10 giugno 2005

 

L'Iraq tra progetti americani e visite europee.

Lo scenario irakeno è sempre caratterizzato dal forte contrasto tra gli annunci e la cronaca: i primi sono improntati all'ottimismo e alla volontà di coinvolgere i sunniti nel processo politico, la seconda riporta fatti che li smentiscono regolarmente. Oggi, per esempio, si parla dell'offerta di 25 seggi ai sunniti nell'Assemblea costituente e di contatti tra americani e forze della resistenza; al tempo stesso Tom Lasseter di Knight Ridder parla degli attentati compiuti dalle Brigate Sadr, una milizia sciita che gode delll'appoggio del governo, contro personalità sunnite ed ex baathisti; McDonnell e Khalil del Los Angeles Times riportano episodi che vedono gli americani dare l'assalto alle sedi di organizzazioni sunnite moderate. La crescente importanza delle milizie - dai pershmerga curdi alle Brigate Sadr - rispetto all'esercito regolare, rende la guerra civile l'ipotesi più probabile, forse non del tutto sgradita agli americani, secondo Pepe Escobar di Asia Times, il quale fa un quadro delle forze in campo e dei relativi programmi, da quelli della resistenza a quelli elaborati nei pensatoi di Washington. Daniel Ellsberg, analista militare noto per aver passato al New York Times nel 1971 i Pentagon Papers, confronta l'Iraq con il Vietnam, per concludere che se il ritiro dal Vietnam fu ben diverso da quello che i governanti si erano immaginati, quello dall'Iraq sarà ancora più complesso e doloroso, non fosse altro per la posta in gioco, il petrolio. Per questo Ellsberg invita a sostenere il deputato Lynn Woolsey della California che ha recentemente presentato un progetto di legge per il ritiro dall'Irak. A Baghdad intanto è giunta una delegazione europea, capeggiata dal responsabile della politica estera Solana, che ha confermato i progetti di cooperazione tra UE e Iraq e perfino offerto collaborazione per redigere la costituzione. L'impressione è che dopo il No franco-olandese, una politica estera europea di basso profilo e di incerto mandato sia ancor meno tollerabile.

•  T. Lasseter, Sunnis cliam Shiite militia carries out campaign of therats, murder [Knight Ridder]

•  P. J. McDonnell e A. Khalil, Disputed Iraq raids blamed on bad intelligence [Los Angeles Times]

•  P. Escobar, Exit strategy: civil war [Asia Times]

•  D. Ellsberg, Reflections on Vietnam ad the Iraq War [Foreign Policy In Focus]

•  Remarks of the EU HR Javier Solana on the occasion of the first-ever EU Ministeria Troika visit to Iraq [Consiglio dell'Unione Europea]

 

 

Il video su Srebrenica: il punto di vista serbo.

Tom Hundley sul Chicago Tribune fa il punto sull'offensiva di PR e diplomatica intrapresa dal Tribunale speciale dell'ONU per la ex Yugoslavia; parla della visita alla sede all'Aja, dà un po' di numeri sui processi e i detenuti, riferisce dell'ennesima visita a Belgrado del procuratore Carla Del Ponte. Nella capitale serba è stato in questi giorni anche il sottosegretario di stato americano Burns. Scopo di queste visite, dice Hundley, è di fare pressioni sul governo e l'opinione pubblica serbi per favorire la cattura dei super-ricercati Mladic e Karadzic. Rientra nella campagna psicologica anche la proiezione da parte della TV locale di un video in possesso del Tribunale, che mostra l'esecuzione sommaria di alcuni bosniaci avvenuta a Srebrenica dieci anni fa. Perché tanto impegno da parte degli americani e del Tribunale di cui sono i maggiori sponsor? Rispondono due filo-serbi. Christopher Deliso dice che obiettivo non secondario delle pressioni è di far accettare l'indipendenza del Kossovo, esito non scontato dei bombardamenti di sei anni fa. Un'altra ragione è che, perseguendo i crimini altrui, il governo Bush spera di mettere in secondo piano le proprie Abu Graib. Nebojsa Malic, dopo una serie di puntualizzazioni e di contestazioni riguardanti il video e le sue fonti, scrive in conclusione che la criminalizzazione dei serbi per Srebrenica serve a giustificare il caos prodotto dalla politica imperiale di sostegno ai movimenti secessionisti.

•  T. Hundley, War crimes prosecutions gain steam [Chicago Tribune]

•  C. Deliso, Del Ponte's Showmanship Might Be Sickening, But It Has Ramifications for the US [Balkanalysis.com]

•  N Malic, Death, Lies, and Videotape. Behind the "Srebrenica" Atrocity Video [Antiwar.com]

 


 

9 giugno 2005

 

La riscossa dei realisti.

Replicando indirettamente a Robert Kagan (Contropagina del 25 maggio), Henry Kissinger dice che è sbagliato paragonare la Cina di oggi alla Germania dell'inizio del '900; la potenza asiatica infatti non ha una tradizione imperialista e occupa da circa 2.000 anni lo stesso territorio. La tesi di Kagan era che non aver contenuto per tempo la Germania ha portato a due guerre mondiali; quindi se non si vuole che si ripeta qualcosa del genere con la Cina, occorre agire adesso. Essendo Kissinger di origine tedesca, ci si poteva aspettare anche una puntualizzazione sulla Germania. La tesi di Kagan è infatti ribaltabile: è stato il tentativo di contenimento da parte di una potenza in declino, la Gran Bretagna, a determinare la conflagrazione. Al di là dei giudizi storici, Kissinger si pronuncia chiaramente a favore della crescita della Cina, quindi contro la politica di accerchiamento operata dal governo americano. Lo fa riconoscendo i diritti di Pechino su Taiwan e giudicando vano il tentativo di arruolare l'India al fronte anti-cinese. L'articolo di Kissinger rientra in un movimento di opinione che qualcuno ha definito la riscossa dei realisti. Dopo il colpevole silenzio sull'Irak, la destra repubblicana non neocon prende più decisamente le distanze da un governo che con la superiorità militare pensa di poter ottenere tutto: i pozzi petroliferi, regimi su misura, le simpatie dei popoli. Jim Lobe scatta un'istantanea sul movimento, riferendo di tre articoli a firma di Richard Haass, Brent Scowcroft e Fareed Zakaria, che affrontano le questioni Iran e Corea del Nord. Non tutti i realisti dell'ultim'ora sono però realisti storici, dice John Mearsheimer, per il quale la contrapposizione con i neoconservatori risale all'epoca della guerra del Vietnam. Dopo aver tracciato le linee essenziali dell'ideologia neocon - un mix di idealismo wilsoniano, come tale manicheo, e di volontà di potenza, che si nutre dell'illusione dell'effetto domino - Mearsheimer riassume il pensiero di Hans Morgenthau, lo studioso di relazioni internazionali che può essere ritenuto il caposcuola dei realisti. L'effetto domino non funziona, è la prima affermazione di Morgenthau: infatti la caduta di Saddam ha indurito, non ammorbidito le posizioni di Iran e Corea del Nord. Non è la democrazia, ma il nazionalismo l'ideologia più potente, è la seconda affermazione: in Irak i liberatori sono diventati immediatamente occupanti perché l'autodeterminazione viene prima delle regole democratiche. Le democrazie hanno tante virtù, ma non sempre perseguono una politica estera a fin di bene, è la terza affermazione. Insomma, la fine della storia non è vicina.

•  H. Kissinger, Conflict is not an option [International Herald Tribune]

• J. Lobe, 'Realists' press for Bush to engage Iran, North Korea [Lew Rockwell.com]

• J. Mearsheimer, Hans Morgenthau and the Iraq war: realism versus neo-conservatism [Open Democracy]

 

 

Divergenze di visione.

Mentre si riuniva l'assemblea dell'OAS, in Bolivia precipitava la crisi: il presidente si è dimesso a seguito della protesta di contadini e indios, l'80% della popolazione, che chiede una maggiore partecipazione alle ingenti risorse naturali del paese (la Bolivia è seconda, dopo il Venezuela, per riserve energetiche). Stretto tra questi eventi e le richieste americane di istituire un osservatorio sulla democrazia, con tanto di sistema sanzionatorio per chi sgarra (Contropagina del 6 Giugno), il nuovo segretario dell'OAS, il cileno Insulza, ha preso tempo. Roger Noriega, del Dipartimento di Stato, ha invece attribuito gli avvenimenti in Bolivia ad un presunto intervento di Chavez, come racconta Al Giordano. Una dichiarazione così strampalata, da cui perfino un giornale fortemente schierato con l'amministrazione, come il Miami Herald, voce degli esuli cubani anti-castristi, si è sentito in dovere di prendere le distanze. Nell'intervista con Diego Cevallos, il rappresentante all'ONU per i popoli indigeni, Robert Stavenhagen, sottolinea come gli eventi in Bolivia siano la conferma del fallimento delle politiche di libero commercio, slegate da un'adeguata politica sociale, e di un modello di sviluppo che ha visto, in particolare negli ultimi trent'anni, una forte concentrazione del potere politico ed economico nelle mani di un'elite sempre più ristretta. Gustavo Gonzalez racconta di come il movimento di protesta degli indios, che accomuna alla Bolivia altri paesi della regione andina e che negli ultimi anni si è molto rafforzato, venga invece dipinto dall'intelligence americana come una sorta di formazione criminale passibile di essere combattuta con i mezzi della cosiddetta Guerra al Terrorismo. Se Chavez è riuscito a invertire queste tendenze nel proprio paese, come testimoniano alcune cifre riportate da Jonah Gindin, si capisce perchè Noriega lo additi come un esempio da non seguire; ma si capisce anche perchè l'idea di una Carta dei Diritti Sociali, promossa dal governo venezuelano e mirante a garantire ai cittadini dei paesi latino-americani un equo accesso ai servizi sociali e culturali, abbia incontrato il favore dell'Assemblea. Intanto, anche nella Colombia di Uribe, fido alleato dell'America, si alzano le voci del dissenso: un giudice si è spinto fino al punto di dichiarare incostituzionale il trattato con gli Stati Uniti che prevede l'immunità per l'operato dei soldati e dei civili americani, anche nel caso che questi si siano macchiati di crimini.

•  B. Cormier, Bolivians demanding elections [AP / Houston Chronicle]

•  S. Burges, Looking back on Fort Lauerdale [Council on Hemispheric Affairs]

•  A.Giordano, US outburst at OAS meeting: Chavez and the Bolivian crisis [The Narcosphere]

•  D. Cevallos, Indigenous demands are jusitfied, says UN rapporteur [Inter Press Sevice News Agency]

•  G. Gonzalez, 'War on Terror' has indigenous people in sights [ZNet / Inter Press Service News Agency]

•  J. Gindin, Venezuela's poor 33% richer thanks to social program [Venezuelanalysis.com]

•  D. James, Bush at OAS: same old "free trade" tune [Commondreams.org]

•  Alia2, Excelente papel de Venezuela en la OEA [Red Voltaire]

•  R. Van Dongen, US immunity in Colombia scrutinized [The Christian Science Monitor]

 

 

Nuove alleanze.

Nel corso degli ultimi 18 mesi, Cina, Russia e Iran hanno rafforzato la cooperazione politica, economica e militare in molti campi, dagli investimenti all'esportazione di tecnologia militare, dal commercio di risorse energetiche al mutuo sostegno, nelle sedi internazionali, a difesa dei rispettivi "punti caldi": Taiwan per la Cina, la Cecenia per la Russia, il programma nucleare per l'Iran. Li descrive con dovizia di cifre Jephraim Gundzik, analista di paesi emergenti, che spiega anche il perchè dell'apparente voltafaccia russo sulla costruzione del nuovo oleodotto siberiano. Originariamente doveva finire a Daqing, nel nord-est della Cina, ma a fine 2004 il governo russo ha accettato la proposta giapponese di terminarlo nel porto russo di Nakhodka, di fronte al Giappone. Tre piccioni con una fava, si potrebbe dire: il petrolio scorre interamente sul suolo russo, l'oleodotto passa a soli 40 chilometri dal confine cinese (così che un eventuale allacciamento della Cina sarà poco costoso), ma soprattutto l'impresa è interamente finanziata dai giapponesi. Un risparmio, per russi e cinesi, calcolabile in oltre 10 miliardi di dollari.

•  P. Gundzik, The ties that bind China, Russia and Iran [Asia Times]

 


 

8 giugno 2005

 

L'Europa riflette.

Il modello sociale scandinavo si impone sempre più all'attenzione di chi vuol coniugare lo stato sociale e lo spirito di impresa. Nella Francia confusa e disorientata del dopo No, due studiosi, Alain Lefebvre e Dominique Méda, ne spiegano le ragioni del successo: un'amministrazione pubblica efficiente che aiuta con incentivi e con la formazione i lavoratori licenziati a trovare un nuovo posto, investimenti nella ricerca e nell'istruzione che predispongono il sistema produttivo ai settori tecnologicamente avanzati, più al riparo dalla concorrenza dei paesi emergenti. E' replicabile il modello scandinavo? Lefebvre e Méda ne sono convinti, anche se sottolineano l'importanza di una tradizione che privilegia il consenso sulla conflittualità.

David Clark è probabilmente altrettanto convinto della bontà del modello scandinavo; non crede però alla "via nazionale al socialismo". Per sottrarsi al dominio dei mercati globali e al loro sponsor egemonico, gli Stati Uniti, è necessaria un'Europa unita. Nessun paese europeo infatti è in grado di porsi sullo stesso piano di Stati Uniti e Cina, di avvantaggiarsi della globalizzazione quindi, non di subirla. Fare l'Europa significa affermare il primato della politica sui mercati, avere un governo che attraverso la cooperazione internazionale, dentro e fuori l'Unione, sappia far condividere i costi sociali dei mercati aperti alla concorrenza. Per raggiungere più speditamente questo obiettivo, Clark si dice a favore delle cooperazioni rafforzate, ossia dello sganciamento dei paesi che vogliono procedere verso l'integrazione economica e politica.

Una proposta su cui è d'accordo il filosofo Jurgen Habermas, per il quale l'approfondimento dell'Unione non significa soltanto un governo che completi il disegno della moneta unica, ma deve mirare a un diverso ordine internazionale, ispirato all'ideale di un governo mondiale. (Ideale che si potrebbe dire kantiano, se non fosse per la parola "gouvernance" che forse Kant non conosceva.) Habermas non sembra tuttavia ottimista a questo proposito, visto che i probabili successori di Chirac e Schroeder, vale a dire Sarkozy e la Merkel, non brillano per spirito europeista. Proprio per rinvigorire questo spirito, l'articolo spiega perché l'Europa ha bisogno di una Costituzione, sottolinea la novità di una carta costituzionale sovranazionale, richiama alla riflessione chi non si riconosce nelle posizioni xenofobe dei nazionalisti, né nell'Europa mercato che piace a Blair e agli americani.

• A. Lefebvre, D. Méda, Social : un modèle scandinave à la française ? [Le Monde]

• D. Clark, Politics over markets [Guardian]

• J. Habermas, UE, nouvel essor ou paralysie [Libération]

 

 

Turchia in bilico.

La visita a Washington del premier turco Erdogan ha il duplice scopo di favorire un miglioramento dei rapporti con gli Stati Uniti, deterioratisi nel 2003 per i contrasti sull'Irak, e di sondare la disponibilità dell'America a porre un freno alle aspirazioni all'indipendenza dei curdi. La diplomazia americana è stata il principale sponsor dell'entrata della Turchia nell'Unione Europea; ora però negli Stati Uniti, visto il clima di incertezza che si è venuto a creare in Europa all'indomani delle votazioni referendarie, emergono punti di vista diversi. Come quello di Frank Carlucci, ministro della difesa sotto Reagan e socio in affari di Bush padre, che dopo aver messo in evidenza che la Turchia occupa una posizione strategica tra Europa, Asia Centrale e Medio Oriente,  scrive che l'adesione di Ankara all'Unione Europea significherebbe una crescente influenza di Bruxelles a spese di Washington. Una prospettiva che non soddisfa neanche Robert Zoellick, vice della Rice, che invita la Turchia a non guardare solo all'Europa, e naturalmente a contare sull'America.

• T. Wilkinson e S. Efron, Turkish leader's US visit will focus on repairing ties [Los Angeles Times]

• F. Carlucci e F. S. Larrabee, Revitalizing US-Turkey relations [The Washington Times]

• AFP, Turkey should "look beyond" EU to global panorama: Zoellick [Yahoo]

 

 

Anniversari.

L'8 giugno del 1967, tre anni e mezzo dopo l'assassinio di Kennedy, un altro mistero segna la storia americana. Si tratta dell'attacco israeliano alla nave da ricognizione Liberty, che fece 34 morti e 171 feriti. Ancora oggi manca una risposta al perché dell'attacco e al perché della mancata reazione americana.

• D. Rossie, 'Liberty' Survivors Can Never Forget [CommonDreams]

 


 

7 giugno 2005

 

I sindacati.

Il 2 Giugno si è riunito l'Employment Council, che raggruppa i ministri del lavoro europei. In discussione c'era anche la direttiva sull'orario di lavoro, sulla quale, un mese fa, si era espresso il Parlamento Europeo (Contropagina 12 Maggio) con un voto favorevole a fissare un massimo di 48 ore, calcolabili in media annua, alla settimana lavorativa e ad abolire la clausola di opt-out di cui gode la Gran Bretagna. I ministri, proprio su pressione della Gran Bretagna appoggiata, sembra, dalla Germania, non hanno deliberato, rimandando il tutto al Consiglio Europeo che si riunità il 16 Giugno. I sindacati europei, compreso quello inglese, criticano la mancata decisione, soprattutto alla luce delle due bocciature referendarie della settimana passata; pur condannando come errore il No al trattato costituzionale,  i sindacati ritengono infatti che le istituzioni europee debbano dare maggior peso alla questione sociale, con risposte efficaci ai timori legati ad un'elevata disoccupazione, al processo di delocalizzazione della produzione, in una parola,alla maggiore insicurezza del posto di lavoro.

Anche dall'altra parte dell'Atlantico i sindacati denunciano la spoliazione sistematica delle garanzie sociali, con la contrattazione salariale orientata al ribasso e con l'allungamento degli orari di lavoro, che determina un deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Mark Levinson, capo economista di UNITE HERE, il sindacato americano dei lavoratori tessili e alberghieri, lo fa davanti alla Commissione Finanze del Senato, dove chiede che venga bocciato il CAFTA (Contropagina 25 Maggio) perchè è un trattato che non prevede, come il NAFTA, sanzioni per chi viola i diritti dei lavoratori ma solo per chi viola quelli del libero commercio.

L'economista Dean Baker, insieme ad altri tre colleghi, mostra con i numeri che lo slogan secondo cui "la disoccupazione è figlia della regolamentazione",  tanto caro al Fondo Monetario e all'OCSE, è, per lo meno, dubbio. Il caso è quello della Svezia, dove un'elevato grado di tassazione e di protezione sociale non impediscono tassi di crescita dell'economia e di disoccupazione perfettamente paragonabili a quelli americani.

• ETUC, EPSU, ETF, European Trade Union leades condemn Employment Council inaction on working time [European Federation of Public Service Unions]