28 giugno 2005

 

Un Tribunale per l'Iraq

Sul modello del Bertrand Russell International War Crimes Tribunal on Vietnam (del 1967), si è costituito a Istambul il World Tribunal on Iraq (WTI), con l'intento di 'processare' e 'giudicare' i responsabili dei crimini di guerra commessi in Iraq.
A comporre il 'jury of conscience' sono stati chiamati, fra gli altri, giuristi, ex funzionari ONU e letterati delle più diverse provenienze. Fra gli ultimi spicca il nome della scrittrice indiana Arundhati Roy. Tra i sostenitori del Tribunale vi sono alcune diecine di gruppi e sigle generalmente riconducibili all'area dei 'movimenti' ed in particolare al Forum Sociale Internazionale di Porto Alegre. Naturalmente, il Tribunale non ha alcuna legittimità, come ammettono gli stessi giudici (our legitimacy will be earned as we proceed to achieve the aims stated in this document) e la stessa composizione e provenienza della giuria assicurano che le sue attività saranno bollate come propaganda dagli 'imputati' (G.W. Bush, T. Blair, ma anche S. Berlusconi).
Tuttavia, in quanto si prefigge di "establish the facts about what happened in Iraq and to inform the public about the crimes against peace, war crimes and crimes during the occupation, about the real goals behind this war and the dangers of this War logic for world peace. It is especially important to break the web of lies promulgated by the war-coalition and its imbedded press", non si può negare che si tratti di un'iniziativa lodevole. Di particolare interesse è specialmente la testimonianza di Hans von Sponeck, ex amministratore del programma oil for food, nella quale sono chiaramente delineate le responsabilità non solo del Consiglio di Sicurezza, ma anche del Segretario Generale dell'ONU.

•  B. Smith, The "Tribunal Movement" Holds Court in Istanbul [Truthout]

•  World Tribunal on Iraq [WTI]

•  A. Roy, The Most Cowardly War in History [Truthout]

•  H. von Sponeck, The Conduct of the UN Before and After the 2003 Invasion [Commondreams]

Spiace solo per il silenzio dei nostri mass-media. Eppure la straordinaria recita di Powell al Consiglio di Sicurezza, con le sue fialette di polverina bianca, meriterebbe davvero di essere ricordata. Del resto, salvo casi rarissimi, bisogna dire che neppure le numerose analisi di giuristi italiani (fra i quali alcuni nomi di particolare autorevolezza), sull'illegalità della guerra e i dubbi sollevati sulla legalità della partecipazione italiana all'occupazione, hanno mai trovato alcuno spazio, al di fuori di ambiti piuttosto ristretti.

•  G. Azzariti, La guerra illegittima [Costituzionalismo]

•  G. Ferrara, Ripudio della guerra, rapporti internazionali dell’Italia e responsabilità del Presidente della Repubblica. Appunti.[Costituzionalismo]

•  C. Di Turi, La guerra in Iraq e il diritto internazionale [AIC]
 

 

Più realista dell’imperatore.

Stasera parla Bush nel tentativo di ribaltare gli umori di un’opinione pubblica sempre più contraria alla guerra. L’aspirante commander in cif John Kerry interviene così sul New York Times per dare qualche suggerimento interessato al rivale, il più sorprendente dei quali è di utilizzare –in attesa che venga pronto l’esercito regolare- le milizie tribali, religiose ed etniche di cui l’Irak abbonda. E’ possibile un invito più esplicito alla guerra civile? Forse il modello di Kerry è Bassora, dove le milizie sciite, come racconta Louise Roug del Los Angeles Times, hanno il controllo della polizia e della città, alla quale impongono una ferrea legge islamica. A Baghdad, dove il rituale degli attentati suicidi nasconde l’operato di una polizia al servizio di interessi settari, sarà un’altra storia; Tom Lasseter del gruppo editoriale Knight Ridder ha indagato sui casi di centinaia di sunniti vittime della giustizia sommaria dei cosiddetti apparati dello stato. Alla guerra civile a Baghdad è dedicato anche l’articolo di Peter Beaumont dell’Observer; la sua è una descrizione dei cambiamenti psicologici che caratterizzano i rapporti tra le due comunità, di come il sospetto si insinui nelle famiglie e nelle amicizie. Beaumont ritiene tuttavia che il punto di non ritorno non sia stato superato; una convinzione che pare condivisa dall’Ayatollah al-Sistani, come riporta Sabrina Tavernise del New York Times. Ma il suggerimento di Kerry indica che tra gli americani la tentazione di affidare alla guerra civile le sorti della resistenza all’occupazione è forte.

•  J.F. Kerry, The Speech the President Should Give [NY Times]

•  L. Roug, Islamic Law Controls the Streets of Basra [LA Times]

•  T. Lasseter, Sunni men in Baghdad targeted by attackers in police uniforms[Knight Ridder]
•  P. Beaumont, War of the mosques is shattering Iraq's hopes [Guardian]

•  S. Tavernise, Top Shiite Cleric Hints at Wider Voting Role for Sunnis [NY Times]

 


 

27 giugno 2005

 

Elezioni all'americana

La Reuters riferisce che le prime dichiarazioni del nuovo presidente iraniano sono nel segno della continuità, che secondo gli analisti Ahmadinejad si concentrerà inizialmente sull'agenda domestica, che i governi occidentali sono preoccupati e si aspettano un peggioramento dei rapporti con Teheran. Sono fondate queste preoccupazioni? Per Kaveh Afrasiabi, sì: Ahmadinejad rappresenta senza mezzi termini un ritorno al khomeinismo. L'autore tuttavia aggiunge che gli Stati Uniti, oltre a preoccuparsi, dovrebbero recitare il mea culpa: è stata infatti l'aggressione all'Irak e il susseguirsi di minacce che hanno preceduto le elezioni a determinare la sconfitta del movimento riformista. Naturalmente, il mea culpa sarebbe valido se la volontà di promuovere la democrazia fosse autentica. Dato che il clima di guerra favorisce gli esaltati, Bush e Ahmadinejad si sostengono a vicenda. Partendo da questa osservazione, Juan Cole scopre che le affinità fra i due personaggi e fra  le rispettive campagne elettorali sono molte, alcune delle quali, aggiungiamo noi, li accomunano a Berlusconi. Cole denuncia poi i tentativi della stampa americana di declassare le elezioni iraniane, il più clamoroso dei quali ha visto protagonista Michael Ledeen, che ha inventato la balla di due milioni di votanti fatti affluire dal Pakistan. Riguardo ai possibili brogli e alla limitata scelta di candidati, la conclusione di Cole è lapidaria: il sistema americano è forse migliore?

•  West views Iran's president-elect with concern [Reuters]

•  K.L. Afrasiabi, The ayatollah's new reign [Asia Times]

•  J. Cole, Ahmadinejad Uses Bush's Tactics [Juancole]

 

 

A proposito di sovranità

La previsione (facile) del New York Times è che i 13 spioni accusati di avere rapito l'egiziano a Milano non saranno estradati, anche perché i servizi italiani erano informati. Se lo fossero veramente sarebbe interessante saperlo, come sarebbe interessante sapere se anche il governo lo fosse. Ma conferme su questo fronte sono improbabili, così come iniziative che dimostrino che siamo un paese sovrano. Visto che sono nostri amici, gli americani, perché non diamo loro in gestione anche le carceri? Siamo forse da meno degli irakeni (al governo)?

•  A. Liptak, Experts Doubt C.I.A. Operatives Will Stand Trial in Italy [NY Times]

•  U.S. Plans Expansion of Crowded Iraq Prisons [Los Angeles Times]

 


 

 

24 giugno 2005

 

Guerra alla droga.

La prossima settimana il Congresso degli Stati Uniti dovrà votare il rifinanziamento del cosiddetto Plan Colombia. Iniziato sotto la presidenza Clinton e ampliato sotto quella Bush, il piano ha come obiettivo la guerra alla droga, in particolare attraverso l'eradicazione delle coltivazioni di coca. Dei 4 miliardi di dollari finora erogati, circa l'80% è andato in realtà in aiuti militari di un qualche tipo. John Otis riporta dei forti dubbi che circolano tra le agenzie federali americane sull'efficacia del programma, nonostante la Casa Bianca parli invece di successo; dubbi che hanno spinto i parlamentari americani a chiedere di fare luce prima del voto. L'opinione condivisa da molti osservatori, come racconta Duroyan Fertl, è che sotto la copertura di una crociata moralizzatrice  gli Stati Uniti stiano combattendo tutt'altra guerra: mantenendo una presenza militare nel continente proprio ai confini del Venezuela, aiutando il governo di Uribe a continuare la guerra civile che dilania la Colombia da trent'anni, forzando la migrazione di vasti strati di popolazione indigene (sottoponendole a continue e devastanti irrorazioni aeree di materiali chimici attuate per distruggere le piantagioni di coca) da aree ricche di materie prime, petrolio in particolare. Una conferma dell'ipocrisia che colora l'iniziativa americana è arrivata puntuale dopo la votazione, in Colombia, della "Legge di Giustizia e Pace", che prevede lo scioglimento delle milizie paramilitari (AUC) in cambio dell'impunità per i loro comandanti. Il Dipartimento di Stato americano elenca l'AUC tra le organizzazioni terroriste da combattere e la Drug Enforcement Agency elenca 18 dei comandanti dell'AUC tra i maggiori trafficanti di cocaina al mondo. Ma tutto ciò, come nota Juan Forero, non ha impedito all'ambasciatore americano William Wood di congratularsi per l'approvazione della legge.

•  Plan Colombia up for a vote [Working for change]

•  AFP, Colombia's success 'vital' to US: Clinton [Yahoo! News]

•  J. Otis, Drug war in Colombia: is there any progress? [Houston Chronicle]

•  D. Fertl, Colombia: Washington's other oil war [The Green Left Weekly]

•  J. Forero, New Colombia law grants concessions to paramilitaries [The New York Times]

•  G. Leech, An unjust demobilization [Colombia Journal]

E dall'Afghanistan, Baldauf e Bowers riportano di un altro successo dei crociati nella guerra alla droga.

•  S. Baldauf e F. Bowers, Afghanistan riddled with drug ties [Christian Science Monitor]

 

 

Commenti preventivi al discorso di T.B.

Al tema dell'Europa-bicicletta, che Blair ha svolto con toni apocalittici, è dedicato l'articolo di William Pfaff, la cui opinione è che l'Europa debba invece fissare dei chiari confini e che questi debbano marcare una storia comune, un'identità. Il non averlo fatto, l'aver anzi tentato di de-europeizzare l'Europa in nome di astrazioni internazionaliste, è la causa principale del disastro referendario. Sulla stessa lunghezza d'onda, sebbene da un diverso punto di vista, si trova Peter Watson, sempre dalle colonne dell'IHT, che vede la storia europea caratterizzarsi per l'opposizione all'integralismo religioso. Non altrettanto si può dire degli Stati Uniti, dove il fondamentalismo ha radici profonde e, secondo l'autore, è la causa principale del rapido declino del primato scientifico di cui il paese ha goduto nella seconda metà del '900. Watson fa un quadro della ricerca europea meno disperato di Blair e conclude dicendo che l'ultima cosa di cui l'Europa ha bisogno è il fondamentalismo islamico, compreso quello made in Turkey.
Alla questione sociale, a proposito della quale Blair ha cercato di correggere la propria immagine, è dedicato l'articolo di Jeremy Rifkin. La sua posizione è nota ed è qui riproposta con passione: l'Europa rappresenta il punto più vicino all'equilibrio fra capitalismo e socialismo, che per lui è l'ideale da perseguire. Quindi miglioramenti sono possibili, ma senza perdere di vista l'obiettivo di tenere insieme lo spirito di intrapresa e la solidarietà sociale. Ancora sul Guardian, William Keegan contesta la bontà del modello britannico, i cui successi sarebbero dovuti ad una politica semplicemente più espansiva che sul continente, di cui si pagheranno le conseguenze. Keegan mette anche in evidenza i significativi progressi fatti in Europa nel senso di una riduzione dei sussidi all'agricoltura e giudica quindi inopportuno l'attacco di Blair. Un attacco che riflette la posizione di chiusura all'integrazione europea che il suo influente ministro Brown esprime senza vergogna, con chiarezza di intenti e confusione di argomenti.

•  W. Pfaff, EU's problem with 'no' [IHT]

•  P. Watson, The wages of fundamentalism [IHT]

•  J. Rifkin, Capitalism's future on trial [Guardian]

•  Less mouth, more money [Guardian]

•  P. Webster, Chancellor tells Europe: Get real [Times]

 

 


 

23 giugno 2005

 

Un discorso inutile.

Dunque, Blair giura di essere ancora europeista, di credere nell'Europa come progetto politico, ma ritiene che compito dell'Europa politica sia di promuovere istituzioni democratiche efficaci nello sviluppare politiche economiche e sociali nell'interesse comune. Da quest'ultima affermazione sembra di poter dedurre che un'Europa politica esista già per il fatto stesso che i governi si riuniscano per discutere insieme di mucche o di tecnologia -il che è vero- e che questa unità politica sia adeguata per raggiungere gli obiettivi di crescita economica e di competitività sul mercato mondiale -il che è stato vero per i primi cinquant'anni dell'Unione, ma non è detto che continui a esserlo per un'Europa in via di allargamento e in un mercato globalizzato. Della necessità o dell'opportunità di approfondire l'Europa politica, fino ad arrivare ad un Parlamento e ad un Consiglio nel pieno dei poteri legislativo ed esecutivo, non c'è accenno. Anzi c'è un mezzo accenno quando dice che occorre decidere misure per aumentare le capacità della difesa europea, naturalmente nell'ambito della NATO; ad esso segue però l'onesta constatazione che una politica di difesa senza politica estera non sta in piedi. Conclusione: But even without it, we should be seeing how we can make Europe's influence count. Se non ci sono le istituzioni bisogna insomma supplire con la volontà; forse sarebbe meglio dire con la buona volontà di sottomettersi alla politica anglo-americana, come fa Solana, l'unico personaggio citato nel discorso. Invece che di approfondimento, Blair parla con stile bushiano di modernisescion, ceing, strengz, ecc. E lo fa partendo dal giudizio sui referendum: la gente ha votato no perché non è contenta dello stato degli affari in Europa, ossia per la bassa crescita economica e l'alto numero dei disoccupati. Più o meno, il ragionamento degli elettori sarebbe stato il seguente: la costituzione viene proposta da signori -che sono anche i titolari dei governi nazionali- che sono i responsabili del cattivo andamento delle cose, dunque quello che propongono è sbagliato. Un ragionamento che spiega cosa intenda Blair quando dice che il popolo è più avanti dei politici! Non lo sfiora il dubbio che almeno una parte, ma determinante, dei No possa essere stata più semplicemente motivata dal disorientamento su dove va l'Unione. Un disorientamento e un No che raggiungerebbe percentuali bulgare se il referendum concernesse la sua Europa-bicicletta, che per stare in piedi deve espandersi  perpetuamente. Detto questo, Blair deve solo far seguire i fatti alle ambizioni di riforma economica, senza raccontare balle, come quando attacca gli stanziamenti per l'agricoltura -elevati in rapporto a un bilancio sottodimensionato, ma normali dal 2013 quando avranno raggiunto lo 0.30 del PIL- e senza ergersi a scopritore dell'acqua calda.

•  Blair's European speech [BBC]

•  L'Europe moderne [Le Monde]

 

 

Il nuovo Far West.

La Federal Reserve li ha indicati come i più grossi prelievi della sua storia: 2.5 miliardi di dollari il 22 Giugno 2004 e altri 1.5 miliardi tre giorni dopo, in mazzette da 100 dollari, destinazione Iraq, su richiesta della Coalition Provisional Authority del vicerè Paul Bremer. Fatti a pochi giorni dal passaggio di consegne al governo provvisorio iracheno, queste due tranche sono state il culmine di una lunga serie di pagamenti iniziata nell'Aprile 2003, in tutto quasi 20 miliardi di dollari provenienti dai conti iracheni congelati negli Stati Uniti. Quello che l'indagine di Henry Waxman, combattivo deputato della California e uno dei pochi ad avere votato contro la guerra, ha rivelato è impressionante: soldi letteralmente spariti o abbandonati in sacchi nei palazzi ministeriali di Baghdad, soldi pagati a dipendenti fantasma, la certificazione dei pagamenti affidata ad una società di San Diego che aveva sede in una casa privata, ispettori del Pentagono e del Dipartimento di Stato che hanno avallato le truffe delle società appaltatrici americane e hanno occultato i documenti agli ispettori dell'ONU. Un vero assalto alla diligenza, al cui confronto lo scandalo relativo al programma Oil for Food svanisce. E' un ulteriore tassello dell'offensiva democratica di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi (Contropagina 17 e 20 Giugno), a cui appartiene anche l'iniziativa del Senatore Carl Levin, che minaccia di bloccare la nomina del nuovo vice di Rumsfeld se prima non vengono dati alla commissione parlamentare tutti i documenti richiesti fin dal Giugno 2003. Oggetto dell'inchiesta: con quali mezzi e a quale scopo l'ufficio di pianificazione del Pentagono abbia inventato e diffuso la balla del collegamento tra al-Qaeda e l'Iraq di Saddam Hussein. Una balla che purtroppo è diventata una profezia. Su uno sfondo di attentati e vendette reciproche fra Sunniti e Sciiti, la CIA infatti avverte che l'Iraq si è trasformato in una vera e propria università del terrorismo: la guerriglia urbana, gli attentati, le torture si possono imparare direttamente sul campo e, sembra, in misura maggiore e con addestramento migliore che in Afghanistan al tempo dei talebani. Un exploit ragguardevole della guerra al terrorismo.

•  S. Pleming, US was big spender in days before Iraq handover [Reuters / Washington Post]

•  H. Waxman, Hearing statement on US mismanagement of Iraqi funds [Government Reform Minority Office]

•  Government Reform Minority Office, US mismanagement of Iraqi funds [US House of Representative]

•  B. Graham, Senator may block successor to defense policy chief Feith [Washington Post]

•  J. Fleishman e A. Waguih, Iraqi security tactics evoke the Hussein era [Los Angeles Times]

•  D. Jehl, Iraq may be prime place for training of militants, CIA report concludes [The New York Times]
 


 

22 giugno 2005

 

Opinioni diverse sul petrolio
Lunedì scorso il petrolio ha registrato un nuovo massimo a 59.37 dollari; e questo nonostante le scorte siano ai massimi degli ultimi sette anni. Un fatto per nulla incoerente secondo i sostenitori della teoria del "peak oil", anzi, una conferma che il famoso punto di picco della produzione mondiale è nelle vicinanze. Dopo scienziati, analisti, e produttori (Contropagina 30 Maggio), anche il governo francese ha fatto proprio questo scenario: per loro, l'ipotesi più probabile è che l'anno di picco sarà il 2013. Anche Matthew Simmons e Thane Peterson, pur non facendo riferimento a date precise, danno credito alla teoria della scarsità e invitano governi e industrie a prepararsi per tempo. Il primo sottolinea che l'elevata competizione per le risorse energetiche aumenterà i rischi di guerra, ma ritiene anche che i paesi consumatori avranno l'occasione per razionalizzare l'uso dell'energia nei processi produttivi e nei trasporti. Della necessità di aumentare l'efficienza nei trasporti parla in particolare Peterson. Su un fronte opposto si schierano invece un prestigioso centro di ricerca e consulenza americano del settore, il Cambridge Energy Research Associates, e un imprenditore dell'Alabama. Secondo il CERA, i prezzi del petrolio elevati hanno reso profittevole l'utilizzo di tecnologie che consentono di estrarre i cosiddetti "olii non convenzionali": sarà questa nuova produzione a far sì che entro il 2010 l'offerta sarà significativamente superiore alla domanda, rimandando in là nel tempo il problema della scarsità. George Crispin riprende invece la cosiddetta "teoria abiotica" sulla formazione del petrolio: studiata fin dalla fine degli anni quaranta dalla comunità scientifica russa, essa ipotizza l'origine non biologica del petrolio, che sarebbe invece una sostanza creatasi durante la formazione della Terra. Il petrolio sarebbe allora presente in grande abbondanza negli strati più interni del pianeta e i continui movimenti tellurici ne provocherebbero la graduale ma continua fuoriuscita. Nessuna crisi in vista, dunque, secondo Crispin, che riporta in realtà l'opinione dello scienziato americano Thomas Gold. La ragione per cui in Occidente la teoria non viene applicata sarebbe semplicemente per il prevalere della "cultura del terrore", che in questo caso fa gli interessi delle multinazionali del petrolio.

•  Reuters, Oil hits record, demand attract funds [The New York Times]

•  A. Porter, 'Peak oil' enters mainstream debate [BBC News]
•  Autori Vari, L'industrie pétrolière en 2004 [Ministère de l'Economie, des Finances et de l'Industrie]

•  M. R. Simmons, The coming Saudi oil crisis [Counterpunch]

•  T. Peterson, Energy: ignoring the obvious fix [Business Week]

•  CERA, Oil & liquids capacity to outstrip demand until at least 2010 - Press release [Cambridge Energy Research Associates]
•  G. Crispin, Learning about crude oil [LewRockwell.com]
 

 

Sharon, Abu Mazen and Rice

La stampa internazionale non usa la parola fallimento a proposito del vertice israelo-palestinese di ieri, ma il senso delle cronache è quello. Sharon ha dato il benvenuto a Abu Mazen con l'arresto di 52 sospetti militanti della Jihad islamica e con la ripresa degli assassini mirati. Anche se, come riferisce la Reuters, questa volta il missile non ha colpito il bersaglio, Sharon ha voluto dimostrare concretamente cosa si aspetta dalla sua controparte: che accetti cioè di essere un governo collaborazionista in regime di occupazione militare. La cosa straordinaria è che questo chiarimento, a dire il vero non inatteso, avviene subito dopo la visita della Rice. Infatti, qual era stato l'annuncio sensazionale fatto dal Segretario di Stato in occasione della conferenza stampa con Sharon? Che l'accordo per distruggere le case degli 8.000 coloni di Gaza dopo l'evacuazione rappresenta un passo storico sulla via della pace! Da questa ridicola affermazione parte Avi Shlaim sul Guardian per esprimere il proprio disappunto per la politica americana in Medio Oriente. E' soprattutto la tolleranza verso l'espansione degli insediamenti nei territori palestinesi, l'oggetto della critica di Shlaim. Un'espansione che continua, riferisce Aljazeera, anche durante la visita della Rice, quando è stato annunciato l'appalto per 700 nuove case nei dintorni di Gerusalemme Est.

•  Israel resumes assassination policy versus militants [Reuters]

•  A. Shlaim, Withdrawal is a prelude to annexation [Guardian]
•  Israel to build 700 new settler homes [Aljazeera]

 

 


 

21 giugno 2005

 

Bolton e l'Iran.

Per la seconda volta in meno di un mese la maggioranza repubblicana al Senato ha fallito la conferma di John Bolton ad ambasciatore all'ONU. Ma invece di fare marcia indietro, Bush sembra intenzionato a forzare la mano. Come spiega Fred Kaplan, il presidente potrebbe ricorrere ad una norma della costituzione americana che gli consente, qualora il senato sia in ferie, di effettuare nomine senza l'obbligo della successiva conferma senatoriale: l'occasione si presenterebbe già il prossimo 4 Luglio. Kaplan ricorda anche come, da Reagan in poi, questa clausola sia stata utilizzata sempre più come strumento di parte invece che come garanzia del buon funzionamento della macchina governativa. E' verosimile che l'insistenza dimostrata da Bush sia legata alle vicende iraniane. Del vero ruolo di John Bolton parla Jude Wanniski, il quale accenna anche ai tempi di un'eventuale azione preventiva (leggi: bombardamento) sul reattore nucleare di Busher, un'azione da attuare prima che questo sia alimentato dal combustibile nucleare fornito dalla Russia. Scott Ritter, ex-ispettore dell'ONU in Iraq, estende la tesi di Wanniski e sostiene che i preparativi per una guerra all'Iran sono già in fase operativa; traccia poi un paragone calzante con quanto Stati Uniti e Gran Bretagna hanno attuato in Iraq nei sei mesi precedenti l'attacco ufficiale e individua nell'Azerbajian, antica provincia iraniana, una possibile pedina del nuovo risiko. In questo quadro di avvertimenti diplomatici e di preparativi bellici si spiega il risultato delle elezioni iraniane; l'alta partecipazione e la vittoria dei conservatori rappresentano infatti una reazione alle minacce americane. Un'espressione di maturità politica dunque le elezioni, secondo Safa Haeri, che sottolinea la scarsa credibilità dei riformisti dopo anni di governo inconcludente e lo schiaffo ai dissidenti, che, sostenuti dalla propaganda e dai denari americani, si erano battuti per il boicottaggio.
•  F. Kaplan, Still ticking? [Slate]

•  J. Wanniski, The Bush-Bolton plan to bomb Busher [Wanniski.com]
•  S. Ritter, The US war with Iran has already begun [Aljazeera]

•  S. Haeri, Iranians do it their way [Asia Times]

 

 

Europa e America.

Per trovare notizia del vertice euro-americano tenutosi ieri a Washington occorre sfogliare attentamente la stampa internazionale: il New York Times, per esempio, ne parla all'interno di un articolo dedicato all'offensiva verbale di Bush sull'Irak. Un evento sotto tono, dunque, né poteva essere altrimenti. Le recenti disavventure dell'UE tuttavia non spiegano l'irrilevanza del fatto: il problema è che gli esponenti europei non erano ministri di un governo in crisi, ma di un governo che non c'è. Finché si parla di accordi commerciali o di antitrust l'Europa, la Commissione nella fattispecie, ha voce in capitolo; quando si passa alla politica estera UE sembra la sigla di una NGO. E leggendo le dichiarazioni di Bush, nella cronaca AFP, si ha l'impressione che questa sia anche la sua idea. Lui dice di volere un'UE forte: significa questo che essa deve accelerare il cammino verso l'unità politica, che deve avere una difesa comune, che deve avere insomma un governo accountable, come si usa dire? Deduzione impossibile da verificare. La sua precisazione è piuttosto: Strong as a partner in spreading freedom and democracy throughout the world. Parole che potrebbe tranquillamente usare a un meeting di Freedom House. I rappresentanti dell'UE a loro volta non si sforzano di smentire questa impressione. Organizzano una conferenza per la raccolta di fondi per l'Irak occupato e firmano documenti congiunti sull'ONU e sulla non proliferazione che sembrano usciti da un'agenzia di PR (del governo americano).
Un'Europa debole di testa e in continuo allargamento per diffondere la democrazia sotto l'ombrello militare americano non è ovviamente tra quelle che gli osservatori d'oltre Atlantico dicono di volere o di temere. William Pfaff riporta i giudizi più noti e contesta in particolare l'opinione che l'Europa non investa abbastanza nella difesa. Perché dovrebbe investire di più? si chiede Pfaff. Gli Stati Uniti alla vigilia della seconda guerra mondiale avevano sotto le armi non più di 174.000 uomini, meno di quanti ne abbia oggi la Francia; ciò non ha impedito agli americani di vincere la guerra. Basta avere la tecnologia e la capacità produttiva e l'Europa sicuramente le possiede, aggiunge Pfaff, che conclude: con la difesa comune potrebbero esserci significativi risparmi di spesa.

•  Bush seeks 'strong' Europe as partner [Yahoo/AFP]

•  EU, U.S. to push for wider debt relief for Iraq [Reuters]
•  EU-US Declaration on the 60th Anniversary of the Signing of the San Francisco Charter [White House]

•  EU, US jointly declare war on weapons of mass destruction [Unspun]

•  W. Pfaff, The Atlantic just got wider [IHT]

 

 


 

20 giugno 2005

 

Ancora sui democratici americani.

Al successo dell'offensiva democratica crede Pat Buchanan, repubblicano e libertarian, da sempre contro la guerra; la sua previsione è che presto emergerà il nuovo Gene McCarthy, l'uomo che seppe opporsi a Johnson ai tempi del Vietnam e che trasformò i pacifisti in un movimento politico di massa. Nonostante il successo, McCarthy non ottenne la nomination democratica alle presidenziali del 1968 e a questo proposito le considerazioni di Buchanan sono amare: la guerra premia i guerrafondai. Per questo oggi la Clinton e gli altri maggiorenti democratici stanno al gioco di Bush, come di fronte al fato.
Non sarà forse il Congressman John Conyers il nuovo McCarthy, ma la sua iniziativa, di cui abbiamo parlato venerdì, farà fare sicuramente un salto di qualità al movimento contro la guerra. L'iniziativa non è piaciuta a un giornalista di nome come Dana Milbank del Washington Post, che si è lasciato andare a un attacco che la puntuale replica di Conyers coglie in tutta la superficialità e gratuità. Perché questo attacco? Una prima risposta è nel titolo che il sito Lew Rockwell dà alla lettera: la Pravda sul Potomac, ossia il WP è un giornale di regime. Una seconda, più comprensiva, è di Robert Parry che ha denunciato in altre occasioni il comportamento della grande stampa di fronte a questioni scottanti: sparare sui liberal, dice Parry, non costa niente e vale comunque un credito nei confronti dei conservatori. Infine, Tom Engelhardt e Mark Danner inquadrano l'episodio nella più generale disattenzione dei grandi giornali per i memorandum di Downing Street, un fatto assolutamente ingiustificabile. Per ripetere le parole di Michael Smith, l'autore dello scoop del Sunday Times: un conto è essere convinti che il casus belli fu fabbricato ad arte, un altro è disporre di documenti che lo provano; un conto è aver assistito al caos del dopoguerra, un altro è avere la conferma che non era stata fatta alcuna preparazione. 

•  P.J. Buchanan, Upheaval Ahead [AntiWar]

•  J. Conyers, Pravda on the Potomac [LewRockwell]
•  R. Parry, Mocking the Downing Street Memo [CommonDreams]

•  Mark Danner on Smoking Signposts to Nowhere [TomDispatch]

Un altro fronte che vede impegnati i democratici di base e la società civile, come direbbero gli attivisti dell'esportazione della democrazia, è quello delle elezioni dello scorso novembre. Il risultato dell'Ohio resta oggetto di contestazione, ma anche Florida e New Mexico sono fonte di fondati sospetti. Tutta la documentazione degli scorsi mesi, davvero impressionante, è stata raccolta in un volume con lo scopo di promuovere le riforme necessarie e accrescere la vigilanza in occasione delle future elezioni. Sarà necessario l'intervento di osservatori internazionali?

•  Did George W. Bush Steal America's 2004 Election? [Truthout]

 

 

Oro ed euro: perchè è importante la stabilità del loro rapporto.

Nel corso della settimana passata, che ha visto fra l'altro un disavanzo record della bilancia delle partite correnti americana, il prezzo dell'oro è salito. Il movimento è significativo (+6% e +9% in termini, rispettivamente di dollaro e di euro) anche perchè è la prima volta da molto tempo che avviene nei confronti di tutte le principali valute: dollaro, euro e yen. In precedenza, infatti, l'aumento del prezzo dell'oro aveva per lo più riflesso il deprezzamento del dollaro, e prova ne era che il suo prezzo in euro era rimasto sostanzialmente stabile dal 2001 in poi, in una fascia compresa tra i 300 e i 340 euro per oncia. Diversi studiosi ritengono che l'oro sia il metro di misura più affidabile per valutare le prospettive inflazionistiche di un paese e più in generale i rischi finanziari. La ragione principale risiede nel fatto che l'oro, come nota Marshall Auerback, a differenza delle attività finanziarie non rappresenta un debito. Un fatto non trascurabile in un mondo che accumula con sistematicità debiti di ogni genere. Si possono ipotizzare diverse ragioni per cui l'oro si stia apprezzando, alcune più strutturali - la continua crescita dei debiti per Stati Uniti e Giappone - altre più transitorie - le attuali incertezze sulle prospettive dell'Europa; quella che tuttavia appare come la novità, secondo Auerback, è che la visione dell'oro quale indicatore di rischio sia sempre più condivisa dalle autorità monetarie. In una conferenza del Marzo 1997, Robert Mundell, Premio Nobel per l'economia nel 1999 e ardente sostenitore dei benefici che derivano dalle unioni monetarie, ripercorre la storia dell'oro dai tempi dell'antichità e sottolinea che un sistema finanziario internazionale fondato sull'oro sia sostenibile solo in un quadro politico caratterizzato da un equilibrio multipolare. Alla singola superpotenza è infatti difficile rinunciare al cosiddetto pasto gratis che deriva dal fatto di vedere riconosciuto alla propria moneta il ruolo di strumento di riserva. Mundell ritiene anche che l'euro - che all'epoca dell'intervento non era ancora nato - riuscirà entro il 2010 ad assumere tutte le caratteristiche di una moneta di riserva, in competizione con il dollaro, grazie alle dimensioni economiche dell'area e alla preferenza naturale che le aree limitrofe all'Europa - a partire dall'ex-Unione Sovietica e dal Medio Oriente - accorderanno all'euro; una previsione che i dati di questi ultimi anni hanno confermato. Se, come appare probabile, il deprezzamento dell'euro rispetto all'oro riflette le vicende e i dissidi politici delle ultime settimane, esso è un ulteriore segnale che non basta l'integrazione economica a rendere desiderabile e solida nel tempo una moneta, ma che è necessario procedere verso l'integrazione politica. Pur non suggerendo un ritorno ad un sistema aureo tradizionale, Mundell invita l'Europa e l'America a stabilizzare le proprie monete nei confronti dell'oro; una condizione desiderabile per l'Europa e possibile solo agendo da pari a pari.
•  AFP, US debt deepens as current account deficit surges to record [Yahoo]

•  M. Auerback, Endgame for fiat currencies? [PrudentBear.com]
•  R. Mundell, The International Monetary System in the 21st century: could gold make a comeback? [Wanniski.com]
 

 

 


 

17 giugno 2005

 

Risveglio democratico.

Il parlamento americano sembra finalmente riprendersi dal lungo shock dell'11 settembre e dare i primi segni di rigetto dei tranquillanti tipo la guerra al terrorismo. Ci sono almeno tre iniziative in ballo. Della prima parlano Bailey e Portillo del gruppo editoriale Knight Ridder: una trentina di deputati, tutti democratici, hanno organizzato un'audizione, alla quale hanno partecipato analisti e attivisti contro la guerra, per discutere le implicazioni dei cosiddetti memorandum di Downing Street, cioè dei documenti pubblicati dal Sunday Times (Contropagina del 14 giugno). La riunione si è conclusa con la decisione di presentare alla Camera dei Rappresentanti la richiesta di un'indagine preliminare all'avvio di una procedura di impeachment nei confronti di Bush. Commondreams riporta poi il testo dell'intervento di uno degli invitati, il giornalista freelance Greg Palast, il quale chiede alla Camera di fare luce su una serie di incontri avvenuti tra il 2001 e il 2003 fra esponenti del governo e delle compagnie petrolifere, dove si sarebbe discusso della spartizione del bottino di guerra. Hendren e Cho del Los Angeles Times riferiscono della presentazione da parte di un gruppo di deputati bipartisan di una mozione che chiede al governo di presentare entro la fine dell'anno un programma di ritiro delle truppe dall'Irak, da iniziare non più tardi dell'ottobre 2006. Una richiesta analoga è stata introdotta come emendamento a una legge di spesa per la difesa da un altro gruppo di deputati. Infine Tom Regan del Christian Science Monitor riporta i commenti alla notizia di una votazione alla Camera che, a sorpresa, dato che la maggioranza è repubblicana, elimina dal contestato Patriot Act il comma che consente agli agenti federali di avere accesso ai dati di biblioteche pubbliche e librerie per conoscere le abitudini dei lettori.

•  Bailey e Portillo, Bush pressed to answer `Downing Street Memo' questions [Knight Ridder]

•  G. Palast, The Other 'Memos' from Downing Street and Pennsylvania Avenue [Commondreams]
•  Hendren e Cho, War Criticism and Concerns Both Growing [Los Angeles Times]

•  Tom Regan, House votes to repeal part of USA Patriot Act [The Christian Science Monitor]

 

 

La riconferma di El Baradei

La mancanza di candidati alternativi, ma soprattutto l'appoggio incondizionato di tutta la comunità diplomatica, hanno costretto gli Stati Uniti a riconfermare l'egiziano El Baradei alla testa dell'Agenzia per l'Energia Atomica (IAEA). Come è noto, El Baradei ha preso posizioni diverse dagli americani in almeno tre occasioni: sull'Irak, quando negò l'esistenza di armi di distruzione di massa, sull'Iran, dove le ispezioni non hanno confermato l'esistenza di programmi militari nucleari, alla Conferenza sul Trattato di Non Proliferazione, dove ha sostenuto la necessità di un suo rafforzamento. La nomina di El Baradei, come sottolinea l'editoriale del Los Angeles Times, indebolisce John Bolton il candidato alla poltrona di Rappresentante all'ONU, oggetto di un severo esame da parte del senato americano per le sue posizioni oltranziste. Tra le misure contro la proliferazione di armi nucleari che El Baradei ha sostenuto c'è anche l'abolizione, o comunque l'applicazione di una versione più rigorosa, del cosiddetto "protocollo delle piccole quantità" che, in cambio di una dichiarazione di possedere appunto solo piccole quantità di materiale nucleare, consente ai paesi firmatari, in genere piccoli e situati in zone del mondo politicamente stabili, di non essere soggetti ad ispezioni. La prima verifica se si vada o meno nella direzione voluta da El Baradei si avrà con l'Arabia Saudita, che ha recentemente chiesto di sottoscrivere il protocollo, e che sembra aver acconsentito alla richiesta dell'IAEA di effettuare comunque un'ispezione prima della firma.

•  M. Picard, The United States accepts El Baradei's re-election as head of the IAEA [Le Figaro / Truthout]

•  Editoriale, Bolton's first defeat [Los Angeles Times]

•  Saudi Arabia vows to cooperate with IAEA [Aljazeera]

l governo americano da un lato ha incassato la nomina di El Baradei, dall'altro ha nominato Robert Joseph nuovo sottosegretario per il controllo degli armamenti e per la sicurezza internazionale. Si tratta di un altro oltranzista, che addirittura sostiene la necessità per gli Stati Uniti di sviluppare nuove armi nucleari allo scopo di prevenire la proliferazione delle medesime in altri paesi, come riferisce Tom Barry dell'international Relations Center.

•  T. Barry, Nulcear warrior replaces John Bolton as arms controlo chief [International Relations Center]

 

 

Haiti precipita

Il comandante della missione ONU ad Haiti, un generale brasiliano, chiede di essere esonerato dalle mansioni ed essere trasferito; i volontari di Peace Corps abbandonano l'isola; il flusso di "boat people" è raddoppiato negli ultimi sei mesi; da Settembre 2004 si contano quasi 800 morti tra i civili. Basterebbe questo breve elenco di fatti per sottolineare il completo fallimento dell'ennesima operazione di "regime change" fortemente voluta dall'amministrazione Bush nel Febbraio 2004 e attuata nello spregio totale delle regole democratiche. Una conferma del peggioramento della situazione si trova nell'articolo di Jim Lobe che raccoglie l'opinione e le raccomandazioni di alcuni analisti, in particolare dell'International Crisis Group, che chiede di esautorare il governo provvisorio. Birns e Leight del COHA ripercorrono i fatti che hanno portato alla cacciata di Aristide, li collegano ad una tradizione di lunga data di interventi americani volti a stroncare le aspirazioni democratiche dell'isola e mettono in evidenza l'insufficienza dell'operato della missione ONU, che più che favorire una soluzione pacifica ad una crisi politica molto seria ha in realtà contribuito a spianare la strada all'esclusione del partito di Aristide dalle prossime elezioni di Novembre.

•  AP, Peace Corps suspends Haiti operations [CNN / Haiti News]

•  J. Lobe, Haiti: another regime change in trouble [Inter Press Service]

•  nternational Crisis Group, Spoliling security in Haiti [ICG]

•  L. Birns e J. Leight, Haiti - Life since the coup [Council On Hemispheric Affairs]

 


 

 

16 giugno 2005

 

Le elezioni iraniane.

Domani in Iran si vota per le presidenziali e la Reuters riferisce che i sondaggi non danno un vincitore al primo turno: la competizione fra il favorito, il centrista Rafsanjani, il riformista Moin e i conservatori si è rivelata infatti più aperta del previsto. Il politologo Hadi Semati su Foreign Policy osserva che dopo le delusioni della presidenza Khatami ci si aspettava una campagna elettorale apatica e rassegnata, invece essa ha mostrato una vivacità e una partecipazione sorprendenti, anche per le inaspettate divisioni all'interno del movimento conservatore. Per Semati questa campagna è già di per sè un successo, indipendentemente da chi sarà il vincitore. Di diverso avviso sono gli attivisti dell'esportazione della democrazia, alle ufficiose dipendenze del Dipartimento di Stato, che invitano gli iraniani a non votare. Le loro ragioni sono esposte sul canadese Globe and Mail: in sostanza, rispetto ai casi da manuale di Georgia e Ucraina, a Teheran non è possibile occupare le piazze e magari dare l'assalto al parlamento, dunque le elezioni non sono valide. Nel mondo forgiato dalla volontà di potenza di George Dabliu Bush può anche succedere che gli antidemocratici ayatollah invitino a votare e i democratici americani ad astenersi, come Rutelli.

•  E. Blair, Campaign ends in Iran's presidential race [Reuters]

•  H. Semati, The Vote That Roared [Foreign Policy]

•  Melia e Memarsadeghi, Iran's elections is a fraud [Globe and Mail]

 

 

Europeismo britannico

Se Mandelson nel discorso di cui abbiamo riferito ieri ha espresso l'europeismo blairiano nella sua forma migliore, leggendo l'articolo di Jackie Ashley bisogna dedurre che il primo ministro britannico non è più blairista. Una deduzione che non sorprende, a dire il vero, ma che nell'analisi della Ashley prende nuova consistenza; come nel racconto delle reazioni irritate di Blair e dei suoi ministri al discorso di Mandelson. La conclusione dell'articolo è che Blair sia ormai da considerare un euroscettico, al massimo un europeista à la Thatcher. Eppure i sondaggi dicono che anche in Gran Bretagna l'Europa piace. Lo si può leggere sullo Scotsman che riporta i risultati di un'indagine condotta nei giorni scorsi. Il questionario comprendeva domande indirette sulla costituzione e dirette sull'Europa, e le risposte sono state, con maggioranze qualificate, tutte favorevoli all'Unione. A differenza dei sondaggi, che pongono domande precise, un referendum come quello sul trattato costituzionale si presta alle reazioni più varie, per lo più non pertinenti; per questo è uno strumento di ratifica poco consigliabile. Lo dicono gli esperti del Foreign Policy Centre di Londra in un rapporto sul voto franco-olandese. Oltre all'analisi della composizione del voto e alcuni suggerimenti, il rapporto offre notizie che possono soddisfare la curiosità: per esempio, è noto che la Svizzera è il paese che fa più ricorso al referendum, meno noto è che per gli studiosi la quantità va a scapito della qualità dei dati. Gli Stati Uniti sono all'estremo opposto, vale a dire che non hanno mai indetto un referendum; e c'è addirittura una corrente di pensiero che considera lo strumento incostituzionale.

•  J. Ashley, This bout of Eurobashing is shameful and dangerous [The Guardian]

•  A. Woodcock, Big Majority Backs Key Parts of Euro Constitution - Survey [The Scotsman]

•  Reform in Europe after the 2005 Referendums: Battling for the Results [The Foreign Policy Centre]

 


 

 

15 giugno 2005

 

In attesa del Consiglio Europeo.

Alla vigilia del vertice di Bruxelles, la Gran Bretagna offre due importanti contributi all'approfondimento dei temi europei. Il discorso fatto da Peter Mandelson, Commissario al Commercio, alla Fabian Society di Londra esprime al meglio i pregi e i limiti della posizione blairiana. Da un lato, infatti Mandelson afferma la necessità dell'Europa e delle istituzioni politiche che la governano, dall'altro, parla solo della globalizzazione, dell'economia e della questione sociale; l'unico accenno alla politica estera è per ribadire l'opportunità dell'allargamento. Il tono appassionato si coniuga con la lucidità dell'analisi; ne esce un'interpretazione corretta del No franco-olandese, una precisa diagnosi dei mali dell'Europa, l'indicazione di rimedi che mitigano il cosiddetto liberismo anglosassone con la preoccupazione per un'adeguata protezione sociale. Un discorso rivolto in particolare ai giovani, ai quali ha ricordato che la pace e gli altri benefici di un continente unificato non sono irreversibili. Ai limiti di Mandelson rimedia Jonathan Steele sul Guardian, il quale sottolinea l'importanza del sistema parlamentare europeo, contrapposto al modello presidenziale americano, e la necessità di una politica estera comune, la cui prima manifestazione dovrebbe essere la richiesta di scioglimento della NATO, un patto di difesa anacronistico e che oggi funge solo da fattore di pressione americana sull'Europa. Insomma, agli animal spirits dell'economia, Steele antepone quelli della politica. Farne a meno significa infatti sottomettersi agli Stati Uniti.

•  P. Mandelson, Building a new consensus in Europe [The Fabian Society]

•  J. Steele, A new kind of Europe [Guardian]

L'agenda del prossimo Consiglio prevede molti punti all'ordine del giorno, ma il primo - la discussione sul budget 2007-2013 - è destinato a occupare una posizione centrale, anche se, viste le premesse, non necessariamente si giungerà ad un'accordo. La nota della BBC elenca i problemi relativi al bilancio europeo, spiegando con semplicità come si forma, quali risorse assorbe, e dove queste vengono spese; inoltre affronta la questione tecnica del ristorno di cui gode la Gran Bretagna dal 1984 e che in questi giorni è al centro dello scontro tra Blair e Chirac. Un altro modo per nascondere le vere questioni sul tappeto, che non sono di natura tecnica ma politica.

•  Consiglio dell'Unione Europea, Provisional agenda of the European Council - 16-17 June 2005 [Presidenza lussemburghese del Consiglio dell'Unione Europea]

•  AFP, EU braces for crunch summit with no deal in view [EU Business]

•  Q&A: EU budget rows [BBC News]

 

 

Irak: le forze irregolari

La cronaca irachena sfida l'immaginazione per la varietà delle forze in campo. Si sa che oltre alle truppe di occupazione della coaliscion -la maggior parte delle quali non fa notizia- alla polizia e all'esercito -che dovrebbero dipendere dal governo di Baghdad- ci sono infatti le organizzazioni della resistenza -che si possono distinguere solo in base al tipo di attentati- e le milizie dei partiti, delle etnie o delle sette religiose. Ma oggi il Washington Post ci informa che quasi la metà dei poliziotti che operano a Kirkuk risponde in realtà ai partiti separatisti curdi il cui obiettivo è la pulizia etnica della città. Il compito di queste forze è di intimidire, arrestare e deportare, finanche a torturare esponenti delle minoranze; il tutto sotto lo sguardo tollerante degli americani. Il Daily Telegraph prende invece spunto dalla notizia di uno scontro avvenuto in maggio a Fallujah tra marines e contractors addetti alla sicurezza, per attirare l'attenzione sulla presenza di questi ultimi -pare oltre 20.000- che suscitano l'ostilità non solo della resistenza, ma anche del governo -che li accusa di essere responsabili dell'uccisione di 12 iracheni alla settimana, solo a Baghdad- e dei marines, che si sentono presi in giro da colleghi che guadagnano venti volte più di loro. All'analisi del fenomeno dei contractors è dedicato l'articolo di Deborah Avant, la quale spiega l'origine della figura distinguendola da quella del mercenario. Dopo aver passato in rassegna i casi in cui si è reso opportuno l'utilizzo di contractors, la Avant segnala anche qualche controindicazione: aumenta l'opacità del bilancio pubblico o della politica estera, per esempio quando, come per la Croazia, ha permesso di nascondere l'aiuto militare sotto altre voci. Inoltre l'incerto status giuridico del contractor ne facilita gli abusi, come lamenta il governo di Baghdad.

•  Steve Fainaru e Anthony Shadid, Kurdish Officials Sanction Abductions in Kirkuk [Washington Post]

•  Shootings may lead to security guard curb [The Daily Telegraph]

•  Deborah Avant, Think Again: Mercenaries [Foreign Policy]

 


 

 

14 giugno 2005

 

Nuove prove a carico di Bush e Blair.

Con la pubblicazione da parte del Sunday Times di una seconda serie di documenti diventa ancor più evidente che il casus belli contro l'Iraq è stato fabbricato a tavolino. Essi riguardano gli incontri tra esponenti del governo e dell'intelligence inglese e completano il quadro descritto dai cosiddetti British Briefing Papers circolati lo scorso Settembre e dal documento pubblicato all'inizio di maggio sempre dal Sunday Times. Il quadro è quello che sia Blair, sia Bush hanno sempre negato: nel Luglio 2002 il governo inglese era a conoscenza delle intenzioni americane di scatenare la guerra a Saddam ad ogni costo, e ministri e funzionari di alto rango furono invitati a predisporre materiale utile a catturare il favore del pubblico, nonostante la pressochè completa assenza di indizi o prove che dimostrassero il coinvolgimento di Saddam in atti di terrorismo o il suo possesso di armi di distruzione di massa. Da uno dei due documenti, sul quale si sofferma il Washington Post, emerge inoltre la preoccupazione dell'intelligence britannica per l'assoluta mancanza di pianificazione del dopoguerra da parte americana, un fatto che, in caso di sviluppi negativi, avrebbe nuociuto agli interessi inglesi nell'area. Si tratta ovviamente di documenti che oltre a Blair, che ne ha già sofferto elettoralmente, possono mettere in grave difficoltà Bush. Infatti negli Stati Uniti l'opinione pubblica ha cominciato a muoversi con raccolte di firme e altre iniziative, e ora 89 congressmen del Partito Democratico, molti dei quali avevano votato a favore della guerra, hanno deciso di fare chiarezza sulla vicenda attraverso una commissione d'indagine. Gli elementi per una procedura di impeachment ci sono tutti.

•  The secret Downing Street memo [Times Online, 1/5/2005]

•  Cabine Office paper: Conditions for military actions [Times Online, 12/6/2005]
•  Full text of British Briefing Papers revealed more evidence inel was fixed [ThinkProgress.org / Truthout.org]
•  W. Pincus, Memo: US lacked full postwar Iraq plan [Washington Post]
•  M. Metha, Downing Street directive [AlterNet]
La cosa sorprendente di questa storia è che a pubblicare i documenti segreti sia stato un giornale del gruppo Murdoch, un editore notoriamente vicino a Bush e che ha appoggiato la guerra. Dei suoi rapporti con Blair parla Martin Kettle: in sostanza, Murdoch avrebbe avuto un ruolo importante nel raffreddare il già tiepido entusiasmo europeista di Blair. C'è stato altro tra i due? E' sempre l'Europa il pomo dell'eventuale discordia? Intanto Peter Mandelson, commissario europeo e fedelissimo di Blair, invita il primo ministro inglese a una posizione più europeista e meno unilaterale.

•  M. Kettle, Rupert Murdoch may be the man who saved Europe [Guardian]

•  Blair rejects rebate freeze plan [BBC News]
•  AFP, Le commissaire britannique européen Peter Mandelson appelle Londre à faire un geste [Le Monde]

 

 

Sanzioni all'Uzbekistan?

Tra gli argomenti affrontati ieri dai ministri degli esteri dell'Unione Europea c'è l'Uzbekistan. Come riferisce la Reuters, l'orientamento sembra quello di imporre sanzioni se il governo di Tashkent non consentirà a una commissione indipendente di indagare sulla repressione dei moti della Valle Ferghana. Così facendo, l'UE si distingue dagli Stati Uniti che in sede NATO hanno bloccato un'iniziativa in tal senso. La corrispondenza del Washington Post sottolinea però che si tratta di una vittoria del Pentagono e che la divergenza fra questo e il Dipartimento di Stato, che vorrebbe aumentare la pressione su Karimov,  resta invariata. Come dire: gli Stati Uniti continuano a tenere il piede in due staffe. Di fronte alle ambiguità americane, la posizione chiara dell'Europa sarebbe da salutare come un fatto positivo; ma l'Europa non è una NGO e una singola decisione non basta a qualificare la politica estera. E' la posizione nei confronti della Russia che dà il la alla politica europea: fintanto che questa sarà subordinata al Dipartimento di Stato, non basteranno le migliori intenzioni per contribuire alla soluzione dei problemi dell'Asia Centrale. Una politica, quella americana, su cui ha le idee chiare Solzhenitsyn, un personaggio certo non sospetto di nostalgie comuniste. L'occasione è un'intervista alla televisione russa, della quale Justin Raimondo riporta alcuni estratti: la democrazia, dice Solzhenitsyn, non può essere imposta né dall'alto, né dall'esterno, ma si sviluppa dal basso, dall'autogoverno. Insomma la direzione giusta è opposta a quella della cosiddetta rivoluzione arancione ucraina, che gli americani vorrebbero replicare in Russia.

•  EU gives Uzbekistan deadline, threatens sanctions [Reuters]

•  U.S. Opposed Calls at NATO for Probe of Uzbek Killings [Washington Post]
•  J. Raimondo, Solzhenitsyn's Maxim [AntiWar]

 


 

13 giugno 2005

 

L'Africa e l'Occidente  (o Il debito africano)
L'accordo tra i ministri del G8 sulla cancellazione del debito dei paesi più poveri è avvenuto più sulla linea degli americani che su quella inglese. Raymond Copson spiega le differenze tra le due posizioni: questa appare più ambiziosa, quella americana è invece più pratica: cancellazione piena e immediata del debito dovuto alle istituzioni finanziarie internazionali (IIF) e eventuale concessione di nuovi finanziamenti solo sotto forma di sussidi, e non di prestiti. I critici vedono in questo secondo approccio un indebolimento della Banca Mondiale, che, attraverso la continua concessione di sussidi verrebbe a poco a poco depauperata delle proprie riserve senza alcuna garanzia che i paesi azionisti la rifinanzino adeguatamente. Una critica analoga a quella che circola negli Stati Uniti a proposito di come l'Amministrazione Bush si comporta nei confronti del sistema pensionistico e di quello sanitario: per disfarsi dell'assistenza pubblica, la cosa migliore è prosciugarne le risorse. Celia Dugger del New York Times e Abraham McLaughlin del Christian Science Monitor sottolineano che l'intesa raggiunta a Londra soddisfa pochi e solleva molte domande. Anzitutto per le dimensioni: le misure riguardano solo il 15% del debito dei paesi africani e impegnano poco più del 2% di quanto ogni anno i paesi occidentali versano in aiuti internazionali (Contropagina 1 Giugno); poi, nonostante i proclami, i paesi che fruiranno della cancellazione del debito sono quelli che hanno già raggiunto i livelli di alcuni indicatori economico-finanziari previsti da una precedente iniziativa del 1996 (HIPC Initiative); infine, dall'accordo sono esclusi i paesi più importanti, alcuni anche ad elevato rischio di crisi finanziaria, come la Nigeria. In ogni caso, la riduzione degli esborsi di cui fruiranno nel complesso i paesi africani (circa 1.5 milardi di dollari all'anno per i prossimi 25 anni) rappresenta un primo passo; il successo del Ghana indica tuttavia come la transizione sia molto difficile. Ma come affrontare i problemi strutturali o meglio la sostenibilità economica dello sviluppo, primo fra tutti quello della creazione di una classe media imprenditoriale? A questo non sembrano per ora dare granchè peso i paesi occidentali, più preoccupati di difendere gli interessi dei propri agricoltori, a danno delle esportazioni agricole africane. Toni molto critici, conditi di ironia, arrivano anche da Mick Hume, che considera ormai membri permanenti del G8 anche gli U2 e i Pink Floyd. Hume mostra in maniera convincente come dall'aiuto umanitario all'impero il passo sia breve: si tratta di due modi di arrogarsi il diritto di spiegare all'Africa quale sia la strada migliore dello sviluppo, senza chiedere il loro parere.

•  Cautious welcome for G8 debt deal [BBC News]

•  R. Copson, Africa, G8, and the Blair initiative [Congressional Research Service - The Library of Congress]
•  C. W. Dugger, Debt deal: a complicated victory [The New York Times / International Herald Tribune]
•  A. McLaughlin, What debt relief means for Africa [Christian Science Monitor]
•  Ghana sets an example [The New York Times /  International Herald Tribune]
•  M. Hume, Africa: a stage for political poseurs [Spiked]
 

 

Forma e costi del ritiro da Gaza.
Avraham Yehoshua sulla Stampa sottolinea l'importanza della forma dell'eventuale ritiro da Gaza: "una libera scelta per definire meglio i confini e ridurre l'attrito tra le parti o una fuga dovuta all'incapacità di fronteggiare i problemi che pone il controllo su quella regione?". Meglio una fuga, sostiene Yehoshua, primo perché Sharon ha sempre dichiarato che "il blocco degli insediamenti ebraici nella striscia sarebbe rimasto sotto la sovranità israeliana", secondo perché l'onore della vittoria renderà più responsabili i palestinesi, quindi più sicuri i confini. Intanto restano i dubbi sui tempi, e forse sulla volontà, dell'evacuazione: un'inchiesta di Haaretz rivela infatti che i ministeri interessati non saranno pronti per la data prevista di metà agosto e i coloni parlano di disastro umanitario annunciato. Chi pagherà le spese di evacuazione? Si chiede Arnaud de Borchgrave; la sua previsione è che sarà, come al solito, il contribuente americano. Una previsione che è anche la conclusione di un articolo dedicato alla potente AIPAC (the American Israel Public Affair Committee), la lobby filo-israeliana oggetto di una recente indagine giudiziaria. A pagare per la distruzione di un quartiere di Gerusalemme est saranno invece i palestinesi che vi abitano e che resteranno senza casa. Si tratta, come riferisce David Shulman, dell'ennesimo episodio della progressiva giudaizzazione della parte orientale della città.

•  A.B. Yehoshua, Il ritiro da Gaza è una fuga [LaStampa]

•  Sharon expresses satisfaction over pace of pullout preparations [Haaretz]

•  A. de Borchgrave, Leaving well enough alone [Washington Times]

•  D. Shulman, You have to imagine what it feels like [EI]

 

 

Anniversari

Il 13 giugno del 1971 il New York Times iniziava la pubblicazione dei cosiddetti Pentagon Papers, un documento top secret di 7.000 pagine che ricostruiva la storia del coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Indocina. Un documento in grado di minare la fiducia nei presidenti americani, come riconobbe R. Haldeman, assistente di Nixon; infatti la reazione dell'opinione pubblica non si fece attendere e la decisione di lasciare il Vietnam diventò inevitabile. Un giovane e brillante analista, Daniel Ellsberg, fu il protagonista dell'episodio; il suo impegno civile continua oggi contro la guerra in Irak.

•  Re-Reading the Pentagon Papers [Counterpunch]

•  The Pentagon Papers [NSA]