28 giugno 2005
Un Tribunale per l'Iraq
Sul modello del
Bertrand Russell International War Crimes Tribunal on Vietnam (del
1967), si è costituito a Istambul il World Tribunal on Iraq (WTI), con
l'intento di 'processare' e 'giudicare'
i responsabili dei crimini di guerra commessi in Iraq.
A comporre il 'jury of conscience' sono stati chiamati, fra gli altri,
giuristi, ex funzionari ONU e letterati delle più diverse provenienze.
Fra gli ultimi spicca il nome della scrittrice indiana Arundhati Roy.
Tra i sostenitori del Tribunale vi sono alcune diecine di gruppi e sigle
generalmente riconducibili all'area dei 'movimenti' ed in particolare al
Forum Sociale Internazionale di Porto Alegre. Naturalmente, il Tribunale
non ha alcuna legittimità, come ammettono gli stessi giudici (our
legitimacy will be earned as we proceed to achieve the aims stated in
this document) e la stessa composizione e provenienza della giuria
assicurano che le sue attività saranno bollate come propaganda dagli
'imputati' (G.W. Bush, T. Blair, ma anche S. Berlusconi).
Tuttavia, in quanto si prefigge di "establish the facts about what
happened in Iraq and to inform the public about the crimes against peace,
war crimes and crimes during the occupation, about the real goals behind
this war and the dangers of this War logic for world peace. It is
especially important to break the web of lies promulgated by the
war-coalition and its imbedded press", non si può negare che si tratti
di un'iniziativa lodevole. Di particolare interesse è specialmente la
testimonianza di Hans von Sponeck, ex amministratore del programma oil
for food, nella quale sono chiaramente delineate le responsabilità non
solo del Consiglio di Sicurezza, ma anche del Segretario Generale
dell'ONU.
• B. Smith, The "Tribunal Movement" Holds Court in Istanbul [Truthout]
• World Tribunal on Iraq [WTI]
• A. Roy, The Most Cowardly War in History [Truthout]
• H. von Sponeck, The Conduct of the UN Before and After the 2003 Invasion [Commondreams]
Spiace solo per il silenzio dei nostri mass-media. Eppure la straordinaria recita di Powell al Consiglio di Sicurezza, con le sue fialette di polverina bianca, meriterebbe davvero di essere ricordata. Del resto, salvo casi rarissimi, bisogna dire che neppure le numerose analisi di giuristi italiani (fra i quali alcuni nomi di particolare autorevolezza), sull'illegalità della guerra e i dubbi sollevati sulla legalità della partecipazione italiana all'occupazione, hanno mai trovato alcuno spazio, al di fuori di ambiti piuttosto ristretti.
• G. Azzariti, La guerra illegittima [Costituzionalismo]
• G. Ferrara, Ripudio della guerra, rapporti internazionali dell’Italia e responsabilità del Presidente della Repubblica. Appunti.[Costituzionalismo]
•
C. Di Turi, La guerra in Iraq e il diritto internazionale
[AIC]
Più realista dell’imperatore.
Stasera parla Bush nel tentativo di ribaltare gli umori di un’opinione pubblica sempre più contraria alla guerra. L’aspirante commander in cif John Kerry interviene così sul New York Times per dare qualche suggerimento interessato al rivale, il più sorprendente dei quali è di utilizzare –in attesa che venga pronto l’esercito regolare- le milizie tribali, religiose ed etniche di cui l’Irak abbonda. E’ possibile un invito più esplicito alla guerra civile? Forse il modello di Kerry è Bassora, dove le milizie sciite, come racconta Louise Roug del Los Angeles Times, hanno il controllo della polizia e della città, alla quale impongono una ferrea legge islamica. A Baghdad, dove il rituale degli attentati suicidi nasconde l’operato di una polizia al servizio di interessi settari, sarà un’altra storia; Tom Lasseter del gruppo editoriale Knight Ridder ha indagato sui casi di centinaia di sunniti vittime della giustizia sommaria dei cosiddetti apparati dello stato. Alla guerra civile a Baghdad è dedicato anche l’articolo di Peter Beaumont dell’Observer; la sua è una descrizione dei cambiamenti psicologici che caratterizzano i rapporti tra le due comunità, di come il sospetto si insinui nelle famiglie e nelle amicizie. Beaumont ritiene tuttavia che il punto di non ritorno non sia stato superato; una convinzione che pare condivisa dall’Ayatollah al-Sistani, come riporta Sabrina Tavernise del New York Times. Ma il suggerimento di Kerry indica che tra gli americani la tentazione di affidare alla guerra civile le sorti della resistenza all’occupazione è forte.
• J.F. Kerry, The Speech the President Should Give [NY Times]
• L. Roug, Islamic Law Controls the Streets of Basra [LA Times]
•
T. Lasseter, Sunni men in Baghdad targeted by attackers in
police uniforms[Knight Ridder]
•
P. Beaumont, War of the mosques is shattering Iraq's hopes
[Guardian]
• S. Tavernise, Top Shiite Cleric Hints at Wider Voting Role for Sunnis [NY Times]
27 giugno 2005
Elezioni all'americana
• West views Iran's president-elect with concern [Reuters]
• K.L. Afrasiabi, The ayatollah's new reign [Asia Times]
• J. Cole, Ahmadinejad Uses Bush's Tactics [Juancole]
A proposito di sovranità
• A. Liptak, Experts Doubt C.I.A. Operatives Will Stand Trial in Italy [NY Times]
• U.S. Plans Expansion of Crowded Iraq Prisons [Los Angeles Times]
24 giugno 2005
Guerra alla droga.
La prossima settimana il Congresso degli Stati Uniti dovrà votare il rifinanziamento del cosiddetto Plan Colombia. Iniziato sotto la presidenza Clinton e ampliato sotto quella Bush, il piano ha come obiettivo la guerra alla droga, in particolare attraverso l'eradicazione delle coltivazioni di coca. Dei 4 miliardi di dollari finora erogati, circa l'80% è andato in realtà in aiuti militari di un qualche tipo. John Otis riporta dei forti dubbi che circolano tra le agenzie federali americane sull'efficacia del programma, nonostante la Casa Bianca parli invece di successo; dubbi che hanno spinto i parlamentari americani a chiedere di fare luce prima del voto. L'opinione condivisa da molti osservatori, come racconta Duroyan Fertl, è che sotto la copertura di una crociata moralizzatrice gli Stati Uniti stiano combattendo tutt'altra guerra: mantenendo una presenza militare nel continente proprio ai confini del Venezuela, aiutando il governo di Uribe a continuare la guerra civile che dilania la Colombia da trent'anni, forzando la migrazione di vasti strati di popolazione indigene (sottoponendole a continue e devastanti irrorazioni aeree di materiali chimici attuate per distruggere le piantagioni di coca) da aree ricche di materie prime, petrolio in particolare. Una conferma dell'ipocrisia che colora l'iniziativa americana è arrivata puntuale dopo la votazione, in Colombia, della "Legge di Giustizia e Pace", che prevede lo scioglimento delle milizie paramilitari (AUC) in cambio dell'impunità per i loro comandanti. Il Dipartimento di Stato americano elenca l'AUC tra le organizzazioni terroriste da combattere e la Drug Enforcement Agency elenca 18 dei comandanti dell'AUC tra i maggiori trafficanti di cocaina al mondo. Ma tutto ciò, come nota Juan Forero, non ha impedito all'ambasciatore americano William Wood di congratularsi per l'approvazione della legge.
• Plan Colombia up for a vote [Working for change]
• AFP, Colombia's success 'vital' to US: Clinton [Yahoo! News]
• J. Otis, Drug war in Colombia: is there any progress? [Houston Chronicle]
• D. Fertl, Colombia: Washington's other oil war [The Green Left Weekly]
• J. Forero, New Colombia law grants concessions to paramilitaries [The New York Times]
• G. Leech, An unjust demobilization [Colombia Journal]
E dall'Afghanistan, Baldauf e Bowers riportano di un altro successo dei crociati nella guerra alla droga.
• S. Baldauf e F. Bowers, Afghanistan riddled with drug ties [Christian Science Monitor]
Commenti preventivi al discorso di T.B.
• W. Pfaff, EU's problem with 'no' [IHT]
• P. Watson, The wages of fundamentalism [IHT]
• J. Rifkin, Capitalism's future on trial [Guardian]
• Less mouth, more money [Guardian]
• P. Webster, Chancellor tells Europe: Get real [Times]
23 giugno 2005
Un discorso inutile.
• Blair's European speech [BBC]
• L'Europe moderne [Le Monde]
Il nuovo Far West.
La Federal Reserve li ha indicati come i più grossi prelievi della sua storia: 2.5 miliardi di dollari il 22 Giugno 2004 e altri 1.5 miliardi tre giorni dopo, in mazzette da 100 dollari, destinazione Iraq, su richiesta della Coalition Provisional Authority del vicerè Paul Bremer. Fatti a pochi giorni dal passaggio di consegne al governo provvisorio iracheno, queste due tranche sono state il culmine di una lunga serie di pagamenti iniziata nell'Aprile 2003, in tutto quasi 20 miliardi di dollari provenienti dai conti iracheni congelati negli Stati Uniti. Quello che l'indagine di Henry Waxman, combattivo deputato della California e uno dei pochi ad avere votato contro la guerra, ha rivelato è impressionante: soldi letteralmente spariti o abbandonati in sacchi nei palazzi ministeriali di Baghdad, soldi pagati a dipendenti fantasma, la certificazione dei pagamenti affidata ad una società di San Diego che aveva sede in una casa privata, ispettori del Pentagono e del Dipartimento di Stato che hanno avallato le truffe delle società appaltatrici americane e hanno occultato i documenti agli ispettori dell'ONU. Un vero assalto alla diligenza, al cui confronto lo scandalo relativo al programma Oil for Food svanisce. E' un ulteriore tassello dell'offensiva democratica di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi (Contropagina 17 e 20 Giugno), a cui appartiene anche l'iniziativa del Senatore Carl Levin, che minaccia di bloccare la nomina del nuovo vice di Rumsfeld se prima non vengono dati alla commissione parlamentare tutti i documenti richiesti fin dal Giugno 2003. Oggetto dell'inchiesta: con quali mezzi e a quale scopo l'ufficio di pianificazione del Pentagono abbia inventato e diffuso la balla del collegamento tra al-Qaeda e l'Iraq di Saddam Hussein. Una balla che purtroppo è diventata una profezia. Su uno sfondo di attentati e vendette reciproche fra Sunniti e Sciiti, la CIA infatti avverte che l'Iraq si è trasformato in una vera e propria università del terrorismo: la guerriglia urbana, gli attentati, le torture si possono imparare direttamente sul campo e, sembra, in misura maggiore e con addestramento migliore che in Afghanistan al tempo dei talebani. Un exploit ragguardevole della guerra al terrorismo.
• S. Pleming, US was big spender in days before Iraq handover [Reuters / Washington Post]
• H. Waxman, Hearing statement on US mismanagement of Iraqi funds [Government Reform Minority Office]
• Government Reform Minority Office, US mismanagement of Iraqi funds [US House of Representative]
• B. Graham, Senator may block successor to defense policy chief Feith [Washington Post]
• J. Fleishman e A. Waguih, Iraqi security tactics evoke the Hussein era [Los Angeles Times]
•
D. Jehl, Iraq may be prime place for training of militants,
CIA report concludes [The New York Times]
22 giugno 2005
Opinioni diverse sul petrolio
Lunedì scorso il petrolio ha registrato un
nuovo massimo a 59.37 dollari; e questo nonostante le scorte siano ai massimi
degli ultimi sette anni. Un fatto per nulla incoerente secondo i sostenitori
della teoria del "peak oil", anzi, una conferma che il famoso punto di picco
della produzione mondiale è nelle vicinanze. Dopo scienziati, analisti, e
produttori (Contropagina 30 Maggio), anche il governo francese ha fatto proprio
questo scenario: per loro, l'ipotesi più probabile è che l'anno di picco sarà il
2013. Anche Matthew Simmons e Thane Peterson, pur non facendo riferimento a date
precise, danno credito alla teoria della scarsità e invitano governi e industrie
a prepararsi per tempo. Il primo sottolinea che l'elevata competizione per le
risorse energetiche aumenterà i rischi di guerra, ma ritiene anche che i paesi
consumatori avranno l'occasione per razionalizzare l'uso dell'energia nei
processi produttivi e nei trasporti. Della necessità di aumentare l'efficienza
nei trasporti parla in particolare Peterson. Su un fronte opposto si schierano
invece un prestigioso centro di ricerca e consulenza americano del settore, il
Cambridge Energy Research Associates, e un imprenditore dell'Alabama. Secondo il
CERA, i prezzi del petrolio elevati hanno reso profittevole l'utilizzo di
tecnologie che consentono di estrarre i cosiddetti "olii non convenzionali":
sarà questa nuova produzione a far sì che entro il 2010 l'offerta sarà
significativamente superiore alla domanda, rimandando in là nel tempo il
problema della scarsità. George Crispin riprende invece la cosiddetta "teoria
abiotica" sulla formazione del petrolio: studiata fin dalla fine degli anni
quaranta dalla comunità scientifica russa, essa ipotizza l'origine non biologica
del petrolio, che sarebbe invece una sostanza creatasi durante la formazione
della Terra. Il petrolio sarebbe allora presente in grande abbondanza negli
strati più interni del pianeta e i continui movimenti tellurici ne
provocherebbero la graduale ma continua fuoriuscita. Nessuna crisi in vista,
dunque, secondo Crispin, che riporta in realtà l'opinione dello scienziato
americano Thomas Gold. La ragione per cui in Occidente la teoria non viene
applicata sarebbe semplicemente per il prevalere della "cultura del terrore",
che in questo caso fa gli interessi delle multinazionali del petrolio.
• Reuters, Oil hits record, demand attract funds [The New York Times]
•
A.
Porter, 'Peak oil' enters mainstream debate [BBC News]
•
Autori Vari, L'industrie pétrolière en 2004 [Ministère
de l'Economie, des Finances et de l'Industrie]
• M. R. Simmons, The coming Saudi oil crisis [Counterpunch]
• T. Peterson, Energy: ignoring the obvious fix [Business Week]
•
CERA, Oil & liquids capacity to outstrip demand until at
least 2010 - Press release [Cambridge Energy Research
Associates]
•
G. Crispin, Learning about crude oil [LewRockwell.com]
Sharon, Abu Mazen and Rice
• Israel resumes assassination policy versus militants [Reuters]
•
A. Shlaim, Withdrawal is a prelude to annexation
[Guardian]
•
Israel to build 700 new settler homes [Aljazeera]
21 giugno 2005
Bolton e l'Iran.
Per la seconda volta in meno
di un mese la maggioranza repubblicana al Senato ha fallito la conferma di John
Bolton ad ambasciatore all'ONU. Ma invece di fare marcia indietro, Bush sembra
intenzionato a forzare la mano. Come spiega Fred Kaplan, il presidente potrebbe ricorrere
ad una norma della costituzione americana che gli consente, qualora il senato
sia in ferie, di effettuare nomine senza l'obbligo della successiva conferma
senatoriale: l'occasione si presenterebbe già il prossimo 4 Luglio. Kaplan
ricorda anche come, da Reagan in poi, questa clausola sia stata utilizzata
sempre più come strumento di parte invece che come garanzia del buon
funzionamento della macchina governativa. E' verosimile che l'insistenza
dimostrata da Bush sia legata alle vicende iraniane. Del vero ruolo di John
Bolton parla Jude Wanniski, il quale accenna anche ai tempi di un'eventuale
azione preventiva (leggi: bombardamento) sul reattore nucleare di Busher,
un'azione da attuare prima che questo sia alimentato dal combustibile nucleare
fornito dalla Russia. Scott Ritter, ex-ispettore dell'ONU in Iraq, estende la
tesi di Wanniski e sostiene che i preparativi per una guerra all'Iran sono già in
fase operativa; traccia poi un paragone calzante con quanto Stati Uniti e Gran
Bretagna hanno attuato in Iraq nei sei mesi precedenti l'attacco ufficiale e
individua nell'Azerbajian, antica provincia iraniana, una possibile pedina del
nuovo risiko. In questo quadro di avvertimenti diplomatici e di preparativi
bellici si spiega il risultato delle elezioni iraniane; l'alta partecipazione e
la vittoria dei conservatori rappresentano infatti una reazione alle minacce
americane. Un'espressione di maturità politica dunque le elezioni, secondo Safa
Haeri, che sottolinea la scarsa credibilità dei riformisti dopo anni di governo
inconcludente e lo schiaffo ai dissidenti, che, sostenuti dalla propaganda e dai
denari americani, si erano battuti per il boicottaggio.
•
F.
Kaplan, Still ticking? [Slate]
•
J.
Wanniski, The Bush-Bolton plan to bomb Busher [Wanniski.com]
•
S. Ritter, The US war with Iran has already begun [Aljazeera]
• S. Haeri, Iranians do it their way [Asia Times]
Europa e America.
• Bush seeks 'strong' Europe as partner [Yahoo/AFP]
•
EU, U.S. to push for wider debt relief for Iraq
[Reuters]
•
EU-US Declaration on the 60th Anniversary of the Signing of
the San Francisco Charter
[White House]
• EU, US jointly declare war on weapons of mass destruction [Unspun]
• W. Pfaff, The Atlantic just got wider [IHT]
20 giugno 2005
Ancora sui democratici americani.
• P.J. Buchanan, Upheaval Ahead [AntiWar]
•
J. Conyers, Pravda on the Potomac [LewRockwell]
•
R. Parry, Mocking the Downing Street Memo [CommonDreams]
• Mark Danner on Smoking Signposts to Nowhere [TomDispatch]
• Did George W. Bush Steal America's 2004 Election? [Truthout]
Oro ed euro: perchè è importante la stabilità del loro rapporto.
Nel corso della settimana passata, che ha visto
fra l'altro un disavanzo record della bilancia delle partite correnti
americana, il prezzo dell'oro è salito. Il movimento è significativo (+6% e +9%
in termini, rispettivamente di dollaro e di euro) anche perchè è la prima volta
da molto tempo che avviene nei confronti di tutte le principali valute: dollaro,
euro e yen. In precedenza, infatti, l'aumento del prezzo dell'oro aveva per lo
più riflesso il deprezzamento del dollaro, e prova ne era che il suo prezzo in
euro era rimasto sostanzialmente stabile dal 2001 in poi, in una fascia compresa
tra i 300 e i 340 euro per oncia. Diversi studiosi ritengono che l'oro sia il
metro di misura più affidabile per valutare le prospettive inflazionistiche di
un paese e più in generale i rischi finanziari. La ragione principale risiede
nel fatto che l'oro, come nota Marshall Auerback, a differenza delle attività
finanziarie non rappresenta un debito. Un fatto non trascurabile in un mondo che
accumula con sistematicità debiti di ogni genere. Si possono ipotizzare diverse
ragioni per cui l'oro si stia apprezzando, alcune più strutturali - la continua
crescita dei debiti per Stati Uniti e Giappone - altre più transitorie - le
attuali incertezze sulle prospettive dell'Europa; quella che tuttavia appare
come la novità, secondo Auerback, è che la visione dell'oro quale indicatore di
rischio sia sempre più condivisa dalle autorità monetarie. In una conferenza del
Marzo 1997, Robert Mundell, Premio Nobel per l'economia nel 1999 e ardente
sostenitore dei benefici che derivano dalle unioni monetarie, ripercorre la
storia dell'oro dai tempi dell'antichità e sottolinea che un sistema finanziario
internazionale fondato sull'oro sia sostenibile solo in un quadro politico
caratterizzato da un equilibrio multipolare. Alla singola superpotenza è infatti
difficile rinunciare al cosiddetto pasto gratis che deriva dal fatto di vedere
riconosciuto alla propria moneta il ruolo di strumento di riserva. Mundell
ritiene anche che l'euro - che all'epoca dell'intervento non era ancora nato -
riuscirà entro il 2010 ad assumere tutte le caratteristiche di una moneta di
riserva, in competizione con il dollaro, grazie alle dimensioni economiche
dell'area e alla preferenza naturale che le aree limitrofe all'Europa - a
partire dall'ex-Unione Sovietica e dal Medio Oriente - accorderanno all'euro;
una previsione che i dati di questi ultimi anni hanno confermato. Se, come
appare probabile, il deprezzamento dell'euro rispetto all'oro riflette le
vicende e i dissidi politici delle ultime settimane, esso è un ulteriore segnale
che non basta l'integrazione economica a rendere desiderabile e solida nel tempo
una moneta, ma che è necessario procedere verso l'integrazione politica. Pur non
suggerendo un ritorno ad un sistema aureo tradizionale, Mundell invita l'Europa
e l'America a stabilizzare le proprie monete nei confronti dell'oro;
una condizione desiderabile per l'Europa e possibile solo agendo da pari a pari.
•
AFP, US debt deepens as current account deficit surges to record [Yahoo]
•
M. Auerback, Endgame for fiat currencies? [PrudentBear.com]
•
R. Mundell, The International Monetary System in the 21st
century: could gold make a comeback? [Wanniski.com]
17 giugno 2005
Risveglio democratico.
Il parlamento americano sembra finalmente riprendersi dal lungo shock dell'11 settembre e dare i primi segni di rigetto dei tranquillanti tipo la guerra al terrorismo. Ci sono almeno tre iniziative in ballo. Della prima parlano Bailey e Portillo del gruppo editoriale Knight Ridder: una trentina di deputati, tutti democratici, hanno organizzato un'audizione, alla quale hanno partecipato analisti e attivisti contro la guerra, per discutere le implicazioni dei cosiddetti memorandum di Downing Street, cioè dei documenti pubblicati dal Sunday Times (Contropagina del 14 giugno). La riunione si è conclusa con la decisione di presentare alla Camera dei Rappresentanti la richiesta di un'indagine preliminare all'avvio di una procedura di impeachment nei confronti di Bush. Commondreams riporta poi il testo dell'intervento di uno degli invitati, il giornalista freelance Greg Palast, il quale chiede alla Camera di fare luce su una serie di incontri avvenuti tra il 2001 e il 2003 fra esponenti del governo e delle compagnie petrolifere, dove si sarebbe discusso della spartizione del bottino di guerra. Hendren e Cho del Los Angeles Times riferiscono della presentazione da parte di un gruppo di deputati bipartisan di una mozione che chiede al governo di presentare entro la fine dell'anno un programma di ritiro delle truppe dall'Irak, da iniziare non più tardi dell'ottobre 2006. Una richiesta analoga è stata introdotta come emendamento a una legge di spesa per la difesa da un altro gruppo di deputati. Infine Tom Regan del Christian Science Monitor riporta i commenti alla notizia di una votazione alla Camera che, a sorpresa, dato che la maggioranza è repubblicana, elimina dal contestato Patriot Act il comma che consente agli agenti federali di avere accesso ai dati di biblioteche pubbliche e librerie per conoscere le abitudini dei lettori.
• Bailey e Portillo, Bush pressed to answer `Downing Street Memo' questions [Knight Ridder]
•
G. Palast, The Other 'Memos' from Downing Street and Pennsylvania Avenue
[Commondreams]
•
Hendren e Cho, War Criticism and Concerns Both Growing
[Los Angeles Times]
• Tom Regan, House votes to repeal part of USA Patriot Act [The Christian Science Monitor]
La riconferma di El Baradei
• M. Picard, The United States accepts El Baradei's re-election as head of the IAEA [Le Figaro / Truthout]
• Editoriale, Bolton's first defeat [Los Angeles Times]
• Saudi Arabia vows to cooperate with IAEA [Aljazeera]
l governo americano da un lato ha incassato la nomina di El Baradei, dall'altro ha nominato Robert Joseph nuovo sottosegretario per il controllo degli armamenti e per la sicurezza internazionale. Si tratta di un altro oltranzista, che addirittura sostiene la necessità per gli Stati Uniti di sviluppare nuove armi nucleari allo scopo di prevenire la proliferazione delle medesime in altri paesi, come riferisce Tom Barry dell'international Relations Center.
• T. Barry, Nulcear warrior replaces John Bolton as arms controlo chief [International Relations Center]
Haiti precipita
• AP, Peace Corps suspends Haiti operations [CNN / Haiti News]
• J. Lobe, Haiti: another regime change in trouble [Inter Press Service]
• nternational Crisis Group, Spoliling security in Haiti [ICG]
• L. Birns e J. Leight, Haiti - Life since the coup [Council On Hemispheric Affairs]
16 giugno 2005
Le elezioni iraniane.
Domani in Iran si vota per le presidenziali e la Reuters riferisce che i sondaggi non danno un vincitore al primo turno: la competizione fra il favorito, il centrista Rafsanjani, il riformista Moin e i conservatori si è rivelata infatti più aperta del previsto. Il politologo Hadi Semati su Foreign Policy osserva che dopo le delusioni della presidenza Khatami ci si aspettava una campagna elettorale apatica e rassegnata, invece essa ha mostrato una vivacità e una partecipazione sorprendenti, anche per le inaspettate divisioni all'interno del movimento conservatore. Per Semati questa campagna è già di per sè un successo, indipendentemente da chi sarà il vincitore. Di diverso avviso sono gli attivisti dell'esportazione della democrazia, alle ufficiose dipendenze del Dipartimento di Stato, che invitano gli iraniani a non votare. Le loro ragioni sono esposte sul canadese Globe and Mail: in sostanza, rispetto ai casi da manuale di Georgia e Ucraina, a Teheran non è possibile occupare le piazze e magari dare l'assalto al parlamento, dunque le elezioni non sono valide. Nel mondo forgiato dalla volontà di potenza di George Dabliu Bush può anche succedere che gli antidemocratici ayatollah invitino a votare e i democratici americani ad astenersi, come Rutelli.
• E. Blair, Campaign ends in Iran's presidential race [Reuters]
•
H. Semati, The Vote That Roared
[Foreign Policy]
• Melia e Memarsadeghi, Iran's elections is a fraud [Globe and Mail]
Europeismo britannico
• J. Ashley, This bout of Eurobashing is shameful and dangerous [The Guardian]
• A. Woodcock, Big Majority Backs Key Parts of Euro Constitution - Survey [The Scotsman]
• Reform in Europe after the 2005 Referendums: Battling for the Results [The Foreign Policy Centre]
15 giugno 2005
In attesa del Consiglio Europeo.
Alla vigilia del vertice di Bruxelles, la Gran Bretagna offre due importanti contributi all'approfondimento dei temi europei. Il discorso fatto da Peter Mandelson, Commissario al Commercio, alla Fabian Society di Londra esprime al meglio i pregi e i limiti della posizione blairiana. Da un lato, infatti Mandelson afferma la necessità dell'Europa e delle istituzioni politiche che la governano, dall'altro, parla solo della globalizzazione, dell'economia e della questione sociale; l'unico accenno alla politica estera è per ribadire l'opportunità dell'allargamento. Il tono appassionato si coniuga con la lucidità dell'analisi; ne esce un'interpretazione corretta del No franco-olandese, una precisa diagnosi dei mali dell'Europa, l'indicazione di rimedi che mitigano il cosiddetto liberismo anglosassone con la preoccupazione per un'adeguata protezione sociale. Un discorso rivolto in particolare ai giovani, ai quali ha ricordato che la pace e gli altri benefici di un continente unificato non sono irreversibili. Ai limiti di Mandelson rimedia Jonathan Steele sul Guardian, il quale sottolinea l'importanza del sistema parlamentare europeo, contrapposto al modello presidenziale americano, e la necessità di una politica estera comune, la cui prima manifestazione dovrebbe essere la richiesta di scioglimento della NATO, un patto di difesa anacronistico e che oggi funge solo da fattore di pressione americana sull'Europa. Insomma, agli animal spirits dell'economia, Steele antepone quelli della politica. Farne a meno significa infatti sottomettersi agli Stati Uniti.
• P. Mandelson, Building a new consensus in Europe [The Fabian Society]
•
J. Steele, A new kind of Europe [Guardian]
L'agenda del prossimo Consiglio prevede molti punti all'ordine del giorno, ma il primo - la discussione sul budget 2007-2013 - è destinato a occupare una posizione centrale, anche se, viste le premesse, non necessariamente si giungerà ad un'accordo. La nota della BBC elenca i problemi relativi al bilancio europeo, spiegando con semplicità come si forma, quali risorse assorbe, e dove queste vengono spese; inoltre affronta la questione tecnica del ristorno di cui gode la Gran Bretagna dal 1984 e che in questi giorni è al centro dello scontro tra Blair e Chirac. Un altro modo per nascondere le vere questioni sul tappeto, che non sono di natura tecnica ma politica.
• Consiglio dell'Unione Europea, Provisional agenda of the European Council - 16-17 June 2005 [Presidenza lussemburghese del Consiglio dell'Unione Europea]
• AFP, EU braces for crunch summit with no deal in view [EU Business]
• Q&A: EU budget rows [BBC News]
Irak: le forze irregolari
• Steve Fainaru e Anthony Shadid, Kurdish Officials Sanction Abductions in Kirkuk [Washington Post]
• Shootings may lead to security guard curb [The Daily Telegraph]
• Deborah Avant, Think Again: Mercenaries [Foreign Policy]
14 giugno 2005
Nuove prove a carico di Bush e Blair.
Con la pubblicazione da parte del Sunday Times di una seconda serie di documenti diventa ancor più evidente che il casus belli contro l'Iraq è stato fabbricato a tavolino. Essi riguardano gli incontri tra esponenti del governo e dell'intelligence inglese e completano il quadro descritto dai cosiddetti British Briefing Papers circolati lo scorso Settembre e dal documento pubblicato all'inizio di maggio sempre dal Sunday Times. Il quadro è quello che sia Blair, sia Bush hanno sempre negato: nel Luglio 2002 il governo inglese era a conoscenza delle intenzioni americane di scatenare la guerra a Saddam ad ogni costo, e ministri e funzionari di alto rango furono invitati a predisporre materiale utile a catturare il favore del pubblico, nonostante la pressochè completa assenza di indizi o prove che dimostrassero il coinvolgimento di Saddam in atti di terrorismo o il suo possesso di armi di distruzione di massa. Da uno dei due documenti, sul quale si sofferma il Washington Post, emerge inoltre la preoccupazione dell'intelligence britannica per l'assoluta mancanza di pianificazione del dopoguerra da parte americana, un fatto che, in caso di sviluppi negativi, avrebbe nuociuto agli interessi inglesi nell'area. Si tratta ovviamente di documenti che oltre a Blair, che ne ha già sofferto elettoralmente, possono mettere in grave difficoltà Bush. Infatti negli Stati Uniti l'opinione pubblica ha cominciato a muoversi con raccolte di firme e altre iniziative, e ora 89 congressmen del Partito Democratico, molti dei quali avevano votato a favore della guerra, hanno deciso di fare chiarezza sulla vicenda attraverso una commissione d'indagine. Gli elementi per una procedura di impeachment ci sono tutti.
• The secret Downing Street memo [Times Online, 1/5/2005]
•
Cabine Office paper: Conditions for military actions [Times
Online, 12/6/2005]
•
Full text of British Briefing Papers revealed more evidence
inel was fixed [ThinkProgress.org / Truthout.org]
•
W. Pincus, Memo: US lacked full postwar Iraq plan
[Washington Post]
•
M. Metha, Downing Street directive [AlterNet]
La cosa sorprendente di questa
storia è che a pubblicare i documenti segreti sia stato un
giornale del gruppo Murdoch, un editore notoriamente vicino
a Bush e che ha appoggiato la guerra. Dei suoi rapporti con
Blair parla Martin Kettle: in sostanza, Murdoch avrebbe
avuto un ruolo importante nel raffreddare il già tiepido
entusiasmo europeista di Blair. C'è stato altro tra i due?
E' sempre l'Europa il pomo dell'eventuale discordia? Intanto
Peter Mandelson, commissario europeo e fedelissimo di Blair,
invita il primo ministro inglese a una posizione più
europeista e meno unilaterale.
• M. Kettle, Rupert Murdoch may be the man who saved Europe [Guardian]
•
Blair rejects rebate freeze plan [BBC News]
•
AFP, Le commissaire britannique européen Peter Mandelson
appelle Londre à faire un geste [Le Monde]
Sanzioni all'Uzbekistan?
• EU gives Uzbekistan deadline, threatens sanctions [Reuters]
•
U.S. Opposed Calls at NATO for Probe of Uzbek Killings
[Washington Post]
•
J. Raimondo, Solzhenitsyn's Maxim [AntiWar]
13 giugno 2005
L'Africa e
l'Occidente (o Il debito africano)
L'accordo tra i ministri
del G8 sulla cancellazione del debito dei paesi più poveri è avvenuto più sulla
linea degli americani che su quella inglese. Raymond Copson spiega le differenze
tra le due posizioni: questa appare più ambiziosa, quella americana è invece più
pratica: cancellazione piena e immediata del debito dovuto alle istituzioni
finanziarie internazionali (IIF) e eventuale concessione di nuovi finanziamenti
solo sotto forma di sussidi, e non di prestiti. I critici vedono in questo
secondo approccio un indebolimento della Banca Mondiale, che, attraverso la
continua concessione di sussidi verrebbe a poco a poco depauperata delle proprie
riserve senza alcuna garanzia che i paesi azionisti la rifinanzino
adeguatamente. Una critica analoga a quella che circola negli Stati Uniti a
proposito di come l'Amministrazione Bush si comporta nei confronti del sistema
pensionistico e di quello sanitario: per disfarsi dell'assistenza pubblica, la
cosa migliore è prosciugarne le risorse. Celia Dugger del New York Times e
Abraham McLaughlin del Christian Science Monitor sottolineano che l'intesa
raggiunta a Londra soddisfa pochi e solleva molte domande. Anzitutto per le
dimensioni: le misure riguardano solo il 15% del debito dei paesi africani e
impegnano poco più del 2% di quanto ogni anno i paesi occidentali versano in
aiuti internazionali (Contropagina 1 Giugno); poi, nonostante i proclami, i
paesi che fruiranno della cancellazione del debito sono quelli che hanno già
raggiunto i livelli di alcuni indicatori economico-finanziari previsti da una
precedente iniziativa del 1996 (HIPC Initiative); infine, dall'accordo sono
esclusi i paesi più importanti, alcuni anche ad elevato rischio di crisi
finanziaria, come la Nigeria. In ogni caso, la riduzione degli esborsi di cui
fruiranno nel complesso i paesi africani (circa 1.5 milardi di dollari all'anno
per i prossimi 25 anni) rappresenta un primo passo; il successo del Ghana indica
tuttavia come la transizione sia molto difficile. Ma come affrontare i problemi
strutturali o meglio la sostenibilità economica dello sviluppo, primo fra tutti
quello della creazione di una classe media imprenditoriale? A questo non
sembrano per ora dare granchè peso i paesi occidentali, più preoccupati
di difendere gli interessi dei propri agricoltori, a danno delle esportazioni
agricole africane. Toni molto critici, conditi di ironia, arrivano anche da Mick
Hume, che considera ormai membri permanenti del G8 anche gli U2 e i Pink Floyd. Hume
mostra in maniera convincente come dall'aiuto umanitario all'impero il passo sia
breve: si tratta di due modi di arrogarsi il diritto di spiegare all'Africa
quale sia la strada migliore dello sviluppo, senza chiedere il loro parere.
• Cautious welcome for G8 debt deal [BBC News]
•
R.
Copson, Africa, G8, and the Blair initiative
[Congressional Research Service - The Library of Congress]
•
C. W. Dugger, Debt deal: a complicated victory
[The New York Times / International Herald Tribune]
•
A. McLaughlin, What debt relief means for Africa
[Christian Science Monitor]
•
Ghana sets an example
[The New York Times / International Herald Tribune]
•
M. Hume, Africa: a stage for political poseurs
[Spiked]
• A.B. Yehoshua, Il ritiro da Gaza è una fuga [LaStampa]
• Sharon expresses satisfaction over pace of pullout preparations [Haaretz]
• A. de Borchgrave, Leaving well enough alone [Washington Times]
• D. Shulman, You have to imagine what it feels like [EI]
Anniversari
• Re-Reading the Pentagon Papers [Counterpunch]
• The Pentagon Papers [NSA]