattarsi di un altro tentativo di cambiamento di regime, o di rivoluzione o di "colpo di stato democratico". L'incertezza della terminologia riflette la difficoltà di definire con precisione i fenomeni che stanno interessando le repubbliche ex sovietiche. Il servizio della BBC, di cui parla il Guardian, approfondisce il caso ucraino e mette in evidenza la perfetta tecnica da colpo di stato pacifico, come l'hanno inteso i suoi protagonisti. Mentre in Ucraina sta a Yushchenko dimostrare di aver fatto fare al proprio paese un passo avanti verso la democrazia, in Uzbekistan è difficile che un nuovo regime, quando ci sarà, sarà più antidemocratico dell'attuale. In Georgia c'era stato l'assalto al parlamento come in Serbia, quindi si è trattato di un vero e proprio colpo di stato; la stessa cosa si può dire per il Kirghizistan. Ciò che è sicuramente più chiaro è che questi movimenti a Mosca sono visti male in generale, perché giudicati anti-russi. La cosa è vera solo in parte, perché, come è stato osservato, Kuchma, il precedente leader ucraino, aveva mandato truppe in Irak, Shevarnadze aveva fatto arrivare consiglieri militari americani nel Caucaso e Karimov, l'attuale leader uzbeko, tratta volentieri nei pentoloni i prigionieri che gli mandano gli americani per non sporcarsi le mani. I russi hanno ragione a temere una manovra di accerchiamento da parte americana - manovra che in Asia Centrale potrebbe prevedere instabilità e condizioni favorevoli al terrorismo islamico - ma arroccandosi finiscono per dare un'impressione di debolezza.

• Five facts about Uzbekistan's Ferghana valley [Reuters]

• J. Norton, What lies behind Uzbek protests? [BBC]

• A 21st century revolt [Guardian]

• Security chief: U.S. is spying on Russia [AP]

 

 

Marcia indietro.

Nei primi anni Ottanta il Cile di Pinochet (1981) e la Gran Bretagna della Thatcher (1984) privatizzarono i sistemi di previdenza e assistenza sociale. Molteplici erano le motivazioni dietro quella rivoluzione: da quella finanziaria - per cui si riteneva che i sistemi pubblici avrebbero fatto bancarotta nel giro di qualche decennio - a quella economica - per cui si prevedeva che i costi di gestione sarebbero calati mentre i rendimenti dei nuovi conti individuali sarebbero stati più elevati - a quella ideologica - per cui, in una società che si doveva liberare dalle vestigia del socialismo, era necessario esaltare il concetto della responsabilità individuale. A vent'anni di distanza, sono proprio quei due paesi a fare marcia indietro: i costi e i rischi della gestione privatistica dei sistemi di previdenza e assistenza sociale hanno infatti abbondantemente sorpassato i benefici attesi, come raccontano Norma Cohen (sul caso inglese) e Bernard Wasow e Fred Solowey (sul caso cileno). E anche la Banca Mondiale, che nel corso degli anni Novanta aveva tirato la volata delle privatizzazioni in America Latina (si veda il rapporto del 1994), adesso fa ammenda e invita ad aggiustare il tiro: dal consolidamento delle finanze pubbliche all'obiettivo di proteggere gli anziani dalla povertà (si veda il rapporto 2004).

• N. Cohen, A bloody mess [The American Prospect]

• B. Wasow, Chile con economy? [The American Prospect]

• F. J. Solowey, Neither healthy nor wealthy [Revolution]

• Autori Vari, Averting the old age crisis - Policies to protect the old and promote growth [World Bank, 1994]

• Gill, T. Packard e J. Yermo, Rethinking social security priorities in Latin America, in Keeping the promise of old age income security in Latin America [World Bank, 2004]

 

 

Terrorismo.

Negli Stati Uniti, l'uso di trasferire i prigionieri indisponibili alla confessione in paesi "amici" dove la tortura viene applicata impunemente è antecedente alla cosiddetta Guerra al Terrorismo. Un rapporto di Human Right Watch appena pubblicato la fa risalire almeno al 1994, identificando ben 61 persone che, tra allora e oggi, sono state "tradotte" dall'America all'Egitto (primo e secondo link). La vera novità sembra essere la pratica opposta: spostare prigionieri, catturati in contesti non militari, dall'Egitto a Guantanamo, come testimonia la storia di Al-Hila, ora libero, ma che in un anno e mezzo di "viaggio" è passato pure per l'Azerbaijan e l'Afghanistan (terzo link). Un'avventura non dissimile da quella del siriano-canadese Arar, dai cui recenti sviluppi Naomi Klein trae la seguente conclusione: il vero obiettivo della tortura non è ottenere una confessione, ma terrorizzare una comunità. Quello che le dittature militari facevano negli anni Settanta in America Latina, viene ora importato negli Stati Uniti, insieme ai terroristi stessi, che se sono anti-castristi sono addirittura benvenuti, come viene da concludere leggendo l'incredibile storia di Luis Posada Carriles raccontata da Jim Lobe.

• US 'sent detainees to Egypt' [SBS TV]

• Autori Vari, Black Hole: the fate of islamists rendered to Egypt [Human Right Watch]

• Guantanamo: new "reverse rendition" case [Human Right Watch]

• N. Klein, Torture's dirty secret: it works [The Nation]

• J. Lobe, A terrorist comes home to roost [Antiwar]

 


 

12 maggio 2005

 

Lavoro e competitività.

Con 378 voti a favore e 262 contrari, Il Parlamento Europeo ha approvato ieri la "mozione Cercas" (primo link). Essa prevede l'applicazione della settimana lavorativa di 48 ore (in media annua) a tutti i paesi dell'UE eliminando di fatto la clausola di "opt-out" prevista dalla direttiva comunitaria del 1993 e fortemente voluta dalla Gran Bretagna di Major (secondo link). In realtà si tratta di una mossa preventiva: entro il 2007, la direttiva sul lavoro dovrà essere rivista e la proposta sostenuta dalla Commissione Europea va invece nella direzione di un ulteriore flessibilizzazione delle garanzie a favore dei lavoratori. E' bene ricordare lo spirito della direttiva: dare corpo legale ad una conquista sociale che risale al 1919 e che vede nel tetto delle 48 ore settimanali il giusto bilanciamento tra le esigenze dell'impresa e quelle del lavoratore in tema di vita familiare, salute e sicurezza (terzo link). La mozione, che deve ora passare al vaglio del Consiglio d'Europa dove potrà comunque essere bloccata, ha il pregio di riportare in evidenza un punto centrale del dibattito su lavoro e competitività. Come mette in evidenza Christine Harjes della Deutsche Welle, è oramai un'abitudine raffrontare la brillante evoluzione del mercato del lavoro inglese con quelle opposta del mercato tedesco (e italiano) per arrivare alla conclusione che la maggior flessibilità del primo è all'origine di una supposta maggior competitività dell'economia britannica (quarto link). Questa abitudine, oltre a soffrire di qualche strabismo statistico, non fa che rilanciare acriticamente le tesi dominanti nel mondo imprenditoriale, che agita lo spettro della riduzione della competitività e della perdita dei posti di lavoro per ottenere nei fatti un abbassamento dei salari e un allungamento dell'orario senza contropartite (quinto link). Gli autori della nota pubblicata dalla Confederazione Europea dei Sindacati hanno invece buone argomentazioni teoriche e un'abbondante casistica per contrastare con efficacia quella tesi e proporre una politica europea del lavoro. Questa deve da un lato favorire la rotazione della forza-lavoro verso quei settori dove ciascun paese ha un vantaggio comparato attraverso investimenti massicci nella formazione e in cambio di una maggiore mobilità geografica degli stessi lavoratori, e dall'altro lato deve sostenere l'innovazione di prodotto e di processo nelle imprese che si troverebberò così a migliorare la propria posizione nel mercato globale. Un modello di competitività che vede un forte intervento pubblico in aperto contrasto con le tesi dominanti: una direzione condivisibile, perchè il mercato lasciato a se stesso, come ha bene espresso Karl Polanyi, tende ad autodistruggersi.

• J. Booth, MEPs vote to end UK opt-out on 48-hour week [Times Online]

• ETUC, Working Time directive [European Trade Union Confederation]

• ILO, Hours of Work (Industry) Convention, 1919 [International Labour Organization]

• C. Harjes, Europe's job market lessons for Germany [Deutsche Welle]

• UEAPME, European Parliament's changes to working hours rules threaten business and jobs [EU Business]

• ETUC, Myths and facts about working longer hours in Europe: a note from the ETUC [European Trade Union Confederation]

E a Blair, che con questo voto deve incassare una nuova frattura con il suo stesso partito, risponde indirettamente Dwight Eisenhower, che cinquant'anni fa considerava come acquisite le conquiste sociali che ora il New Labour, e non solo, vuole mettere a repentaglio.

• Citazione da una lettera di Dwight D. Eisenhower a Edgar N. Eisenhower [Sirotablog]
 

 

Cina e Giappone.

Le relazioni sino-giapponesi stanno tornando alla normalità. Un incontro di calcio svoltosi regolarmente e l'annuncio della Cina di volersi assumere l'onere del restauro degli edifici della rappresentanza giapponese danneggiati durante le recenti manifestazioni, sono indicativi del miglioramento. Inoltre si intensificano gli sforzi diplomatici per risolvere le questioni più calde, a cominciare dal diritto allo sfruttamento di un giacimento energetico nel braccio di mare rivendicato da entrambi. 

Sullo sfondo resta il contenzioso storico. Nell'intervista all'Asahi Shimbun, il giornalista tedesco Gebhart Hielsher, già corrispondente da Tokyo della Sueddeutsche Zeitung, fa un confronto fra i comportamenti di Germania e Giappone dopo la guerra: la prima ha cercato di rimediare con risarcimenti economici alle proprie colpe, il secondo no. Il suggerimento è implicito.

Come diceva Chou Enlai, le relazioni sino-giapponesi sono state caratterizzate da 3.000 anni di scambi di civiltà e 50 di conflitti. Conflitti che in Cina hanno generato odio, ma, secondo Jean Philippe Béja, anche invidia per una potenza che ha saputo imboccare la via della modernità con grande anticipo rispetto all'Impero di Mezzo.

Un rapporto di amore-odio condiviso probabilmente dal Giappone; un amore, a dire il vero, intrecciato con l'interesse, visto che la Cina è diventata il primo partner commerciale. Alla politica spetta, come al solito, la sintesi. Da un lato c'è la prospettiva di essere una Gran Bretagna asiatica, che aiuta l'impero americano a contenere la nascente potenza cinese, dall'altro, quella di realizzare insieme alla Cina e agli altri paesi dell'Asia Orientale un'area di libero scambio con una moneta comune, seguendo la traccia dell'Unione Europea. In questo senso va l'idea di un Fondo Monetario Asiatico, di cui è promotore l'ex ministro Kuroda. Perché i paesi asiatici devono continuare ad alimentare un circuito che arricchisce la finanza americana, quando potrebbero reinvestire direttamente nei propri mercati il surplus prodotto dalle loro dinamiche economie?

• S. Hoo, Japan-China Soccer Game Requires Heavy Security Following Protests [Securityinfowatch]

• C. Watanabe, China to Repair Damage to Japan's Embassy [AP]

• Japan, China to hold talks in Beijing from May 13 [Reuters]

• K. Taro, Why Japanese Wartime Apologies Fail [Znet]

• J.P. Béja, Chine-Japon : entre l'amour et la haine [Le Monde]

• M. Auerback, The Asian Monetary Fund Rears Its Head Again [PrudentBear]

 


 

11 maggio 2005